Torna all'home-page
Torna all'indice dei diari
Guarda le foto dell'Africa 2001

Se vuoi, puoi fare il download del diario in formato Word!
AFRICA 2001

24 agosto 2001 Victoria Falls (Zimbabwe) - Inyathi Campsite
Il colmo per chi è appena arrivato in Africa, il continente per antonomasia degli spazi aperti e sconfinati, è quello di rimanere chiuso in un asettico aeroporto per più di sei ore. La coincidenza con il volo per Victoria Falls è prevista infatti molto tempo dopo il nostro arrivo a Johannesburg e quindi il nostro primo contatto con l'Africa è fatto di vetrine di duty-free, negozi di souvenir, ristoranti e annunci dell'altoparlante, mentre fuori il cielo è grigio.
Quando finalmente arriviamo all'aeroporto di Victoria Falls, non mi sembra vero di scendere dalla scaletta e di percorrere a piedi i pochi metri che ci separano dalla dogana, di calpestare finalmente il suolo africano e non il marmo pregiato dell'aeroporto. E non mi pesa respirare il forte e nauseante odore dell'avion, perché dopo ventiquattr'ore di aria condizionata anche l'aria leggermente inquinata è piacevole mentre ti accarezza le narici.
Sbrighiamo velocemente le procedure d'ingresso, ritiriamo le valigie che ci vengono catapultate da una finestra e prendiamo un taxi diretti all'albergo dove ci aspetta il resto del gruppo. Durante il percorso in auto guardo fuori dal finestrino e tutto ciò che vedo, dalla vegetazione alla gente, mi fa sentire a casa. È passato appena un anno da quando ho lasciato il suolo africano, ma in questo momento è come se non fosse mai passato neanche un giorno. Il ritorno in Africa è paragonabile per me a un dolce ritorno a casa e continuo ad imprimermi avidamente ogni particolare del paesaggio attraverso il vetro sporco del finestrino.
Arriviamo al Lodge dove incontriamo il ranger, Brent, e il resto del gruppo, piuttosto esiguo: è composto infatti da una coppia e da una ragazza, tutti italiani come noi. Carichiamo i bagagli sul furgone, uguale a quello dello scorso anno, con l'unica differenza che ora siamo solo in cinque ad occupare i venti sedili disponibili. Prima di portarci al campeggio, Brent ci conduce al vicino parco di Vittoria Falls, dove subito avvistiamo qualche animale: manguste, babbuini e forse anche un licaone mi danno il benvenuto in Africa.
Al campeggio le tende sono già montate, ci ha pensato Josef, l'assistente di colore che ci accompagnerà durante il viaggio. Sistemiamo i bagagli e facciamo una doccia per rinfrescarci, poi ci rilassiamo in attesa della cena, godendoci il primo tramonto africano, un'immensa palla arancione che si abbassa all'orizzonte. A pochi metri da noi passeggia quello che sembra essere un habitué del campeggio, un grosso elefante. Il ranger ci dice che ce ne sono tre che di solito si aggirano nei dintorni, due dei quali sono giovani maschi ai cui bisogna fare attenzione. Solo in Africa può succederti di stare seduto con un computer palmare in mano ed un elefante che passeggia davanti a te...

25 agosto 2001 - Victoria Falls (Zimbabwe) - Inyathi Campsite
Mi sveglio presto e fremo dalla voglia di uscire dalla tenda. Così mi vesto e apro la lampo della porta. Guardo fuori ed un enorme posteriore grigio d'elefante è la prima cosa che appare davanti ai miei occhi, a una cinquantina di metri. È tornato a farci visita uno degli elefanti di ieri sera, anche se questo mi sembra essere un esemplare più grosso. Mi siedo a scrivere, aspettando che il resto del gruppo si svegli, poi facciamo tutti insieme colazione.
Brent ci accompagna con il furgone alla piccola cittadina di Victoria Falls, in realtà una località che definire turistica è un eufemismo. Si tratta infatti di una serie di edifici bassi che ospitano negozi di souvenir di ogni genere, ristoranti e locali vari dove mangiare. Quale enorme differenza con Livingstone, la cittadina dello Zambia, al di là del confine, dove non c'era nulla se non qualche casa dalle pareti scrostate, nessuna insegna e un paio di uffici di cambio per stranieri.
Attraversiamo i binari della ferrovia, dove molta gente del posto aspetta con i suoi enormi pacchi ai margini dei binari: non c'è infatti alcun edificio che faccia pensare alla presenza di una stazione, ma basta vedere quanta gente ci sia ferma da attendere per capire che il treno si fermerà in questo posto. Numerosi mendicanti ci si avvicinano, unitamente a vari venditori ambulanti.
Paghiamo l'entrata al parco che delimita la zona delle cascate, il cui prezzo varia di giorno in giorno, con una notevole differenza a seconda che si paghi con la moneta locale o in dollari, e ci dirigiamo lungo un sentiero verso il margine della cascata. Il vento porta la bruma in alto e la fa ricadere sopra di noi, bagnandoci i vestiti e le apparecchiature fotografiche. Già dalla quantità di schizzi d'acqua che si solleva si intuisce la maggiore portata della cascata di questo fronte rispetto a quello dello Zambia. Come ci avevano detto, la cascata è più imponente da questo lato: il fronte infatti è molto più lungo e l'acqua che precipita in basso nel canyon è in quantità nettamente superiore al fronte dello Zambia. È difficile descrivere l'emozione che provo in questo momento, quando a distanza di appena un anno mi ritrovo qui, di fronte a una delle più famose cascate del mondo. Non avrei scommesso mezza lira lo scorso anno con chiunque mi avesse pronosticato un ritorno, non solo in Africa, ma addirittura alle cascate. Mi sento veramente fortunata.
Passeggiamo instancabili lungo tutto il sentiero fino ad arrivare quasi al confine con lo Zambia, godendoci ogni scorcio, ogni angolo, ogni schizzo e gettata d'acqua. Torniamo sui nostri passi ed imbocchiamo il sentiero dalla parte opposta per vedere la cascata di lato; siamo praticamente alla fine dell'enorme spaccatura in cui precipitano le acque dello Zambesi, in una specie di terrazza naturale, a metà altezza della cascata e da qui possiamo ancora di più apprezzare la furia, la potenza con cui il fiume precipita nell'orrido. La vegetazione è ovviamente rigogliosissima in questo punto.
Usciti dal parco, torniamo in città; fa molto caldo, molto più di quanto ne faceva lo scorso anno, e pensare che eravamo qui nello stesso periodo, solo con un mese di differenza. La calura ci fa desiderare un posto all'ombra; scegliamo una food court dove gustiamo i primi piatti locali, a base di carne di coccodrillo e cudu, cotta alla piastra e accompagnata da verdure e patate fritte.
Ci allieta il pasto un bravissimo gruppo di ragazzi di colore che danzano e ballano, vestiti di pochi pelli e ornamenti. Le loro voci sono armoniose come i movimenti dei loro corpi, che si muovono apparentemente senza fatica sotto il caldo di mezzogiorno; le canzoni variano, ma i balli hanno tutti una nota comune, una serie di salti, con battuta ritmica dei piedi a terra e delle mani in avanti, che quasi afferrano una delle gambe che si solleva fino all'altezza del viso. Mi siedo e li guardo, incantata dai loro corpi sodi, asciutti, torniti e ipnotizzata quasi dalle loro voci, da quei suoni che pur non avendo nessun significato per me, mi entrano dentro, come una nenia piacevole. Cantano anche una canzone in inglese che narra la storia di un carcerato innamorato di una donna, e poi terminano l'esibizione con un canto in onore del loro continente: We celebrate our mothercountry, we celebrate our continent... Africa.
Riprendiamo la visita, recandoci al mercato di artigianato: centinaia di oggetti, soprattutto in legno, affollano un piazzale polveroso e due edifici, dove all'interno le donne lavorano a maglia e cuciono abiti da vendere ai turisti. Ci sono elefanti, giraffe, ippopotami, leopardi, scimmie e tutti gli animali africani in tutte le grandezze, alcuni a dimensione quasi reale. Non si tratta di semplice oggettistica tipica come può essere quella dei souvenir, ma di vere e proprie opere d'arte, realizzate con maestria. Ogni pezzo è scolpito, levigato, lucidato e poi pulito dalla polvere che si deposita ovunque.
Compro un uovo di struzzo, l'unico oggetto che desideravo già dallo scorso anno e che non avevo ancora trovato: spero di non contribuire ad una spietata e indiscriminata raccolta di uova di questi grandi uccelli, ma il ragazzo, senza saperlo, con le sue parole atte ad ottenere più soldi, mi tranquillizza invece, poiché scopro che sono i parchi stessi a vendere le uova per l'uso commerciale, e quindi c'è un controllo sugli esemplari da eliminare annualmente.
Ci fermiamo poi in un supermercato per acquistare le bevande: è affollato, come del resto da noi il sabato pomeriggio. La cosa che salta subito all'occhio è che le confezioni dei cibi primari, come riso, farina e zucchero, sono tipo quelle consegnate dalle organizzazioni per gli aiuti umanitari: enormi sacchi, a volte trasparenti, che riportano il nome del prodotto, il peso e ne spiegano l'importanza per la nutrizione. Niente a che vedere con le nostre confezioni colorate, fantasiose, accattivanti! Mentre aspetto in fila di fronte alle casse, noto che nessun carrello è pieno all'inverosimile come accade da noi; molti fanno le scorte usando il cestino di plastica, più adatto per l'acquisto di pochi prodotti, e gli stessi sacchetti della spesa hanno dimensioni ridotte. I dipendenti del supermercato sono tutti neri, mentre nell'ufficio vicino all'entrata, situato in posizione elevata come fosse una terrazza di controllo, lavorano probabilmente quelli che sono i proprietari del locale, di origine indiana o araba. Prima di uscire una guardia in divisa controlla uno per uno gli scontrini e i sacchetti della spesa di ogni cliente.
Torniamo al campo a piedi, accaldati e un po' stanchi per il tanto camminare, fatica che i nostri corpi da scrivania non sono abituati a sostenere.
Dopo esserci rifocillati e rinfrescati, ci sediamo vicino alle tende in completo relax: e mentre siamo seduti a leggere e chiacchierare veniamo raggiunti da un gruppo di facoceri, quattro o cinque esemplari, che tranquillamente si spingono fino alle nostre tende, dove l'erba, costantemente annaffiata, è verde e tenera. Brucano incuranti della nostra presenza, inginocchiati sulle zampe anteriori, il muso sprofondato quasi nel terreno. Chissà qualche punizione divina li costringe da millenni a doversi procurare il cibo in questa scomoda ed umile posizione.
Chiedendo notizie dei nostri accompagnatori dello scorso anno, apprendo con immenso dispiacere che Vincent è morto, probabilmente di malaria. Era l'assistente che ci ha accompagnato per tutto il viaggio e che già l'anno scorso era stato colpito da una terribile disgrazia: già vedovo, aveva perso il figlio per la puntura di un serpente velenoso proprio qualche giorno prima di partire con noi. Mi chiedo che fine faranno le sue tre figlie, all'epoca affidate ad una babysitter e confido nella solidarietà africana e nel buon cuore di qualcuno della Karibu, il tour operator per cui lavorava. Non riesco a togliermelo dalla testa, il viso di Vincent, il suo sguardo dolce, il suo modo pacato di parlare in un inglese stentato, i suoi occhi dove si annidava un'infinita tristezza mentre sedeva tra noi e ci guardava ridere contenti, allegri, in vacanza.
Invece di cenare al campo, andiamo al ristorante: improvvisamente, dal nostro campo spartano ci ritroviamo in pieno lusso. Il ristorante è all'interno infatti di una food court al centro di Victoria Falls. Dopo pastasciutta e bistecche, facciamo un salto al casinò per tentare la fortuna alle slot machine. Le luci e i tanti campanelli delle macchine, la moquette pulita e colorata, il personale in divisa, tutto è così lontano dall'Africa che mi piace...
Usciamo dal casinò più poveri di qualche lira ed io sono contentissima di infilarmi nel mio modesto sacco a pelo.

26 agosto 2001 - Victoria Falls (Zimbabwe) - Chobe National Park (Botswana) - Chobe Safari Lodge
Dopo la colazione cominciamo a smontare il campo: improvvisamente suoni ed immagini mi riportano indietro ad un anno fa. Il rumore della zip delle porte delle tende, lo smontaggio delle tende, la sistemazione delle vettovaglie nel furgone, azioni quotidiane che ritornano alla mente in un lampo e che riacquistano tutta la loro normalità, come se fosse questa la mia vita di sempre.
Mentre carichiamo il furgone vedo un bambino, probabilmente il figlio degli inservienti che lavorano al campeggio, che se ne va in giro con una carriola a raccogliere gli avanzi di cibo che i vari campeggiatori lasciano di proposito prima della loro partenza. Quando si ferma vicino a noi e prende il nostro pane avanzato gli faccio cenno di avvicinarsi e gli regalo un po' di pennarelli che lui riceve stupito a mani giunte e che si infila nelle tasche dei sdruciti pantaloncini, gonfiandole come le guance di un criceto. Poi riafferra la sua carriola, mi saluta e va verso la sua modesta casetta, la stessa che ieri era stata presa d'assalto dalle scimmie.
La tappa di oggi è molto breve: dobbiamo raggiungere il Chobe River in Botswana. Il paesaggio, almeno in questo primo tratto di itinerario, è molto simile a quello dello scorso anno: savana. L'unica nota di colore, è proprio il caso di dirlo, sono le soffici palline gialle che adornano i sottili rami delle acacie. Sono i fiori di queste piante, molto simili a quelle delle mimose, con la differenza che crescono singoli e non a grappolo: in effetti qui sta per iniziare la primavera, essere tornata da questa parte dopo un anno ma con lo scarto di un mese mi ha permesso di cogliere questa rinascita.
Passiamo il confine con il Botswana attraverso un posto di frontiera il cui nome è impossibile dimenticare: Kazungula. È lo stesso posto dove siamo passati lo scorso anno, ma provenendo dalla direzione opposta, quando cioè dal Botswana entravamo in Zambia.
Il campeggio nel quale soggiorneremo per due notti, nei pressi di Kasane, è situato in una posizione incantevole, proprio sulla riva del fiume Chobe. La nostra piazzola è nascosta da cespugli ed alberi e per raggiungere i bagni possiamo attraversare un piccolo ponte in legno. Bisogna solo fare attenzione agli ippopotami, che potrebbero venire fuori dal fiume: mai trovarsi fra loro e l'acqua perché, vedendosi preclusa la via d'accesso al fiume, potrebbero diventare molto aggressivi.
Consumiamo un brunch a base di uova strapazzate e pancetta, circondati da tanti storni dal bellissimo piumaggio che cambia colore a seconda della luce, dal nero al blu, al verde. Non avendo nessuna attività prevista per il pomeriggio, ci rilassiamo sulla terrazza del bar, leggendo o semplicemente guardando davanti a noi il fiume che scorre placidamente. Ogni tanto prendo il binocolo e guardo la riva opposta con la speranza di scovare qualche animale, ma dovrò aspettare l'ora del tramonto prima di vedere una mandria di bufali (o elefanti?) in lontananza, piccole macchie scure che si muovono impercettibilmente.
Alcuni del gruppo faticano ad entrare nei ritmi africani, a stare "senza far niente", a non vedersi la giornata piena zeppa di impegni; invece a me non sembra vero di poter stare semplicemente seduta a guardare un fiume, a scrivere, a leggere, a "oziare" insomma, e approfitto di questi momenti preziosi che scarseggiano nella mia vita di tutti i giorni per riflettere e meditare.
Passato il mezzogiorno, quando il caldo comincia a concederci un po' di respiro, ci incamminiamo a piedi verso Kasane. Si tratta di una tipica cittadina africana, uguale a molte altre che ho già visto: una strada principale con qualche casa ai lati. È domenica e i pochi negozi sono chiusi, c'è poca gente per strada e quasi nessuna automobile. Cammini lungo la strada e non vedi nulla, né una panchina né una fermata di un autobus. Colpisce la nostra attenzione un casotto, quattro pareti di mattoni coperte da una stuoia di paglia, con affissi numerosi cartelli che pubblicizzano i servizi offerti: telefono, fax, computer, fotocopie. Un'oasi di tecnologia che stona non solo con l'ambiente circostante ma con lo stesso aspetto del locale che ospita questa specie di "service". Più avanti, nei pressi di un banchetto che vende un po' di frutta, un bambino sta giocando con la sua automobilina di fil di ferro: per ruote quattro lattina di bibite, un lungo volante, anche questo in fil di ferro, con il quale spingere l'auto come fosse telecomandata. Tutto fiero quando si accorge che lo stiamo guardando e ammiriamo il suo manufatto, mi chiede di scattargli una foto: un desiderio improvviso di notorietà, di rimanere nei ricordi di qualcuno che non posso non accontentare.
Poco più avanti un vecchio e malandato baobab dal fusto enorme e semiaperto e così grande che in tempi passati veniva usato come prigione. Chissà come dovevano sentirsi i carcerati imprigionati in un albero. Peccato che ora la costruzione di una vicina casa ne rovini tutta la poesia. Sono molte le case in costruzione, il che fa pensare ad un certo benessere. Su un palo c'è anche affisso un foglio con la lista dei cittadini che devono ancora pagare le tasse. Cifre esigue, ma certamente astronomiche per questi poveri evasori!
Torniamo al campo in tempo per goderci un altro stupendo tramonto, la palla arancione che scende lentamente dietro le piante, illuminando di incantevoli riflessi le acque del fiume. Tanti scoiattoli corrono lungo i rami degli alberi e apprendiamo che i babbuini hanno messo a soqquadro molte tende rubando cibo e vestiti stesi ad asciugare. Per fortuna Josef ha vegliato sulle nostre e tenuto lontano i dispettosi animali. È buio ormai quando ceniamo intorno al fuoco; sui rami sopra le nostre teste gli uccelli hanno lasciato il posto ai pipistrelli, di cui per la prima volta in vita mia percepisco il suono, simile ad uno squittio, che ci accompagnerà tutta la notte.

27 agosto 2001 - Chobe National Park (Botswana) - Chobe Safari Lodge
Ci svegliamo che è buio pesto e dopo aver bevuto un tè caldo partiamo per il primo game drive. Purtroppo lo effettueremo a bordo di un grosso furgone rumorosissimo che mi toglierà in parte il piacere del giro. Entriamo nel Chobe National Park, il primo parco istituito in Botswana ed attualmente il secondo per grandezza con i suoi 11.000 kmq, esattamente nella zona settentrionale, quella lungo il fiume Chobe. Vediamo qualche babbuino, molti uccelli di ogni colore e taglia, un paio di coccodrilli che sonnecchiano sulle rive del fiume e in lontananza quattro leonesse che passeggiano e giocano tra di loro. La prima emozione forte me la dà il sole, quando mi volto e vedo alle mie spalle di nuovo la palla arancione che sale velocemente: è l'alba e speriamo che questo tiepido sole ci riscaldi, dato che fa freddissimo e non siamo coperti abbastanza.
Finalmente avvistiamo qualcosa di interessante, si tratta di una grossa antilope che non avevamo mai visto lo scorso anno, il cudu. Il suo aspetto è piuttosto singolare e mi colpisce sin da subito: grosse orecchie tonde dall'interno rosso, poche e sottili strisce bianche che partono dalla groppa e scendono sui fianchi, lunghe e dritte corna negli esemplari maschi, il cui uso abbiamo modo di apprezzare quando due giovani si scontrano e si prendono a cornate, il capo chino e il corpo spinto in avanti. Le femmine sono più tranquille e sembrano ghiotte dei fiorellini di acacia che mangiano incuranti delle spine
Ci fermiamo per una breve sosta lungo la riva sabbiosa del fiume e in lontananza, mentre sorseggiamo un po' di tè caldo, scorgiamo un paio di ippopotami, troppo distanti per poterne apprezzare la massiccia figura.
Il game drive termina con l'incontro con un elefante che fugge impaurito dal rumore assordante del nostro motore, ben poca cosa se si considera che in questo parco c'è forse la più alta concentrazione mondiale di questi pachidermi, circa 100.000 esemplari, alcuni dei quali provenienti anche dalla Namibia da cui fuggono per scampare alla caccia dei bracconieri. Un numero così alto di elefanti a volte mette a rischio la vegetazione e di conseguenza la fauna del posto, tanto che spesso i ranger del parco sono costretti a sopprimerne alcuni.
Tornati al campo consumiamo un'abbondante colazione e poi trascorriamo ancora molto tempo sulla terrazza del bar. Ne approfitto per scambiare con Brent quattro chiacchiere e conoscere il suo punto di vista su alcune contraddizioni africane. Senza tanti giri di parole gli chiedo perché tutti i ranger della Karibu sono bianchi mentre tutti gli assistenti sono neri. Lui mi spiega che spesso la popolazione nera si rivela poco affidabile sul lavoro; mentre un certo numero di persone così inaffidabili si riscontra anche nei bianchi, questa percentuale è nettamente maggiore fra i neri. Spesso non hanno capacità organizzative, non sanno amministrare il denaro oppure usano le strutture della società per fini propri. Alcuni ranger sono di colore, ma vengono impiegati solo per itinerari brevi. Secondo lui il problema sta nel fatto che i neri non sembrano interessati a studiare, a crescere socialmente, ad affermarsi e questo li fa rimanere indietro rispetto ai bianchi. Non avverto toni di razzismo nelle sue parole, ma solo una semplice constatazione dei fatti. Del resto ho avuto modo di vedere il suo rapporto confidenziale con Josef e con molti altri ragazzi di colore finora incontrati. Non c'è superiorità nel suo atteggiamento, cosa che invece a volte mi sembrava di cogliere nel ranger dello scorso anno. Essendo lui originario dello Zimbabwe, gli chiedo della situazione del suo paese; lo scorso anno eravamo stati costretti a deviare il nostro itinerario poiché lo Zim era agitato da lotte interne, squatters neri che attaccavano le farm dei bianchi e sotto minacce e violenze li costringevano a lasciare le loro proprietà. Lui mi dice che il problema non è risolto, che il governo non fa nulla e che i soprusi ai danni dei bianchi continuano; dato però che il problema ormai non ha più nessuna eco internazionale e quindi i turisti non ne sono a conoscenza, non è stato necessario modificare di nuovo l'itinerario. Poi, mi racconta che suo nonno, proprietario di una farm è stato ucciso in casa sua da alcuni neri. Dopo di ciò ,sono stati costretti a mandare sua nonna in Sudafrica per farle superare il dolore e a svendere la loro fattoria per le minacce subite. Ora alloggiano presso amici, ma lui non è assolutamente contento della situazione politica. E d'accordo con il sistema di concedere il voto solo alle persone che hanno una certa istruzione e un certo reddito. In questo modo si evita che pochi politici corrotti prendano i voti da gente ignorante e non interessata alla politica e soprattutto, che le persone che vanno al potere siano poi preparate, qualificate e in grado di governare. Sento che il confine che ci separa dal razzismo si fa sempre più sottile. Secondo me il diritto di voto deve prescindere dalla condizione sociale ed economica dell'individuo, anche perché si rischia di avere al potere solo persone che curano unicamente i propri interessi. Allo stesso modo, una democrazia, come tale, dovrebbe garantire l'incolumità ad ogni cittadino, bianco o nero; è inammissibile che i neri uccidano e mettano a fuoco e fiamme le fattorie e il presidente di colore stia a guardare. Purtroppo i bianchi di oggi stanno pagando i soprusi che i loro antenati hanno inflitto per secoli ai neri d'Africa, i quali ora, alla ricerca di un'identità, con la voglia di vedersi riconosciuti i propri diritti, lottano per una rivalsa che porterà solamente a nuovi e continui conflitti. Non si può ripartire da zero, mi chiede o si chiede Brent, cancellando il passato? Magari si potesse farlo, quante guerre, rappresaglie, attentati e scontri di ogni genere l'umanità potrebbe non dover ricordare. È giusto conservare la memoria di quanto è accaduto, giudicare quanto fatto in passato e riconoscere colpe e sbagli, ma il tutto dovrebbe essere fatto nella prospettiva di migliorare il presente e soprattutto il futuro.
Fra una chiacchiera e l'altra è arrivata l'ora della crociera sul fiume Chobe. Saliamo a bordo di un barcone a motore e cominciamo la navigazione. Vediamo dapprima qualche ippopotamo, o meglio le loro teste e schiene che emergono dall'acqua, poi un coccodrillo ed infine tantissimi elefanti. Sono esemplari più grossi di quelli visti fino ad ora; alcuni guadano il fiume nuotando e tenendo la proboscide fuori dell'acqua come fosse il periscopio di un sommergibile, altri si rotolano con piacere nel fango, si spruzzano acqua e sabbia, si immergono nelle pozze. Siamo piuttosto vicini e possiamo gustarci piacevolmente tutta le scene. Alcuni elefanti sembrano mettersi in posa davanti ai nostri obiettivi, poiché alzano una delle zampe e la accavallano o l'appoggiano su un'altra, restando a lungo in questa posizione.
Continuiamo a spostarci lungo il fiume ed arriviamo in prossimità di una mandria di bufali, con le immancabili bufaghe che beccano i parassiti sul loro dorso. Sembra di assistere ad un documentario. Poco distante vediamo babbuini, qualche antilope, un'aquila, delle oche egiziane, dei cormorani e tanti altri uccelli di cui ho difficoltà a ricordare il nome. In lontananza, dalla sommità di una collina, vediamo scendere di buon passo tre elefanti. È quasi l'ora del tramonto e approfittando di queste ore più fresche gli elefanti abbandonano il pascolo e scendono a rinfrescarsi nel fiume.
Nel tentativo di accostarsi maggiormente alla riva per farci vedere da vicino gli animali, il pilota fa incagliare la barca, danneggiando un motore. Siamo costretti perciò ad impiegarne solo uno per il ritorno, inconveniente che gioca a nostro vantaggio, perché dovendo procedere più lentamente abbiamo tutto il tempo di goderci il tramonto alle nostre spalle, con le silhouette di elefanti e bufali che si stagliano all'orizzonte.
Scesi dalla barca, ci aspetta già la cena pronta. Poi trascorriamo un po' di tempo ad uno dei bar del campeggio dove incontriamo una coppia di italiani con la quale scambiamo le reciproche esperienze di viaggio. Fatico a rimanere in piedi oltre le nove, nove e mezza, anche perché questa mattina ci siamo alzati molto presto, per cui quando si decide di andare a dormire, accolgo la proposta con piacere.

28 agosto 2001 Chobe National Park - Makgadikgadi Pans (Botswana) - Nata Lodge
Si smonta il campo e si fa colazione, poi si parte in direzione di Nata. Ripercorriamo la stessa strada (del resto l'unica) percorsa lo scorso anno, con l'unica differenza che questa volta ad uno dei posti di blocco per i controlli sanitari, ci fanno scendere. Il furgone deve passare sopra una sorta di vasca e noi, piedi, dobbiamo pulirci le scarpe strofinandole su un sacco di juta probabilmente impregnato di disinfettante. Questi controlli sanitari servono a bloccare la diffusione di alcune malattie negli animali, ed in questo caso il controllo è per l'afta epizootica, quella che ha colpito il bestiame in Inghilterra. Mi interrogo sull'efficacia dell'operazione, dato che tutti abbiamo un paio di scarpe di ricambio in borsa e quindi andrebbero "disinfettate" anche quelle. La fermata forzata è però un piacevole diversivo alla monotonia del viaggio, anche se dura appena un paio di minuti.
Arriviamo a Nata e soggiorniamo nello stesso campeggio dello scorso anno. Ma ci sono numerosi cambiamenti, a cominciare dalla vegetazione. Dove lo scorso anno c'era erba secca, ora c'è solo sabbia. Nei bagni inoltre, non c'erano le porte per le docce ma delle tende a rete; ora invece ci sono le porte in legno. Il campeggio è molto grazioso nel complesso, proprio come me lo ricordavo. Dopo pranzo, facciamo la siesta nel bar, un fresco locale arredato in stile coloniale, affondati nelle poltrone.
A metà pomeriggio, a bordo del nostro furgone, entriamo nelle Makgadikgadi Pans Game Reserve, o meglio nel tratto più esterno del parco, percorrendo l'immensa distesa di sale grigia, fino ad arrivare alla riva del lago. Le pans sono delle immense pozze naturali che si asciugano durante la stagione secca, portando alla luce un solido strato di sale che crea riflessi abbacinanti. Le pozze sono ciò che resta di un lago antichissimo che circa 10.000 anni fa si estendeva nel nord del Botswana. Brent ci permette di salire sul tetto del furgone durante il tragitto fino al lago e da là sopra la vista è bellissima e si estende a perdita d'occhio. Quando arriviamo sulla riva del lago e scendiamo, Brent disegna sulla riva, incidendo lo strato di sale con un dito, la cartina di questa zona dell'Africa per spiegarci come si sono formate le pans. Purtroppo, a differenza dello scorso anno non ci sono fenicotteri, e a me sembra che anche i tratti di savana siano più ridotti. Ma in realtà, potremmo anche non trovarci nello stesso punto ed è impossibile capirlo, dato che orientarsi è un'impresa ardua: il paesaggio è tutto uguale e non ci sono punti di riferimento. L'acqua del lago è molto bassa e quindi ci immergiamo i piedi per passeggiare un po'. Sullo strato di sale riconosco le impronte di uccelli, cormorani e alcune antilopi. Un piccolo gruppo di cormorani è a qualche metro da noi ma vola via spaventato da alcune persone che si sono avvicinate per scattare delle foto. Il sole sta calando e ci sediamo in riva al lago a goderci l'ennesimo tramonto, che qui in Africa ha ogni volta un aspetto diverso. C'è una quiete indescrivibile tutt'intorno, il silenzio è rotto solo dalle nostre voci, dai nostri passi che scricchiolano lievemente sullo strato solido di sale. Usciamo dal parco prima che faccia buio, ceniamo al campo e dopo cena ce ne andiamo a festeggiare al bar l'anniversario di matrimonio della coppia che viaggia con noi. Ne approfittiamo anche per vedere un simpatico primate, il Galagone del Senegal, una piccola scimmia dagli occhi grandi e tondi che scende da un albero per afferrare il cibo che il padrone del bar lascia appositamente.

29 agosto 2001 - Makgadikgadi Pans - Maun (Botswana) - Sitatunga Campsite
Smontiamo di nuovo il campo e dopo la colazione partiamo verso Maun. La strada è polverosa e con niente degno di nota da ricordare se non una famigliola di struzzi, papà, mamma e una bella nidiata, che fuggono spaventati al nostro passaggio. La polvere si deposita sui nostri corpi, sui nostri vestiti, all'interno del furgone. Come lo scorso anno, ho di nuovo le mani e le labbra secche, nonostante la crema e il burro di cacao che stendo in continuazione ed il naso ha ricominciato a sanguinarmi. Per non parlare dei capelli: quest'anno li ho lunghi e la sera non sono altro che un cespuglio informe di fili secchi e dritti, impettinabile se non dopo un lavaggio. Solitamente li ho ricci, ma qui la polvere funge da stirante, e le mie ciocche cadono dritte in ogni direzione.
Il campeggio di Maun, il Sitatunga Campsite, è molto carino. Ci sono numerosi alberi e termitai ed il terreno è tutto terroso. Ci sistemiamo in una piazzola vicino ai bagni, nei pressi di una tettoia di legno e canne, dove enormi calabroni hanno nidificato all'interno delle canne vuote. C'è una stufa a legna in muratura che un inserviente due volte al giorno, prima del tramonto e all'alba, viene ad accendere e riempire di legna per scaldare l'acqua delle docce.
Dopo pranzo e dopo aver fatto il bucato, andiamo a Maun, una piccola cittadina dove trascorriamo un paio d'ore.
Passeggiando ai lati della strada polverosa, raggiungiamo il piccolo museo locale, dove è allestita una mostra dei manufatti locali (soprattutto cesti e lavori in paglia) e una mostra fotografica dedicata agli strani cartelli stradali che popolano la zona. È piuttosto curiosa in quanto vi sono ritratti dei cartelli che la gente del posto ha creato con molta fantasia per indicare il punto in cui si trova la propria casa, il proprio campo, un bivio. Sono fatti di pali, taniche vuote, stracci, lattine, qualcuno ha un pannello con su scritto il nome del proprietario della casa. Del resto, in zone come questa dove l'unica segnaletica che si incontra può essere quella che avvisa dell'attraversamento di animali o che si è in prossimità di un dosso, è fondamentale per gli abitanti mettere un segno di riconoscimento per sapere dove fermarsi e girare; ci si può dimenticare a che punto sia la propria casa quando si percorre una strada tutta uguale per chilometri e chilometri e neanche il paesaggio offre punti di riferimento.
Proseguiamo la nostra visita passando per la zona che potrebbe essere definita il centro della città, dove si trovano alcuni negozi, soprattutto supermercati e uffici di cambio che si alternano a piccole capanne di barbieri che reclamizzano con disegni i loro tagli all'ultima moda, sullo stile afro-americano. Le strade sono percorse da pick-up che nel cassone trasportano merci e persone, da qualche pulmino stracarico di gente e bagagli, da asinelli che camminano allo sbaraglio, apparentemente senza padrone e da molte persone che procedono a piedi. Fra queste si distinguono le donne herero, nei loro abiti locali, stile Ottocento, con grosse gonne larghe e lunghe, che si gonfiano all'altezza del sedere e lo strano cappello a due punte sul davanti, realizzato con un pezzo di stoffa. Sono abiti eleganti, ricercati, il cappello è spesso intonato alla gonna e l'abito si completa con una mantellina in stoffa o pelliccia. In un angolo una bambina accovacciata a terra sta tranquillamente facendo la popò sotto lo sguardo di tutti. Le strade sono sporche e polverose.
Ci intrufoliamo in uno dei villaggi periferici, dove abitano le persone di etnia herero, poche capanne circolari con i tetti in paglia o lamiera e un piccolo e basso muro di cinta. Prendiamo confidenza con alcuni bambini regalando loro pennarelli e fogli di carta, poi un gruppo di donne con alcuni bambini ci chiede da mangiare e ci indica un cartone di latte vuoto. Acquistiamo allora al vicino spaccio qualche confezione di latte e dei biscotti, che la commessa ci consegna sfusi, contandoli ad uno ad uno e prendendoli da un sacchetto più grande, e li portiamo alle donne, suscitando gesti e parole di ringraziamento. In queste situazioni mi trovo sempre nel dualismo di fare troppo o poco; ho paura di essere invadente ma allo stesso tempo cerco il contatto con queste persone, perché dopo la natura, è questa l'Africa più vera. Regalo volentieri qualcosa ma ho paura di offendere la dignità di questa gente, sono curiosa ma ho anche paura di suscitare imbarazzo. Quindi mi aggiro fra le capanne cercando di fissare tutto nella mente ma allo stesso tempo guardando discretamente ed usando la macchina fotografica dopo aver chiesto il permesso. Due ragazze vestite alla moda occidentale si avvicinano e scambiamo qualche parola con noi. Chiedo loro se diamo fastidio passeggiando nel villaggio e mi rispondono "No problem".
Poco più avanti, una donna mi fa cenno di avvicinarmi. È seduta a terra, vestita negli abiti tradizionali, grassa e dal viso cordiale, circondata da un gruppo di bambini. Non parla inglese, ma subito si avvicina una ragazza più giovane con la quale riesco a parlare: la donna grassa è sua madre e il neonato che tiene fra le mani è suo figlio. La ragazza ha diciannove anni ed è già mamma e mi mostra orgogliosa il marito, un bel giovanottone. Quando distribuiamo fogli e pennarelli, tutti i bambini si mettono subito al lavoro, disegnando e scrivendo. Mi colpisce la frase di una bambina che scrive in inglese sul suo foglio: "Mi piace giocare a netball (gioco simile alla pallacanestro) ma non mi piace dormire'. Tutti sono molto cordiali e ci chiedono di scattare foto e poi di spedirle per posta.
Altre due bimbe si avvicinano e si mettono spontaneamente in pose bizzarre per farsi scattare una foto. A questo punto credo che si siano invertite le parti: siamo noi a destare curiosità nei locali.
Ritorniamo al campeggio e in attesa della cena ci prepariamo un piccolo bagaglio da portare con noi per l'escursione di due giorni nella Moremi Game Reserve. Nel frattempo è anche arrivato il fuoristrada con cui viaggeremo e nel cui carrellino stipiamo borse, tende, materassini, attrezzatura da cucina e cibo.
Dopo la doccia, la cena e un po' di lettura, andiamo a dormire presto.

30 agosto 2001 - Maun - Moremi Game Reserve (Botswana) - Moremi South Gate
Lasciato Josef al campo, con Brent e il nuovo ranger di colore, Steve, partiamo alla volta di Moremi. Percorriamo per un breve tratto la strada asfaltata, poi una lunga strada sterrata, in un continuo saliscendi. Ogni tanto incrociamo qualche mezzo (e allora sono grandi mangiate di polvere) ma più spesso gente a piedi o su carretti trainati da asinelli. Mi chiedo quanto sia lungo il loro viaggio, dato che non si vedono né punti di partenza né destinazioni nell'arco di chilometri e chilometri.
Il campeggio è situato all'interno del parco; è piuttosto spartano e selvaggio, per ridurre al minimo l'impatto con l'ambiente ma anche per l'impossibilità di creare infrastrutture più attrezzate. I bagni sono composti da un lavandino, un water e una doccia, il tutto all'interno di un casotto. Non c'è corrente elettrica e l'acqua della doccia si riscalda con una stufa a legna. Intorno ad un rubinetto dell'acqua (in realtà un tubo che esce dal terreno) sono annidate decine di api e nei paraggi scorrazzano numerosi babbuini.
Dopo aver allestito il campo e pranzato, partiamo per il game drive, non senza aver chiuso le tende con la lampo verso l'alto per evitare che i furbi babbuini le aprano e ce le mettano a soqquadro.
Il parco dal punto di vista naturale è molto bello e selvaggio e poco frequentato dai turisti. Sulle piste scorgiamo impronte di elefanti, leoni, uccelli e antilopi, ma in realtà gli animali che vediamo non sono moltissimi: cudu, springbok, puku, elefanti (di cui notiamo soprattutto il passaggio: rami rotti e piante sradicate) e qualche giraffa. Molti sono invece gli uccelli, fra cui uno dal piumaggio coloratissimo che usa per attirare insetti come fosse un fiore, per poi mangiarli. Ma ci sono anche cicogne, bastardi di Cori, starne, faraone mitrate (in quantità industriale, quasi ci fosse un allevamento) e qualche avvoltoio. In lontananza vedo anche un tasso del miele, dalla caratteristica striscia bianca sul dorso.
Passiamo davanti ad un campo tendato estremamente di lusso: tende enormi con bagno individuale, un tavolo con bevande di ogni genere, una lunga tavolata che camerieri in divisa stanno apparecchiando, il tutto in stile coloniale. Il ranger di questo gruppo quasi vorrebbe che non passassimo di lì per non svegliare i turisti che dormono...
A noi comuni mortali invece, tocca raccoglierci addirittura la legna per prepararci la cena! Ci fermiamo in un punto che il ranger dice di non essere frequentato dai leoni e via a raccogliere rami secchi, avendo l'accortezza di sbatterli forte a terra prima di caricarli sulla jeep, per esser certi che non vi siano serpenti all'interno. Spero nell'avvicinamento improvviso di qualche animale, ma rimango delusa: è evidente che facciamo troppo rumore e li spaventiamo.
Ce ne torniamo al campo non senza gustarci un bellissimo tramonto lungo la strada: ci attende una cena molto speciale. Si tratta di un piatto tipico composto da stufato di carne, verdura lessa e polenta molto appiccicosa. Il tutto, secondo l'abitudine locale, da mangiarsi rigorosamente con le mani, lavorando con le dita la polenta fino ad ottenere palline gommose con cui afferrare carne e verdura da portare direttamente alla bocca. Inutile dire che ci buttiamo nell'impresa fra risate e risultati disastrosi.
Dopo cena cerco di togliermi tutta la polvere del game drive facendo una doccia con la poca acqua tiepida che esce dal tubo, aiutata da Alberto che illumina lo stanzino con una torcia.
Nel frattempo, intorno al campo cominciano a scorrazzare gli animali: avvistiamo un tasso del miele e qualche iena. Sulla porta della nostra tenda ci sono le impronte dei babbuini che hanno tentato di arrampicarsi per aprirla, ma senza successo.
Durante la notte cade un po' di pioggia e siamo costretti a mettere dentro la tenda scarpe ed asciugamani.

31 agosto 2001 - Moremi Game Reserve (Botswana) - Moremi South Gate
Al nostro risveglio non c'è traccia quasi della pioggia caduta durante la notte. Il terreno è secco e arido come ieri. Dopo colazione partiamo per un game drive che durerà tutto il giorno e che ci riserverà numerose sorprese.
Prima dell'alba ci taglia la strada un gruppo di licaoni. Non avevamo mai avuto la fortuna di vederli così da vicino: alcuni scappano via, altri fanno cenno come di voler attaccare la jeep. È molto eccitante!
Poco dopo entriamo nella zona dei leoni. Giriamo un po' ma senza avvistarne nessuno, fino a quando vedo una testa di leonessa seminascosta nell'erba gialla. "Lion on the right" urlo al ranger che subito ferma l'auto. Si tratta effettivamente di una, leonessa ed ha una preda fra le zampe, riusciamo a intuire che sta lottando con qualcosa. Ci avviciniamo fino a un paio di metri all'animale, ed ora vediamo chiaramente tutto: stringe in bocca la testa di un tasso del miele che cerca invano di liberarsi dalla morsa mortale. Il rantolio del tasso si confonde con l'ansimare della leonessa. Il povero tasso ha il ventre squartato da cui escono le interiora, ma con la zampa dotata di lunghi artigli sta graffiando la guancia e il palato della leonessa, che ha tutto il muso coperto del sangue suo e della preda. La leonessa è immobile, accovacciata, la testa leggermente piegata di lato, la bocca semiaperta che stringe la testa del tasso, il cui corpo giace semisdraiato fra le zampe anteriori del felino. Ad intervalli il tasso tenta di liberarsi graffiando il felino e noi dall'auto possiamo sentire il rumore dei suoi artigli contro il palato della leonessa, ma lei non molla. Più di una volta sembra come svenire dal dolore, ma mantiene salda la presa. C'è solo un momento di debolezza durante il quale il tasso riesce a liberarsi, ma è questione di pochi secondi, perché la leonessa lo riafferra con le zampe e la bocca non dandogli scampo. Nei momenti in cui cambia il vento, spirando nella nostra direzione ci porta i tremendi effluvi delle viscere del tasso e più tardi, anche quelli della sua ghiandola, simile a quella di cui sono dotate le puzzole, che il piccolo mammifero scarica in un ultimo vano tentativo di difesa. Ogni volta che il tasso sembra sia ormai morto, repentinamente la sua zampa si alza e va a graffiare il muso o la bocca della leonessa. È uno spettacolo forte, crudele, come solo la natura può essere, che suscita in me ribrezzo e allo stesso tempo morbosa curiosità. L'agonia del povero tasso durerà un'ora e un quarto, fino a quando lo vedremo penzolare inerme dalla bocca della leonessa che, stanca, lentamente si avvia verso la sua tana. È stata dura anche per lei, la sua bocca è ridotta piuttosto male; doveva essere veramente affamata per ridursi a cacciare un animale di così piccola taglia, aggressivo e che la sfamerà per poco. Sull'erba gialla rimane una chiazza di sangue e i segni della lotta.
Proseguiamo ma dopo pochi metri siamo costretti a fermarci di nuovo poiché tre leonesse e tre leoni sono placidamente adagiati sulla pista. Stanno dormendo e disturbati dal nostro arrivo si alzano uno ad uno eseguendo un preciso rituale di risveglio: si stiracchiano, sbadigliano, urinano e poi si incamminano lentamente verso un vicino albero. I maschi hanno un criniera folta ma un po' spettinata; non sono ancora riuscita a vederne uno che abbia la criniera come viene sempre raffigurata nei libri.
Mentre ieri il parco sembrava disabitato, oggi sembra proliferare di animali: vediamo numerose giraffe, zebre, gnu, antilopi, uccelli di ogni specie e tantissimi elefanti, enormi branchi, con tanti cuccioli. Vediamo anche numerosi cuccioli di zebra, dal pelo spelacchiato, e di giraffa, piccoli giraffini in miniatura.
Attraversiamo un paio di ponti di legno e ci fermiamo per il pranzo in una radura. Ci sono enormi alberi della salsiccia, anche loro in fiore in questo periodo. Si tratta di grossi fiori a campanula, gialli e porpora che cadono incessantemente dai rami, con un tonfo sordo, andando a formare un bellissimo tappeto colorato sul terreno. Nella radura ci sono due coppie di turisti sudafricani con le loro jeep e roulotte al seguito. Si tratta di mini roulotte con moduli a scomparsa: modulo cucina con lavandino e fornelli, modulo bagno con water e doccia, modulo letto. Spinti dalla curiosità ci avviciniamo e loro molto gentilmente ci mostrano le loro case viaggianti.
Dopo il pranzo e una mezz'ora di relax, proseguiamo il game drive attraversando un terzo ponte di legno, proprio in prossimità della piazzola. Mentre abbiamo qualche difficoltà nel superarlo poiché le ruote del fuoristrada slittano sui tronchi bagnati, dall'acqua bassa del corso d'acqua esce un ippopotamo. Irritato e spaventato dalla nostra presenza ci mostra tutta la sua ostilità spalancando l'enorme bocca minacciosa ed emettono un profondo grugnito. A tutti scappa un urlo, frutto allo stesso tempo di esclamazione e spavento. Il motore si spenge e per pochi istanti diventiamo la probabile preda dell'ippo. Poi finalmente ripartiamo, mentre l'animale si avvia per la sua strada, mostrandoci il suo dorso pieno di graffi, segno della lotta avuta con altri esemplari della sua specie.
Raggiungiamo una zona stupenda del parco: qui l'aridità non è arrivata. Intorno a due grosse pozze d'acqua la vegetazione è rigogliosa e il paesaggio coloratissimo. Verde, giallo, marrone, azzurro. Zebre e antilopi si abbeverano mentre noi saliamo sul tetto dell'auto per scattare foto e ammirare il paesaggio dall'orizzonte infinito.
Il lungo tragitto del ritorno al campo sarà animato dall'incontro con numerose giraffe e famiglie di elefanti. Un branco in particolare ci colpisce per la sua grandezza: arrivo a contarne fino a cento, ma in realtà il branco è composto da almeno il doppio di individui. Una matriarca anziana, infastidita dalla nostra vicinanza, ci barrisce contro, agitando minacciosa proboscide ed orecchie. Noi, sempre con il motore acceso, pronti alla fuga in caso di attacco, procediamo lentamente a fianco della mandria.
Torniamo al campo decisamente più soddisfatti di ieri, con tante emozioni da assaporare pian piano e la cena si consuma fra i racconti della giornata odierna e quelli del nostro ranger, che snocciola una serie di episodi cruenti relativi ad attacchi di animali ai danni di turisti, cacciatori e fotografi. Elefanti che hanno schiacciato un uomo, una iena che ha afferrato la testa di una donna e l'ha trascinata fuori dal sacco a pelo, sbranandola, attirata dall'odore di carne proveniente dal suo alito, scene di caccia che Brent ha vissuto in prima persona e molto altro, più che sufficiente ad alimentare le paure che qualcuno del gruppo ha già del suo e che si prepara ad affrontare in una notte in tenda, mentre iene e tassi del miele ci fanno visita di nuovo.
Mi sveglio in piena notte: ho sentito un rumore fuori della tenda, qualcosa che strusciava contro il tessuto. Ancora intontita dal sonno, penso che si tratti di Alberto che è uscito a ritirare i vestiti perché sta piovendo di nuovo, ma in realtà non sta piovendo e quando allungo una mano nel buio mi accorgo che mio marito sta dormendo al mio fianco. Allora si tratta di una iena. Allo stesso tempo sento il bisogno urgente di fare pipì e quando accendo la torcia e constato che sono solo le tre, decido di andare in bagno. Alb si offre di accompagnarmi, ma non appena apro la zip della porta e illumino fuori vedo due occhietti scintillanti a una decina di metri dalla tenda. Niente da fare, dobbiamo aspettare ad uscire. Dopo qualche minuto controlliamo di nuovo e accertatici che non ci sono animali nei paraggi, ci infiliamo le scarpe e percorriamo i pochi metri che ci separano dal bagno, camminando uno con le spalle appoggiato all'altra e muovendo la torcia davanti a noi per tenere la situazione sotto controllo. Se gli animali avessero la capacità di ridere delle azioni degli uomini, credo che questa notte avremmo scatenato fra la fauna locale la più grande ilarità da quando è nato il parco di Moremi. Controlliamo che non ci siano animali nel bagno e dopo aver soddisfatto i nostri bisogni, torniamo il più velocemente possibile in tenda. In Africa anche fare la pipì può diventare un'avventura mozzafiato!

1° settembre 2001 - Moremi Game Reserve - Maun (Botswana) - Sitatunga
Si smonta il campo, un po' a malincuore, e si parte per tornare a Maun. Chilometri un po' noiosi di strada polverosa. In più, fa freddo e siamo tutti intirizziti nella jeep aperta, fino a quando non abbassiamo le tende laterali. Vediamo ancora qualche animale lungo la strada e poi, allontanatici dal parco più nulla, se non un carretto trainato da asinelli e poco più avanti due bambini.
Arriviamo per pranzo al campo; dopo aver rimontato le tende e mangiato, salutiamo Steve che se ne rivà con la jeep e una mancia da parte nostra; poi, nel primo pomeriggio, ripartiamo per una nuova avventura. Ci aspetta infatti un Cessner per sorvolare il delta dell'Okavango. Decolliamo dal piccolo aeroporto di Maun: prima di salire a bordo il pilota ci illustra su una cartina che zona sorvoleremo e poi tutti a bordo, incastrati nei nostri sedili, assicurati con le cinture di sicurezza e assordati dal rumore del motore. Si decolla e si comincia subito a ballare. Avevo già volato su un aereo di così piccole dimensioni e avendo modo di constatare che l'aereo è molto più instabile e si avverte in maniera più forte la minima folata di vento, per non parlare dei vuoti d'aria. Dopo appena cinque minuti di volo siamo già sopra il delta: sotto di noi una distesa di paesaggi mozzafiato, simili alle immagini trasmesse dai satelliti. Distese di terra arida si alternano a immense praterie, dove qua e là spuntano palme, acacie e tanti altri tipi di alberi che da quassù non riesco a riconoscere. Più ci allontaniamo da Maun e ci spingiamo verso nord-ovest, più aumenta la presenza dell'acqua. Il fiume azzurrissimo si ramifica nel terreno creando dei suggestivi contrasti. Ogni tanto avvistiamo un gruppo più o meno nutrito di animali, soprattutto giraffe, elefanti e bufali, probabilmente gli unici che per la loro grandezza riusciamo a vedere dall'aereo. I termitai bianchi svettano come fossero piccoli coni di sabbia. Lo spettacolo è magnifico, ma purtroppo il mal d'aria sta avendo la meglio. Avverto sempre di più i sintomi tipici di questo malessere: gambe e braccia completamente intorpidite, sudore freddo, nausea, debolezza, brividi. Lascio ad Alberto il compito di fotografare (e per lui sarà un bel da fare tra riprese, foto e sventolamenti sul mio viso per cercare di farmi riprendere) e cerco di ricorrere a tutte le mie forze per non svenire. Voglio godermi ogni secondo di questo spettacolo, l'unica cosa che mi interessa è di riuscire, nonostante mi senta malissimo, a tenere gli occhi aperti e guardare di sotto. Mastico inesorabilmente una dopo l'altra una serie di gomme americane per cercare di scacciare la nausea e assumere un po' di zucchero, ma c'è qualcun altro a bordo che non si sente bene e che non ce la fa più, per cui chiediamo al pilota di tornare indietro. Ormai comunque ci eravamo allontanati parecchio dall'aeroporto, per cui alla fine trascorriamo in volo tutta l'ora prevista dal giro. Continuo a guardare questo paesaggio incantevole, selvaggio: sul terreno distinguo chiaramente i sentieri tracciati dagli animali, che percorrono sempre la stessa strada per muoversi da un luogo all'altro. Vedere gli animali e questi luoghi così selvaggi dall'alto è tutta un'altra impressione che trovarcisi in mezzo. Mi sembra di guardare un film, di essere lontana mille miglia dalla vita del delta e dei suoi abitanti, ma allo stesso tempo ho una visione migliore degli spettacoli che la natura è in grado di offrire. Rispetto ai rumori e agli odori, che durante i game drive sono una componente importante che rendono vivo tutto ciò che gli occhi vedono, da dentro questa scatoletta volante ciò che provo sono solo sensazioni di tipo visivo: i colori, le piccole macchie con cui mi appaiono gli animali, le alte palme scosse dal vento, a volte l'ombra riflessa dell'aereo, il riverbero della luce del sole sui finestrini.
Finalmente per il mio mal d'aria ma mai così presto per le emozioni, tocchiamo di nuovo terra. Sono talmente debole da non riuscire a scendere, mentre la mia compagna di sventure viene portata a braccia giù dall'aereo e sdraiata sull'asfalto a riprendersi.
Quando finalmente riesco a muovermi, scattiamo una foto ricordo davanti all'aereo, ma dentro di me penso che sarebbe stato meglio farlo all'andata, perché la mia faccia deve essere sconvolta.
Meno male che ho l'entusiasmo e la curiosità che mi spingono, ma certe volte ho veramente un moto di ribellione verso questo corpo che così poco si adatta al mio spirito e che mi ricorda costantemente i miei limiti.
Ritorniamo in campeggio, ma rimango un po' scombussolata per il resto della giornata. Una doccia calda mi aiuta a recuperare le forze, ma quando arriva l'ora di cena riesco a mandare giù solo un po' di riso e qualche carota, perché subito la nausea mi assale di nuovo. Che pappa molle che sono! E se non me lo dicessi da sola, ci sarebbe lo sguardo di Alberto a ricordarmelo, tra l'ansioso e il divertito di fronte all'ennesima prova!

2 settembre 2001 - Maun (Botswana) - Zelda Campsite (Namibia)
Di nuovo a bordo del nostro adorato furgone, sempre più impolverato, partiamo alla volta della Namibia. Ci aspettano circa cinquecento chilometri lungo una strada che lambisce appena il deserto del Kalahari, un deserto fatto di erba e cespugli gialli, proprio lo stesso giallo con cui sulla cartina della Michelin viene indicato questo territorio.
La prima sosta è ad un'area di servizio; la generosità della gente di colore svanisce nello sguardo di un bianco dietro al bancone del negozio, al quale devo chiedere e pagare l'accesso al bagno.
Fra lo sguardo divertito di alcune persone che siedono fuori del piccolo market, forse aspettando un passaggio in auto o semplicemente non avendo altro da fare di meglio per trascorrere il tempo, sgranchiamo le gambe e ci scaldiamo nell'aria fredda mattutina scambiando qualche passaggio con il pallone che abbiamo comprato ad un supermercato; un pezzo di casa che ci portiamo dietro, soprattutto per i colori, gli stessi della nostra bandiera. A terra troviamo un bossolo: come ci sarà finito qui?
Dopo altri numerosi chilometri di paesaggio giallo e piatto, affascinante solo per il nome che questo deserto evoca in me, pranziamo lungo la strada, fermandoci in un'apposita piazzola di sosta, con tanto di tavolini e sedili in cemento. Si mangiano gli avanzi di ieri, che ho modo di apprezzare con il ritornato appetito di oggi: riso trasformato in insalata, pollo al sugo, pane con burro di arachidi, affettati vari e formaggi.
Dopo un altro bel tragitto, in cui trascorriamo il tempo leggendo e sgranocchiando cibo, raggiungiamo la frontiera con la Namibia: un modernissimo edificio in muratura, ordinato ma un po' asettico; controllo dei passaporti, timbri d'uscita e poco più avanti di nuovo una sosta, questa volta di entrata, con nuovi controlli e timbri. Ci chiediamo dove alloggino gli impiegati di questo posto di frontiera (mai nome più azzeccato), dato che i primi centri abitati distano centinaia di chilometri da qui. Probabilmente lavoreranno a turni, alloggiano in locali a loro destinati.
Ho perso la cognizione del tempo: non so più che giorno della settimana sia e l'orologio è diventato solo un monile al mio polso. Mi dimentico di guardarlo, anzi non ne ho bisogno e quando qualcuno mi ricorda che giorno è sono quasi infastidita perché mi riporta alla realtà. Non sento il bisogno di sapere che ore sono, mi piace che le giornate siano scandite dall'alba e dal tramonto. La sera dopo cena vado volentieri a dormire presto e la mattina mi sveglio quando semplicemente sono sazia di sonno, aprendo gli occhi nel buio, senza sapere che ore sono e senza che nessun trillo di sveglia mi abbia fatto uscire dai sogni.
Il primo impatto con la Namibia è sorprendente e scioccante. Campeggiamo infatti in un luogo che di africano ha ben poco. Si tratta dello Zelda Campsite, un campeggio gestito da tedeschi che hanno ricostruito un ambiente tra il kitsch e il coloniale, pulito, ordinato, organizzato a tal punto da ricordare troppo e quasi con fastidio l'Europa. Bisogna riconoscere che alcuni vantaggi ci sono: montiamo la tenda finalmente sull'erba, i bagni sono puliti, nuovi, dotati di tutto, certamente migliore di quello di casa nostra, la piazzola è dotata di lavandino, tavoli in muratura, capannina e c'è una bella piscina, ma l'acqua è talmente gelida da scoraggiare anche me, che non ho quasi mai freddo, dal tuffarmici. Ci godiamo quindi un po' di ozio al sole e saltando su un tappeto elastico, ma dopo un paio di balzi, una sensazione familiare mi fa desistere: mal d'aria o qualcosa di simile. Abbandoniamo il giro turistico delle cinque organizzato dai padroni del campeggio, infastiditi da ciò che vediamo. Alcuni danno da mangiare a leopardi, ghepardi e babbuini tenuti in recinti. Molti sono stati cacciati appositamente per vivere in cattività, ma sinceramente ci sfugge il senso di tutto ciò. Come si fa a sopportare la vista di animali così belli e fieri come sono i felini chiusi in gabbia, quando durante qualsiasi game drive è possibile vederli liberi nel loro ambiente?
La cena che Josef e Brent hanno preparato è il giusto coronamento a una doccia lunga e calda: carne alla brace, patate al cartoccio e un buonissimo tipo di zucchine dalla polpa arancione e dolciastra. Concludiamo la serata con una partita a biliardo e poi di corsa in tenda, perché fa freddissimo. Questa notte ci addormentiamo con i grilli, che sembrano essere arrivati improvvisamente a cantarci la ninna nanna.

3 settembre 2001 - Zelda Campsite - Windhoek (Namibia) - Daan Viljoen
È il canto del gallo a svegliarmi, peccato però che siano appena le quattro. Cerco di riaddormentarmi, ma il pennuto sembra deciso a tenermi sveglia ed esegue il suo canto in varie tonalità. Appena tiro fuori la testa dal sacco a pelo, mi rendo conto che fa veramente freddo. Ci vestiamo in tutta fretta e smontato il campo partiamo verso Windhoek.
Quando arriviamo nei pressi della periferia della città comincio ad avvertire qualcosa di strano. Le case sono molto carine, con giardini e pati ben curati. Fuori ci sono sempre delle auto e per la prima volta vedo i marciapiedi. Ma tutto ciò è niente quando arriviamo in città: davanti ai nostri occhi appaiono palazzi di vetro altissimi, strade asfaltate, semafori, negozi, banche, centri commerciali, giardini. La capitale della Namibia è una città modernissima, fornitissima, organizzatissima. Trascorriamo un paio d'ore in giro fra negozi, acquistando qualche souvenir, cambiando le nostre lire con la valuta locale e comprando cartoline e rullini fotografici che cominciano a scarseggiare. Per le strade e nei grandi centri commerciali a più piani ci sono molte persone, sia bianche che nere, queste ultime apparentemente ben integrate, anche se non vedo coppie o gruppi misti. Del resto la Namibia si è resa indipendente dal Sudafrica solo dieci anni fa e anche qui era stato imposto l'apartheid. Ciò che mi sciocca di più è il traffico stradale: mai viste tante automobili, soprattutto di marca tedesca, nuove e pulite, e mai viste code così lunghe ai semafori, e mai visti tanti semafori e cartelli stradali in territorio africano. Venire da chilometri di strada deserta dove a malapena si incrociano in un giorno venti automobili mi fa stupire di ciò che fa parte della mia vita di tutti i giorni quando sono a casa: case, strade, negozi, insegne luminose, automobili, lusso, pulizia. Sono frastornata e spero che arrivi presto l'ora dell'appuntamento con il ranger perché me ne voglio andare il prima possibile. C'è solo un particolare che mi ricorda che siamo in Africa: la fila allo sportello bancario e non perché affollato di persone, ma perché ogni operazione è cavillosa e svolta lentamente.
Finalmente lasciamo la città diretti ad un parco subito fuori: si chiama Daan Viljoen ed è esteso appena 4000 ettari. È un luogo visitato soprattutto dagli abitanti di Windhoek durante i fine settimana, ma per me si rivela una sosta piacevole, per lo meno perché siamo di nuovo immersi nella natura. Josef non è con noi. Brent lo ha lasciato a casa sua, in un villaggio poco distante, dove sono ad attenderlo la moglie e i suoi sei figli. Trascorrerà un po' di tempo con loro, appena una notte, poiché domattina torneremo a riprenderlo.
C'è un forte vento mentre allestiamo il campo e non mancano scene comiche come quella di Alberto attaccato alla tenda nel tentativo di non farla volare via, gonfia come una vela, o di altre tende, ormai sfuggite al controllo, che rotolano sul prato. Dopo averle picchettate, ci rendiamo conto che sia noi che le tende siamo coperti di polvere di erba che si solleva formando piccole nubi.
Ci rifocilliamo con un pasto gustosissimo: hot dog, frutto della fornitissima spesa effettuata da Brent in città, e poi dopo pranzo ci sediamo con cartine e guide per studiare l'itinerario dei prossimi giorni. Abbiamo infatti proposto al ranger di fare una piccola deviazione per poter visitare la Skeleton Coast, un tratto di costa che si estende dal fiume Ugab fino quasi all'Angola, famosa in tutto il mondo per i relitti arenati sulle sue spiagge. Scopriamo però che tutta la zona è sotto l'amministrazione di un parco e che bisogna pagare l'entrata. In particolare, il Parco Settentrionale è di proprietà di un tizio che per preservare la zona e per arricchirsi, si fa pagare salatamente l'ingresso e la visita, dato che detiene in esclusiva la proprietà del posto. Ma ciò che ci impedisce in realtà di andarvi è il fatto di essere obbligati a soggiornare almeno una notte nel Parco. Mentre il mio sogno di vedere i vecchi relitti semisommersi dalla sabbia sembra svanire, riusciamo a trovare una soluzione consolatoria. Visiteremo la parte meridionale del parco, nella quale è possibile entrare pagando un pedaggio. Non sappiamo se ci sono anche qui i resti dei relitti che nel corso degli anni si sono infranti sulla costa a causa delle forti correnti, ma l'idea di vedere comunque l'oceano e questa costa sabbiosa e petrosa ci affascina molto e ci accordiamo sulla deviazione, anche se comporterà due lunghi giorni di marcia.
Trascorriamo il resto del pomeriggio passeggiando lungo uno dei sentieri del parco che si snoda seguendo il letto di un fiume in secca. Ci sono pietre di ogni forma e colore, spaccate e levigate dall'irruenza dell'acqua. Comincio a raccoglierne qualcuna, affascinata dalle forme ma soprattutto dagli insoliti colori. Durante il nostro cammino non vediamo molti animali, solo un gruppo di facoceri che scende dalla collina di fronte e qualche antilope. Ma il paesaggio è comunque bellissimo: colline ondulate a perdita d'occhio e in lontananza, in una vallata, Windhoek.
Torniamo al campo prima del tramonto e troviamo Brent sdraiato sotto il furgone: sembra ci siano dei problemi con il differenziale, ma il suo sguardo ottimista e fiducioso non ci fa preoccupare affatto... ci preoccupa molto di più il fatto che stia usando il canovaccio per asciugare i piatti come straccio per pulirsi le mani unte di grasso. Il concetto di igiene è probabilmente lontano mille miglia dalla sua testa. Appena il sole cala, l'aria si fa gelida: qui è il sole a scaldare e non è un'ovvietà. Da noi la temperatura può essere calda anche senza sole, mentre qui è il sole che crea calore. Imbottiti e tremanti ci prepariamo un buonissima pasta all'amatriciana e dopo averne divorati due piatti a testa al caldo del fuoco, ci rifugiamo nelle tende, perché all'aperto proprio non si resiste.

4 settembre 2001 - Windhoek - Etosha National Park (Namibia) - Namutoni
Niente è cambiato da quando siamo andati a dormire: è ancora buio e fa ancora molto freddo. Ci scaldiamo con la colazione e caricando il furgone, e partiamo quando comincia ad albeggiare. Percorrendo la strada che ci conduce all'uscita del parco facciamo dei piacevoli incontri: qualche giraffa, qualche gnu e un bellissimo orice, un'antilope che non avevamo mai visto sino ad ora. Ha il muso, il ventre e le zampe bianche, una striscia nera sul muso e sui fianchi, il resto del pelame marrone e due lunghe corna dritte che si diramano dalla testa formando una V. Scopriremo che si tratta di un animale piuttosto schivo e per questo difficilmente visibile da vicino.
Dopo pochi chilometri ci ricongiungiamo con Josef che ci aspetta lungo il ciglio della strada: si è tagliato i capelli ed ha un viso piuttosto allegro.
Ci fermiamo nei pressi di un benzinaio per controllare se il guasto al furgone è stato sistemato a dovere e ne approfittiamo per acquistare qualche souvenir in un vicino mercato. I numerosi banchetti espongono oggetti in legno di ogni genere e grandezza: statue raffiguranti persone e animali, statuine, utensili per la cucina, piccoli monili. Alcuni pezzi sono delle vere e proprie opere d'arte e non resistiamo al fascino dell'acquisto. Non me la sento neanche di trattare tanto sui prezzi, già irrisori, soprattutto se si considera il lungo lavoro che c'è dietro ad ogni singolo pezzo, e che abbiamo modo di vedere con i nostri stessi occhi: dietro i banchetti infatti, ci sono alcuni artigiani che stanno intagliando, scartavetrando e lucidando dei pezzi. L'acquisto più interessante è il cuscino che i pastori Himba usano per dormire quando sono al pascolo: si tratta di un piccolo oggetto in legno dalla forma che ricorda vagamente un incudine, oggetto che avevo visto al Museo Etnografico Pecorini di Roma e che ricordo mi era rimasto impresso perché mi chiedevo come si potesse considerare un cuscino un oggetto realizzato con il legno e quindi duro. La ragazza che ce lo vende è vestita (o meglio seminuda) secondo la sua etnia e posa volentieri per una foto. È piuttosto formosa, per niente imbarazzata di posare a seno nudo ed anche piuttosto giovane. Ci dice che ha fame con l'intento di farsi pagare gli scatti, ma dal suo aspetto non sembra denutrita.
Proseguiamo il viaggio diretti verso Etosha: un lungo e polveroso tragitto, interrotto solo dalla sosta per il pranzo e dalla visita imprevista al lago Otjikoto. Si tratta di un lago circolare, simile a quelli vulcanici, profondo circa 80 metri e sul cui fondo scorre un fiume sotterraneo. Durante la Seconda Guerra Mondiale i tedeschi vi affondarono alcuni pezzi di artiglieria che, fuggendo, non volevano lasciare nelle mani delle forze alleate. Sono stati recuperati alcuni cannoni ma sembra che il lago custodisca anche una cassa contenente un prezioso tesoro non ancora ritrovato. Durante un'immersione un sub non è più ritornato in superficie. Qualche tempo dopo il suo corpo è stato ritrovato sulla costa dell'oceano, trasportato fin lì dal fiume sotterraneo. Intorno al lago, è stato allestito un piccolo zoo per i turisti: coccodrilli, pavoni e facoceri e vederli dietro le reti invece che incuriosirmi come al solito mi infastidisce.
Arriviamo all'Etosha National Park a metà pomeriggio ed entriamo nel campo di Namutomi, circondato da un vecchio fortino bianco, con tanto di merli, che mi ricorda quelli del Messico ai tempi del Far West. Questo fortino ha avuto un passato glorioso: nato come controllo veterinario, fu trasformato in una postazione militare e nel 1904 sette soldati tedeschi vi si asserragliarono e riuscirono a tenere testa per un'intera giornata a più di cinquecento wambo, abbandonando la loro postazione solo la notte, quando i wambo distrussero il forte. Quello che vediamo attualmente è stato ricostruito nel 1906 ed è stato dichiarato monumento nazionale nel 1950, prima di essere trasformato in un campeggio per i turisti.
Il campo è molto vasto ma anche piuttosto affollato. Montiamo le tende, facciamo il bucato e poi ci rilassiamo in attesa della cena, come al solito molto buona.
La serata trascorre chiacchierando (è soprattutto Brent a raccontarci un po' della sua vita) e poi tutti a dormire.

5 settembre 2001 - Etosha National Park (Namibia) - Okaukuejo
Ci svegliamo presto e dopo aver smontato il campo partiamo per il game drive che durerà tutta la giornata. All'interno del parco è ovviamente proibito abbandonare la strada ed andare ad una velocità superiore ai 60 km/h. Ci sono molte indicazioni che permettono di orientarsi e veri e propri cartelli stradali che tolgono un po' di selvaggio all'ambiente. Ci si muove all'interno del parco spostandosi da una pozza d'acqua all'altra, luoghi in cui gli animali si radunano numerosi. Alcune delle pozze sono naturali, mentre altre sono state costruite dall'uomo proprio per farvi arrivare gli animali per la completa gioia dei visitatori. Gli animali che si abbeverano sono numerosi e sembrano completamente assuefatti alla presenza delle numerose auto che sostano a pochi metri da loro. Giraffe, gnu, orici, zebre, varie specie di antilopi, uccelli ed elefanti bevono e si rinfrescano nei pressi delle pozze, mentre noi scattiamo avidi decine di foto, immortalandoli nelle pose più stravaganti. Nei brevi tragitti che percorriamo tra una pozza e l'altra, raramente avvistiamo animali fra la poca vegetazione. Avverto forte la presenza dell'uomo, non solo per la discreta quantità di auto che circolano nel parco, ma anche per i percorsi ben tracciati, i cartelli, le pozze cementificate, gli animali niente affatto infastiditi dai visitatori. Negli altri parchi africani visitati fino ad ora, durante il game drive la componente più emozionante era proprio lo scovare gli animali seminascosti o mimetizzati nella vegetazione e vederseli attraversare la strada all'improvviso. Se da una parte la quantità e la varietà quasi infinita di animali dell'Etosha appaga qualsiasi avido viaggiatore, dall'altra toglie ogni suggestione al game drive.
Ci fermiamo per una breve sosta in una zona recintata, una delle poche in cui è consentito scendere dal proprio mezzo. Usufruiamo di due bagni spartani, uno dei quali è diventato una piccola colonia di uccelli e poi proseguiamo il nostro giro.
Prima di pranzo ci fermiamo ai margini del pan, un'immensa depressione nel mezzo del parco, estesa circa 5.000 kmq: è ciò che rimane di un antico lago prosciugatosi milioni di anni fa. Il terreno arido e pietroso è ricoperto da uno spesso strato di sale che crea riflessi e miraggi lungo l'orizzonte, tanto da illuderci che ci siano degli specchi d'acqua in lontananza. Ci fermiamo e scendiamo dal furgone per scattare qualche foto. Il sole è alto e il bianco del sale è quasi accecante. Lungo la strada alcune buche nel terreno ci indicano la tana di scoiattoli terricoli. Ci fermiamo ed infatti vengono fuori uno dopo l'altro, lunghi e con una coda altrettanto lunga, si drizzano sulle zampe posteriori e girano la testa pronti a percepire il minimo pericolo e a rifugiarsi velocemente nelle loro tane. Sono veramente graziosi ed i maschi si fanno notare per i grossi testicoli, di una grandezza veramente spropositata rispetto al corpo.
Ci fermiamo per il pranzo nel campeggio di Halali, quasi a metà strada tra Namutoni e il campo dove pernotteremo, Okaukuejo. Abbiamo percorso l'intera strada accessibile ai visitatori che costeggia il limite del pan all'interno del parco.
Dopo aver mangiato un'insalata di fagioli misti, qualche affettato e del formaggio, ci riposiamo per una mezz'ora e ripartiamo per il game drive.
La quantità di animali è così esorbitante che è difficile ricordare tutte le scene a cui abbiamo assistito; mi rimane impresso l'aver sentito per la prima volta il verso delle zebre, simile a un raglio d'asino e a un nitrito acuto, l'aver visto il raro rinoceronte nero, seppure a notevole distanza, passeggiare lemme lemme nella savana; l'aver spinto alla fuga un'intera famiglia di struzzi, padre, madre e una bella nidiata, così buffi mentre sgambettavano davanti al nostre furgone, pensando semplicemente a correre e non a mettersi al riparo dietro un cespuglio ai lati della strada; e infine, i bellissimi elefanti durante lo spettacolo del bagno, i corpi immersi nell'acqua e nel fango.
Arriviamo al campo di Okaukuejo nel tardo pomeriggio; dopo qualche veloce acquisto e la cena (pollo al barbecue) andiamo alla pozza artificiale ai margini del campeggio a vedere gli animali. Un grosso faro è puntato sullo specchio d'acqua per illuminare nel buio le giraffe, gli elefanti, le antilopi, gli sciacalli e i rinoceronti che si avvicinano per bere. Anche se un po' artificioso, lo spettacolo è suggestivo: in un rigoroso silenzio interrotto solo dal rumore di qualche scatto fotografico, ce ne stiamo seduti a guardare gli animali, distanti appena qualche metro e con una recinzione a separarci. Sulla pozza d'acqua è anche puntata la famosa webcam del sito Africam che trasmette in tempo reale le immagini degli animali.
Quando il sonno si fa irresistibile, ci infiliamo in tenda. Durante la notte un rumore metallico mi sveglia. Apro la tenda e con la luce della torcia vedo uno sciacallo che, dopo aver gettato a terra il coperchio, sta frugando nel bidone della spazzatura, per sua sfortuna vuoto. Se non fossi in Africa, potrei benissimo pensare che si tratti di uno dei tanti cani che frugano tra i rifiuti nelle nostre città.

6 settembre 2001 - Etosha National Park - Twyfelfontein (Namibia) Abu Haub camp
Ci svegliamo molto presto per andare a vedere, prima di colazione, gli animali alla pozza. Si tratta probabilmente della nostra ultima possibilità di vederli, poiché non sono previsti altri game drive per il resto del viaggio e l'incontro con animali lungo la strada è in mano alla fortuna. È ancora piuttosto buio e non c'è quasi nessuno ad osservare, considerata la ressa di ieri sera. Per molti è difficile acquisire i ritmi della natura e svegliarsi prima dell'alba. Gli animali sono pochi: rinoceronti, sciacalli, zebre, antilopi, orici e uccelli. Arrivano sempre più numerosi man mano che si fa giorno, a gruppi diversi, alla spicciolata o in branco, quasi venissero a dirci addio.
È ormai giorno quando smontiamo il campo e partiamo. Lungo la strada ci fermiamo a Outjo, una piccola cittadina, o meglio un gruppo di case, dove facciamo scorta di bevande e, incredibile, troviamo una banca per cambiare i soldi. Anche qui l'operazione non è né semplice né veloce. I nostri documenti e soldi passano di mano in mano, di sportello in sportello, e solo dopo una buona mezz'ora riusciamo ad incassare qualche consunto bigliettone di valuta locale. Cercando di non farmi prendere dal nervosismo per la lunga attesa, mi guardo intorno. C'è un campionario umano sufficiente a soddisfare la mia curiosità: dalla vecchina vestita in abiti herero (ma senza cappellone) all'operaio, dal vecchietto con indosso qualche straccio a un fattorino disabile che si muove con le stampelle. Persone che stanno silenziosamente in fila e che quando arriva il loro turno tirano fuori dalle tasche fogli e soldi e aspettano pazientemente il lungo iter prima che gli impiegati oltre il bancone, perfetti nei loro abiti lindi, stirati, con i capelli a posto e il viso truccato consegnino loro quanto richiesto.
La mezz'ora di tempo che avevano a disposizione per la sosta è trascorsa in banca e quindi ci resta solo qualche minuto per contrattare l'acquisto di originalissimi ciondoli da giovani venditori ambulanti: si tratta dei frutti dell'ilala palm, simili a piccole noci di cocco, chiamate "avorio vegetale", perché l'interno, durissimo, è appunto bianco come l'avorio. Gli artigiani incidono la corteccia marrone creando dei bei disegni sul fondo bianco, soprattutto animali. Ripartiamo alla volta della foresta pietrificata che raggiungiamo prima di pranzo.
Si tratta di un'area molto estesa, in cui sono stati trovati numerosi tronchi d'albero pietrificati, che raggiunsero questa zona in seguito ad una violenta piena di un fiume. Le piante risalgono a duecento milioni di anni fa e dopo la piena sono state coperte dal limo che ha contribuito a conservarle e pietrificarle. Ci sono tronchi di ogni forma e dimensione, un esemplare raggiunge addirittura i 30 metri di lunghezza; di alcuni si distinguono chiaramente, nella sezione, i cerchi ed alcune zone cristallizzate. Alla vista appaiono come grossi blocchi di pietra simili ad alberi e non alberi simili a pietra. Vediamo anche le prime piante di welwischtia, le famose piante tipiche di questa zona.
Per il pranzo ci fermiamo sotto il capanno allestito all'entrata del sito; insalata, affettati e formaggi accompagnati dai canti dei venditori e delle guide del posto che hanno improvvisato un coro per raccogliere qualche soldo. Sono molto bravi soprattutto se si considera che non hanno un maestro a dirigerli né lezioni di canto alle spalle; il canto per loro è qualcosa di istintivo, un modo per stare insieme, per tramandarsi tradizioni e storie. Mi piacerebbe molto capire li significato delle parole che escono dalle loro labbra.
Dopo pranzo ripartiamo per raggiungere le sculture rupestri, ma il nostro viaggio finisce nel nulla, dopo chilometri di strada sterrata. Il furgone sembra averci abbandonato. Si è rotto il tappo di uno dei quattro compressori dei freni e non si può procedere se non viene riparato. Mentre Brent e Josef tirano fuori ferraglia di ogni genere e tentano mille espedienti per aggiustarlo, noi trascorriamo il tempo raccogliendo pietre, giocando a pallone, scrivendo cartoline e diari, prendendo il sole e scherzando sul fatto che probabilmente saremo costretti a campeggiare dove siamo, sul bordo della strada, davanti a noi un'infinita lingua bianca, in un saliscendi continuo fra la terra gialla. Nelle due ore e più che trascorriamo fermi, passano sì e no quattro automobili, a cui il nostro temerario ranger non vuole che si chieda assolutamente soccorso, anche perché il pezzo che ci manca riesce finalmente a metterlo insieme avvolgendo una striscia di gomma su un ramo. Per recuperare il tempo perduto, procediamo a tutta birra, sobbalzando ad ognuno dei frequenti dossi e sperando di non rompere un altro pezzo fino a Twyfelfontein.
Arriviamo prima del tramonto e ci siamo solo noi, anche i venditori ambulanti se ne sono andati, lasciando in parte esposta la loro mercanzia (la fiducia degli africani è ammirevole!); camminiamo lungo il sentiero in uno scenario suggestivo, primitivo, unico. Il colore rosso del paesaggio è accentuato dai raggi del sole calante; rocce di ogni forma e dimensione sembra siano rotolate da appena qualche ora; alcune sono spaccate in maniera così netta che si stenta a credere si tratti dell'opera della natura. Percorriamo il sentiero segnato ammirando le sculture rupestri sulle lisce pareti; si tratta soprattutto di disegni raffiguranti animali, scalfiti con pezzi di quarzo, molto realistici. Sorprendente è anche un disegno complesso realizzato su una faccia orizzontale di una roccia: il ranger ci spiega che si tratta di una cartina, disegnata dagli uomini dell'epoca per orientarsi, in cui i cerchi rappresentano le pozze d'acqua.
Anche se un po' frettolosamente, dato che il sole sta per tramontare, e presto tutto sprofonderà nel buio più assoluto, mi gusto ogni passo del percorso, affascinata da questo paesaggio selvaggio, primordiale, così inospitale da stentare a credere che fosse abitato nell'antichità. Figure di rinoceronti, giraffe, zebre e antilopi appaiono sulle superfici lisce, intatte, così come erano migliaia di anni fa. Ma una delle cose sorprendenti è che questo è l'unico posto al mondo dove insieme alle sculture rupestri si possono ammirare le pitture rupestri. Le scorgiamo sul soffitto e sulle pareti di un rifugio formatosi sotto un enorme lastrone appoggiato ad alcune pietre: uomini e animali sono i soggetti disegnati in rosso sulle pareti, dai tratti stilizzati ma precisi.
Un luogo all'apparenza tanto inospitale in realtà era stato scelto dagli uomini primitivi per la presenza di acqua; una piccola fonte infatti scaturiva dalle rocce. Ma ciò che era prezioso per gli abitanti del posto, gli africani, non era apprezzato allo stesso modo dagli europei colonizzatori, che battezzarono il luogo Twyfelfontein (da molti erroneamente tradotto come fontana del dubbio), ovvero la fonte che a volte faceva uscire acqua". Acqua preziosa per i locali, insufficiente per chi aveva intenzioni agricole e che tentò di sfruttare la zona. Si possono ancora "ammirare" i segni della sua presenza e i suoi tentativi falliti: enormi e orribili blocchi di cemento che servivano da vasche per raccogliere l'acqua.
Troviamo la fonte e del resto sarebbe difficile non notarla: improvvisamente la terra rossa ha lasciato il posto a rigogliosi e verdi cespugli spruzzati qua e là dai colori accesi dei fiori.
Un'altra veloce tappa prima che faccia buio presso le Organ Pipes, rocce che l'erosione ha scavato facendole assomigliare alle canne di un organo e poi raggiungiamo il campeggio. Ancora in costruzione, il campo ha un bella piazzola con il fuoco acceso, un minuscolo bancone che fa da bar e che chiude poco dopo il nostro arrivo, il telaio in legno del tetto che copre l'unica struttura in mattoni che ospita i bagni e una stanza per il bucato e il lavaggio dei piatti. Per la doccia, dato che ci sono ancora i lavori in corso, bisogna accontentarsi di un tubo fissato ad un tronco e circondato da un recinto di canne. L'aspetto spartano e l'acqua tiepidina non mi fanno rinunciare però all'emozione di lavarmi in un posto tanto originale, alla luce della torcia e con un bellissimo cielo stellato sopra la mia testa bagnata.
Mangiamo intorno al fuoco, con insetti di vario tipo che scorrazzano sulla sabbia fra i nostri piedi e con minacciosi lampi e tuoni che sembrano annunciare un bel temporale. Nel campeggio ci sono solo altre quattro persone, e poi intorno a noi il nulla per chilometri, se non un altro campeggio simile a questo. All'improvviso, interrompe il silenzio una jeep: ne scende un uomo, un americano credo, venuto dall'altro campo in cerca di un po' di vita notturna e che se ne va sconsolato dopo aver preso atto che tutto quello che abbiamo da offrirgli, oltre la nostra compagnia, è un bel fuoco e un cioccolato caldo.
Mettiamo i teli antipioggia sopra le tende, avendo qualche difficoltà a picchettare nella sabbia, all'apparenza morbida, e poi ce ne andiamo a dormire.

7 settembre 2001 - Twyfelfontein - Swakopmund (Namibia) Longbeach
Ci svegliamo molto presto dato che ci aspettano numerosi chilometri da percorrere e dopo aver smontato il campo, lungo la strada ci fermiamo a scattare qualche foto all'affascinante paesaggio, che ieri sera con il buio non avevamo avuto modo di apprezzare. Piccole colline di rocce, da cui spuntano cespugli gialli d'erba o piccoli solitari baobab, e poi la prima sabbia rossa, quella che annuncia il deserto. Sotto la prima duna, Brent ferma il furgone e ci propone di scalarla: non ce lo facciamo ripetere due volte e ci inerpichiamo con fatica lungo la cresta, affondando con i piedi nella sabbia gelida. L'impresa è ardua, perché dopo pochi metri siamo già a corto di fiato ed energie; alcuni mollano, altri resistono, altri non ci provano nemmeno, ed io a fatica riesco ad arrivare fino in cima, con il cuore che mi sconquassa il petto e quasi senza respiro. Il tempo di riprendere fiato e mi gusto lo splendido panorama: una distesa gialla interrotta da collinette e dune rosse. Sotto i nostri piedi non c'è più sabbia ma pietra nera, piuttosto tagliente.
Di nuovo sul furgone, percorriamo chilometri e chilometri di strada sterrata, senza anima viva, se non qualche orice o springbok che scappa via spaventato e a grandi balzi alla nostra vista, nonostante sia lontano già alcune centinaia di metri. Questo dimostra che quando gli animali non sono abituati alla presenza dell'uomo, come avviene nei parchi naturali più frequentati, fuggono via spaventati o semplicemente diffidenti.
Incrociamo una ruspa che sta livellando la strada e ci chiediamo da dove provenga e quando sia partita, ma soprattutto l'utilità del suo lavoro. Altro curioso incontro è quello presso un incrocio dove si trova un vecchio casotto e una malconcia roulotte e tutt'intorno pneumatici infilati nel terreno a mo' di recinto. Si tratta di un gommista, né più né meno: non metto in dubbio la sua professionalità quanto la possibilità che abbia una seppur scarsa clientela, dato il certo non assiduo passaggio di auto.
Qualche chilometro oltre, un piccolo villaggio di pastori: quattro case di fango, un recinto con le capre e sul lato opposto della strada un vecchio camion abbandonato, di fronte al quale posiamo per una foto ricordo. Subito i pochi abitanti del villaggio, probabilmente appartenenti alla stessa famiglia, accorrono verso il truck. Offriamo loro qualche biscotto senza riuscire a instaurare un dialogo a causa delle lingue diverse.
Arriviamo finalmente all'entrata del Parco Meridionale della Skeleton Coast: un grosso cancello di ferro che divide il nulla dal nulla. Acquistiamo i biglietti di ingresso e carichiamo con noi un gruppo di ragazzi e ragazze del posto: devono raggiungere la costa. Appena salgono sul furgone, fra risate e spinte, carichi di pacchi, coperte e fagotti, si diffonde un olezzo di capra. Hanno dei visi aperti e cordiali e i sorrisi reciproci parlano molto più delle nostre parole. Scatto una foto di gruppo per immortalare l'evento (non sarebbe infatti permesso dare passaggi a bordo, ma abbiamo fatto volentieri uno strappo alla regola) e subito entriamo nel parco. Il paesaggio non è cambiato di molto e la monotonia della strada sterrata è interrotta solo dai cartelli che riportano diversi divieti. Guardiamo fuori dei finestrini ansiosi di avvistare l'oceano, ma la vista dell'acqua si farà attendere.
Il cielo è grigio e quando arriviamo a Torra Bay due dei ragazzi a cui abbiamo dato il passaggio scendono, diretti a Terrace Bay. Dovranno percorrere dieci chilometri a piedi prima di raggiungerla, ma non sembrano affatto contrariati, anzi, ci salutano scherzando e sorridono volentieri alla mia macchina fotografica, nei loro semplici abiti e con due grossi zaini vuoti sulle spalle.
Dopo poco tempo vediamo finalmente l'oceano: onde schiumose ed impetuose che si infrangono sulla costa. Apriamo i finestrini per sentirne il rumore, ma quello del motore del nostro truck è più forte: ci arriva invece l'odore del mare, inconfondibile.
Con nostra grande sorpresa abbiamo anche la possibilità di vedere un paio di relitti. Il primo è quello di una petroliera, arenata sulla spiaggia e completamente arrugginita. Un cartello avverte di non avvicinarsi per non infastidire i cormorani che vi hanno stabilito una colonia dove accoppiarsi e riprodursi. Immaginare i graziosi cormorani appollaiati sui tralicci di ferro arrugginito non è affatto poetico, ma la natura trova sempre il modo di stupirci.
Il secondo relitto è decisamente più affascinante: si tratta di una nave degli anni '70, seminsabbiata sulla costa. Sono visibili ancora gli oblò, il pavimento in legno, l'argano dell'ancora, il motore e parti delle paratie. Sullo sfondo il mare impetuoso e in primo piano invece una foca che ci fissa. Per non farla arrabbiare dobbiamo girarle alla larga, ma dimentica di quest'accortezza perché desiderosa di guardare il relitto dalle diverse angolazioni, cammino fra lei e il mare. Subito l'animale emettendo un rauco verso si mette a correre, nei limiti dei suoi arti, verso la riva e si tuffa in acqua, elemento dove evidentemente si sente più al sicuro. Intorno al relitto conchiglie e cozze giganti, alghe simili a lunghe liane nere, ormai morte, e rotoli di schiuma giallognola che il mare ha depositato lungo la spiaggia. Ci raggiunge un gruppo di turisti spagnoli e dopo qualche chiacchiera scopriamo che lo scorso settembre hanno viaggiato con Hans, il nostro ranger del tour dell'anno passato, percorrendo il nostro stesso itinerario ma al contrario. Il mondo è veramente piccolo!
Arriviamo all'uscita del parco e dopo aver lasciato le tre ragazze che viaggiavano con noi, ci fermiamo in una specie di piazzola di sosta sull'oceano e mentre Josef prepara il pranzo, noi girovaghiamo sulla spiaggia raccogliendo conchiglie, stelle marine e ossa di foche e delfini. Troviamo addirittura la testa di un delfino che fissiamo sul bull-bar del furgone con del filo da pesca, alla moda americana di esibire trofei di corna sui fuoristrada, scatenando l'ilarità di Brent quando si accorge dello scherzo.
Si mangia insalata e macedonia con vaniglia e poi si riparte per raggiungere il promontorio di Cape Cross, l'immensa riserva di foche. Prima di lasciare il furgone Brent ci avverte di non avvicinarci troppo ai pinnipedi poiché i loro morsi sono molto pericolosi e di richiuderci la porta alle spalle.
Capiamo subito il motivo del secondo avvertimento. Non appena apriamo infatti, lo sportello, un puzzo indescrivibile assale le nostre narici. Credo di non aver mai sentito prima in vita mia un odore tanto sgradevole: un misto di cadavere in decomposizione, pesce ed escrementi satura l'aria e sempre lì lì per vomitare, mi sollevo la maglietta a ripararmi il naso per avvicinarmi a guardare e scattare foto. Ci fermiamo appena mezz'ora, ma non credo che avrei saputo resistere di più: le foche sono migliaia, la maggior parte sono sdraiate sulla sabbia e molte allattano la prole. Caratteristico oltre al tremendo odore è anche il verso di questi animali, simile ad un coro di neonati che gemono o ad un gregge di pecore che belano. Quando un tuono squarcia l'aria, tutte improvvisamente si tirano su dalle loro pose languide, gridando, pronte a fuggire in acqua di fronte al pericolo. Le immagini più tristi le offrono i numerosi neonati morti, dalla pelle nera e rosa scuro, molti dei quali ancora con il cordone ombelicale, che vengono mangiati dai gabbiani. Non capiamo se si tratti di aborti o di piccoli morti dopo il parto: alcuni si agitano ancora, seppur debolmente, ma i grandi non si curano di loro, lasciandoli ad un destino al quale sembrano già condannati comunque. Quelle poche foche che non allattano mostrando i quattro capezzoli neri sull'addome, dormono oppure giocano fra di loro; altre si scambiano qualche morso non certo amichevole emettendo una specie di grugnito. Le foche appena uscite dall'acqua hanno un colore scuro, quasi nero, come siamo abituati a vederle nelle immagini da circo, mentre quelle che sono sulla sabbia o sulle rocce hanno il dorso marrone e il ventre giallo-beige. Considerato che dovrebbe essere il periodo subito dopo la riproduzione, le foche potrebbero essere quasi duecentomila, tutte concentrate in pochi chilometri quadrati. Parte del basso muretto che ci separa da loro è crollato e ci ricordiamo la raccomandazione di Brent di stare in guardia. Alberto tenta invano di usufruire del bagno, ma il casotto sulla spiaggia è circondato da foche che ne impediscono l'accesso.
Continuiamo a percorrere la strada lungo la costa, anche se a tratti l'oceano sparisce ai nostri sguardi. Arriviamo nella cittadina di Swakopmund, dalle caratteristiche e graziose casine in stile coloniale tedesco, ma senza fermarci, perché diretti al nostro campo in riva al mare. Sulla costa sorgono numerose case di villeggiatura, perché la zona è piuttosto ambita come località balneare, anche se in questo periodo il clima ce lo rende difficilmente figurabile. Sulla parte opposta del litorale, al di qua della strada, si elevano le prima inconfondibili dune del deserto, morbide, ondeggianti, levigate, sulle quali vediamo sfrecciare qualche quad, specie di moto a quattro ruote con cui dicono che sia molto emozionante sfrecciare sulla sabbia del deserto.
Il campeggio non ha niente di interessante da rilevare se non un bel pontile in legno con bar e vista sul mare, e un'utilissima lavatrice a gettoni. Stasera si cena al ristorante e quindi si ritorna in città, non prima di aver assistito all'invasione di una sorta di scolaresca che si sistema nella piazzola a fianco alla nostra. Ragazze truccatissime, ragazzi con i giubbotti tutti uguali con la scritta della scuola, donne nel tipico costume herero scendono dal lunghissimo pullman trascinando materassi, coperte e valigie enormi dentro due grossi tendoni, uno per gli uomini e uno per le donne. Chissà se si riuscirà a dormire stanotte, considerando anche il volume altissimo della loro radio.
La cena al ristorante si rivela deliziosa: mangiamo bistecche di cudu e struzzo, formaggio fuso e fritto con marmellata, tortino di broccoli e formaggio, calamari fritti, dolci di tutti i tipi. Ma la cosa che mi rimane più impressa non è solo il gradevole sapore delle pietanze, ma il fatto che per la prima volta da venti giorni mangiamo seduti ad un tavolo e non con il piatto sulle gambe. L'aria è umida, tanto che il telo che copre la tenda è bagnato, come pure la sabbia che calpestiamo. Dopo aver asciugato il bucato nell'asciugatrice, stanchi morti per l'intensa giornata ce ne andiamo a dormire, approfittando del silenzio calato anche nel campo dei nostri vicini di tenda.

8 settembre 2001 - Swakopmund - Ganab (Namibia)
Abbiamo l'intera mattinata a disposizione per visitare la cittadina di Swakopmund. Avendo deciso di non praticare nessuna delle attività proposte dal nostro ranger (corse nel deserto sui quad, paracadutismo, snow-board sul deserto), gironzoliamo per la piccola cittadina, curiosando fra i negozi e le librerie, il mercatino e i supermercati. Finalmente, in tarda mattinata, il cielo plumbeo lascia il posto a un bel sole e l'umidità abbandona l'aria e le nostre ossa.
Percorrendo le strade di Swakopmund sembra di essere in una piccola città tedesca: casette dalle facciate colorate, tetti spioventi in legno, staccionate, insegne, selciati, tutto estremamente ordinato e pulito. Sembra una città finta, costruita a bella posta per i turisti e i villeggianti che durante l'estate animano la vicina costa. Non manca nulla: dalle banche alla posta, dai ristoranti ai negozi di souvenir, dal museo ai supermercati e centri commerciali. Girovaghiamo incuriositi e allo stesso tempo con un senso di estraneità: l'unica nota di colore locale è lo show di un gruppo appartenente a una chiesa cristiana non ben definita che, occupando il piccolo anfiteatro all'aperto, canta e balla inni al Signore, in inglese e afrikaaner, cercando di coinvolgere lo scarso pubblico a prendere parte alle loro lodi, un misto di canzoni pop, spirituals e balli. In giacca e cravatta, il microfono in mano e un aspetto pulitino, i due predicatori di colore si alternano nelle due lingue nei loro sermoni, urlando a squarciagola, intervallando i loro discorsi con i canti del complesso alle loro spalle.
Tra il pubblico c'è la stessa curiosità e lo stesso scetticismo che proviamo noi guardandoli.
Pranziamo in un piccolo locale adiacente a un cinema e poi ci incontriamo con il ranger per proseguire l'itinerario.
Appena usciti dalla città, di nuovo un paesaggio arido e sconfinato. Ci troviamo nella Moon Valley (Valle della Luna) così chiamata perché i suoi numerosi canyon che si alternano a pianure rocciose e sabbiose ricordano la superficie lunare. Artefice di questo paesaggio è il fiume Swakop che ha eroso la zona creando questo spettacolo davvero originale.
Il viaggio prosegue all'interno del Namib-Naukluft Park: attraversiamo paesaggi veramente insoliti. Vaste pianure di savana, dall'inconfondibile colore giallo, si alternano a catene montuose e piccoli canyon, in cui fiumi sotterranei hanno permesso la crescita di una rigogliosa vegetazione, erba e alberi che con il loro verde creano un netto contrasto con la roccia grigia e marrone. Il paesaggio è così vario e ricco che non riesco a staccare gli occhi dal finestrino, anche perché a distanza di poche centinaia di metri si aprono scorci e panorami incredibili.
Ci fermiamo lungo il Welwistchia Trail per ammirare alcuni esemplari tra i più vecchi di queste piante: ci sono due piante femmine e una maschio. La più vecchia risale a 1500 anni fa ed è completamente recintata. Si può ammirarla dall'alto grazie a un ponteggio in legno costruito al di fuori dal recinto. Ogni esemplare è circondato da pietre per evitare che i turisti si avvicinino troppo alla pianta danneggiando le radici. Queste infatti si diramano sotto la sabbia intorno alla pianta per raccogliere l'acqua e insieme alle grosse foglie che raccolgono l'umidità esterna, fanno sì che la pianta possa sopravvivere in un ambiente così arido. La pianta di per sé non è bella a vedersi, perché il groviglio scomposto di foglie, alcune delle quali secche e spezzate, la fanno assomigliare più a un'arida sterpaglia. Ma pensare che questa pianta si trova in quel posto da più di mille anni permette di apprezzarne tutta la sua singolarità. Le numerose foglie che si vedono in realtà non sono altro che le due foglie originali di cui è dotato ogni esemplare che con il passare degli anni si separano e diramano, intrecciandosi e aggrovigliandosi.
Piccoli ciuffi gialli, rosa, viola illuminano a sprazzi il terreno secco: intorno alle piante di welwitschia ci sono infatti tante altre piante che meriterebbe un interesse maggiore, soprattutto per la loro capacità di sviluppare fiori coloratissimi in un ambiente arido.
Il nostro viaggio prosegue lungo strade desolate: incrociamo solamente un'altra auto in questa immensa distesa dove, scopriremo, si trova il nostro campo.
Si tratta in realtà di un'area dove trovano posto un paio di tavolini in pietra con qualche sgabello semidistrutto, un'area per il fuoco e un casotto in legno che funge da bagno. Intorno a noi niente se non savana e qualche albero. La prima casa abitata si trova a 150 chilometri di distanza. Alb ed io piantiamo la tenda un po' distante dal truck, proprio per assaporare ancora di più questo senso di solitudine. Vicino alla tenda ci sono due buche, le tane degli scoiattoli terricoli: chissà se domattina avrò la fortuna di vederli?
In lontananza già avvistiamo una iena e uno sciacallo che gironzolano nella savana, non certo ignari della nostra presenza.
Si fa buio e in attesa che sia pronta la cena, colti da un improvviso spirito di avventura, con un bastone e le torce sulla fronte ci avventuriamo nel buio, diretti ad una pozza poco distante, vicino ad una pompa per l'acqua. A detta del ranger potremmo vedere qualche animale avvicinatosi per abbeverarsi. In realtà non siamo neanche convinti che la pozza esista realmente, dato che Brent spesso si burla di noi, ma cogliamo comunque l'occasione per camminare nella savana al buio. Il silenzio, il rumore dei nostri passi, la luce del fuoco del campo che diventa sempre più lontana, il rumore incessante di strani enormi scarafaggi, simile al ticchettio di un orologio: il nostro spirito d'avventura ha la meglio sul timore dell'ignoto e del buio. Spengiamo le torce e alziamo gli occhi. Mai viste tante stelle, neanche quando andiamo in montagna in Italia. E il bello è che se ne vedono anche lungo la linea dell'orizzonte. Anche il cielo così diverso, con le costellazioni che non ci sono familiari, aumenta il senso di smarrimento. Sono così abituata ad avere sempre qualcosa intorno che trovarmi così nel vuoto e nel buio mi fa sentire a disagio, ma allo stesso tempo sono così affascinata da questa nuova "dimensione" che quasi non ho voglia di riaccendere la torcia. Proseguiamo nella nostra ricerca, senza però riuscire a trovare la pozza, tantomeno la pompa.
Ce ne torniamo quindi al campo dove la cena è ormai pronta: stufato di carne e patate al cartoccio.
Dopo cena partiamo di nuovo alla volta della pozza, ma troviamo solo il serbatoio dell'acqua, ovvero un casotto di mattoni circondato da una rete.
Siamo piuttosto stanchi e desistiamo, rimandando all'indomani la ricerca, facilitata certamente dalla luce del giorno.
Dopo esserci lavati denti e mani con l'acqua delle borracce, ci infiliamo nelle tende. Sto quasi per addormentarmi, quando sento un rumore fuori, un fruscio, alcuni passi. Non so se sia Brent che fa qualche scherzo o qualche animale, anche se preferisco credere alla seconda ipotesi.

9 settembre 2001 - Ganab - Namib Desert (Namibia) - Sesriem
Mi sveglio molto presto, prima dell'alba. Mi infilo i vestiti ed il giubbotto ed esco dalla tenda. Gli altri dormono ancora, Alberto compreso. In lontananza vedo uno sciacallo, alcuni orici, springbok e struzzi. Fa ancora un po' freddo e mi incammino nei dintorni per scaldarmi. Il silenzio è assoluto quando mi fermo e trattengo il respiro. Riesco finalmente a scovare la pozza d'acqua, in realtà una piccola vasca in cemento, dove stanno bevendo alcuni uccelli che si allontanano non appena si accorgono della mia presenza. Mi siedo su un sasso e aspetto il sorgere del sole, che puntuale si solleva arancione, seminascosto dagli alberi. Vorrei fermare questo momento per qualche ora, starmene così da sola, in silenzio, a fare niente. Non mi capita così spesso di essere in una solitudine del genere. Passeggio ancora un po' e quando sento i rumori tipici del risveglio dei miei compagni di viaggio (zip di tende, bollitore sul fuoco) torno al campo per fare colazione.
Smonto con nostalgia la tenda, mi dispiace non poterci fermare più a lungo in questo posto che non offre nulla se non la sua desolata bellezza.
Lungo il viaggio in direzione di Sesriem, avvistiamo, anche se molto da lontano, alcuni esemplari di zebra di montagna o zebra di Hartman, specie tipica di questa zona e per proteggere la quale è stato appunto creato il parco di Naukluft. Le uniche differenze con le zebre viste sinora, appartenenti alla specie di Burchell, sono le strisce più nette e un pezzo di pelle che pende dalla gola.
Attraversiamo di nuovo una zona collinosa intervallata da canyon, in un continuo saliscendi su strade polverose, arrivate alla sommità delle quali si gode ogni volta di panorami mozzafiato. Ci fermiamo in uno di questi punti per scattare foto e sono ancora una volta le pietre a destare il mio interesse. Bianche, rosse, grigie, non so distinguerne la tipologia ma non per questo non sono affascinata dalle loro forme. Raccolgo gli esemplari più belli che si vanno ad aggiungere alla già cospicua quantità di pietre conservate in un sacchetto di plastica.
Ci fermiamo per il break mattutino in un posto chiamato Solitaire: indicato sulle cartine come un piccolo villaggio o cittadina, in realtà si tratta di una stazione di servizio molto singolare. Gestita da un bianco che sembra il classico robusto camionista americano, con tanto di baffoni, offre ai clienti di passaggio, un bagno, qualche stanza dove dormire, un'officina per le riparazioni delle auto, una pompa di benzina per fare rifornimento, ma soprattutto bevande e cibo. In particolare Solitaire è famosa per le sue torte di mele e noi non ci tiriamo indietro di fronte all'assaggio. Una fetta di apple pie ed una di plumcake, tutto appena sfornato e irrorato di fresco succo di frutta. Il luogo sembra un posto di frontiera ai confini del mondo: alle pareti ci sono foto dei proprietari e degli avventori, cartelli di vario genere, inneggianti soprattutto alla protezione degli animali, in particolare degli asini; non mancano poi trofei di caccia, boccali di birra, poster e qualche esempio di manufatto locale. Il proprietario mi mostra orgoglioso una rivista su cui è stato pubblicato un articolo sulla sua stazione di servizio e non posso non scattargli la foto mentre tiene in mano il giornale aperto alla pagina che lo ritrae fiero davanti al suo bancone.
Questi posti, che in Italia non avrebbero modo di esistere, qui sembrano diventare, oltre ad un'attrazione turistica, un punto fermo per avventurieri, viaggiatori o persone che hanno necessità di attraversare spesso queste lande deserte e disabitate. Mi sarebbe piaciuto pernottare qui, sedermi al tavolo del locale e scambiare quattro chiacchiere con il proprietario che non credo certo sia a corto di aneddoti per quante persone avrà visto alternarsi nella sua Solitaire, che se è un nome adatto per un punto sperduto su una cartina stradale, non lo è certo per il via vai che anima il luogo.
Riprendiamo il cammino e poco dopo si cominciano a vedere le prime collinette di sabbia rossa: l'aspetto più singolare è dato dalle creste nere, formate da residui di materiale ferroso, pietre e schegge che sono sopravvissute all'erosione e che sono rimaste in cima ai mucchi di terra e sabbia.
Arriviamo per l'ora di pranzo al campo di Sesriem, molto affollato ma anche molto carino. Ogni piazzola è delimitata da un muretto basso e lo spettacolo intorno è magnifico: piccole colline nere, savana gialla, dune rosse si estendono a perdita d'occhio. Sembra uno scenario finto per quanto è bello, messo lì per noi. Montiamo le tende, mangiamo e poi ci rilassiamo per un paio d'ore. Lavo tutte le pietre che ho raccolto e faccio una selezione, difficile perché sono tutte particolari, mentre Alberto aggiusta la nostra borsa che anche quest'anno ha dato segni di cedimento.
L'attenzione dei miei occhi è contesa tra lo schermo del mio palmare, in cui sto riportando gli avvenimenti degli ultimi giorni, e il paesaggio circostante.
A metà pomeriggio andiamo verso il deserto, emozionati da questo primo incontro: percorriamo la strada che dal campo va alle dune viaggiando sopra il tetto e gustandoci il panorama. La strada finisce in una piazzola, dove la savana gialla lascia il posto alla sabbia rossa.
Cominciamo ad inerpicarci su per le dune: la salita è faticosa, i piedi affondano e i nostri corpi ondeggiano nel tentativo di trovare il punto di terreno più solido, fra una cresta e l'altra. Non so per quanto tempo camminiamo, forse un'ora, ma quando arriviamo in cima alla duna più alta, la nostra fatica è largamente ricompensata. Non ho più aggettivi per riuscire a descrivere ciò che vedo: mi guardo intorno, ammaliata soprattutto dai colori, così in contrasto tra di loro come lo sono i diversi tipi di ambiente. L'erba gialla della savana, la sabbia rossa delle dune, il grigio e nero scuro delle montagne che circondano la zona, alcune con la cima mozzata.
Mi siedo ad aspettare il tramonto: in pochi minuti io e lo zaino siamo ricoperti di sabbia. Cerco di preservare la macchina fotografica, infilandola sotto la maglietta, ma è inutile: la sabbia si è infiltrata in ogni pertugio. Mi sdraio sulla sabbia, mi tolgo i sandali, lascio scorrere i granelli fra le dita mentre guardo il tramonto. Il sole scende all'orizzonte, sparisce per qualche istante dietro una coltre di nuvole, per poi uscire di nuovo, ancora per qualche secondo, fino a svanire completamente dietro le montagne.
Non c'è tempo per rimanere oltre, dobbiamo ridiscendere prima che diventi buio. Ci buttiamo alla rinfusa lungo le dune, mi separo dagli altri perché ho bisogno di nascondere il groppo in gola che mi è venuto per l'emozione di trovarmi in un posto così incantevole. Senza alcun punto di riferimento, ridiscendiamo lungo le dune, scivolando nella sabbia a tratti fino alle ginocchia, e arrivando in punto diverso da quello di partenza. È buio quando torniamo al campo, affamati come lupi per la scarpinata, tanto che divoriamo la cena. Brent e Josef sembrano piuttosto brilli, soprattutto Josef che avendo incontrato un amico al campo, deve aver bevuto più di quanto il suo fisico possa reggere e sembra quasi incapace di mettere insieme una frase che abbia un senso, senza ridere, biascicare e finire per parlare in afrikaans.
Dopo una doccia indispensabile per toglierci la sabbia di dosso, ce ne andiamo a dormire, mentre Josef, ormai definitivamente ubriaco continua a sghignazzare nella sua tenda.

10 settembre 2001 - Sossusvlei - Namib Desert (Namibia)
Ci svegliamo un paio d'ore prima dell'alba. Il tempo di vestirci e saliamo sul furgone. Il cancello del campo è ancora chiuso, la guardia deve ancora arrivare al gabbiotto e noi siamo i prima di una discreta fila di veicoli che attendono l'apertura del cancello per uscire e raggiungere la prima duna, tassativamente prima che sorga il sole. Mentre aspettiamo al buio, infreddoliti, sgranocchiamo qualche biscotto per fare il pieno di energia: è importante non essere completamente a digiuno prima di scalare la duna.
Finalmente la guardia arriva, con la solita lentezza africana, e ci apre il cancello. Partiamo a tutta birra, i fari del truck si confondono pian piano con le primi luci dell'alba. Arriviamo alla piazzola: di fronte a noi svetta una delle dune. Siamo i primi, senza considerare un ragazzo giapponese che, partito in quarta, dopo pochi metri arranca faticosamente. Come del resto noi. Passo dopo passo, il fiato sempre più corto, veniamo superati da quattro maratoneti che sembrano avere un appuntamento improrogabile. Tra la pressione bassa e l'oggettiva fatica di scalare la duna, procedo lentamente, anche perché voglio gustarmi l'ascesa. Arriviamo finalmente in cima ad una delle dune, ci sediamo sulla cresta e guardando verso est aspettiamo il sorgere del sole. Abbiamo fatto giusto in tempo. Non appena il nostro respiro affannoso ridiventa regolare, si intravedono i primi raggi. La sabbia è gelata ma vedere quella palla di fuoco riscalda il cuore. Aspettiamo che il sole sia sorto completamente, poi ci rimettiamo in cammino, procedendo in precario equilibrio lungo il crinale, cercando di posare i piedi sulle impronte dei pochi che ci hanno preceduto. Nonostante non soffra di vertigini, ho un certo disagio a procedere così in bilico. Se mi distraggo per un attimo, subito il piede scivola di lato, con il rischio di precipitare dalla cima della duna. Sarebbe una caduta morbida, certamente, ma il solo pensiero della fatica da affrontare di nuovo per risalire, mi fa procedere con molta cautela. Ad ogni nuova duna, si apre uno scenario diverso: davanti a noi ormai c'è solo sabbia, un susseguirsi infinito di dune, che Brent ci ha spiegato essere chiamate "a stella" poiché sono in posizione incrociata e formano delle grosse buche. Alberto è stanco e decide di fermarsi. Lo lascio seduto sul crinale, mentre procedo lentamente, seguendo il passo di un gruppetto di tedeschi. Mi fermo per riprendere fiato e vedo Alb che parla con un giapponese (mi dirà dopo che il ragazzo, alquanto spaventato, gli sta confessando che si ferma perché non vuole morire lì, ha paura di cadere): sono lontanissimi, nonostante mi sembri di essere a pochi metri da loro. Continuo ancora fino a superare il gruppetto di tedeschi. Davanti a me dune, morbide, sinuose, rosse, arancioni, quasi marroni, a seconda di come cade la luce del sole, che si alza sempre più. Non c'è nessuno, le dune sono intonse, senza le impronte che segnano il passaggio dell'uomo. Mi siedo e mi guardo intorno per imprimermi nella memoria questo paesaggio. Scatto qualche foto e mi faccio immortalare a cavallo di una duna da una ragazza tedesca. La cosa che più mi affascina sono le conche che si formano tra una parete e l'altra. Perfettamente sagomate, tonde, le pareti lisci e levigate dal vento incessante. Torno indietro e raggiungo Alberto, poi decidiamo di ridiscendere lungo una parete della duna, buttandoci giù di corsa. I nostri piedi scivolano, affondano, vengono a tratti frenati dalla sabbia. Arrivati a valle, ci ritroviamo su un terreno ricoperto di bellissime pietre. La maggior parte sono nere, quasi bluastre e creano un gradevole contrasto con la sabbia rossa. Le facce delle pietre levigate dalla sabbia sono porose, quelle levigate dal vento invece sono perfettamente lisce. Alcune sembrano fatte a strati, in tante strisce di colore diverso. Faccio di nuovo incetta di sassi e raggiungiamo il truck nella piazzola. Sia Brent che Josef dormono all'interno, stanno ancora smaltendo la sbornia. Ci prepariamo una bevanda calda, pane e marmellata, cereali e yogurt e ci sediamo a guardare le dune verso il sole, nell'inutile tentativo di ricevere un po' di calore. Non sono neanche le nove ed è ancora freddo.
Risaliamo sul furgone diretti alla prossima tappa: Sossusvlei. Qui si trovano dune altissime e siamo veramente ai margini del deserto sabbioso. Brent ci lascia nella piazzola che funge da parcheggio e noi ci incamminiamo a piedi verso il luogo dove si dovrebbe trovare la pozza d'acqua, che in questo periodo però è asciutta. Camminiamo per quasi due ore sulla pista dove ogni tanto passano fuoristrada carichi di turisti che hanno scelto un modo più veloce e comodo di noi di percorrere questo tratto; a piedi però possiamo cogliere ogni particolare di questo paesaggio: i piccoli cespugli, le impronte degli animali (anche quelle di un cane che scambiamo per quelle di un leopardo), i fiori dai colori accesi, i piccoli topolini del deserto che si rifugiano nelle loro tane sotto la sabbia appena ci intravedono, i meloni selvatici, gli alberi, ma soprattutto lo stupendo paesaggio che ci circonda, due catene di dune sabbiose che ci corrono ai lati, morbide, rosse, alte. Dopo circa cinque chilometri di sabbia e di stanchezza, si apre davanti a noi un avvallamento argilloso (il vlei) e tutt'intorno dune altissime, le più alte del mondo. Un paesaggio mozzafiato: ora sono proprio nel deserto, in mezzo alla sabbia e alle dune, anche se in lontananza vedo ancora un barlume di vegetazione, soprattutto cespugli spinosi e qualche albero. È mezzogiorno e il caldo rende il ritorno a piedi più faticoso. Accettiamo quindi volentieri un passaggio da una jeep vuota, al cui autista lasciamo una piccola mancia per il favore.
Al campo ci attendono pancetta e uova strapazzate, e dopo un pranzo così e la lunga camminata di questa mattina, non ce la sentiamo di scalare ancora dune. Ma in fondo, ne abbiamo scalate già, e nei momenti più favorevoli della giornata, farlo ora, sotto il sole allo zenit, sarebbe una pura vocazione al suicidio. Ce ne torniamo quindi al campo e dopo un po' di riposo, andiamo a visitare il Canyon di Sesriem, una lunghissima fenditura nella roccia, profonda dai 30 ai 40 metri, risalente a milioni di anni fa e scavata dal fiume Tsauchab. Il nome Sesriem ha origine dalle parole "sei briglie", cioè sei corregge di buoi, tante quante ne occorrevano per calare un secchio nel canyon per attingere acqua. Scendiamo nel canyon, dove fra pietre di ogni dimensione e forma, crescono numerose piante e nidificano gli uccelli. Nidi, escrementi e cadaveri ne testimoniano la presenza. Ci addentriamo fra gole e insenature che a tratti si fanno molto strette: lungo le pareti si aprono molte grotte. Arriviamo fino al punto in cui si vede scendere in una debole cascata. Di nuovo, camminando lungo il fondo del canyon, avverto quell'odore forte di selvatico che mi colpisce le narici violentemente. La prima volta l'ho avvertito quando siamo entrati in Botswana e pensavo fosse l'odore del bestiame, poi l'ho sentito anche nei parchi. Scopro finalmente che si tratta di rosmarino selvatico quando passo davanti ad un grosso cespuglio e vi avvicino il naso. Un afrore tremendo.
Torniamo al campo al tramonto e dopo cena ci fermiamo al bar a scrivere cartoline e fare quattro chiacchiere. Alberto si dà all'amarula, la bevanda alcolica che gli era molto piaciuta quando l'aveva provata lo scorso anno in Tanzania. Mi sento stanca e assonnata. Abbandono il gruppo e mi rifugio nel tepore del mio sacco a pelo, facendo scorrere davanti ai miei occhi le immagini di questa intensa e memorabile giornata.

11 settembre 2001 - Namib Desert - Fish River Canyon (Namibia) - Hobas
Una lunghissima tratta anche quella di oggi, attraverso il Great Namaqualand, fino a Hobas, nei pressi del Fish River Canyon. Ci lasciamo il deserto di sabbia alle spalle, e ci inoltriamo in un paesaggio arido ma non per questo meno affascinante.
Durante una sosta per sgranchirci le gambe, mentre diamo qualche calcio al nostro pallone, si avvicina un bambino che ci guarda incuriosito al di là di un recinto, malandato quanto i suoi vestiti. Recupero un po' dei pennarelli e dei giochini che mi sono rimasti e glieli regalo e allora il bimbo, senza dire una parola, ringrazia con un cenno del capo e corre verso la sua casa, a mostrare i doni. Torna poi con un altro paio di bambini, una sembra una femminuccia, ed ha degli occhietti vispi che ci guardano sfacciatamente. Regaliamo arance e mele, e uno dei bimbi comincia a sbucciare il suo arancio con i denti, come ho visto fare a tutti i bambini africani, che mordono la buccia del frutto per tirarla via e poi succhiano e strappano a morsi la polpa. Nel frattempo sono arrivate anche le mamme, sorridenti, e prima di andarcene, lasciamo loro anche il pallone, che subito le donne si passano fra le mani, ridendo come bambine. Avrei preferito regalarne uno ancora in buono stato, ma anche un pallone sgonfio e floscio riesce a fare la felicità anche degli adulti in questa terra.
Durante il lungo viaggio ho tempo di pensare molto. Mi sento libera, libera dai vincoli della civiltà, leggera. Non avverto il disagio del viaggiare in tenda, della scarsa possibilità di mantenermi pulita e del cibo così diverso dal nostro. L'Africa ti permette di andare in giro con i pantaloni sporchi senza che nessuno lo noti, di dormire in una tenda piena di sabbia, di mangiare l'insalata senza lavarla.
In Africa riesco a liberarmi dai condizionamenti (spesso esagerati) che ci impone la civiltà non permettendo ai disagi di rovinarmi il viaggio. Probabilmente perché cosciente che si tratta di un periodo transitorio, ma riesco senza sforzo a fare a meno di cose che a casa mi sono indispensabili. Mi sento leggera, libera da inutili fardelli. E questo stato d'animo riduce la distanza che mi separa dalla natura e dalla gente del posto. La terra e la sabbia che mi circondano non sono fuori della mia porta di casa, ermeticamente sigillata, ma entrano prepotentemente nella mia tenda, nelle mie scarpe, si infilano fra i capelli e in bocca, ed il mio aspetto che da occidentale definirei sudicio e trasandato, è in realtà quello di tutti gli africani che mi circondano.
Quando arriviamo al campo di Hobas, fa già molto freddo e dopo aver montato velocemente le tende, andiamo con il truck fino al Canyon, il secondo per estensione dopo il più famoso Grand Canyon americano, dichiarato monumento nazionale nel 1962. Lasciato il truck in uno dei parcheggi di Main Vantage Point, ci affacciamo sull'immensa fenditura che si apre in un paesaggio lunare e di cui non riusciamo a scorgere né l'inizio né la fine. Il canyon è lungo 161 km, in alcuni punti raggiunge la larghezza massima di 27 km ed è profondo circa 500 metri. Del fiume che ha formato la spaccatura ora, nella stagione secca, non c'è traccia: si vedono solo alcune pozze d'acqua che riflettono i raggi del sole sempre più tenui. Il paesaggio è arido, roccioso, prevalentemente grigio, nero e marrone. Non c'è vegetazione, se non qualche raro cespuglio e le bellissime piante di aloe dichotoma (in realtà ne vediamo solo una in tutta la zona). Conosciute anche con il nome di kokerboom, sono alberi singolarissimi: il tronco sembra fatto di spugna, le foglie sono piccole e carnose come quelle delle piante grasse, anche se la pianta appartiene alla stessa famiglia dei tulipani e dei gigli. L'esemplare al quale scattiamo una foto si staglia dritto sul paesaggio, con le foglie che si illuminano di riflessi ai raggi del sole che volge ormai al tramonto. Il kokerboom riesce a sopravvivere grazie alla sua capacità di trattenere l'acqua nella corteccia e nei rami. I boscimani ne usavano la corteccia per ricavarne i contenitori per le loro frecce, e per questo l'aloe dichotoma è anche conosciuta come "albero faretra".
Percorriamo una strada panoramica che si snoda lungo uno dei margini del canyon, affacciandoci ogni tanto sul bordo della parete a strapiombo per ammirare da angolazioni diverse l'enorme spaccatura. Tira molto vento e fa piuttosto freddo, ma proseguiamo imperterriti fino al Vantage Point, un bel punto panoramico da dove inizia anche un faticoso, a dire della guida, percorso di trekking lungo il fondo del canyon che si snoda per 90 chilometri e che in quattro o cinque giorni permette di raggiungere la località di Ai-Ais, famosa per le sue terme e che insieme al Canyon e alle Huns Mountain fa parte di un'estesa area di conservazione.
Aspettiamo il tramonto sferzati dal vento; i raggi obliqui creano strani giochi di luci ed ombre all'interno del Canyon, che ai nostri occhi, non avendo ancora visto quello americano, appare veramente imponente, anche se ci viene detto che per spettacolarità e grandezza questo africano non regge il confronto.
Torniamo al campo infreddoliti e per tutto il tempo della cena evitiamo di allontanarci dal fuoco: desidererei avere un paio di guanti...
Dopo aver mangiato della carne alla brace ed aver improvvisato un bruschetta, ci infiliamo subito nelle tende per ripararci dal freddo sempre più pungente. Anche il tentativo di scrivere un po' di diario sotto il sacco a pelo fallisce, perché le dita si ghiacciano e non riesco più a spingere i tasti sul palmare.

12 settembre 2001 - Fish River Canyon - Orange River (Namibia) - Felix Unite
Si parte con calma, ma anche se è quasi giorno quando ci svegliamo, fa ancora piuttosto freddo. Dopo un tragitto piuttosto breve raggiungiamo il campo nei pressi dell'Orange River, fiume che segna il confine tra la Namibia e il Sudafrica. Il campeggio è molto bello: la presenza dell'acqua permette di mantenere uno strato erboso dove è piacevolissimo montare la tenda, per non parlare della vista: siamo sistemati esattamente di fronte al fiume, su una specie di terrazza. Saltata per il troppo freddo l'escursione in canoa, bighelloniamo un po' nel campo, godendoci il sole che piano piano ci scalda e ci induce a toglierci qualche strato di vestiti.
Purtroppo, dopo poco ci arrivano confuse le prime notizie degli attentati alle Torri Gemelle di New York: stentiamo a credere alle nostre orecchie. Si parla di aerei schiantatisi contro le torri, le torri crollate una dopo l'altra, altri aerei dirottati dai talebani, milioni di morti, New York in fiamme. Neanche la sceneggiatura del film più catastrofico reggerebbe il confronto. Siamo sgomenti, tutto è accaduto già da un giorno e noi siamo qui, tagliati fuori dal mondo, senza televisione e Internet, con un telefono a scheda che ci permette conversazioni di due minuti alla volta, con notizie frammentarie, confuse e talmente improbabili, che non sappiamo più a cosa credere. Sembriamo gli unici a essere agitati o preoccupati: gli africani, con la loro flemma, ci dicono di non preoccuparci, tanto siamo in vacanza, e poi si tratta di un fatto avvenuto in America. La loro unica preoccupazione sono gli affari e gli investimenti in borsa, che potrebbero risentirne, mentre noi siamo divisi fra mille angosce: le persone morte, le nostre famiglie preoccupate per noi, la guerra che ne nascerà, le difficoltà che potremmo incontrare per tornare a casa. Ma l'Africa è anche questo: essere fuori dal mondo, quando invece vorresti esserci dentro completamente. Per noi, abituati a telegiornali, giornali radio, quotidiani e Internet che ci propinano informazioni a ogni ora del giorno, non sapere nulla e non poter disporre di nessun mezzo per sapere cosa sta succedendo può diventare un incubo da cui non ci si riesce a svegliare. Per cercare di distrarci e di passare comunque serenamente il resto della giornata, ci concediamo una passeggiata lungo il fiume e abbandonando a tratti i tristi pensieri che queste notizie hanno portato nella nostra mente, veniamo catturati per quasi due ore dalle pietre che costeggiano il fiume. Si tratta di geoidi di ogni dimensione, dai più piccoli, della dimensione di una biglia, ai più grossi, della misura di enormi massi. La superficie nera nasconde interni lavorati, dai colori luminosi e dai disegni più diversi. Alcuni sono ancora interi, altri spaccati a metà o in più sezioni. Ne raccogliamo alcuni di piccole dimensioni e il nostro fardello pietroso si fa sempre più pesante. Per brevi momenti il pensiero torna a New York e sui nostri volti si dipinge sgomento e tristezza: ci scambiamo sguardi senza parlare, perché non riusciamo a commentare quanto accaduto, a trovare le parole per descrivere ciò che proviamo. Solo brevi esclamazioni di stupore e incredulità, quasi a volerci confermare l'un l'altro che quanto ci hanno appena raccontato le voci concitate di casa dall'altra parte del filo e del mondo è accaduto realmente, in un posto che ora appare più lontano del solito, in un tempo ormai già passato da troppo.
Dopo pranzo si scatena un acquazzone che ci costringe a rimanere a lungo sotto la capanna della nostra piazzola. Tutto sommato è stato un bene che non siamo andati in canoa, perché oltre al freddo avremmo avuto anche la pioggia da cui ripararci.
Cerchiamo invano una televisione o una postazione Internet al lodge che dista una decina di chilometri dal nostro campo per avere notizie degli attentati in America. L'unica cosa che troviamo sono i giornali vecchi di due giorni. Siamo veramente fuori dal mondo. Ci deve essere qualcosa di negativo nell'aria oggi: gli attentati, la pioggia, la noia e il mio computer palmare che non funziona più. Ho anche esaurito la mia scorta libri. Non ci resta che ammazzare il tempo mangiando e giocando a biliardo, aspettando l'ora di cena. Nel frattempo ha smesso di piovere ed almeno possiamo goderci il tramonto, con il fiume che si colora di riflessi.
Dopo cena rimaniamo vicino al braciere per un'oretta ancora, ma il pensiero torna spesso agli attentati, con stupore, incredulità, preoccupazione per il nostro imminente viaggio in aereo.

13 settembre 2001 - Orange River (Namibia) - Capetown (Sudafrica) - Brakewater Lodge
Abbiamo deciso di modificare l'itinerario. Invece di fermarci una notte a Lamberth's Bay (dove tra l'altro la possibilità di vedere i pinguini è sfumata con la chiusura di una strada) faremo tutta una tratta fino a Capetown. Un viaggio di oltre 800 chilometri. Ci alziamo presto e facciamo poche soste per riuscire ad arrivare prima che faccia buio.
Passiamo subito la frontiera con il Sudafrica, al di là dell'Orange River, ed il paesaggio cambia notevolmente, come se il confine politico-geografico coincidesse con quello ambientale. Ci lasciamo alle spalle il deserto, la sabbia, la terra, il pietrisco e finalmente vediamo della vegetazione quasi lussureggiante. La zona deve essere ricca di acqua perché si scorgono anche i primi campi coltivati, fra cui i vigneti, non appena cominciamo a percorrere la Wine Route, la famosa strada dei vini. L'erba verde e fitta, i cespugli, i fiori coloratissimi colpiscono la mia attenzione come se si trattasse di qualcosa che non abbia mai visto prima. Il deserto, affascinante, ma a lungo andare monotono, mi ha fatto scordare quanto possa essere vario, ricco e colorato un paesaggio.
Vediamo la prima foto di New York con il suo skyliner deformato su un giornale locale. Purtroppo è in afrikaans per cui non riusciamo a capire neanche il titolo. È l'unico disponibile nella stazione di servizio dove ci fermiamo per il pieno di benzina.
L'ultima parte del tragitto richiede più tempo del previsto, poiché la strada è un saliscendi continuo e spesso siamo costretti a stare dietro a grossi e lenti camion che trasportano arance o patate rosse. Il paesaggio è comunque piacevole e quando arriviamo nei pressi di Capetown è mozzafiato. Sulla destra scorgiamo l'oceano, anzi, prima ancora dell'acqua la sua luminosità e il suo riverbero. Sul fondo le Table Mountains, la cui cima è coperta da una fitta coltre di nuvole. Ai loro piedi la città, edifici colorati e qualche moderno grattacielo.
Il nostro albergo si trova proprio sotto le Table Mountains e vicino alla Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Capetown, un edificio bianco con due torri merlate che un tempo era una prigione. Furono gli uomini qui detenuti che costruirono i frangiflutti nel porto di Capetown, da cui il nome dell'edificio, Brakewater appunto.
Il tempo di posare il bagaglio in camera e accendiamo subito la TV per sintonizzarci sulla CNN. Con i titoli eclatanti che le sono tipici, la principale emittente americana trasmette notizie a getto continuo sugli attentati. Vediamo le immagini che fino ad ora ci erano state descritte a voce. Sembrano le scene di un film. Ipnotizzati ed avidi di notizie, fatichiamo a staccarci dalla TV e a scendere in strada per fare un giro.
È ormai buio, ma il porto e la zona limitrofa sono incantevoli, piene di negozi, locali con i tavoli all'aperto, vecchi edifici che ora ospitano musei e ristoranti, imbarcazioni da diporto di ogni grandezza e tanta gente in giro. L'atmosfera è piacevole, rilassata, e devo ammettere che l'impatto con la città non è traumatico come mi aspettavo, dopo quasi una settimana di deserto. Come atmosfera la città mi ricorda molto Sydney.
Ceniamo in un ristorante molto particolare che è allo stesso tempo mercato e sushi-bar. Dopo un mese di cene a base di carne, finalmente un po' di pesce, fresco e ben cucinato.

14 settembre 2001 - Capetown (Sudafrica)
Il fuori programma di oggi prevede un'escursione a Cape Good Hope. Ci vuole un'ora e mezzo circa per raggiungere il parco che delimita la zona e la strada si snoda tutta lungo la costa dell'Oceano Indiano. Il mare è impetuoso, la costa rocciosa, il paesaggio piuttosto selvaggio. Sui due lati della strada sorgono numerose villette tutte con immerse vetrate con vista sull'oceano... da fare invidia.
Ci fermiamo in un bar sul lungomare per la colazione, a base di muffin, toast, cornetti, frittate e cioccolate calde. Sullo spiazzale antistante, una bandiera americana a mezz'asta ci ricorda gli attentati.
Entriamo nel parco del Capo di Buona Speranza. Anche qui, inutile dirlo, il paesaggio è stupendo. L'oceano da un lato, impetuoso, con lunghissime onde bianche, dall'alto immensi prati con fiori di tutti i colori e soprattutto protee, i fiori nazionali del Sudafrica; si vede anche qualche animale, fra cui il gemsbock, l'antilope tipica di questa zona, zebre, babbuini e struzzi.
Prendiamo la cabinovia per arrivare fino al faro e da lì scendiamo a piedi verso il secondo faro. Il vento è fortissimo e ci fa quasi sbandare, ci stordisce. Le piante sono tutte visibilmente assoggettate alla sua forza, ormai piegate nelle direzioni verso cui spira.
Dal secondo faro scorgiamo la punta, Cape Point, il mitico lembo di terra rocciosa in cui si incontrano i due oceani, l'Atlantico e l'Indiano. L'emozione di trovarsi in un posto del genere è forte ed è accentuata dal paesaggio e dalla vista mozzafiato. Il cielo terso finisce in un mare di diverse gradazioni di colore che si infrange violentemente sulla costa, rocciosa o sabbiosa che sia. Il vento sferza con altrettante irruenza la terraferma ed ogni specie vivente che vi si trova; piccoli e apparentemente delicati fiorellini spuntano un po' ovunque. Rovinano il paesaggio, sia per la bruttezza del loro aspetto sia per la tristezza che evocano, due ruderi di bunker risalenti alla Seconda Guerra Mondiale e costruiti vicino ad uno dei due fari.
Lungo la strada del ritorno ci fermiamo per qualche foto e con nostra grande gioia avvistiamo alcune balene: il loro corpo scuro emerge dall'acqua verdina, sono vicinissime alla costa! Dopo una veloce puntata all'aeroporto (presidiato addirittura dai carri armati dell'esercito), dove lasciamo un componente del gruppo ,e torniamo in città per una breve passeggiata.
Approfittiamo del sole caldo e dell'assenza del vento forte di ieri sera per camminare ancora nella zona del porto, godendoci la vista delle Blue Mountains che oggi sono limpide e non coperte da nuvole.
Visitiamo l'Acquario dei Due Oceani, con numerose vasche e tantissimi pesci di ogni genere, provenienti dall'Atlantico e dall'Indiano: squali, razze, cavallucci marini, pesci pagliaccio, aragoste, granchi, polpi, stelle marine, ricci, anemoni ed anche foche e pinguini. Fa uno strano effetto vedere le foche in una piccola vasca chiusa dopo averle viste in libertà nella colonia di Cape Cross e comodamente adagiate sui pontili nel porto di Capetown. Passiamo quel che resta del pomeriggio in varie librerie, dove acquisto qualcosa da leggere durante il viaggio di ritorno, un bel volume sui popoli africani e l'edizione speciale di Newsweek dedicata agli attentati aerei.
Ceniamo di nuovo allo stesso ristorante e poi torniamo in albergo.
Comincio ad avvertire la tristezza che sempre mi coglie alla fine di un viaggio. Come al solito non ho voglia di tornare, non c'è niente di cui senta la nostalgia e il fatto che sia via da casa da quasi un mese non mi spinge minimamente a voler ripartire.

15 settembre 2001 - Capetown (Sudafrica)
Dopo aver sistemato i bagagli (incredibilmente pesanti, soprattutto per il numero di pietre collezionate), facciamo colazione nella mensa dell'università, sulla terrazza con vista sul porto e sulle Table Mountains che proprio oggi è tornata in funzione dopo un periodo di manutenzione, mentre i gabbiani rubano per ben due volte i würstel dal piatto di Alberto.
Non abbiamo sufficiente tempo per prendere la cabinovia ed arrivare in cima alle Table Mountains, per cui ci concediamo un'altra passeggiata nella zona portuale prima di prendere il taxi fino all'aeroporto.
È con un po' di ansia ma soprattutto noia che affrontiamo il volo di ritorno: dobbiamo infatti effettuare tre scali con lunghe attese fra un volo e l'altro. I controlli sono lunghi, mi fanno aprire e svuotare lo zaino e per la prima volta da quando viaggio vengo perquisita addosso, ma tutto viene eseguito in un clima di cortesia e distensione, volutamente per non allarmare i passeggeri.

Torno dall'Africa con molti interrogativi e poche risposte. I miei tentativi di capire un continente flagellato dallo schiavismo, dal colonialismo, dalle guerre tribali, dalla segregazione razziale, dalle carestie, dalla corruzione, dalla fame e dalla povertà rimangono vani. Quando siamo entrati in Sudafrica il paesaggio è subito mutato e non solo per la presenza di numerosi corsi d'acqua che rendono più rigogliosa la vegetazione, ma anche per un aspetto in più. Ci sono campi coltivati, pali della luce, belle case e fattorie. E il tutto, è facile intuirlo, è dovuto alla presenza dei bianchi. Ma allora, è vero che abbiamo portato benessere, scienza e medicina nei paesi che abbiamo conquistato e colonizzato? È vero che solo l'uomo bianco è in grado di sfruttare al meglio le risorse della terra per non semplicemente sopravvivere ma vivere agiatamente? Perché i proprietari dei campeggi in cui abbiamo pernottato erano bianchi e chi puliva i cessi nero? Perché appena fuori Capetown, così pulita, ricca ed elegante, si stende un'immensa bidonville abitata da neri? Perché i bianchi si spostano in auto mentre quasi tutti i neri vanno a piedi, con i carretti o, i più fortunati, sui taxi collettivi? Sarà perché i bianchi sono più competitivi e cercano di avere sempre il meglio? Sarà perché i neri accettano la vita con più rassegnazione?
La paura di credermi razzista non mi permette di rispondere in maniera totalmente positiva a questi interrogativi, ma mi spinge a cercare di capire, di continuare a capire, guardando ed interrogando.