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Davanti ai miei occhi corrono immagini vive, pregne di emozioni: gli occhi di Vincent pieni di riconoscenza e allo stesso tempo di dignità quando gli regaliamo i vestiti; la giraffa che ondeggia sinuosa ed elegante davanti alla nostra jeep; i bambini che si leccano avidamente le dita su cui sono rimasti rimasugli di cibo avanzato dai nostri pasti lungo la strada; il piacere di un rivolo d’acqua gelato in uno stanzino buio che lava via la polvere dal mio corpo e che gli africani chiamano doccia; la terra rossa che mangia i bordi della strada d’asfalto, si alza in piccoli cicloni, si posa sui nostri abiti, sulla nostra pelle, sotto le unghie, sulle nostre macchine fotografiche, si infila in bocca tra i denti e fino alla gola; 6.300 km di un viaggio indimenticabile, “macinati” a bordo del nostro furgone tra paesaggi stupendi; le mani leste dei cuochi del Serengeti nell’armeggiare con le pentole su un mucchio di cenere o lavare i piatti di venti persone con una sola bacinella d’acqua e tutto sommato con un buon risultato di pulizia; il modo in cui questa gente tiene il cibo fra le mani, toccandolo con tutte le dita, senza paura di sporcarsele come noi, che lo sfioriamo appena con i nostri polpastrelli.
L’Africa mi è entrata dentro...
AFRICA 2000

Bruxelles (Belgio) - Venerdì 4 agosto 2000
Fra due ore avremmo dovuto atterrare a Johannesburg, ed invece siamo ancora all’aeroporto di Bruxelles, dopo più di 9 ore di attesa. La prossima destinazione è Zurigo e da lì si volerà (speriamo!) per Johannesburg. Arriveremo domattina con ritardo ed inizieremo direttamente il tour con la Karibu Safari, dopo più di 24 ore di viaggio, tre aerei, tanto sonno e niente doccia. Se questa prima parte del viaggio è stata così avventurosa, cosa ci riserverà il vero e proprio safari?!
Siamo stanchi ancora prima di iniziare; come dice il papà di Alberto: “Sabena: Such A Bad Experience Never Again!”.

Ce l’abbiamo fatta, anche se con stress e con una corsa lunga tutto l’aeroporto di Zurigo. E meno male che uno va in vacanza per rilassarsi! Ma guardiamo il lato positivo: un volo in business class (con servizio ottimo, cibi prelibati, poltrone comodissime, poche persone, controllo personale che il nostro bagaglio fosse effettivamente imbarcato e una notte in hotel non “consumata” che ci verrà rimborsata al rientro. Non tutti i mali vengono per nuocere, anche se sembra incredibile che per raggiungere il Sudafrica ci impiegheremo 26 ore invece di 10!
Sapevo che questo viaggio doveva essere all’insegna del tempo: mi aspetto che l’Africa con i suoi ritmi naturali e lenti riporti alla giusta velocità anche le lancette della mia vita quotidiana. Voglio provare a trascorrere le giornate senza badare a come impiego il tempo e senza guardare continuamente l’orologio per calcolare quanto tempo è passato e quanto ne rimane. Anche se l’inizio non è stato certo come me l’aspettavo, con tutta la lunga attesa e lo stress accumulato, spero che il resto del viaggio mi permetta di instaurare un rapporto migliore con il tiranno che scandisce la mia vita.

Johannesburg (Sudafrica) - Martin’s Drift (Botswana) - Sabato 5 agosto 2000
Finalmente atterrati a Johannesburg, aspettiamo per più di un’ora la coppia di Genova che viaggerà con il nostro gruppo. Hanno volato via Londra, ma pur essendo partiti prima di noi, sono arrivati dopo e senza bagaglio. Siamo in netto ritardo sui tempi di marcia e dopo qualche inconveniente riusciamo a raggiungere il resto del gruppo. Siamo 20 persone e solo 6 (noi compresi) italiani. Saliamo su un camion/caravan equipaggiato per percorsi fuoristrada (simile a quelli usati per le spedizioni Overland) e ci dirigiamo verso il confine con il Botswana. La prima sosta viene effettuata in un centro commerciale. La popolazione è quasi completamente nera, anche perché siamo nei sobborghi ed abbiamo abbandonato la città e le autostrade. Alcuni vendono frutta e verdura lungo i marciapiedi, altri bighellonano in giro. Da una macchina esce una famiglia al completo: una mamma prende il suo bimbo (che avrà sì e no 6 mesi) lo mette a testa in giù e poi delicatamente ma con fare sicuro, lo fa scivolare sulle sue spalle e lungo la schiena: poi, piegato il busto in avanti per evitare che il piccolo cada, prende un asciugamano e lo avvolge intorno alla vita, stringendo il bimbo alla schiena. Molte donne portano i figli in questa maniera, secondo l'usanza, anche quando sono vestite con eleganti tailleur.
Passiamo la frontiera ed entriamo in Botswana. Lungo la linea di confine alcune donne aspettano sedute sui loro pacchi (forse un bus o un amico che dia loro un passaggio), chi parlando, chi facendo la maglia. Altre indossano una strana uniforme: sono delle cantanti di gospel che appartengono a una chiesa e si vestono così quando si riuniscono. Lontani dalla città non si vede più una persona bianca; lungo le strade si intravedono molte baracche, costruite con qualche mattone o delle lamiere. Fuori i bambini giocano o trasportano taniche di acqua, le donne lavano i panni e gli uomini zappano piccoli orti. Miseria tangibile.
A pochi metri dal confine ci fermiamo a Kwa Nokeng, un campo attrezzato. Hans, la nostra guida, ci mostra come montare le tende nel modo più veloce e poi, scaricati i bagagli e l’equipaggiamento da campo, si prepara la cena: gulasch. Tutti intorno al fuoco, che scalda e fa luce (alle 6 è già buio e fa freddo), mangiamo affamati. La maggior parte del gruppo ha già consumato la sua buona dose di lattine di birra, siamo gli unici insieme agli altri italiani, che si accontentano di acqua. La cena è buona e gustosa; terminiamo con un buon tè caldo mentre Hans ci dà alcune indicazioni sulla vita da safari e su ciò che faremo nei prossimi giorni. Dopo una bella doccia calda ci infiliamo nei nostri sacchi a pelo e ci addormentiamo subito.

Martin’s Drift (Botswana) - Nata (Botswana) - Domenica 6 agosto 2000
Sveglia alle 6, quando è ormai giorno. Ho dormito benissimo, come fossi a casa, sicuramente per merito del sacco a pelo caldo e del soffice materassino, ma soprattutto per il sonno accumulato negli ultimi due giorni.
Colazione con latte, tè, caffè, cereali, pane, burro, marmellata e poi via a smontare le tende e a stipare il nostro furgone fuoristrada. Con il pieno di bagagli e passeggeri arriva a pesare 6 tonnellate. Contiene tutto: oltre ai nostri zaini, le tende, i materassini, i teli da stendere a terra, le sedie, i tavoli, i fornelli, la lampada a gas, un lavandino in tela cerata, tutte le provviste di cibo (stipate in due enormi congelatori e sotto i nostri sedili), e quant’altro ci servirà durante questi giorni di safari.
L’aria è umida, la tenda è bagnata e fa freddo. Non c’è traccia di sole ancora, ma è molto presto.
La prima sosta, circa un’ora dopo, è a Palapye, quella che dovrebbe essere una cittadina. In realtà tutto si riduce ad un grande centro commerciale ben rifornito: negozi di abbigliamento, arredamento, hi-fi, ed i prezzi sono piuttosto alti, almeno per l’Africa. Ma il Botswana è un paese a sé per quanto riguarda l’economia; viene infatti chiamato “la Svizzera d’Africa” per la sua ricchezza e il suo alto reddito di vita, raggiunti grazie alle miniere di metalli e pietre preziosi, diamanti soprattutto. Lungo la cartina si distinguono infatti i simboli che indicano miniere di oro e argento disseminate sul territorio. Nonostante ciò, un'impiegata del supermercato dove abbiamo usato il bagno, ringrazia entusiasta quando una ragazza australiana del nostro gruppo le regala un piccolo koala in peluche.
Di nuovo sul nostro furgone per macinare chilometri. Il paesaggio è quello tipico della savana, anche se rispetto a ieri le piante sono più alte: cespugli, acacie, baobab, piante spinose. Molti rami sono pieni di nidi di uccelli tessitori, alcuni di dimensioni enormi. È inverno, gli alberi sono quasi tutti spogli, ma l’erba è secca: l’inverno qui significa freddo, ma non pioggia, quindi il terreno è arido, la terra rossa ricopre i cespugli e il prato.
La presenza degli animali è forte: nidi, uccelli che spiccano il volo dai rami, grossi termitai che avvolgono i tronchi degli alberi. Ogni tanto qualche capanna o casetta: un muro di fango o mattoni, un tetto di lamiera o di paglia, un recinto (spesso solo qualche stecco infilato dritto a terra), delle capre, panni stesi al vento, bimbi che giocano facendo ruotare dei pneumatici. Non c’è acqua (se non qualche piccola fontana da azionare con una pompa a mano) né elettricità. Mi chiedo che vita fanno le persone che abitano in questo luogo; il tempo si è fermato, tutto sembra immobile. Paralleli alla strada asfaltata corrono due sentieri di terra battuta: la strada di chi è a piedi, dell’Africa che cammina, donne con pacchi, borse, catini sulla testa, che incedono flessuose avvolte nei loro teli dai colori sgargianti, bimbi che spingono carriole con bottiglie d’acqua, qualche pastore che conduce asini, mucche o capre. Ogni tanto si apre una strada più larga che conduce all’interno, ma all’orizzonte non si vede nessuna abitazione. Pochi sono gli incroci lungo la strada asfaltata; se ci fermiamo è solo per riposare un po’, fumare una sigaretta, mangiare.
Distanziati l’uno dall’altro ci sono degli ambulatori per animali e i controlli veterinari, ognuno dedicato a una malattia particolare. Sono affascinata dal paesaggio e non riesco a staccare gli occhi dal finestrino se non per dormire un po’ o leggere. L’orizzonte è piatto, solo qualche enorme baobab rompe la monotonia del landscape. Sembra incredibile che sia in Africa, ho bisogno di guardare fuori per averne conferma continuamente. Arriviamo finalmente al campo, in una località chiamata Nata: si tratta di un camping molto ben attrezzato dove c’è anche la possibilità di affittare dei lodge.
Giusto il tempo di montare la tenda e scaricare l’equipaggiamento da campeggio e poi si parte subito per le Makgadikgadi Pans: pianure immense, estese a perdita d’occhio. Durante la stagione delle piogge vengono sommerse dall’acqua, mentre durante la stagione secca si asciugano e il terreno si ricopre di uno strato consistente di sale. È questo il momento in cui arrivano molti animali, soprattutto uccelli. Nonostante siamo nella stagione secca, il terreno non è molto arido, c’è ancora vegetazione e degli acquitrini, e verso l’interno, anche un lago. Quest’anno infatti, come non succedeva da molto, ha piovuto in abbondanza e l’acqua non si è vaporizzata del tutto. A bordo di un fuoristrada scoperto corriamo all’impazzata lungo le strade tracciate da ruote che ci hanno preceduto. Il terreno sconnesso e i conseguenti sobbalzi ci impongono di tenerci ben aggrappati ai montanti delle auto. Di uccelli ne vediamo pochi, fino a quando non arriviamo ad un grande specchio d’acqua lungo le cui rive ci sono tantissimi fenicotteri. Più avanti incrociamo un coniglio grigio e da lontano avvistiamo due corvi. E poi orme di pipistrelli e sciacalli disseminate lungo il terreno. Il tramonto, il tanto decantato tramonto africano, è la ciliegina sulla torta: siamo veramente in Africa, il sole arancione stagliato sulla linea dell’orizzonte, le acacie in controluce, il cielo rosso sono inequivocabili e fanno parte dell’immaginario collettivo.
È buio quando torniamo al campo a tutta velocità: il vento è forte e freddo, il cielo stellato, se non fosse per gli schiamazzi di qualche componente del gruppo che ha bevuto una birra di troppo e il rumore dei due fuoristrada su cui siamo, potrei gustarmi la sensazione di essere sola in questa vastità, dove non c’è nessun confine umano all’orizzonte.
Arriviamo al campo infreddoliti e pieni di polvere: ognuno ora al suo compito. Quelli che occupano la prima fila del furgone sono addetti alla cucina, quelli della seconda al lavaggio dei piatti, quelli della terza alla pulizia del furgone mentre le ultime due file riposano. Ogni giorno si avanza di una fila, cambiando il proprio turno e avendo anche la possibilità di avere una visuale diversa dall’interno del pullman. Oggi è il nostro turno di pulizia del furgone, ma essendoci solo una scopa, se ne occupano gli altri ragazzi italiani che viaggiano a fianco a noi. Ne approfitto per scrivere il diario alla luce di una lampada, in compagnia di un altro aspirante scrittore austriaco e un insetto stecco che si aggira fra l’erba secca.

Nata (Botswana) - Livingstone (Zambia) - Lunedì 7 agosto 2000
Sveglia prima dell’alba. E’ stata una notte fredda, ma noi eravamo al caldo infilati completamente nei nostri sacchi a pelo a mummia.
Smontiamo il campo con l’aiuto delle torce dato che è ancora buio e poi facciamo colazione. Oggi è il nostro turno di lavaggio piatti e quindi mentre gli altri caricano il furgone, noi laviamo tazze e bicchieri al lavandino del camping. Albeggia quando saliamo sul furgone, diretti al confine con lo Zambia. Anche oggi trascorreremo buona parte della giornata viaggiando; dobbiamo essere a Livingstone per l’ora di pranzo. La strada che percorriamo è molto accidentata e Hans deve fare spesso sterzate all’improvviso per evitare le buche. In questo tratto la savana diventa di tipo arboreo e l’erba alta e secca lascia il posto agli alberi.
Siamo tutti quasi appisolati quando un urlo rompe il silenzio. Ci voltiamo tutti in direzione del dito puntato sul finestrino: un elefante è in piedi, di fronte a noi, nascosto tra gli alberi. Hans fa marcia indietro e ce lo lascia osservare con calma. Dietro, un altro pachiderma mangia lentamente, strappando l’erba e portandosela alla bocca con la proboscide.
Ancora altre urla seguiranno durante il lungo viaggio: per un dik dik, una giraffa (molto lontana), uno struzzo che passeggia tranquillamente lungo la nostra corsia di marcia, tre licaoni che ci tagliano la strada. Mai avrei immaginato di vedere animali al di fuori dei parchi, a pochi metri da noi e la sorpresa mi provoca una forte emozione.
Qualche sosta di cinque minuti per sgranchire le gambe, fumare una sigaretta e usare il “bagno” all’aperto, soprannominato ironicamente bush toilet. Arriviamo infine alla frontiera con lo Zambia, in prossimità della località Kazungula e la passiamo senza pagare il visto, ma sicuramente con una mancia sottobanco che Hans ha provveduto a lasciare agli impiegati.
Entriamo nello Zambia attraversando lo Zambesi a bordo di una chiatta.
Il paesaggio, sia umano che naturale, cambia decisamente, oltrepassato il confine. Le capanne sono più misere, non ci sono automobili e la gente ha un aspetto più povero. Lungo la strada, sempre più accidentata, incrociamo solo persone a piedi o, più fortunate, in bicicletta. La vegetazione è più fitta e sempre più alta man mano che ci addentriamo nel paese.
Arriviamo al campo Maramba River, montiamo le tende e pranziamo. Poi lavaggio dei piatti e dei vestiti. Ci siamo sistemati in un’area tutta per noi, vicino al fiume Maramba, con una folta vegetazione e grossi alberi che danno ombra alle nostre tende e contro uno dei quali Alberto finisce per scontrarsi, segnando la sua fronte con un fregio rosso verticale che non sparirà neanche trenta giorni dopo, quando saremo ormai rientrati a Roma. Anche questo campsite è molto attrezzato: piscina, bar, bagni, docce, lavandini per lavare piatti e vestiti. Staremo qui due giorni e siamo esattamente a metà tra Livingstone e le Cascate Vittoria, 6 km da una parte e 6 dall’altra.
Per il pomeriggio, tutti in “crociera” sullo Zambesi, nel tratto prima del quale il fiume si trasforma nella cascata. Ma da lontano, dal battello, vediamo le nuvole di acqua che la cascata solleva: domani la vedremo in tutta la sua imponenza. Per il momento ci accontentiamo degli animali: coccodrilli, zebre, varani del Nilo e tanti uccelli, fra cui un bellissimo airone.
Ci viene servita la cena e la gustiamo seduti lungo il parapetto guardando il paesaggio, anche se ormai sta calando la notte. Poi, al ritmo dei tamburi e dei canti dell’equipaggio balliamo in cerchio. Torniamo con un furgone aperto al campo e davanti ad una tazza di tè fumante, Hans ci dà ancora qualche avviso per la giornata di domani.

Livingstone - Victoria Falls (Zambia) - Martedì 8 agosto 2000
La maggior parte del gruppo si è svegliata prima di noi per andare alle cascate e praticare una delle tante attività proposte: rafting, giro con l’elicottero, game drive, deltaplano. Solo noi, poveri squattrinati italiani, siamo rimasti al campo. Hans ci accompagna con il furgone a Livingstone, dove cambiamo i dollari in kwacha, la valuta locale, telefoniamo a casa, acquistiamo il visto per il rientro in Zambia e poi prendiamo un taxi per raggiungere le cascate (20.000 kwacha per 12 km per 6 persone in un unico taxi). L’ufficio in cui siamo entrati per richiedere il visto sembra uno di quei posti di frontiera che si vedono nei film, in paesi tipo Cuba o Algeria: corridoi stretti su cui si affacciano stanze anguste, pareti scrostate, vecchi poster appesi ai muri, condizionatori d’aria e ventilatori spenti e fuori uso, impiegati lenti, meticolosi e in numero superiore al necessario.
Per accedere alle cascate si paga un biglietto d’entrata. Si sente il rumore a mano a mano che ci si approssima. Imbocchiamo un sentiero che ci porta dritti davanti ad uno dei fronti delle cascate. Sono meravigliose: un’intera parete d’acqua, anche se la cascata non è omogenea come quella di Niagara. Una grossa spaccatura, il terreno che si apre e il fiume Zambesi che precipita nel baratro per 100 metri. Essendo la stagione secca, la portata d’acqua non è abbondante, quindi la cascata è frastagliata, ma questo permette di ammirarla in tutta la sua imponenza. Durante la stagione delle piogge diventa impossibile vedere il fronte a causa del mist che si solleva per decine di metri e che avvolge l’intera cascata. Purtroppo non sono in gran forma: ho avuto più di un attacco di diarrea durante la notte e la mattina ho male alle ossa e forse anche un po’ di febbre. Mi sento così debole che fatico a camminare per percorrere tutto il sentiero che si dipana sulla parte opposta alla spaccatura, in mezzo alla foresta pluviale, a strapiombo sul fiume.
Di fronte a noi il confine con lo Zimbabwe, da dove si può vedere una delle cataratte, forse la più imponente a giudicare dalla nebbiolina che si solleva, ma forse la meno spettacolare.
Quando stavamo per raggiungere le cascate del Niagara, in Canada due anni fa, immaginavo che mi sarei trovata di fronte a uno spettacolo che assomigliava decisamente a quello che ho invece oggi di fronte agli occhi, cioè cascate imponenti, frastagliate e “nascoste” dalla vegetazione; al contrario mi sono trovata di fronte uno spettacolo completamente diverso. Le cascate erano “allo scoperto”, a pochi metri dalla civiltà e dalla strada. Ed ora è accaduto esattamente il contrario, mi aspettavo cioè di raggiungere un luogo molto turistico, ed invece qui è ancora tutto selvaggio. In parte credo dipenda anche dal fatto che siamo sul versante zambiano, meno turistico di quello dello Zimbabwe.
Abbandoniamo l’idea iniziale di attraversare il confine per raggiungere la cittadina di Victoria Falls, sia perché io non mi sento bene sia perché ci viene detto che questo versante offre una vista migliore. In questo modo risparmiamo anche 35$ a persona, che non sono pochi (70.000 lire al cambio attuale). Torniamo al campo e ci rilassiamo sui lettini a bordo piscina; mi sento ancora molto male ed ogni tanto devo correre in bagno. Credo che sia la terapia antimalarica che ci abbia causato questo malessere (anche Alb non si sente un granché), perché non abbiamo mangiato niente di diverso dal resto del gruppo e gli altri stanno tutti bene.
È comunque rilassante riposarsi un po’, dopo questi lunghi giorni di viaggio; domani inoltre, ci aspettano 500 chilometri. Per cena, il solito piatto unico (questa volta pollo con grano e verdure) che a dire degli altri è gustoso: io salto, perché ho paura di stare ancora male. Alb, da parte sua, mangia tutto senza salse piccanti, e quindi niente ha sapore, considerando che non è possibile condire semplicemente con dell’olio d’oliva come facciamo a casa. Al gruppo si è unito anche Vincent, un uomo di colore che farà da assistente ad Hans. Suo figlio è morto qualche giorno fa per un morso di un serpente e lui, con il lutto stampato negli occhi, ci ha raggiunto solo ora. È discreto, silenzioso, cortese, e la sua infinita tristezza contrasta fortemente con la nostra euforia da vacanza.
La solita tazza di tè e poi a letto alle 9. È incredibile come il nostro corpo si sia adattato ai ritmi della natura: la sera ci addormentiamo intorno alle 9 e al mattino ci alziamo all’alba senza sforzo e perfettamente sazi di sonno.

Livingstone - Kiambi (Zambia) - Mercoledì 9 agosto 2000
Smontate le tende e caricato il furgone, dopo colazione si parte per un lungo viaggio: 500 km fra villaggi e poche cittadine, lungo una strada dissestata che ci fa sobbalzare e rallentare spesso. Ci piacerebbe fermarci per scattare foto al paesaggio o ai villaggi, ma le uniche soste consentite sono quelle per la pipì. Solo all’inizio del viaggio, facciamo una breve sosta ad un villaggio, ma ha tutta l’aria di un assalto. Scendiamo carichi delle nostre armi di civilizzati (macchine fotografiche e videocamere) pronti a rubare immagini da mostrare a chi ci aspetta a casa. Mi viene un groppo alla gola e non riesco ad avvicinarmi e a fare foto. Le donne e i bambini, vestiti di stracci e sporchi (inverosimilmente) ci guardano, ed anche loro non sanno se avvicinarsi a noi: da una parte sembrano contrariati dalla nostra presenza, dall’altra (soprattutto i bambini), spinti dalla curiosità, si fanno avanti timidamente. Mi metto a piangere e non riesco a reagire; Alb mi strappa la macchina fotografica dalle mani per fare lui le foto. Alla fine riesco a rompere il ghiaccio offrendo ad un ragazzino un pacchetto di gomme. Gli chiedo come si chiama e quanti anni ha: “Kamto, 15 anni” (ma sembra molto più piccolo). Ci facciamo una foto insieme.
Poi, di nuovo sul furgone, Hans ci raccomanda di pulirci bene le mani se tocchiamo la gente del posto e soprattutto di non toccarsi occhi, bocca o genitali per il rischio di batteri. E subito tutti a pulirsi le mani con le salviettine umidificate. Magari potessimo pulire anche le nostre coscienze altrettanto facilmente, velocemente ed efficacemente. Abbiamo tanto criticato i colonizzatori del passato, ma noi non siamo altro che nuovi colonizzatori; veniamo qui ad ammirare le bellezze naturali, a scattare foto, a rubare sguardi, forse anche un po’ impietositi, con borse e bagagli al seguito e dopo qualche giorno ce ne torniamo alle nostre comodità, magari guardando di cattivo occhio gli immigrati che invadono le nostre città. Può sembrare retorica, ma mi sento fuori posto.
Il paesaggio sta cambiando: alla savana arborea si alternano campi coltivati a canna da zucchero e grano; quando arriviamo in prossimità del nostro campo, il paesaggio si fa quasi foresta e si vedono già le montagne all’orizzonte. Oltre alle buche, ora alla strada si aggiungono curve e saliscendi. Pranziamo nel giardino di un piccolo museo di tradizioni e arti popolari (Choma Arts & Craft Museum). Dopo averlo visitato, salutiamo alcune donne all’entrata; in realtà le ringraziamo per il piccolo show offertoci: mentre Alb le filmava dal finestrino del furgone loro eseguivano allegramente alcuni passi di danza. Basta così poco a volte per stabilire un contatto.
È prevista una sosta nel pomeriggio in un grande e rifornito supermercato nel villaggio di Mazabuka: acquistiamo acqua, Coca-Cola, yogurt e una confezione di gessetti colorati da distribuire ai bambini fuori dal negozio. Ce n’è un gruppetto, la maggior parte scalzi e con magliette strappate e sudicie. Mi avvicino e distribuisco i gessi, o almeno tento, ma vengo assalita da mille manine tese. Affido quindi la scatola a una delle ragazze più grandi, incaricando lei della distribuzione e raccomandandomi one each. Parlo un po’ con loro e mentre Alb riprende la scena, chiedo a tutti il loro nome: almeno quando riguarderò il filmino a casa, non saranno solo facce dagli occhi incredibilmente bianchi e spalancati, ma avranno un’identità.
Durante il viaggio leggo molto, rimango assorta nei miei pensieri (cosa fare nella vita, il tempo e come gestirlo, la povertà, l’essenzialità, a cosa si può rinunciare, cosa è veramente fondamentale) e ascolto musica dal mio walkman, per la prima volta da quando siamo partiti. È bellissimo; abituati ad avere tutto a disposizione, qui in Africa anche ascoltare musica può diventare un lusso, quando non c’è radio né corrente elettrica.
Arriviamo alla frontiera con lo Zimbabwe (che però non superiamo vista la situazione politica che sconvolge questa nazione attualmente), invasa da decine di tir, e dopo uno slalom fra i vari camion, imbocchiamo una strada sterrata. Sembra di essere ai confini del mondo: poche capanne, sacchi di carbone sui cigli della strada in attesa di sporadici acquirenti, qualche bambino che saluta allegramente, uomini in bicicletta che pedalano faticosamente, donne che trasportano sempre qualcosa, sacchi, acqua, legna, fascine, paglia e bambini, sulla testa e sulle spalle.
Attraversiamo il fiume Zambesi a bordo di una chiatta, trainata con un argano e legata con corde d’acciaio alle due sponde. Mentre aspettiamo che il furgone si imbarchi, abbiamo tempo per parlare con qualche bambino. Si avvicinano timidamente (molto meno sfacciatamente dei bambini arabi ad esempio, non usi all’elemosina, magari alla richiesta di qualche caramella). Distribuisco un’altra confezione di gessetti colorati con lo stesso sistema precedente. Questa volta è un ragazzino a mettere tutti in fila. Ma i bimbi non sanno cosa stanno ricevendo e si portano i gessetti in bocca pensando che si tratti di dolciumi. Ne prendo allora uno e traccio un disegno su un mattone per far loro capire che sono gessi. Parlano inglese, ad ogni modo, ed è facile comunicare. Cristina, una delle ragazze che viaggia con noi, distribuisce allora caramelle, che probabilmente hanno più successo, anche se sono destinate ad un uso più breve.
Non ci penso a lungo: salgo sul pullman, mi tolgo la maglietta che indosso (acquistata per poche lire in Tailandia, ma di ottimo cotone e ancora in buono stato), infilo un maglione e, ridiscesa, la regalo a una bambina: la sua è tutta un buco. Mi guarda stupita. Le chiedo di indossarla e lei lo fa. Le sta un po’ grande, ma immagino che sia meglio, così potrà metterla a lungo. Se la sfila poi, forse per non sciuparla e la mostra ad alcune donne che stanno lavando le stoviglie nel fiume. Prima di salire sulla chiatta le chiedo il suo nome: “Eria”. “I will remember you, Eria!”. La maglietta a lei farà sicuramente più comodo che a me (che ne ho un cassetto pieno a casa) e forse si ricorderà di me, di una strana turista che si è tolta la sua maglietta (per altro neanche molto pulita) e gliel’ha regalata. Io non dimenticherò il suo faccino e la sua maglia nera bucata, come non dimenticherò tutti i bambini che ho incontrato durante i miei viaggi.
Arriviamo al campo Kiambi che è già buio: montiamo le tende (ormai possiamo farlo veramente ad occhi chiusi, tanto siamo esperti) e prepariamo il campo e la cena. Stasera spaghetti alla bolognese versione africana. Anche questo campo è molto carino e ben attrezzato, con piscina, bar e bagni pulitissimi, tutto molto semplice e rustico. Campeggi così in Italia ce li sogniamo. E poi sono così silenziosi e bui!

Kiambi - Kiubo (Zambia) - Giovedì 10 agosto 2000
Sveglia alle 6. Per fortuna la temperatura è più calda e non si muore dal freddo quando si esce dalla tenda. Ma ho un altro problema: sto di nuovo male con l’intestino.
Smontiamo le tende, prepariamo un bagaglio piccolo per un giorno, lo infiliamo in un bidone a chiusura stagna e con le barche a motore raggiungiamo le nostre canoe sul fiume Zambesi. Con salvagente, cannocchiale, videocamera e macchina fotografica, due per canoa, siamo pronti a pagaiare lungo il fiume, in cerca di animali. Il paesaggio è magnifico: il fiume è immenso, sulla riva sinistra lo Zambia, su quella destra lo Zimbabwe, il confine da qualche parte in mezzo al fiume. Dalla parte dello Zimbabwe il paesaggio è piatto, solo degli alberi coronano la spiaggia sabbiosa. Dalla parte dello Zambia, oltre la foresta si vedono le montagne.
Un suono forte e bizzarro attrae la nostra attenzione: è un verso di ippopotamo, ce ne sono a decine, che sguazzano in acqua, immersi fino agli occhi. Enormi bestioni le cui schiene scure si stagliano a pelo d’acqua. I loro versi ci accompagneranno tutto il giorno. Bisogna fare attenzione a non avvicinarli troppo con la canoa, perché sono più pericolosi degli stessi coccodrilli che vivono nel fiume; possono infatti capovolgere la canoa e colpirti con il loro enorme corpo. I coccodrilli invece, si limitano a mangiarti se finisci in acqua! Ci fermiamo su un isolotto e ne approfitto per delimitare anch’io il territorio con le mie scariche di diarrea, che seppellisco sotto la sabbia e che non reggono certo il confronto con le enormi “palle” lasciate dagli elefanti qua e là. In un posto così unico, selvaggio, lontano dalla civiltà, dalle grandi evocazioni, non poteva capitarmi una cosa più romantica che calarmi le braghe dietro un cespuglio perché vittima della dissenteria.
Di nuovo in canoa, scorgiamo i primi elefanti. Nascosti in parte dalla vegetazione, si spingono quasi fino a riva, in gruppi di 3-6 esemplari. Ma l’incontro più buffo ce lo riserva la pausa del pranzo: siamo tutti seduti in cerchio sulle nostre sedie da campo a rilassarci un po’, quando un elefante, agitando le sue orecchie, sbuca da un cespuglio e ci passeggia a meno di cinque metri, fermandosi anche ad osservarci. I ranger della Karibù che sono con noi e che ci guidano nel giro in canoa ci intimano di non muoverci, per evitare che ci attacchi. L’elefante prosegue poi con il suo passo tranquillo lungo il sentiero e scompare dietro un albero, lo stesso dietro al quale qualche minuto prima mi ero accovacciata con la mia carta igienica.
Risaliamo sulle canoe e il sole, ora alto in cielo, picchia sopra di noi, nonostante cappelli e creme solari cerchino di proteggere la nostra pelle. Vediamo altri elefanti, ippopotami, e piccoli di coccodrillo, un pitone per metà nascosto dalla vegetazione, e tanti uccelli, fra cui un’aquila e un airone bianco maggiore. Qui gli uccelli hanno dimensioni e colori talmente diversi dai nostri che cercare di individuare le specie avvistate diventa per me molto più interessante di quanto lo sarebbe in Italia.
Ormai procediamo sicuri con le canoe, non più come questa mattina, quando non riuscivamo a mantenere la direzione e a stare in fila indiana, finendo spesso l’uno contro l’altro o in mezzo ai canneti della riva. Arriviamo verso le quattro al nostro campo: per fortuna Hans e i suoi assistenti hanno montato le nostre tende, siamo molto stanchi sia per il remare che per il sole preso. Il campo è molto carino. C’è una capanna senza pareti per i pasti comuni, una capanna con due docce (purtroppo solo con acqua fredda, poiché è esploso il boiler, ma si può sopportare perché la temperatura esterna è calda) e un’altra con la toilette. Sono in legno con le pareti di canne e senza porte. Ma il meglio dobbiamo ancora scoprirlo: oltre la zona tende, un sentiero conduce in un posto incantevole. Alcuni lodge, una piscina, un bar con una grande veranda e una piccola sala lettura con una biblioteca molto fornita sull’Africa, la sua fauna, la sua flora e i suoi popoli. Tutto è arredato in stile coloniale, con legni, bambù, pelli, oggetti d’artigianato locale alle pareti; sembra di essere nell’Africa ai tempi di Karen Blixen. Questo campo è di proprietà della Karibù, come quello in cui abbiamo dormito ieri e non ci sono altri ospiti al momento. Una notte in un lodge costa $ 200 a persona, cibo ed escursioni comprese. Non è molto per un posto così esclusivo: sulle rive del fiume Zambesi, in mezzo agli animali, nel più completo silenzio. È l’unico posto che ho visto finora nel mondo veramente lontano dalla civiltà, isolato e selvaggio. Mi piacerebbe passarci qualche giorno in più o magari tornarci.
In attesa della cena, siamo in molti riuniti sotto l’unica lampada a gas vicino al tavolo di cucina a scrivere ciascuno il proprio diario. Una decina di persone redigono il diario ogni sera, come me.
La cena prevede pasta alla carbonara ma, ovviamente, salto il turno e mi accontento di un po’ di pasta in bianco con olio e sale. Dopo cena ci uniamo agli austriaci per bere una birra e chiacchierare un po’ nella piacevole atmosfera del bar.
Poi, veramente stanchi e saturi di emozioni, ce ne andiamo a dormire. La luna è alta e quasi piena, ed illumina molto bene il campo; inoltre, appesi agli alberi, qua e là ci sono dei lumi a gas che creano un’atmosfera di altri tempi. Sul terreno sabbioso (una sabbia color ocra che mi ricorda quella dell’Australia) ci sono delle piccole buche tonde: uno dei ranger mi spiega che sono le formiche elefante a scavarle e vi si nascondono sotto, in attesa della preda (in genere altre formiche) che, una volta cadutavi dentro, pungono e svuotano delle interiora per nutrirsi.

Kiubo - Kiambi (Zambia) - Venerdì 11 agosto 2000
Sveglia alle 6... però senza dover smontare le tende, ci penseranno gli assistenti ed Hans. Dobbiamo solo preoccuparci di chiudere i bagagli, prendere i bidoni e caricarli sulla canoa. Percorriamo ancora un tratto di fiume pagaiando, in cerca di animali. Purtroppo sto ancora male e le due pause che facciamo sulla terraferma mi servono per correre a ripararmi dietro qualche cespuglio. In una di queste corse, scovo due uova di un trampoliere posate in una buca poco profonda sulla sabbia. Hanno il guscio maculato per mimetizzarsi nella sabbia.
Vediamo molti altri ippopotami, anche più vicini di ieri e poi sulla strada del ritorno, lasciate le canoe, a bordo delle barche a motore, un elefante ci offre uno spettacolo unico: è sceso fino al fiume per rinfrescarsi. Con la sua proboscide si spruzza acqua su tutto il corpo e barrisce infastidito dalla vostra presenza. Alberto riesce a riprendere tutta la scena, sembrerà uno dei documentari che passano in TV.
Spossata dal malessere intestinale, sonnecchio sulla strada del ritorno fino al campo. Scarichiamo le canoe: il pomeriggio è tutto a nostra disposizione e lo impieghiamo riposandoci, leggendo, facendo la doccia, il bucato, sistemando i bagagli o pulendo le tende. Anche questo campo è molto bello e ben attrezzato, ora che è giorno abbiamo modo di apprezzarlo meglio. È caldo ed è piacevole poltrire un po’, gustarsi la natura. Abbiamo montato la nostra tenda in una larga piazzola d’erba con due bellissime bouganville rosse su un lato. Gli uccelli non smettono un secondo di allietarci il pomeriggio. Come farò a tornare alla vita di tutti i giorni dopo aver visto questi luoghi? Mi sembra di essere qui da una vita, mi sono adattata molto prima di quanto pensassi alla vita da campo. Mi piace l’Africa, mi piace lo Zambia, un paese così selvaggio, poco occidentalizzato e poco abitato! Chissà se oltre alla diarrea del viaggiatore mi verrà anche il tanto famoso mal d’Africa?! Credo che siamo stati veramente fortunati ad aver avuto la possibilità di essere qui, di poter godere di tutta questa meraviglia!

Kiambi (Zambia) - Mercoledì 12 agosto 2000
Nonostante abbia mangiato solo porridge e una mela, ieri, dopo cena sono stata di nuovo male, forse peggio degli altri giorni. Ho cambiato di nuovo medicine, un antidiarroico più forte che mi ha dato una delle ragazze austriache. Questa mattina comincio a sentirmi debole, ma decido comunque di non mangiare; mi preparo una borraccia con del tè, da portarmi sul furgone per il lungo viaggio che ci aspetta oggi. Alle 7 siamo già tutti a bordo pronti a partire. La prima tappa è a Lusaka, la capitale dello Zambia. Ci fermiamo ad un supermercato per fare rifornimento di cibo. Vicino ci sono numerosi negozi e ristoranti gestiti da arabi. Il supermercato è ben fornito e facciamo anche acquisti per nostro conto (acqua, dolci - c’è un gradevolissimo odore di croissant e pane appena sfornati - patatine, caramelle e bibite varie). La tappa successiva è dedicata tutta a me: un ambulatorio con un dottore egiziano che mi dia la giusta cura. Hans ha chiesto ad un tizio suo amico, incontrato al supermercato, a chi poteva rivolgersi e questi gli ha dato l’indirizzo di un dottore, a suo dire, molto bravo. Il fatto che lui stesso sia un suo paziente mi rincuora. Entro nell’ambulatorio e un’infermiera di colore mi misura la febbre e la pressione, dopo avermi fatto compilare un foglio con i miei dati personali. Poi mi conduce nella stanza del dottore.
È la prima volta che mi vedo costretta ad ammettere che conoscere l’inglese serve. Penso che avrei avuto grosse difficoltà a spiegare al dottore la consistenza e il colore delle mie feci se non avessi parlato la sua lingua. Dopo una serie di domande, mi fa sdraiare sul lettino, mi palpeggia la pancia e mi ausculta i polmoni. Poi mi chiede di dargli un campione delle mie feci, ma non ci riesco proprio, un po’ perché non ho più niente in corpo e un po’ perché ho preso le medicine, medicine che il dottore dice non erano affatto indicate, nonostante siano i medici europei a consigliarle. Non potendo diagnosticare con certezza la causa della mia diarrea mi prescrive una serie di medicine (antibiotici e qualcosa contro l’ameba) per bloccare l’infezione che ha luogo nel mio intestino. A suo dire, in 2-3 giorni dovrei stare meglio. “Shukran”. Il suo viso si illumina tutto quando lo ringrazio nella sua lingua madre.
Esco dall’ambulatorio e scopro che nel frattempo Hans ha cercato di sfruttare al meglio la sosta forzata. Il team cutting vegetables è già all’opera per il pranzo: solita insalata mista, affettati, formaggi e salse varie. Mangio una banana, del pane e dei biscotti: non mi sembra vero di saziare la fame. Un po’ come ieri sera, quando seduta vicino al fuoco consumavo il mio pasto frugale a base di porridge: seduta sulla mia sedia, con il piatto sulle ginocchia mi sentivo come quelle persone vittime della carestia che mangiano papponi iperproteici preparati dai soccorritori. Solo che io usavo la forchetta invece delle mani, e la mia fame durava solo da qualche giorno e non da quando sono nata.
Mentre laviamo i piatti (oggi è il nostro turno), Hans svuota la pentola e ciò che rimane lo dà agli uomini che stanno lavorando lungo la strada. Un gesto pietoso che assume un tono di assoluta normalità qui in Africa. Non è la prima volta infatti che riserviamo i nostri “avanzi” alla gente che ci gironzola intorno, incuriosita dal nostro pic-nic improvvisato per strada o forse spinta dalla speranza di ricevere appunto qualcosa. Un gesto caritatevole, ma che mi lascia l’amaro in bocca, sia perché in fondo regaliamo ciò che ci avanza e solo dopo aver finito di mangiare, sia perché non pensavo che mi sarei trovata di fronte ad una povertà così disarmante. Le persone a cui doniamo il nostro cibo non sembrano così povere, ma per accettare i resti del pranzo, devono esserlo più di quanto immagino.
Risaliamo sul furgone: ci aspettano altri 300-400 km fino al campo, ma Hans appare molto stanco, tanto che deve fermarsi spesso per rinfrescarsi la faccia. Attraversiamo il fiume Lunsemfwa, un affluente dello Zambesi, questa volta percorrendo un modernissimo ponte a piloni. Ci fermiamo per una breve sosta in una piazzola dove una donna vende nei suoi cesti banane, limoni e un maialino cotto e avvolto nelle foglie. Con lei ci sono sua figlia di 16 anni e due figli, di 12 e 10 anni: tutti i bambini appaiono molto più piccoli di quanto sono, dimostrando almeno 3 anni di meno. Credo che il motivo della poca crescita sia la denutrizione a giudicare anche dalle loro pance gonfie. Li riempiamo di cioccolata e regalini e loro ci guardano attoniti. Parlano appena un po’ d’inglese e quindi è difficile capirsi. Che penseranno di noi, dei nostri regali fatti solo per rubare una foto al loro fianco, della nostre macchine fotografiche che puntano gli obiettivi, implacabili, su di loro?!
Si è fatto tardi per arrivare al campo previsto dall’itinerario e quindi ci fermiamo prima, in un campo di fortuna. Si tratta di un alberghetto fatiscente (affitta delle stanze orrende con bagno non privato a 25.000 kwacha - 18.000 lire circa a notte), lungo la strada, a Kacholola. Montiamo le tende sulla piazzetta antistante e prepariamo la cena. Continuo a stare male e non è affatto piacevole andare al bagno qui, dato che non c’è acqua corrente e bisogna scaricare con una tanica. Sarà un supplizio anche uscire dalla tenda durante la notte, per le continue scariche di diarrea, perché fa freddo e il bagno è lontano.
Sembra che il posto non sia neanche molto sicuro, tant’è che Hans chiede che due guardie veglino su di noi durante la notte, mentre lui si chiude in una stanza con tutti i nostri documenti e soldi.
Prima di cena abbiamo fatto un giro nei dintorni: veniamo subito avvicinati da un gruppetto di bambini che ci chiedono delle penne. Ne distribuiamo qualcuna insieme a qualche caramella. Sono tutti vestiti con stracci, ma un po’ più puliti di quelli che di solito vivono nei villaggi.

Kacholola - South Luangwa National Park (Zambia) - Domenica 13 agosto 2000
Sveglia alle 5.30, con il buio, si smonta il campo velocemente e si parte di nuovo, abbandonando presto la strada asfaltata. Ci fermiamo nei pressi di un villaggio per scattare foto e distribuire regalini a dei visi curiosi e cordiali. È incredibile come questo popolo non provi odio né antipatia né invidia nei nostri confronti. Tutti sono molto cordiali, si sbracciano per salutarci quando percorriamo le strade e li riempiamo di polvere con il nostro furgone, non si offendono se regaliamo loro oggetti di ogni tipo né se scattiamo foto in continuazione. Sorridono e salutano allegramente, e non leggo malizia nei loro sguardi.
Ci fermiamo per fare benzina di nuovo, abbiamo consumato parecchio carburante ieri. Parcheggiamo poi lungo la strada e prepariamo il pranzo. Subito un gruppo di bambini si fa intorno a noi e divora il cibo con gli occhi, stando lì in piedi, in silenzio, senza chiedere. Non riesco quasi a mangiare con loro davanti che mi guardano così insistentemente ma anche candidamente, mani infilate nei pantaloni, occhi sbarrati e bocche schiuse dalle quali si intravedono denti bianchissimi. Mi metto a piangere, un misto di senso di colpa e impotenza mi assale improvvisamente. Avrei rinunciato volentieri al mio pasto per darlo a loro, ma non so se tutti i componenti del gruppo sarebbero stato d’accordo. Ci limitiamo come al solito a distribuire gli avanzi alle mani tese, tante, troppe per il poco cibo rimasto. Con l’amaro in bocca salgo sul furgone e sonnecchio un po’. Il tragitto è ancora lungo e la strada è dissestata, tutta buche e sassi. Ai lati della strada ci sono moltissimi villaggi, poche capanne di fango e mattoni, tetti di paglia, fuochi, toilette con mura di paglia e senza tetto ed enormi cesti rialzati per contenere cibo, forse granaglie. Tutti interrompono le loro faccende e alzano gli sguardi verso di noi al nostro passaggio. Qui la vita scorre uguale giorno dopo giorno e il nostro furgone è uno spettacolo insolito. Pensavo che i villaggi fossero una prerogativa solo delle tribù africane, mentre salvo poche città, la maggior parte della gente vive nelle capanne, da 4 a 8 per ogni villaggio, prendendo l’acqua dai pozzi o dalle fontane sparse qua e là, senza corrente né gas, solo fuoco. Arriviamo nel primo pomeriggio al campo “Flatdog”, nel Parco Nazionale South Luangwa. La città più vicina è Chipita, un gruppo di case e qualche negozietto, o meglio quattro mura spoglie con scritto sull’entrata “shopping centre” o “supermarket”.

Kachalola - South Luangwa National Park - Lunedì 14 agosto 2000
Sveglia alle 5 per il primo safari fotografico del nostro viaggio. Entriamo nel Parco Nazionale a bordo di una jeep scoperta. Venti dollari il costo del safari della mattina e 25 dollari quello della sera. Un po’ cari, ma ne vale la pena. Vediamo un sacco di animali, e tutti da vicino: giraffe, zebre, elefanti, tragelafi striati (bushbuck), impala, manguste, scimmie, coccodrilli, ippopotami, puku, scoiattoli, cicogne, ibis e, 1000 punti nella graduatoria dell’avvistamento dei vari animali, uno stupendo leopardo. Appoggiato su un ramo, nascosto parzialmente dal fogliame, esegue uno show tutto per noi. Cammina sul ramo, si pulisce il pelo leccandosi, lascia penzolare la coda e una zampa, sbadiglia e ci guarda come se fosse infastidito ma non fino al punto da andarsene. Abbiamo così tutto il tempo di fotografarlo e filmarlo. Fino a quando arrivano altre due jeep e il leopardo, questa volta disturbato dal rumore, si alza e comodamente scende dall’albero.
Il game dura quasi quattro ore ed è una continua meraviglia, sembra di essere all’interno di un documentario, dove gli animali passeggiano, mangiano e corrono, indisturbati quasi dalla nostra presenza.
Ma la cosa più bella è che sto finalmente meglio: le 8 pillole che prendo ogni giorno cominciano a fare effetto.
Torniamo al campo, dove ci aspetta un ricco brunch a base di uova, bacon, salsicce, insalata di riso e salse varie. Il pomeriggio è libero e lo dedichiamo al relax e ai diari. Dopo una sana dormita nel fresco della tenda, ci riuniamo tutti ad un tavolo a scrivere i diari (è divertente farlo in comune perché ci si ricorda insieme delle cose) e cartoline e a segnare il tragitto percorso finora sulla cartina.
Alle 4 partiamo per il safari notturno, sempre a bordo della jeep, nel Parco Nazionale, percorrendo però una zona diversa. Purtroppo non siamo fortunati come questa mattina: né leopardi né leoni, solo qualche genetta, due lepri e un tasso del miele vengono illuminati dalla potente torcia dei ranger che lancia ampi fasci di luce nel bush. Molti bushbuck pascolano tranquilli dopo il tramonto, un enorme elefante ci taglia la strada e si imbizzarrisce un po’ quando gli puntiamo addosso il faro. Vediamo poi molti ippopotami, finalmente fuori dall’acqua, il loro ambiente preferito, ma sono piuttosto schivi e rimangono a testa bassa a brucare l’erba con le enormi labbra (gli unici due denti che hanno, dei grandi caninin li usano per combattere tra di loro) mostrandoci il loro enorme didietro.
Anche una iena fa la sua comparsa, ma nonostante i nostri ranger continuino a farci girare all’interno del parco più a lungo di quanto previsto (con enorme disappunto da parte di Hans per il ritardo con cui rientriamo al campo), non riusciamo a vedere altri animali.
Cena veloce e poi a letto presto, ci aspetta un’altra sveglia all’alba.

South Luangwa National Park - Martedì 15 agosto 2000
Mi sveglio a causa dei rumori esterni. Accendo la torcia e vedo che sono solo le 4, possiamo dormire ancora mezz’ora.
I rumori sono molto vicini alla nostra tenda e penso che si tratti dell’altro gruppo Karibu a fianco al nostro che sta smontando il campo. Scoprirò invece più tardi che si trattava di un elefante che si aggirava nel campo fra le nostre tende, come quello di ieri sera che bloccava il passaggio tra i bagni e il bar, terrorizzando perfino gli impiegati del campeggio.
Pronti alle 6 per partire alla volta del Malawi, con una breve sosta in un supermercato per un po’ d’acquisti. Fa freddo questa mattina e dopo una stupenda alba vista dal furgone, il cielo si è riempito di nuvole. Non ho niente di pesante da mettermi, anzi ho alleggerito ulteriormente il bagaglio regalando una delle magliette che indossavo a un bambino che tremava dal freddo. Ci siamo fermati per acquistare un sacco di carbone lungo la strada e subito una frotta di bambini si è radunata intorno al furgone, tutti sempre vestiti con pochi stracci e scalzi. Decine di mani si protendono verso il finestrino da cui sto per lanciare la maglietta appena sfilata. Il bimbo la indossa, su mia richiesta: gli sta grande e lunga.
Ci fermiamo a Chipita per comprare francobolli e fare altri acquisti, poi lungo la strada per il lunch: insalata di verza con aggiunta di altri ingredienti a piacere (fagioli, uvetta, mais e salse varie). Abbiamo passato la frontiera tra lo Zambia e il Malawi e la zona franca lunga 10 km che separa i due paesi. Il paesaggio varia ancora: spariscono gli alberi e lunghe praterie si estendono ai lati della strada, contornate da montagne sullo sfondo. Anche le misere capanne hanno lasciato il posto a casette in mattoni o muratura. Quello che sembrava un paese ancora più povero dello Zambia (almeno a giudicare dalla gente che avevamo visto girare intorno ai posti di frontiera), si rivela in realtà un paese che economicamente sembra cavarsela meglio. Non ci sono più sparuti gruppi di capanne, ma veri e propri villaggi.
Per scacciare la noia del lungo viaggio, improvvisiamo canzoni: sigle di telefilm, successi degli anni ‘70 e inni nazionali, per il grande spasso di Hans e del resto del gruppo (siamo noi più giovani, in fondo al pullman, ad urlare a squarciagola).
Arriviamo finalmente al campsite sul lago Malawi. La città più vicina è Salima, mentre la spiaggia dove sorge il campo si chiama Senga Bay. Il campeggio sorge praticamente sulla riva, di quello che ha tutta l’apparenza di essere un mare invece di un lago: il forte vento crea infatti onde piuttosto agitate che si infrangono sulla sabbia e su enormi massi levigati dall’acqua, che qualche gigante sembra aver gettato a caso. Il lago è talmente esteso che non si vede la riva opposta e il rumore, l’incedere incalzante delle onde che mi provoca sempre ansia, è così forte da far pensare all’oceano.
Montiamo le tende, facciamo la doccia (fredda) e consegniamo la nostra biancheria ad un inserviente per lavarla (1 dollaro USA per 6 pezzi, vale a dire 2000 lire tutto)... che lusso! Ceniamo poi intorno al fuoco, una cena a base di pollo e bieta; stasera c’è abbondanza di frutta e verdura che Hans ha acquistato arrivati in città. Appena parcheggiato il furgone infatti, siamo stati circondati da venditori ambulanti, che offrivano beni di ogni tipo: ceste, batik, mollette per i panni, batterie, radioline, colla, scarpe, sandali, teli e parei, frutta e verdura. Abbiamo contrattato per acquistare due piccoli batik dai colori stupendi; figure aggraziate ondeggiano su dei fondi monocromatici.
Dopo cena il solito meeting per il programma di domani. Hans non ci permette di uscire dal villaggio da soli e nasce una piccola discussione. Secondo lui il posto è molto pericoloso, ha infatti vissuto in prima persona un’esperienza molto negativa con un gruppo due anni fa. Alcune teste calde del villaggio che sorge appena fuori della struttura (che ospita tra l’altro un bellissimo albergo) sono riusciti ad entrare nel campeggio e, dopo aver ucciso una guardia e sparato alle tende, hanno legato Hans e il suo assistente derubando tutto il gruppo. Sembra che poi la rappresaglia della polizia sia stata altrettanto violenta, con l’uccisione di alcuni dei criminali e lo spostamento a una distanza più lontana dal campeggio dell’intero villaggio in questione.
Per questo motivo ci porterà ad un mercato più distante, tutti insieme e solamente per un’ora.
Rimaniamo a chiacchierare intorno al fuoco fino a tardi (ore 10.30, ma sembra mezzanotte) e poi ci chiudiamo nelle tende al riparo dal forte vento che solleva sabbia e polvere.
La luna, alta e piena nel cielo, crea un bellissimo effetto di luce sull’acqua e sugli scogli.

Senga Bay - Salima (Lago Malawi - Malawi) - Domenica 16 agosto 2000
È la prima mattina da quando siamo partiti che possiamo dormire fino a tardi e fare colazione con comodo. Ciò nonostante, l’abitudine fa svegliare molti di noi già alle 6.30.
Alla luce del sole il posto è ancora più incantevole: scattiamo fotografie al paesaggio e mentre Alb cerca di togliere la polvere accumulata sugli apparecchi fotografici, io mi siedo su uno scoglio a scrivere il diario, con la sola compagnia del rumore del lago, di qualche scimmia che mi gironzola intorno e di un paio di uccelli che beccano fra la sabbia in cerca del cibo che l’acqua ha trasportato sulla terraferma.
Alle dieci Hans ci porta al mercato fuori dello Steps Campsite. Si tratta di una dozzina di bancarelle, che vendono oggetti in legno intagliati e lucidati con il lucido da scarpe: si sono maschere, animali, scacchiere, figure umane, sedie con schienali inclinati, ciotole, ciondoli, portacandele. Sul retro delle botteghe uomini e bambini (nessuna donna) intagliano, levigano con la carta vetrata e poi lucidano con il nero gli oggetti ricavati dal legno, soprattutto ebano. Contrattiamo a lungo per acquistare una bella ciotola, una maschera e una cartina dell’Africa in legno con intagliati i big five (quest’ultima veramente originale), pagando in kwacha e in dollari, discutendo sul prezzo e sul resto e rifiutando di cedere le scarpe di Alberto in cambio, come insistentemente ci chiede uno dei venditori: sono nuove e sono state pagate care, e soprattutto è l’unico paio che ha con sé. Torniamo al campo soddisfatti: abbiamo trovato un compromesso tra la nostra voglia di fare shopping e guardare come vive la gente del posto e la paura di Hans per la nostra (e la sua) sicurezza. Per pranzo sandwich e insalata di riso e, gran lusso, würstel bolliti.
Dopo pranzo affittiamo un gommone. Il ragazzo che lo guida, Don, ci porta all’isola di fronte alla costa per fare snorkeling. I fondali sono piuttosto torbidi e si riesce a vedere qualcosa solo rimanendo vicino alle rocce: gruppi di pesci gialli e blu, punzecchiano con la bocca le rocce alla ricerca di cibo. Sopra di noi, una miriade di cormorani se ne sta appollaiata sui rami; ogni tanto qualcuno, avvistata una preda, si fionda in mare. Dopo lo snorkeling, chiediamo a Don di portarci oltre il promontorio oltre il quale c’è il nostro campo. Questa piccola deviazione prevedrebbe un supplemento sull’affitto della barca, ma Don ci dice che va bene lo stesso e allora noi gli promettiamo una mancia. Al di là del promontorio c’è un villaggio di pescatori; si intravedono capanne di fango e tetti in paglia, e qualche canoa in legno lasciata sulla riva. Ci viene voglia di mangiare pesce e chiediamo a Don se è possibile acquistarne da qualche pescatore. Purtroppo però i pescatori lo hanno già venduto tutto. Ne incrociamo uno in acqua, sulla sua rudimentale canoa in legno, anziano, vestito con un completo (giacca e pantaloni) di colore beige, che pagaia seduto con la schiena dritta e i lembi della giaccia immersi nell’acqua. Quando lo saluto dicendo “jambo” pensa che parli shwaili, ma questa invece è l’unica parola che conosco.
Ce ne torniamo al campo senza pesce ed offriamo una birra a Don per ringraziarlo per la sua gentilezza. Lui l’accetta, ma non se la fa aprire dal barista. Poi timidamente gli chiede di rimettergliela da parte nel frigo, la berrà più tardi. Forse sarebbe stato meglio dargli dei soldi in modo che potesse spenderli come e quando avrebbe voluto.
Organizziamo una partita di pallavolo grazie alla rete e al pallone che ci viene messo a disposizione dell’albergo. Le squadre sono composte da noi e altri ragazzi italiani per l'Italia e Hans con altri stranieri del gruppo per “Resto del mondo”. Purtroppo perdiamo per due a uno, ma poi ci rifacciamo con una partita amichevole in cui vinciamo una bibita.
Poi tutti a fare la doccia (sempre fredda) e al bar. Gioco a dama con una delle ragazze australiane secondo le regole italiane, vincendo quattro partite, ma poi vengo sconfitta da un ragazzo del posto che mi spiega le regole africane. Muove deciso le pedine sulla scacchiera (talmente vecchia che le caselle nere si differenziano appena da quelle bianche). Io ho le pedine nere, cioè i tappi rossi della Coca-Cola e arancioni della Fanta, mentre lui ha quelle bianche, ovvero i tappi verdi della Sprite.
Stasera il piatto è particolarmente gustoso: si tratta di un trito di verdure e carne coperto da uno strato di purè, il tutto accompagnato da grano.
L’atmosfera del dopocena è rilassata. Al momento del solito meeting in cui Hans ci annuncia il programma previsto per il giorno dopo, si scherza e si ride sulla cucina, sui piatti da lavare, sui turni, sulle alzatacce (quella di domani è alle 4) e sui difetti di Hans, che ora comincia a lasciarsi un po’ andare.
Una donna californiana che viaggia con la figlia registra con il suo piccolo apparecchio portatile: lavora a una radio privata e ci ha chiesto il permesso di trasmettere alcuni momenti della nostra vacanza, sia via etere che su Internet, e quindi ogni tanto tira fuori il suo microfono per registrare o intervistare.
Se non fosse per l’invasione di strane falene dalle ali trasparenti che si sono attaccate a tutte le fonti di luce accese come cavallette, sarebbe piacevole rimanere ancora all’aperto. Una parete della nostra tenda, quella vicino a un lampioncino giallo, è coperta dalle farfalline, così come lo sono i nostri asciugamani stesi ad asciugare, le pareti del lavatoio, gli specchi del bagno e, quel che è peggio, la lampada a gas che illumina la cucina da campo. La conseguenza è un tavolo cosparso di uno strato di farfalline che Hans uccide con il DDT, ma che a me rimane il sospetto siano finite anche nella nostra cena.

Senga Bay (Salima) - Chitimba (Lago Malawi - Malawi) - Giovedì 17 agosto 2000
Dormito malissimo. Ieri sera si è alzato un vento fortissimo, all’improvviso verso le nove, quando eravamo già in tenda ed è durato tutta la notte. Il mare è diventato nuovamente agitato e la nostra tenda vibrava alle sferzata d’aria e una polvere sottile (un misto di sabbia e terra) penetrava nelle trame del tessuto, depositandosi sui nostri bagagli e sui nostri sacchi a pelo. Mi sono svegliata più volte la notte con l’impressione che qualcuno fosse entrato in tenda: non c’è molto da stare tranquilli dopo quello che ci ha raccontato Hans.
Ci aspetta un viaggio lungo con poche tappe. La prima è in un bosco di alberi della gomma. Le cortecce lungo i tronchi sono tutte incise in diagonale e dai tagli fuoriesce uno strato sottile di liquido denso e lattiginoso che molto lentamente scende lungo il tronco e viene raccolto in una scodella conica di coccio rosso fissata al tronco con un fil di ferro. Le ciotole, una volta piene, vengono svuotate su una tavola di legni legati assieme, dove la gomma si asciuga al sole fino ad assumere un aspetto più solido. L’odore che emana è nauseante, un misto di pesce e immondizia.
La tappa successiva è presso un benzinaio (quello dove ci eravamo fermati in precedenza aveva finito il gasolio). Subito, come sempre accade ogni volta che ci fermiamo, un gruppo di curiosi, soprattutto bambini, si assembra intorno al nostro furgone, guardando con curiosità, salutando o chiedendo una sigaretta.
E noi come al solito scattiamo foto ed elargiamo regali. Questa volta distribuisco dei colori a cera; i bimbi li prendono avidamente, congiungendo le due mani come ad accogliere un dono prezioso e inchinandosi leggermente in segno di ringraziamento non appena l’oggetto si deposita sulle loro palme bianche
C’è chi prova a scrivere qualcosa sulle proprie mani, ma il colore a cera non attacca. Allora risalgo sul furgone e strappo alcuni preziosi fogli ancora bianchi dal mio diario e li distribuisco ai bambini, chiedendo loro di scrivere qualcosa. E subito tutti fanno a gara a scrivere il proprio nome e a mostrarmi sorridenti i fogli come se io fossi la loro maestra. Basta una matita e un foglio per rendere felice un bambino in Africa, mentre da noi non bastano tutti i regali del mondo! I bambini africani non hanno giocattoli: non ne ho visto uno che avesse una bambola, un pallone di plastica, un’automobilina. Uno dei bimbi di oggi aveva una fionda in mano, un altro una palla di stracci legata ad un filo di ferro, un’altra un topo morto che stringeva tra le manine. Costruiscono con fantasia i loro giocattoli: ne ho visto uno che trascinava con uno spago un camion fatto con il fil di ferro e pezzi di copertone. Aveva costruito l’intelaiatura con cura, nei minimi particolari, solo modellando del fil di ferro.
E poi c’è il sorriso dei bambini africani: occhioni bianchi o beige, tondi, labbra che sfoderano denti candidi, mani alzate a salutare. Tutti, indistintamente tutti, salutano non appena vedono il nostro furgone. Anche gli adulti. Ognuno lascia per un attimo la sua incombenza, smette di parlare, lavare i panni, macinare i semi, pedalare, camminare, per alzare lo sguardo verso di noi, attirato prima dal rumore del motore (un suono poco diffuso qui, dove le strade sono percorse per la maggior parte a piedi) poi dalla strana visione di questo furgone stipato di bagagli e passeggeri bianchi. Tutti hanno il tempo di fermarsi e di guardare: non ci sono molte novità da queste parti e noi, già per il fatto di essere bianchi e stranieri, siamo una vera attrazione. E poi le mani si levano a salutare, alcuni si sbracciano, ci corrono incontro o dietro, uscendo dalle loro capanne. Non ci invidiano, non ci odiano, mentre avrebbero tutti i motivi per farlo. Li abbiamo prima ingannati con monili senza valore, poi schiavizzati, poi combattuti e uccisi, poi cacciati dalle loro terre, poi colonizzati, poi sfruttati, poi manipolati economicamente e politicamente per favorire i nostri interessi. Ma loro sono ancora capaci di sorriderti, di stringerti allegramente la mano. Forse, con la speranza di ricevere una penna, una caramella, una sigaretta o qualche spicciolo, ma sicuramente in modo spontaneo e affatto calcolato.
Ci fermiamo per pranzo in una “piantagione” di alberi della gomma, ma poco dopo arrivano delle guardie che ci fanno delle storie poiché ci siamo sistemati sul terreno di proprietà del loro capo senza permesso. Poco più tardi viene anche il loro boss che inveisce contro Hans e gli intima di sbaraccare il campo prima che chiami la polizia. Così in quattro e quattr’otto raccogliamo le nostre cose, laviamo i piatti e saliamo sul furgone.
Facciamo sosta poi nella città di Nzuzu, dove facciamo acquisti al supermercato e visitiamo un piccolo mercatino locale: si vende di tutto, dalla frutta al pesce, dai vestiti alle borse, dalle penne alle scarpe, ma non c’è molta scelta. Di ogni capo d’abbigliamento infatti, c’è una sola taglia o un solo modello. Facciamo un’altra tappa in un villaggio dove c’è un ponte sospeso fatto con le canne che attraversa il fiume Guuangyad e che porta ad altri villaggi. Dopo la solita foto di rito scattata mentre camminiamo malfermi sul ponte, ci avviciniamo alle persone del villaggio, appena un paio di capanne, un orticello, qualche capra, tutto circondato e coperto dalla terra rossa, che è una costante dell’Africa. La terra rossa è quella che ricopre le strade asfaltate, quella che ti si infila tra i vestiti e le scarpe, nella tenda, nel sacco a pelo e nelle valigie, nello zaino e nell’obiettivo della macchina fotografica. Mi avvicino a una donna che sta mescolando dei chicchi di riso crudo. La saluto, le regalo un paio di calzini (ho già distribuito fermaglio per capelli e spazzole, i calzini sono quelli dati in dotazione dalla Swiss Air ai suoi passeggeri) e le chiedo: “Where do you sleep?”, facendole il gesto con le mani che credo sia universalmente riconosciuto, non sicura che capisca l’inglese.
E lei risponde candidamente:
“Here”, indicando la sua casa.
“Can I see?”, chiedo timidamente.
E lei, cordialmente mi invita ad entrare. Scosto le due tende che chiudono l’uscio ed è con sorpresa che entro in un interno gradevolmente arredato. Di fronte alla porta ci sono alcune mensole da cui penzolano dei merletti e in cui fanno bella mostra di sé alcune stoviglie. Al centro della stanza, un tavolo con quattro sedie, su cui sono poggiati dei cuscini e delle piccole coperte lavorate a maglia o uncinetto. A fianco all’uscio, su una tavola ci sono dei pesciolini essiccati che non mandano nessun odore particolare. Su una parete si apre un’altra porta, chiusa con una tenda, ma non riesco ad intravedere niente.
“You could be my mum”, dico alla donna. “Can I ask you how old are you?
“I’m... - alza gli occhi e ci pensa un po’ su - ... I’m about fifty six.”
“Oh, my mum is sixty!”
“You can be my daughter”, mi dice stringendomi la mano, chiedendomi il mio nome e dicendomi il suo, che dopo qualche minuto non riesco più a ricordare, mentre lei pronuncia il mio perfettamente.
La prego di farsi fare una foto insieme, sotto braccio l’una dell’altra, con la sua credenza dietro di noi. Sono riuscita a stabilire un contatto e non credo di essere stata invadente.
Con il pullman percorriamo l’ultimo tratto di strada che ci separa dal villaggio di Chitimba dove si trova il nostro campo. È tutto curve, ma il panorama sul lago Malawi è stupendo; neanche da quassù si vede la sponda opposta, tanto è vasto.
Arriviamo finalmente al campo: non è molto bello, sembra un parcheggio. C’è un bar, un generatore che provvede di energia tutta la struttura, un bagno piccolo e sporco, e cani che si aggirano intorno alla nostra tenda. L’unica cosa bella è la spiaggia e il lago, ad appena cinquanta metri da noi. È la prima notte che mi pesa il fatto di non avere un letto né un bagno, che rimpiango le comodità della nostra vita occidentale; sicuramente apprezzerò di più il divano, il letto, la doccia, il bagno, una sdraio, lo stereo per ascoltare la musica, un asciugamano pulito, l’acqua calda, pavimenti e piatti puliti. E invece anche stasera dovrò fare la doccia fredda, lavare i piatti nell’acqua sporca e togliermi la sabbia dai capelli e dai piedi, spazzolare via la terra dalla tenda e dalla borsa. Ma domani avrò già dimenticato tutto e saprò apprezzare la visita al villaggio, l’incontro con le persone, i paesaggi e il lago. In fondo questa vita la conduco solo per alcuni giorni e quasi per divertimento, per avventura. Qui la gente affronta le difficoltà della sporcizia, della mancanza di acqua, della polvere onnipresente, ogni giorno della sua misera vita. L’acqua, bene prezioso. Potabile, corrente, calda, pulita: un lusso in questa terra, dove per averne una tinozza bisogna camminare a lungo, spingere in due la dura pompa, l’unica del villaggio (ed è già una fortuna averla) e poi caricarsi il secchio sulla testa e riportarlo alla capanna. Come quelle due bimbe che ho visto questa mattina dal finestrino del furgone che spingevano la leva della pompa da cui usciva un piccolo fiotto d’acqua.

Salima (Lago Malawi - Malawi) Venerdì 18 agosto 2000
Una notte tremenda. Mai avrei pensato che in Africa non sarei riuscita a dormire a causa del rumore. Nel campeggio c’è un bar in cui si radunano le persone che abitano qui vicino o che passano di qua (tutti bianchi). La musica suona alta fino a mezzanotte e noi siamo a cinque metri dal bar; poi un gruppo di ubriaconi esce fuori e sale in macchina dopo aver vuotato la vescica dove capita. Vengono a marcia indietro verso la nostra tenda e, considerata la quantità di alcool che hanno in corpo, non mi sento affatto tranquilla mentre li vedo guidare. E poi urlano, si chiamano, suonano il clacson, sbattono gli sportelli. Come se non bastasse, una decina di cani si aggirano per il campo abbaiando e ululando. Siamo stanchissimi, ma ogni volta che riusciamo ad addormentarci puntualmente veniamo svegliati di soprassalto. Come se non bastasse, questa mattina alle 6 i cani hanno ricominciato ad abbaiare e gli inservienti si sono messi a riempire cassette di bottiglie vuote e a caricarle sul camion. Tutto questo mentre un pastorello portava al pascolo le sue capre, richiamandole con fischi prolungati, a pochi metri dalle nostre tende.
Siamo piuttosto arrabbiati, ma le nostre rimostranze sono più che inutili, dato che Hans non può farci nulla. Questo campeggio è l’unico della zona ad avere una sorveglianza, anche se si tratta di un paio d’uomini armati di archi rudimentali. Molto insonnoliti, rinunciamo alla colazione al bar, anche se compresa, poiché il locale è molto sporco e visto che sono guarita non voglio rischiare di riammalarmi a causa della poca igiene della cucina. Poi, in mattinata, guidati da un ragazzo del posto, andiamo ad uno dei villaggi fuori del campo (2-3 capanne vicine), che formano la località di Chitimba. Ci sono molti campi coltivati a casaba, che è l’equivalente del nostro grano; la coltivano, poi la mettono a seccare su delle aste di legno e la macinano per ottenerne farina.
Veniamo accolti amichevolmente dal villaggio e dallo stregone (anche perché paghiamo un centinaio di Kwacha a testa) e viene organizzato appositamente uno spettacolo per noi. Due uomini stanno scaldando i tamburi vicino a un fuoco di paglia, mentre lo stregone sta indossando un costume. Si tratta di una maglia e di un pantaloncino bianco su cui sono cucite delle croci rosse (a rappresentare “che tutti possono morire”, anche se a noi ricordano i simboli della nostra Croce Rossa), di una cintura da cui penzolano numerosi campanelli di latta (simili ai campanacci delle mucche), e pezzi di pelle, di altri campanelli legati ai polpacci, di una fascia rossa sulla fronte, di un bastone dall’impugnatura circolare e di una mazza da cui penzolano strisce di pelle pelosa.
Veniamo fatti accomodare su uno spazio di fronte alla capanna dello stregone, su piccoli sgabelli di legno e una stuoia viene stesa davanti ai nostri piedi. I tamburi sono pronti; donne e bambini si sono radunati intorno a noi. Lo stregone esce dalla sua casa e ci saluta porgendoci la sua mano e poi portandosela alla fronte come un saluto militare. Poi al ritmo dei tamburi comincia a danzare, agitando freneticamente le anche, con un movimento impercettibile delle gambe, facendo suonare i numerosi campanelli. Ogni tanto ci guarda e sorride oppure emette dei piccoli gridi. Le donne nel frattempo si sono sedute ed hanno intonato dei canti battendo le mani. Il tutto dura una mezz’ora. Le donne ci guardano e sorridono ai nostri obiettivi: nel prezzo del “biglietto” infatti, era compreso anche il permesso di scattare foto. Finita la danza, nella piccola veranda della sua casa lo stregone (witchdoc) ci mostra le sue varie pozioni: si tratta di polveri di diverse radici raccolte nel bush, ognuna con un impiego specifico. Ce n’è una per il mal di testa, una per problemi allo stomaco, un’altra per la malaria e una per la fortuna e per l’amore. Al costo di 100 kwacha (poco più di 2000 lire) ci viene consegnato un piccolo amuleto: un pezzettino di stoffa cucito che contiene alcune delle polveri. Ci dicono di portarlo sempre con noi come portafortuna. Sarà tutta una scena per noi turisti?
Da qui, Washington, il ragazzo che ci accompagna (e che in questo modo si guadagna qualcosa per pagarsi il college) ci porta all’ufficio postale, ovviamente vuoto, dove è possibile spedire e ricevere posta (qui si fa tutto con la casella postale, dato che non ci sono i nomi delle vie), inviare e spedire denaro. L’edificio è nuovo e moderno e stona con le capanne di fango e paglia del villaggio. Dall’ufficio postale andiamo all’ambulatorio, o quello che loro chiamano hospital, un edificio piuttosto obsoleto, ad un piano con una ventina di stanze: per le vaccinazioni, le medicazioni, i ricoveri temporanei, l’accettazione. Due dottori e due assistenti si occupano dei malati, ma al momento non c’è nessun paziente. Alle pareti numerosi poster mettono in guardia dal contagio dell’AIDS, illustrano la prevenzione per la TBC e la polio e le cure per la diarrea e la malaria. Dall’ambulatorio, camminiamo ancora tra i campi da cui sale uno sgradevole olezzo di concime e arriviamo alla chiesa, o meglio a quattro pareti di mattoni e un tetto di paglia in cui è stato sistemato un altare. Non ci sono né panche né inginocchiatoi ed ho la sensazione che il luogo non sia molto frequentato. Torniamo al villaggio passando per la spiaggia, dove alcuni pescatori stanno sistemando le reti, altri si lavano nell’acqua del lago con il sapone e le donne lavano i panni.
Scatto una foto a un pescatore vicino alla sua canoa e subito gli si raduna intorno un po’ di gente, felice di posare per un ritratto. Poi l’uomo, che si chiama Pyera, mi chiede il mio indirizzo e mi dà il suo: vuole che gli spediamo la foto scattata. Pranziamo e poi chiacchieriamo un po’ con la coppia sudafricana che viaggia con noi della condizione del Sudafrica oggi e al tempo dell’apartheid, della condizione dei neri e degli indiani che abitano in questo paese. Sembra che il governo, molto vicino all’ANC, abbia promesso molto e mantenuto poco e che conceda molto ai neri senza però aiutarli veramente a migliorare la loro cultura e la loro professionalità.
Dopo pranzo ci mettiamo in tenda e recuperiamo il sonno di questa notte: niente partita di pallavolo, c’è troppo vento, alzatosi improvvisamente come sempre qui sul lago Malawi. Il resto del pomeriggio lo passiamo leggendo, giocando a dama e biliardo e noi del cooking team, a tagliare le verdure per la cena: stasera si mangiano bisteccone alla brace, porridge con salsa di pomodoro e qualche verdura, e jam squosh, una sorta di zucche tonde, bollite e tagliate a metà; sono buonissime, hanno un sapore misto tra patate, zucchine e zucca e con un po’ di burro si divorano.
Dopo cena rimaniamo un po’ a chiacchierare intorno al fuoco, cercando di evitare i numerosi animaletti volanti e terrestri che si muovono intorno a noi e i cani che sono molto inquieti stasera. La visita dallo stregone ha avuto un risultato insperato: si è rotto il generatore del campeggio e quindi stasera niente avventori, niente luce e niente musica, cioè si può dormire!

Salima (Lago Malawi) - Iringa (Tanzania) - Sabato 19 agosto 2000
Partiamo alle 6.30. Ci aspetta una lunga giornata di viaggio, circa 600 chilometri di strada piena di curve.
La prima sosta è per la benzina; mentre facciamo il pieno un ragazzino si aggira intorno al furgone con un catino pieno di frittelle rettangolari. Quando si accerta che nessuno vuole comprarle, si offre di pulire i vetri del furgone, un’operazione non facile data l’altezza del mezzo. In ciabatte e pantaloncini si arrampica sul grande parafango e comincia il lavoro che gli occuperà una buona mezz’ora. Nel frattempo noi facciamo un po’ di acquisti e usiamo la toilette della stazione di servizio.
Per pranzo ci fermiamo lungo la strada e come al solito veniamo attorniati da ragazzini, che però sembrano meno malandati di quelli del Malawi. Abbiamo infatti passato la frontiera ed ora siamo in Tanzania: la vegetazione è più folta, le case cominciano ad avere i tetti anche in lamiera, incrociamo molti più camion (ed anche qualche autobus carico di persone e bagagli) ed anche i bambini sembrano più scaltri. Ci chiedono soldi e quando diamo loro il cibo, ci si avventano sopra voracemente ma poi saziata la curiosità per il cibo diverso da quello che mangiamo abitualmente lo lasciano a terra, come dei cani già sazi che cercano il cibo per istinto.
Percorriamo un lungo tragitto con poche soste giusto per scattare qualche foto al paesaggio, per fare pipì (ormai ci fermiamo lungo la strada e ci caliamo i pantaloni in uno svuotamento delle vesciche comune e impudico).
Arriviamo al campo chiamato Kisolanza Farm, ad Iringa, un campsite veramente grazioso di cui siamo gli unici ospiti. C’è molto vento e dobbiamo picchettare le tende per impedire che volino via; la temperatura è scesa notevolmente e una doccia calda è quanto di meglio potessi desiderare, soprattutto considerato che sono quattro giorni che abbiamo avuto solo acqua fredda. Ci sono due toilette e due docce, la cui acqua viene scaldata con una stufa a legna. Ma l’ambiente più carino è il bar, una capanna circolare, senza pareti: ci si siede intorno a bracieri su banchetti circolari di bambù o cuscini ricoperti di iuta, bevendo birra, Coca-cola, o cioccolato caldo. Ogni tanto un sugar-mouse corre veloce sulla paglia del tetto. L’atmosfera è piacevole e soprattutto calda. Ci spostiamo poi intorno al fuoco all’aperto per la cena: gulash e tè.

Iringa - Dar Es Salaam (Tanzania) - Domenica 20 agosto 2000
Sveglia alle 4.30 ora locale (siamo un’ora in avanti): è buio e molto umido. Dopo aver smontato il campo ci mettiamo presto in cammino: dobbiamo percorrere 700 km fino a Dar Es Salaam, da dove domani prenderemo il traghetto per andare a Zanzibar. Sono incuriosita dalla visita di quest’isola, da questo spaccato arabo-indiano nel cuore dell’Africa, ma allo stesso tempo sono spaventata dal contatto con la civiltà, con il turismo di massa, con i grandi alberghi e i negozi di souvenir. In Zambia e in Malawi siamo stati a lungo non solo gli unici turisti a percorrere le lunghe strade dissestate, ma anche gli unici bianchi. Solo in Africa poteva capitarmi di sentirmi “diversa”, una bianca fra i neri. Come è accaduto nella chiesina del villaggio del Malawi che abbiamo visitato: una bimba piccolina, avrà avuto 3 anni, è scoppiata a piangere quando il fratello più grande l’ha condotta fino da noi e si rifugiava terrorizzata dietro le sue gambe quando ci ha visto, tanto che siamo stati costretti ad andarcene per non spaventarla ancora di più. Eravamo i primi bianchi che vedeva. Provo una strana sensazione: all’inizio del viaggio, senza razzismo ovviamente, prendevo atto che eravamo circondati da gente di colore. Eravamo gli unici bianchi. Poi la sensazione si è capovolta. Ho provato a vedermi con i loro occhi e allora eravamo noi gli unici bianchi fra tanti neri... e c’è una bella differenza!
Mi dispiace lasciare questa parte di Africa così vera, povera, nera, non ancora contaminata dalla civiltà, dal consumismo e dal turismo. Alle capanne di fango si sostituiscono case di mattoni, ai tetti di paglia quelli in lamiera, ai villaggi semplici e fangosi sudicie baraccopoli. Il paesaggio è interrotto dai pali e i fili della luce, quasi inesistenti prima. L’unica nota comune è la scritta “Coca-cola”, dipinta sulle facciate delle case oppure sotto forma di insegna di plastica: come abbiano fatto gli americani a “creare” il bisogno di questo sciroppo dolce e nero anche qui, dove molti dei bisogni primari dell’uomo non vengono soddisfatti affatto, è un mistero. Eppure ovunque abbiamo trovato la bottiglietta dall’etichetta rossa (e la sua gemella arancione, la Fanta), dal vetro rigato, consumato perché riciclato chissà quante volte, ma sempre fresca di frigo spesso griffato dalla stessa company statunitense. Ci fermiamo per il lunch all’interno del Parco Nazionale Mikumi, tra giraffe, zebre, impala e babbuini che non possiamo però vedere da vicino, perché oggi il programma non prevede nessun game drive e neanche una sosta per scattare una foto perché altrimenti non si riesce a rispettare la tabella di marcia che prevede il nostro arrivo al campo intorno alle 6 di sera. Il Silva Sands (questo il nome del campo) non è granché: piuttosto fatiscente e sporco, ma cerco di prenderla con filosofia, tanto dovremo stare solo una notte, domani ci aspetta Zanzibar.
Montiamo le tende e sistemiamo i bagagli, poi dopo cena giochiamo tutti a ping-pong con gran divertimento nostro e dello staff del ristorante.

Dar Er Salaam (Tanzania) - Ungujia (Zanzibar) - Lunedì 21 agosto 2000
Ci svegliamo anche questa mattina alle 5 per partire alle 6.30 e prendere presto il traghetto. Dar Es Salaam è una città piuttosto squallida, perlomeno le zone dove si trova il campo. Sembra un’enorme bidonville, con capanne di lamiera e ondulati, strade fangose e sporche, immondizia ovunque, banchetti che vendono poca e sporca merce, bambini seminudi per le strade, donne coperte dalla testa ai piedi secondo i dettami della religione musulmana.
Il traghetto, velocissimo, impiega solo 2 ore per raggiungere l’isola. Da lì, a bordo di taxi collettivi raggiungiamo l’hotel International, che si trova proprio al centro di Stonetown, la “città di pietra”, così come è chiamata la parte più antica dell’isola, poiché le case sono costruite con sabbia e roccia di corallo. L’albergo è una costruzione antica, un edificio che si sviluppa tutto in altezza, con scale di legno che non hanno un solo gradino uguale all’altro, così ripide che se non ci si tiene alla ringhiera si rischia di cadere all’indietro. Nelle stanze i letti sono a baldacchino, con la zanzariera, a terra moquette a fiori piuttosto vecchia; anche il bagno ha il minimo indispensabile e il condizionatore è meglio tenerlo spento per il rumore che fa quando acceso. Tutto è molto vecchio e usato, ma dobbiamo riconoscere che un letto vero, dopo 15 giorni di tenda, è quanto di meglio si possa desiderare. Posiamo il bagaglio e poi facciamo un piccolo giro nei dintorni dell’albergo. Abituati ad essere guidati e indirizzati da 15 giorni, da quando cioè siamo arrivati in Africa, siamo un po’ spaesati nel caos di Stonetown: strade strette e tortuose, un mercato di frutta e verdura, gente che corre in bici e motorino “schizzando” tra i pedoni, facce arabe e nere che ci guardano curiose o diffidenti. Compriamo shampoo, fazzoletti, salviette umidificate, tutti prodotti appartenenti alla nostra "civiltà", che finora non eravamo riusciti a trovare. Poi un paio di banane enormi, arancioni e non mature e torniamo a riposare in albergo.
Alle 3 Alì, una delle due guide che ci assistono qui a Zanzibar (l’altra si chiama Abdul) ci porta in giro per la città. Ci mostra le prigioni sotterranee in cui erano tenuti gli schiavi prima di essere venduti e poi mandati in America o nei paesi arabi (anche 70 in una stanza, uno sopra l’altro, per una settimana senza cibo né acqua per far “sopravvivere” solo quelli più forti, di solito la metà), il luogo dove prima sorgeva il mercato e la colonna a cui venivano legati gli schiavi per essere frustati (quello che urlava meno era venduto a un prezzo più alto). Entriamo anche in un paio di musei con qualche cannone, animali impagliati, foto d’epoca e ritratti di sultani. Nel giardino di uno di questi vive da anni una tartaruga gigante (90 anni per 300 chili), che ora sonnecchia addossata a un muro, reticente a farsi fotografare frontalmente. Nel luogo dove c’era il mercato degli schiavi ora sorge una chiesa e proprio in prossimità dell’altare il pavimento è di marmo rosso, simbolo del sangue versato dagli schiavi. La stessa chiesa ospita una croce in legno, detta “croce di Livingstone”, perché è stata ricavata dall’albero piantato sopra il terreno in cui è sepolto il cuore di Livingstone, il missionario/esploratore che si adoperò molto per gli schiavi, contrario alla schiavitù (morì proprio l’anno in cui fu abolita - 1873) e che amava a tal punto l’Africa da chiedere di far seppellire il suo cuore in questo continente e il corpo in Gran Bretagna.
La città è tipicamente araba, con le finestre dalle persiane in legno e le tipiche porte intagliate; quelle quadrate tipiche della cultura araba, quelle con la parte superiore rotonda di tradizione indiana. Il giro è interessante ed Alì spiega tutto molto bene, ma la città è sporca, caotica, fatiscente. Alcuni edifici sono in corso di restauro, ma Zanzibar secondo me è la summa di quanto di peggio ci sia nelle città arabe, senza dimenticare che è anche molto turistica e quindi “contaminata”. I padroni dei negozi ti fermano per strada invitandoti in tutte le lingue ad entrare nei loro negozi e ad acquistare souvenir, manufatti d’artigianato e paccottiglia. Invece noi, presi nella spirale della globalizzazione ci facciamo trascinare in un Internet-point (ce ne sono tantissimi in città e molto frequentati dalla gente del posto, che magari non ha l’acqua corrente in casa, però non rinuncia a “navigare” nella grande Rete), per scaricare la posta di casa, scrivere qualche e-mail, leggere qualche breve notizia e conoscere i risultati - deludenti - dell’ultimo GP di Formula 1. Sempre tramite Internet chiamiamo a casa per far sapere che siamo ancora vivi.
A cena andiamo tutti in un ristorante sul mare, turistico, caro e dalla cucina piuttosto mediocre. Ci consoliamo con un giro per il mercatino nella piazza adiacente, fra oggetti di artigianato, monili masai e banchetti gastronomici dagli odori gradevoli. Prendiamo spunto per la cena di domani, se riusciamo a non pensare al senso di disgusto provato questa mattina al mercato del pesce e della carne, dall’odore nauseabondo e dall’aspetto sporchissimo.

Zanzibar (Tanzania) - Martedì 22 agosto 2000
Sveglia alle 4.30... ormai l’orologio biologico si è stabilizzato sull’orario pre-alba. Mentre sto per riaddormentarmi, sogno di essere chiamata per entrare in moschea: in realtà sono i canti dei muezzin ad infiltrarsi nel mio sogno, con le loro voci acute, cantilenanti, ipnotiche. È la prima preghiera della giornata, quella delle 5 e dai numerosi altoparlanti si levano canti diversi. Un incubo che dura buoni venti minuti. Come conclusione uno scroscio d’acqua, un temporale che sembra voler annullare il nostro piano di affittare una moto e girare l’isola.
Scendiamo comunque presto per la colazione (a base di uova, pane caldo, burro, marmellata, caffè e tè) e decidiamo di andare lo stesso, anche se il cielo è ancora nuvoloso. Senza casco, due per moto (Honda enduro 250 XLR), schizziamo con gran trambusto di motori per i vicoli della città verso il nord dell’isola, tra una vegetazione folta e villaggi di capanne di fango. Al nostro passaggio tutti si fermano, guardano, salutano.
Arriviamo al Nungwe Village, sulla spiaggia a nord: un mare cristallino ci invita ad un tuffo dopo la polvere e il caldo del tragitto, fra strade asfaltate, ma piene di buche, e quelle sterrate sassose. Ci rilassiamo con una bibita fresca e poi mangiamo un po’ di pesce per pranzo (non è un granché). Poi di nuovo in sella alla scoperta dell’isola. Attraversiamo villaggi lungo la strada, sorpassando biciclette, carretti trainati a mano o da buoi, camioncini che fungono da taxi, stracolmi di passeggeri. Il paesaggio è completamente diverso dal resto dell’Africa che abbiamo visto sinora: alla boscaglia e alla savana si è sostituita una fitta vegetazione di banani e palme, queste ultime alte anche venti metri e più.
Facciamo ancora una deviazione sulla costa: davanti agli occhi si apre una baia mozzafiato. Sabbia bianchissima e finissima, acqua cristallina, in lontananza le onde si infrangono sulla barriera corallina. I ragazzi si divertono a correre con le moto sulla sabbia, morbida e compatta. Raccolgo conchiglie che la bassa marea ha lasciato sulla sabbia e pezzi di corallo bianchi e rosa. Il colore e la trasparenza del mare invitano ad un bagno, anche se l’acqua è bassissima e ci sono i ricci in agguato. Un gruppo di ragazzini esce dall’acqua e si ferma a sistemare il pesce, catturato con fiocine rudimentali, ricavate da pezzi di legno e gomma. Indossano dei pantaloncini scoloriti e non parlano altro che swahili. La loro vita probabilmente scorre fra le incombenze quotidiane, qualche partita a pallone, la pesca e forse la scuola.
Qui dove non arriva l’elettricità questi ragazzi crescono senza TV, computer e Internet, senza motorini e videogiochi, senza CD musicali e vestiti firmati. Lunghe giornate, dove il tempo non va ritagliato, ma va fatto passare in qualche modo, dove forse non c’è distinzione tra il lavoro, la scuola e il tempo libero, dove la giornata segue i ritmi della natura, ci si sveglia con la luce del sole che filtra dalla finestra delle capanne e si va a dormire dopo il tramonto, perché non c’è altro da fare al buio. Anche il mio corpo e il mio animo si stanno abituando a questi ritmi. Assaporo ogni cosa con calma, non guardo più l’orologio che continua a segnare ineluttabile il tempo sul mio polso, non so più che giorno è, da quanto siamo in viaggio né quando torneremo. Vivo il momento, senza programmi né scadenze, in una nuova dimensione temporale. Come farò a incanalarmi di nuovo nella routine del “lavoro-tempo libero-lavori casalinghi-traffico-burocrazia-tecnologia”?
Con il fondoschiena decisamente provato dai sedili duri delle moto, le strade dissestate e la sabbia, montiamo in sella e riprendiamo la strada del ritorno, concedendoci una piccola deviazione per godere ancora un po’ del paesaggio. Prima di tornare in albergo ci fermiamo al mercatino del porto per acquistare dei gioielli masai. Mentre sono china a terra a guardare i vari monili realizzati con perline, conchiglie e cuoio, mi sento rivolgere la parola in italiano, ma non è la voce di Alberto: alzo lo sguardo e vedo un alto masai che mi chiede se sono italiana. Ha i lobi delle orecchie talmente forati che sono ridotti ad una striscia di carne penzolante; indossa una veste azzurra che gli lascia scoperto il petto e dei grandi bracciali di perline bianche ai polsi e alla caviglie. Ha imparato l’italiano ascoltando i turisti. Mai avrei pensato di vedere un masai da vicino e tantomeno di sentirlo parlare la mia lingua. Gli chiedo se posso farmi una foto insieme a lui e alla sua domanda “perché?” non trovo di meglio che rispondergli “perché mi piacciono le tue orecchie!”. Be’, in fondo è la verità. Si mette al mio fianco (gli arrivo appena alla spalla) e sorride all’obiettivo. Poi mi mostra una carta plastificata: è la sua licenza di venditore ambulante, sulla quale compare la foto del suo volto decorato con monili e perline, e il suo nome, decisamente masai.
La sera decidiamo di provare il cibo del mercato, i cui odori si spandono nell’aria saturandola. Per pochi scellini tanzanesi, mangiamo pane, patate, spiedini di carne e pesce: qualità e prezzo decisamente migliori del ristorante di ieri sera. Poi, per concludere degnamente la giornata, ci prendiamo un gelato in un bar/ristorante gestito da un ragazzo italiano originario di Treviso. Un sapore estivo a coronamento della nostra giornata di mare.

Zanzibar (Tanzania) - Mercoledì 23 agosto 2000
Veniamo di nuovo svegliati dai megafoni dei minareti che diffondono in tutta la città la preghiera dell’alba. Sonnecchiamo ancora un po’, indecisi se prendere di nuovo la moto, sia per il costo sia per il dolore al fondoschiena. Ma una volta scesi a fare colazione ci lasciamo convincere e saliamo in sella. Per raggiungere la strada principale che ci porterà al lato est dell’isola, dobbiamo prima attraversare un dedalo di viuzze strettissime e affollate di gente, bambini che giocano, banchetti di souvenir, biciclette e asinelli che trainano carretti. Con il rumore assordante dei motori e il suono dei clacson ci facciamo strada tra la gente che ci guarda fra il divertito e lo stupito, ormai abituati a vedere turisti fare cose strane e fuoriluogo. Per fortuna la strada di oggi non è molto dissestata e quindi ci godiamo di più il tragitto. Passiamo ancora tra villaggi e splendidi palmeti, per poi arrivare direttamente sulla spiaggia, accedendo dai villaggi-vacanza molto “in”, ben curati ma pressoché deserti.
Purtroppo il tempo è nuvoloso per cui ci dedichiamo alla raccolta di conchiglie; grandi, colorate, tantissime. Dopo il pranzo (decisamente migliore di ieri) andiamo su una delle spiagge più belle della parte est, Uroha. Per l’effetto della bassa marea, l’acqua si è ritirata e la spiaggia, di sabbia fine e compatta, si estende per centinaia di metri.
L’acqua, sempre cristallina, è bassa e anche dopo decine di metri dalla riva, non supera mai l’altezza delle nostre cosce. Sui fondali scorgiamo conchiglie, enormi ricci e stelle marine e davanti a noi, quasi a coincidere con la linea dell’orizzonte la barriera corallina, con le onde di schiuma bianca. Sembra un paradiso. Oltre noi otto, ci sono solo altre 6 persone sulla spiaggia e un gruppo di venditori di conchiglie e chincaglierie. Le barche dei pescatori sono già rientrate e ora giacciono immobili con i loro bilancieri sulla riva. Qualche granchio bianco cammina diagonalmente per rifugiarsi nella sua tana nella sabbia, spaventato dalla nostra presenza. Finalmente le nuvole sono scomparse e i raggi del sole cuociono la nostra pelle già provata dal vento preso in moto, su cui si deposita un leggero strato di sale e finissimi granelli di sabbia bianca, corallina. Mi vesto senza spazzolarla via, mi piace lasciarmi addosso tracce di questo mare e di questa spiaggia. Non mi importa se tra le dita dei piedi sento scricchiolare i granelli, né se il costume, ancora bagnato, traccia forme scure sugli abiti. Voglio sentirmi libera, sporca, spettinata e umida, senza condizionamenti e godermi il tramonto verso cui sfrecciamo al ritorno.
Lungo la strada c’è tantissima gente: alcune persone sono sedute lungo il ciglio, come se aspettassero un mezzo di trasporto qualunque, altre camminano, cariche di pacchi, borse e zaini, nella nostra stessa direzione. Sono le 6 e le scuole devono aver chiuso poiché nelle strade si riversa una lunga processione di studenti, i bambini con i pantaloni blu e le camicie bianche, le bambine con le gonne blu e le camicie e il chador bianchi. Non resisto dallo scattare qualche foto a queste faccine nere incorniciate dal velo bianco; una costrizione ai miei occhi, che invece loro portano (o sopportano?) con naturalezza.
Ci lasciamo alle spalle i villaggi per rientrare nel caos della città: strade polverose e piene di buche, camioncini e taxi che sputano nell’aria vapori nerastri, biciclette che sfrecciano ovunque e odori di mercato e spazzatura che saturano l’aria.
Dopo una doccia (purtroppo fredda), una sistemata ai bagagli e una lavatina alle conchiglie (il cui trasporto fino a casa si prevede incerto e probabilmente disastroso per la loro incolumità), decidiamo di cenare al ristorante/bar italiano, i cui prezzi sono decisamente migliori di quanto abbiamo avuto modo di provare finora. Ed anche la cucina è molto buona: mangiamo pasta cotta al punto giusto e una buona insalata di polpi e patate.
Il ragazzo di Treviso padrone del locale ci offre bruschetta, panini/croissant, sorbetto al limone e caffè gratis, proprio perché siamo italiani. Lui, stanco del suo lavoro di rappresentante di calze da donna, ha mollato tutto e si è trasferito qui a Zanzibar da un anno. Aveva intenzione di aprire un chioschetto su una spiaggia ma dati i costi molto esosi ha optato per un ristorante italiano. Paga 3.200.000 lire di tasse l’anno per il permesso di lavoro, oltre alle tasse comuni. È un tipo simpatico e cordiale e sembra che sia soddisfatto della scelta; il locale è carino e sempre molto affollato.

Zanzibar - Dar Es Salaam (Tanzania) - Giovedì 24 agosto 2000
Di nuovo la sveglia con il canto dei Muezzin: chissà se i musulmani dopo un po’ ci fanno l’abitudine e se, non avendo intenzione di pregare all’alba, rimangono a letto a dormire?! Sistemiamo i bagagli e facciamo un giro per la “Città di pietra”, per scattare qualche foto e comprare gli ultimi souvenir. Fa caldo e la stanchezza accumulata negli ultimi due giorni ci fa procedere pigramente fra le viuzze animate di gente. Mangiamo una pizza in due al ristorante dell’albergo, ma me ne pentirò amaramente. Caricati i bagagli su uno dei furgoni, andiamo al porto per prendere il traghetto che ci riporterà a Dar Es Salaam. Il mare è molto agitato e presto mi accorgo che sto soffrendo il mal di mare. Sorretta da Alberto, vomito la pizza in una busta di plastica fornita dall’equipaggio del traghetto. Poi svengo, mi danno una pasticca, una travel gum, dormo, sogno, non capisco niente, sudo talmente tanto da bagnare completamente i vestiti e il sedile, con Alberto che mi assiste preoccupato, stando tutto il tragitto in piedi a fianco a me. La traversata dura più di due ore... se avessi avuto la forza di alzarmi e di tenermi in piedi, penso che mi sarei buttata in mare per non sentire più l’ondeggiamento che mi ha strizzato lo stomaco.
Quando attracchiamo, mi trascino sulla terraferma, barcollando, sballottolata dagli altri passeggeri, tutti con la faccia stravolta. Rimango scombussolata e con un senso di nausea e affaticamento per il resto della giornata, che passiamo al campo di Dar Es Salaam, incartando le numerose conchiglie che abbiamo raccolto. A cena assaggio appena un po’ di gulash e poi subito a letto. Siamo tutti stanchissimi e non vediamo l’ora di infilarci nei nostri sacchi a pelo.
Tutto sommato quasi preferisco dormire in tenda: l’ambiente è intimo, caldo, buio e il campo è molto più silenzioso dell’albergo di Zanzibar, dove tra i muezzin, i condizionatori d’aria e le luci non siamo riusciti a dormire bene e a lungo.

Dar Es Salaam - Arusha (Tanzania) Venerdì 25 agosto 2000
Inizialmente la sveglia era prevista alle 3.30, poi Hans, viste le nostre facce stravolte dopo la traversata da Zanzibar, l’ha posticipata alle 4.30, con solita partenza alle 6, quando è ancora buio e uno spicchio di luna fa un briciolo di luce appena. Ci aspettano 700 chilometri di viaggio, la maggior parte dei quali li trascorriamo dormendo. Questi tre giorni a Zanzibar non sono stati di riposo e relax completo come forse era nelle intenzioni di chi ha organizzato il viaggio, per cui smaltiamo tutta la stanchezza accumulata dormendo pesantemente uno sull’altro, fra gli immancabili sobbalzi e le inevitabili brusche frenate dal furgone. Il paesaggio è mutato ancora una volta: la vegetazione è rigogliosa e lussureggiante e le palme si alternano ai sempreverde e ai baobab. Il Kilimangiaro invece è una gran delusione: a causa della coltre di nuvole che lo avvolge non riusciamo a vederlo, forse ci dovremo accontentare di una cartolina o sperare di riuscirlo a vedere quando viaggeremo verso Nairobi fra qualche giorno alla fine del viaggio.
Arriviamo al campo piuttosto presto e quindi abbiamo tutto il tempo di montare le tende, fare una bella doccia calda, sistemare i bagagli e giocare a dama prima di cena. Questo campo, che si chiama Masai, è molto più bello di quello che abbiamo lasciato e soprattutto c’è la possibilità di piantare le tende sull’erba, invece che sulla sabbia o sulla terra come accade ormai da una decina di giorni (o forse più?). Si comincia a sentire che la vacanza volge al termine; ho l'impressione che siano volati questi giorni trascorsi in Africa, mi sembra solo ieri quando siamo atterrati stravolti a Johannesburg. Allo stesso tempo però, mi sembra di condurre questa vita di campeggiatore itinerante da sempre, tanto mi sono abituata alla routine del montaggio e smontaggio della tenda, del caricare e scaricare i bagagli, dei turni per lavare i piatti e cucinare, dei bagni in comune e dei sacchi a pelo. Sento che tutto questo mi mancherà, anche se devo ammettere che a volte (ma molto meno spesso di quanto pensassi prima di partire) sento l’esigenza di un bagno tutto per me o di un ambiente più pulito... e, perché no, anche della cucina italiana, nonostante gli spaghetti “alla bolognesa” che Hans ha preparato per noi questa sera.

Arusha - Ngorongoro (Tanzania) - Mercoledì 26 agosto 2000
Dormito malissimo. Il bar è rimasto aperto fino a tardi e le risate e la musica a tutto volume si sono insinuate spesso nei miei sogni fino a svegliarmi. In più, gli spaghetti alla bolognese hanno avuto dei tremendi effetti collaterali, ma, cosa strana, solo su noi italiani, che ci siamo svegliati con mal di pancia, leggera diarrea e aerofagia. Risultato: si è no 4 ore di sonno e tanta stanchezza. Nonostante ci siamo svegliati alle 4, le jeep sono venute a prenderci solo alle 8. Quattro-cinque persone su ogni Land Rover Defender, alla volta di Ngorongoro, l’immenso cratere con al centro un lago salato, in cui vivono numerosi animali. Abbiamo caricato l’equipaggiamento da campeggio e i bagagli sulle jeep, lasciando Hans e Vincent al campo, che ci hanno affidato a quattro autisti e due cuochi. Lasciata la città di Arusha, piuttosto caotica, abbandoniamo la strada asfaltata e percorriamo 3 ore buone di strada sterrata. La polvere rossa entra nell’auto anche attraverso i finestrini o le porte chiuse e si deposita sulla nostra pelle, sui nostri vestiti e sui nostri zaini. Mastico terriccio mentre tento di mantenere puliti gli occhiali e la macchina fotografica con scarso successo. Facciamo più di una sosta presso luoghi di ristoro dall’aria troppo turistica per risultare interessanti; di notevole interesse invece sono il paesaggio (savana pura fino a una foresta rigogliosissima quando arriviamo nei pressi del cratere) e i villaggi dei Masai. Fa uno strano effetto vedere questi uomini camminare lungo il ciglio della strada, magri e slanciati, con i lobi deformati e penzolanti, vestiti nei loro drappi rossi, sempre con un lungo bastone in mano, pascolare le loro capre e salutare con la mano alzata nella nostra direzione. Anche qui ho la sensazione che gli anacronistici siamo noi, con le nostre automobili che alzano nuvoloni di polvere e le nostre macchine fotografiche che scattano a raffica. Molto meglio i loro carretti trainati degli asinelli (che qui chiamano le “zebre dei masai”) o le biciclette, anche se richiedono una fatica che noi, comodamente (o quasi) seduti sui nostri sedili riusciamo appena ad immaginare. Arriviamo al cratere di Ngorongoro. La vista è stupenda. Si intravedono in lontananza, nell’enorme vallata, mandrie di bufali, piccole macchie scure che colorano la terra beige. Al centro una macchia azzurra intensa, quella del lago, su cui vedremo posati dei bellissimi fenicotteri rosa, rosa confetto. La vegetazione intorno al cratere è folta e rigogliosa. Scendiamo lungo la strada sterrata, per ben 600 metri circa, fino alla vallata e lo spettacolo ha inizio: facoceri, sciacalli, elefanti, avvoltoi, zebre, leoni, gazzelle di Grant, ippopotami, bufali, gazzelle di Thomson, alcefali e i fantastici rinoceronti. A branchi, singoli, che mangiano, che bevono, e tutti molto vicini all'auto dove siamo appostati, in piedi (grazie al tetto apribile), salvo i rinoceronti che sono molto lontani e nascosti dall’erba alta. Ma è stata una fortuna già vederne ben tre, considerando che ce ne sono solo 36 in quest’area. È un’emozione fortissima trovarsi qui, proprio a Ngorongoro, ho un groppo in gola quando con il fuoristrada scendiamo nella vallata. Quello che finora avevo sognato o visto nei libri e nei documentari lo sto attraversando di persona: sono a Ngorongoro! Non mi sembra vero!
Continuiamo a tenere gli occhi ben aperti per cogliere il minimo movimento tra la savana, vigili e tesi, respirando una quantità incredibile di polvere.
Torniamo al campo euforici e impolverati. Il nome del campo è Simba ed in realtà è un terreno con qualche tenda e dei bagni alla turca sporchi, puzzolenti e senza acqua né per scaricare né per lavarsi. E poi fa freddissimo! È umido, tira vento, il cielo è nuvoloso, dei brutti uccellacci neri e gracchianti (corvi e avvoltoi) volano sopra le nostre teste, pronti ad agguantarci il cibo se non lo teniamo ben nascosto. È quello che è successo a un turista durante il pranzo. Ma lo spettacolo non è finito: andando nei bagni (sì, perché non ne possiamo fare a meno!) ci troviamo di fronte quattro-cinque zebre e un elefante che stanno bevendo da una vasca di cemento: riusciamo ad avvicinarli fino a cinque metri per fotografarli.
La cena è buonissima: zuppa calda di carote, riso, pollo al sugo con le verdure e tè caldo.
Sono solo le 8 quando siamo già in tenda, dopo esserci lavati i denti con l’acqua della borraccia e i piedi con le salviette umidificate. Scrivo qualche riga di diario, ma le mani si gelano e Alb vuole dormire, per cui spengo la torcia e ci chiudiamo nei nostri caldi sacchi a pelo.

Ngorongoro - Serengeti (Tanzania) Domenica - 27 agosto 2000
Ci svegliamo con calma, dopo aver dormito per ben 10 ore. Non si vede nulla: è buio e c’è nebbia, una nebbia fitta che copre tutto il campo e ci gocciola addosso. Fa ancora freddo e dopo la colazione smontare le tende fradice mette a dura prova la nostra pazienza di campeggiatori no-limits: fango ovunque, sulle mani, sulle scarpe, sui vestiti. Ma questa è l’Africa e con un paio di risate ci diamo da fare per caricare le auto con i nostri bagagli, mentre i due ragazzi della cucina riescono a lavare le stoviglie della colazione con una sola bacinella d’acqua. La prima tappa è in un villaggio masai. Pagando 6 dollari e mezzo a testa possiamo entrare nel recinto di capanne e assistere ad una danza tipica. Si tratta ovviamente di una messa in scena per noi turisti, ma è comunque l’unico modo per vedere da vicino questo popolo. Uno di loro ci fa entrare nella sua capanna, costruita con sterco di capra, che i masai allevano come loro principale attività. L’interno è molto buio, dopo uno stretto e basso corridoio (ma come fanno loro a camminarci, che sono così alti?) arriviamo in un ingresso in cui c’è un fuoco con una pentola in sui sobbolle il porridge. Intorno si aprono delle piccole stanze in cui trovano spazio solo dei letti, o meglio delle pelli di capra conciate, piuttosto rigide, posate su un basamento di fango. Il ragazzo ha 23 anni, si sposerà intorno ai 29 con una ragazza che ancora non conosce e che suo padre sceglierà per lui in un altro villaggio. Tutti gli uomini e le donne indossano dei panni di lana e tanti monili di perline alle caviglie, ai polsi, al collo, alle orecchie e sul capo. Sono piuttosto cordiali, ma anche molto scaltri e alcuni di loro parlano anche inglese. Il centro del villaggio è occupato da un recinto in cui sono custoditi capre e asini; intorno alla staccionata ci sono le capanne, molto più simili a grotte. Un piccolo mercatino è inoltre allestito appositamente per i turisti: ci sono monili con perline e conchiglie, zucche decorate, scudi, bastoni. Riesco a trattare (a lungo) un buon prezzo per uno scudo in pelle dipinto: mi sembra l’oggetto più caratteristico di questo popolo, diviso tra la sua cultura e quella occidentale. Lungo la strada incrociamo molti altri masai, che conducono il loro bestiame, coperti con i panni rossi e che indossano sandali ricavati dai copertoni. Due di loro sono vestiti di nero ed hanno la faccia dipinta di bianco. Si tratta di adolescenti che hanno appena passato il rito dell’iniziazione e della circoncisione. Sono stati tre mesi nel bush e altrettanto a lungo si vestiranno in questo modo prima di essere considerati definitivamente degli adulti.
La tappa successiva è il museo di Olduvai Gorge, una gola in cui sono stati ritrovati numerosi fossili animali e umani, fra cui frammenti di scheletri di Australopitecus e Homo Herectus. Olduvai è lo storpiamento della parola Oldupai, che in lingua masai indica la pianta sansievieria (una sorta di agave), tipica di questa zona. All’interno del piccolo museo è riprodotto anche il calco delle impronte di tre ominidi ritrovate nella regione di Laetoli. Sono quelle lasciate da questi tre antenati sul letto di cenere del vulcano che il tempo poi ha conservato perfettamente.
Dopo la visita al museo ci fermiamo per il pranzo al centro visitatori del Parco Serengeti, dopo una foto di rito sotto il cartello d’entrata del parco.
Mangiamo insalata di patate, uova sode e cocomero, circondati da bellissimi uccelli colorati: sono gli storni superbi, e superbi è proprio l’aggettivo giusto. Le ali sono verdi, le spalle azzurre, il petto rosso con una striscia bianca e il volto nero: un arcobaleno lucente con le ali. Sopra di noi volteggiano invece degli splendidi marabù, enormi uccelli della famiglia delle cicogne. Dal punto panoramico del centro si gode di una vista stupenda su tutta la piana del Serengeti. Un’infinita distesa di erba gialla, punzecchiata di acacie e altre piante spinose e dalle kopji, formazioni rocciose su cui amano rifugiarsi leoni e leopardi.
Subito dopo pranzo ci dirigiamo verso il campo (Pimbi Campsite), molto meglio di quello di Ngorongoro. Lungo la strada vediamo delle stupende giraffe: si muovono lentamente, ondeggiando il lungo collo, oppure stanno immobili presso un albero, allungando la lingua a strappare foglie d’acacia. Sono imponenti ed eleganti allo stesso tempo.
Arrivati al campo, montiamo le tende: 10 in appena 20 metri quadrati. Ci hanno detto che iene e leoni si aggirano nel campo di notte e quindi è meglio mettere le tende tutte vicine e soprattutto evitare di uscire dalla tenda quando è buio per evitare spiacevoli incontri. Le tende sono inzuppate dell’acqua presa a Ngorongoro, ma qui a Serengeti fa caldo e dopo appena mezz’ora sono asciutte. Con tutta calma (seguiamo i ritmi africani e non quelli sudafricani imposti da Hans) risaliamo sulle jeep per il game drive del pomeriggio, che ci riserva meravigliose sorprese. Oltre alle zebre, le manguste, i babbuini, i bufali, i bushbuck e tanti altri tipi di gazzelle, nel giallo dell’erba scorgiamo quattro leonesse placidamente adagiate e sonnecchianti, e poi su un ramo di un albero spoglio un bellissimo leopardo, anche lui pigramente adagiato, apparentemente indisturbato dalla nostra presenza. Sembra incredibile di stare a pochi metri da questi animali, di poterli vedere muoversi, stiracchiarsi, leccarsi, grattarsi. Scatto foto in gran quantità sperando che poi, il rivederli ritratti sulla pellicola, rievochi le stesse emozioni suscitate dal viso. Finalmente le nuvole lasciano il posto al sole e ci godiamo il calore del crepuscolo.
Un gruppo di elefanti attraversa la strada proprio davanti alla nostra jeep e poi si ferma a mangiare. Nel gruppo c’è un esemplare enorme, una femmina, che barrisce infastidita dalla nostra presenza. Ci sono anche due piccoli, avranno tre/quattro mesi, che stanno attaccati alla mamma e che mangiano strappando le foglie con la loro minuscola proboscide. Dopo il loro passaggio, gli elefanti lasciano un terreno devastato di piante sradicate, rami rotti e strappati, terra calpestata ed escrementi enormi e puzzolenti. Immagino cosa possa combinare un branco di un centinaio di esemplari. Siamo definitivamente ricoperti di terra e polvere quando rientriamo al campo dove ci attendono pop-corn caldi e con nostra grande sorpresa ci viene offerta la possibilità di farci una doccia. Il nostro campo ha le docce, ma non c’è acqua e allora gli autisti ci accompagnano in un casotto a due chilometri dal campo dove ci sono le docce. In una promiscuità di sessi, corpi nudi e seminudi, di età e nazionalità, a turno ci gustiamo la nostra doccia gelata al buio dello stanzino. Un piacere doppiamente apprezzato perché inaspettato.
Al ritorno, la cena è pronta: zuppa di pollo, pasta al ragù e crauti in padella. Tutto buonissimo: i sapori sono molto più naturali e genuini, lontani dalla cucina troppo speziata di Hans e per questo più simili a quelli di casa nostra. E poi non ci sono verdure da tagliare o piatti da lavare, perché i cuochi che ci accompagnano si occupano di tutto. Fa uno strano effetto trovarsi in un posto così primitivo e privo di comodità e allo stesso tempo essere serviti e riveriti. Le guide sono molto gentili, cucinano bene, si fermano quando vogliamo per farci scattare foto, puliscono le jeep dalla polvere e dal fango, caricano e scaricano i bagagli. A noi resta solo il compito di montare e smontare le tende e di dare una mano per il resto, se vogliamo.
Dopo l’ottima cena sotto un cielo stellato, tante risate tra stesure di diari, barzellette e lezioni di inglese e italiano reciproche.
Poi tutti insieme al bagno, alternandoci nel fare la guardia e nel fare pipì, per paura delle iene e dei leoni. Nella boscaglia intorno sentiamo muoversi qualcosa e vediamo pallini luccicare quando puntiamo i fasci luminosi delle nostre torce. Anche durante la notte, il suono del russare di alcuni del gruppo si alternerà a strani fruscii, passi e ululati e le orme che troveremo l’indomani non faranno altro che confermare che qualche animale selvaggio ha fatto visita al nostro campo nottetempo.

Serengeti (Tanzania) - Lunedì 28 agosto 2000
Sveglia alle 7.00, poi colazione, e poi di nuovo un game drive, percorrendo una parte diversa del Serengeti (il parco è grande quanto tutta l’Austria).
E oggi non ci sono solo gazzelle, zebre, elefanti, giraffe, facoceri, faraone mitrate, ippopotami e bufali, in gruppi, ma anche leoni, anzi leonesse con cuccioli.
Ne vediamo ben 14 tutti insieme, sdraiati sull’erba gialla sotto alcune rocce. Due esemplari sono molto grandi (uno dei due indossa lo stesso collare della leonessa che avevamo visto ieri, quello che i ricercatori usano per identificarli, ma non so se si tratta della stessa leonessa), e ogni tanto si alzano sulle due zampe per dare un’occhiata intorno. Gli altri si rotolano da una parte e dall’altra, si mettono a pancia all’aria, si grattano, si leccano: sono molto tranquilli, nonostante la nostra presenza. In lontananza, cammina un’altra leonessa con il suo piccolo, probabilmente la stessa che vedremo dopo poco appollaiata su una roccia. Lei sonnecchia, mentre il piccolo (grande quanto un gatto di grosse dimensioni) muove la testolina curioso e vispo. Siamo a tre-quattro metri, ma non c’è da aver paura, anzi, viene quasi voglia di scendere dalla jeep (azione proibitissima) per accarezzare questi enormi gattoni. Poco dopo, quando l’aria comincia a scaldarsi e l’orizzonte diventa una fascia ondulata e sfocata, avvistiamo finalmente un leone maschio. Anche lui è sdraiato pigramente sotto l’ombra dell’unico albero nel raggio di molti metri. Ha la criniera piuttosto folta, il muso decisamente più grosso degli esemplari femmine. Non si concede molto agli obiettivi delle nostre macchine fotografiche; alza la testa, si guarda intorno, ma niente più, e la cosa va avanti per buoni venti minuti fino a quando ce ne andiamo in cerca di altri animali. E non veniamo delusi. Sotto l’ombra di un altro albero, in una radura gialla i cui confini si perdono all’orizzonte, scorgiamo un ghepardo (cheetah), seduto nella classica posa felina che è tipica della sua specie: zampe posteriori piegate sotto il corpo dritto e zampe anteriori tese. Anche qui passano lunghissimi minuti prima di vederlo muoversi, ma la nostra pazienza questa volta viene premiata. Il ghepardo si drizza improvvisamente su tutte e quattro le zampe e punta qualcosa verso destra, direzione in cui i nostri occhi non riescono a vedere nulla. Dietro di lui tre gazzelle di Thomson passeggiano tranquillamente, apparentemente inosservate dal ghepardo. Il felino comincia a camminare e pian piano il passo si fa più veloce, poi uno scatto improvviso, una corsa fatta di pochi rapidissimi balzi. Ed ecco la preda spuntare improvvisamente dall’erba fitta. È un piccolo di gazzella di Thomson, che tenta la fuga scartando verso sinistra, ma invano. Con un altro balzo calcolato a misura, il ghepardo afferra il collo dell’animale e lo stende a terra. Rimane in questa posizione a lungo, fino a quando la gazzella non dà più segni di vita. Poi lascia la presa e alza il muso, guardandosi attorno con circospezione. Alla sua destra si sta avvicinando una coppia di facoceri. Il ghepardo afferra di nuovo la gazzella e la trascina davanti a sé. Viene proprio verso di noi, verso la nostra jeep, da sopra la quale abbiamo immortalato tutta la stupenda ed emozionante scena di caccia con macchina fotografica e videocamera. I facoceri alle sue spalle si sono fatti più vicino e allora il felino molla la preda e fa per attaccare i due animali, ma in realtà è solo un modo per intimorirli e ci riesce, perché i due si mantengono ora a debita distanza. Il ghepardo trascina per un lungo tratto la sua preda, più preoccupato dalla presenza dei due facoceri e di eventuali necrofagi che dalla nostra, tanto che attraversa la strada passando fra le nostre jeep.
Una scena memorabile, cruenta, improvvisa, veloce, spietata come solo la natura sa essere.
Pranzo con purè, insalata di avocado e pollo con verdure, all’ombra di una capanna. Poi relax, fra letture, diari e commenti eccitanti sulla scena di caccia del mattino, tè caldo e doccia per chi lo desidera.
Alle 4 si parte per un altro game drive, anche questo emozionante. Visitiamo la parte frequentata dai coccodrilli; poco distante un ippopotamo giace seduto sull’erba, immobile al punto che sembra morto, anche se l’autista dice che è vivo. E per dimostrarcelo accenna a muovere l’auto in direzione dell’animale, che subito si alza sulle zampe e gira il testone sospettoso verso di noi. E così rimane fino a che non ce ne andiamo. Ma l’incontro più emozionante è quello con una giraffa. Altissima, sta mangiando proprio a fianco alla strada e quando arriviamo, spaventata, scappa via tagliandoci la strada. È uno spettacolo mozzafiato vedere cinque metri di pelame maculato muoversi fluttuando, ondeggiando, quasi come se l’immagine fosse ripresa al rallentatore o si trattasse di un effetto digitale cinematografico. Una scena che mi rimarrà impressa a lungo, forse più della scena di caccia di questa mattina. Il nostro game drive prosegue tra tonnellate di polvere e un leopardo mancato: sull’albero dal quale è sceso per nascondersi nella boscaglia è rimasto solo qualche brandello della sua preda, probabilmente una gazzella. Anche questa sera gli autisti ci accompagnano a fare la doccia, che mi sembra più ghiacciata del solito. Poi una cena grandiosa a base di zuppa di carote al ginger, verdura e una meravigliosa pasta al sugo di melanzane e peperoni, che neanch’io che sono italiana so cucinare. Poi inizia un game drive notturno improvvisato da noi: muniti di torce, ci aggiriamo ai bordi del campo alla ricerca di iene. E non veniamo delusi: un paio d’occhi luccicano nella boscaglia; sono quelli di due iene che camminano intorno al campo. Facciamo pipì fuori della tenda, perché il bagno è troppo puzzolente e poi, ancora eccitati per l’intensa giornata, ci chiudiamo nelle tende.

Serengeti - Arusha (Tanzania) - Martedì 29 agosto 2000
Si parte intorno alle 7, dopo aver caricato armi e bagagli sulle jeep. Lungo la strada ci fermiamo a prestare soccorso ad un’auto ferma. A bordo, oltre all’autista, c’è una coppia di inglesi e una di francesi. La loro auto ha un guasto ed hanno passato tutta la notte fermi sulla strada dormendo nella jeep. Non avendo la radio a bordo non hanno potuto avvisare nessuno e le macchine che passavano di lì o non si sono fermate o non sono tornate a prenderli. Ottimo esempio di solidarietà! Lungo la strada, ad appena 100 metri dalla jeep ferma (che i nostri autisti, tutti insieme, sono riusciti a far ripartire), sdraiati sotto un albero, ci sono tre leonesse. Nonostante siano più o meno a 2 metri dal ciglio della strada e quindi dalle nostre auto, non fuggono via, né tentano di attaccare. Poco più oltre, un’aquila marziale, posata a terra, fa la guardia alla sua preda, un dik dik che giace tra le sue zampe, disturbata dalla nostra presenza mentre mangiava. Facciamo diverse soste piuttosto turistiche o fisiologiche, poi proseguiamo lungo la strada polverosa e dissestata. Pranziamo nei pressi di un campeggio; fuori, lungo la strada numerosi banchetti di souvenir, soprattutto oggetti in legno e monili masai. Barattiamo qualche pezzo con magliette, pantaloni, antizanzare, profilattici e sandali. Tanti, veramente tanti ragazzi parlano la nostra lingua o comunque un’altra lingua straniera, imparata da qualche frase smozzicata dei turisti. Arriviamo ad Arusha nel primo pomeriggio, montiamo le tende e puliamo zaini e borse dalla polvere accumulata negli ultimi giorni. Poi salutiamo le guide dando loro una busta con una somma di denaro che abbiamo raccolto la sera prima come mancia.
Hans ci prepara uno dei soliti piatti superpiccanti. Come rimpiango la cucina dei cuochi del Serengeti, che avevano studiato al college! È l’ultima sera e siamo tutti un po’ stanchi e tristi e nonostante domani la sveglia sia alle 5.30, nessuno ha voglia di andare a dormire presto e tiriamo fino a tardi giocando tutti insieme a biliardo.

Arusha (Tanzania) - Nairobi (Kenya) - Mercoledì 30 agosto 2000
Questa volta si parte senza dover smontare le tende prima della colazione e caricare tutto l’equipaggiamento sul furgone. Ci sono solo i bagagli (i nostri si sono alleggeriti di molto, dato che abbiamo distribuito vestiti e scarpe a molti bambini e a Vincent) e tanti souvenir incartati con carta beige tenuta stretta da fili di gomma ricavati dai copertoni delle ruote. Lungo la strada gli animali si mostrano ancora ai nostri sguardi: zebre e giraffe camminano nella savana anche dopo il confine con il Kenya, dove il paesaggio cambia di nuovo, facendosi più arido. E i villaggi e la savana lasciano il posto a casette in muratura, negozietti che vendono di tutto; la vita è più animata, si incrociano più auto e camion. Ci fermiamo per il pranzo in un punto in cui di nuovo sono sparite case e villaggi. Non appena montiamo il tavolo e cominciamo a tagliare la solita quantità mostruosa di verdure, ci troviamo circondati da bambini che accorrono da ogni dove, come le mosche attirate dal cibo. E come al solito, finito di mangiare (mai prima!), distribuiamo i resti. Questa volta mi incarico personalmente di dare il cibo ai bambini, soprattutto perché mi ha infastidito una frase di Hans: “Sì, date loro il cibo, ma fatelo lontano da qui perché non voglio vedere la solita scena di assalto. Sono come animali.” Sono solo affamati, o forse desiderosi di mangiare qualcosa di diverso dal solito pappone di mais. O forse sono solo curiosi e desiderosi di stabilire un contatto con noi. Riesco a farli mettere in fila, spiegandomi a gesti, dato che non parlano inglese. Per lo più sono pastorelli, hanno abbandonato le loro capre che conducono al pascolo con il bastone. Sono masai, anche se non indossano i vestiti tradizionali e non hanno i lobi delle orecchie forati. Dò loro due fette di pane a testa, un po’ di insalata di riso e il pollo avanzato di ieri sera, che prendono direttamente con le mani dalla busta in cui lo abbiamo messo. Durante la distribuzione, improvvisamente fuggono tutti urlando qualcosa nella loro lingua. Un adulto masai si è avvicinato e credo che i bambini lo temano. Sempre a gesti, gli faccio capire che voglio distribuire il cibo ai bambini e gli chiedo di richiamarli. Eccoli allora sbucare dai cespugli, dagli alberi, sorridenti, con le mani tese. Qualcuno del gruppo regala qualche giocattolino e qualche caramella. Nei loro occhi non vedo la fame dei bambini dello Zambia e del Malawi, ma pur sempre la stessa povertà e un futuro incerto, a cavallo tra la loro cultura e la civiltà occidentale, un futuro che sembra non aver previsto la loro presenza. Arriviamo finalmente a Nairobi, all’Hotel Landmark. Molto carino, quasi lussuoso, almeno per noi che viaggiamo da un mese dormendo in tenda. I nostri amici australiani ci ospitano nella loro stanza (si fermeranno a Nairobi per altri tre giorni) per fare una doccia e toglierci gli ennesimi vestiti coperti di polvere. Infiliamo l’ultimo cambio di abiti puliti e andiamo a fare un giro nei dintorni dell’albergo. Nairobi è una città caotica, sporca, con strade trafficate, ma anche con i primi negozi veri: cartolerie, librerie, negozi di computer, dischi, arredamento, internet-café. Ma allo stesso tempo, fuori dei grandi centri commerciali, lungo i marciapiedi ci sono tanti venditori ambulanti di frutta e verdura, lustrascarpe, mendicanti quasi tutti storpi a causa della poliomielite. Uomini d’affari in giacca e cravatta passeggiano a fianco di bambini vestiti di stracci. Ecco l’Africa della miseria, dell’ennesima contraddizione. Non potrei vivere in questo continente, né in una grande città come Nairobi né in un misero piccolo villaggio. Non potrei sopportare di vivere quotidianamente a contatto con tanta miseria e povertà. Diventerei una persona cinica o, all’opposto, una missionaria.
Cerchiamo un telefono per chiamare in Italia, ma non c’è modo di trovarlo, e se lo troviamo costa troppo, e se ne troviamo uno che costa poco, non riusciamo a prendere la linea. Torniamo in albergo, ma non abbiamo nessuna intenzione di cenare lì, è troppo caro. Così usciamo di nuovo e ci accontentiamo di un fast-food indiano, dove mangiamo cheese-cake e plumcake.
Torniamo in albergo, dove Hans ci aspetta per accompagnarci all’aeroporto. alcuni ragazzi ci accompagnano per darci l’ultimo saluto prima di partire. E l’avventura non è ancora finita: la ragazza italiana che viaggia con noi, non risulta sul nostro volo. Piantiamo una bella grana al responsabile della Sabena e, nonostante la lista d’attesa, riusciamo ad imbarcarci tutti e quattro.
Come se non bastasse, nonostante ci abbiano fatto imbarcare con largo anticipo, partiamo in ritardo. Motivo: hanno perso un bambino e gli assistenti di volo passano e ripassano lungo i corridoi contando ogni volta i passeggeri. Restiamo fermi a terra, a bordo dell’aereo per quasi due ore. Risultano imbarcate più valigie rispetto ai passeggeri e il comandante teme la presenza di una bomba a bordo, anche se non lo dice. Così decolliamo solo dopo che i passeggeri saliti sul velivolo in Uganda sono scesi per controllare personalmente il loro bagaglio. Tutto questo ritardo ci farà perdere la coincidenza a Bruxelles (dove, tra l’altro, a causa della nebbia, atterriamo con ulteriore ritardo) e arrivare nel pomeriggio a Roma, invece che in mattinata. Esausti come alla partenza.
Questi contrattempi però, riescono almeno a farmi dimenticare la tristezza della partenza. Avevo le lacrime agli occhi quando abbiamo salutato i nostri amici all’entrata dell’aeroporto. Si è stabilito un buon feeling tra noi. Condividere un mese intenso di emozioni “africane” ha fatto nascere una solida amicizia, che spero duri a lungo. Mai prima d’ora mi ero sentita così triste al rientro da un viaggio. Nonostante siamo via da casa da un mese quasi, non ho nessuna voglia di tornare alla mia vita di sempre e neanche la prospettiva di un letto e un bagno pulito riescono a farmi desiderare in qualche modo di tornare a casa. A questo si aggiunge la tristezza di lasciare gli amici. Mi sembra di non potermi più sedere alla scrivania a lavorare di fronte al mio computer, né di poter andare al cinema, guidare l’auto, guardare la televisione, insomma compiere tutte quelle azioni che fino ad ora hanno fatto parte della mia vita. Davanti ai miei occhi corrono immagini vive, pregne di emozioni: gli occhi di Vincent pieni di riconoscenza e allo stesso tempo di dignità quando gli regaliamo i vestiti; la giraffa che ondeggia sinuosa ed elegante davanti alla nostra jeep; i bambini che si leccano avidamente le dita su cui sono rimasti rimasugli di cibo avanzato dai nostri pasti lungo la strada; il piacere di un rivolo d’acqua gelata in uno stanzino buio che lava via la polvere dal mio corpo e che gli africani chiamano doccia; la terra rossa che mangia i bordi della strada d’asfalto, si alza in piccoli cicloni, si posa sui nostri abiti, sulla nostra pelle, sotto le unghie, sulle nostre macchine fotografiche, si infila in bocca tra i denti e fino alla gola; 6.300 km di un viaggio indimenticabile, “macinati” a bordo del nostro furgone tra paesaggi stupendi; le mani leste dei cuochi del Serengeti nell’armeggiare con le pentole su un mucchio di cenere o lavare i piatti di venti persone con una sola bacinella d’acqua e tutto sommato con un buon risultato di pulizia; il modo in cui questa gente tiene il cibo fra le mani, toccandolo con tutte le dita, senza paura di sporcarsele come noi, che lo sfioriamo appena con i nostri polpastrelli.
L’Africa mi è entrata dentro...