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Regalo del mio ventisettesimo compleanno
31 ottobre 1996

Siamo in aereo ed abbiamo una posizione stupenda, dietro l’ala e vicino al finestrino, cosa che ci permette di godere di un’ottima vista. Sotto di noi la Corsica, verde e marrone, piccola come un isolotto, ma la forma dall’alto è così simile a quella delle cartine geografiche che è impossibile non riconoscerla. Attraversiamo le Alpi, sorvoliamo le montagne innevate, avvistiamo paesini, corsi d’acqua, fiumi, prati immensi, uno spettacolo incredibile, troppo alti per distinguere i particolari ma troppo bassi per non avere una vaga paura di precipitare.
Dall’aereo Amsterdam è come appare nelle piantine, un agglomerato di casupole divise da stradine e canali che convergono tutti a nord-est, verso la stazione centrale e più in là verso il mare. I campi sono una geometria colorata, come del resto i campi di tutto il mondo, ma in questi le linee di confine sembrano tracciate a caso e allo stesso tempo con estrema esattezza. I colori sono bellissimi: giallo, verde intenso, verde scuro, marrone rossiccio. La vista è resa ancor più suggestiva perché le fitte nuvole si aprono come un sipario sulla città a mano a mano che scendiamo di quota. Sta piovendo, ma non me ne dispiaccio né rattristo. Questa città ha un suo fascino anche con la pioggia, con le strade bagnate, gli alberi con le foglie dai mille colori, ancora non completamente spogli - l’autunno è arrivato molto prima che da noi.
Dall’aeroporto prendiamo il treno che collega ottimamente il terminal con la città: sono appena 20 minuti di viaggio in vagoni moderni, riscaldati e puliti. Anche il prezzo non è eccessivo se paragonato a quello del taxi.
Con tanto entusiasmo addosso, appena scesi dal treno, corriamo verso l’albergo per lasciare il bagaglio. L’hotel è moderno, abbiamo una stanza piccola ma molto accogliente e pulita: ed in più siamo in una posizione stupenda, proprio a due passi dal Dam, la famosa piazza di Amsterdam. Da qui si snodano tante viuzze, la maggior parte solo pedonali, con un’infinità di negozi che vendono di tutto: dalle scarpe agli articoli per turisti, per non parlare dei sexy-shop, dei vari fast-food, dei supermercati e delle cartolerie con tanti di quei gadget, poster e oggettini, da lasciarci il portafoglio. Ovunque poi, librerie e negozi di dischi, grandi, fornitissimi: la cultura si sente nell’aria, si vede negli occhi della gente, nel loro modo di fare, quando parlano (tutti coloro a cui finora ci siamo rivolti, parlavano inglese, qualcuno anche italiano).
Insomma, lasciata la valigia, facciamo un giro nei dintorni. Piove, a tratti anche piuttosto forte, ma non ci scoraggiamo: il fascino di questa città ci cattura completamente e giriamo per la strada incuranti dell’acqua, del vento, del freddo e delle pozzanghere. Gli abitanti sembrano curarsi della pioggia ancor meno di noi: quasi nessuno infatti, ha l’ombrello e pochi si riparano sotto i negozi. I più camminano sotto l’acqua scrosciante, completamente zuppi. E poi quasi tutti vanno ovunque e comunque in bicicletta, sfrecciando lungo le piste ciclabili e nelle zone pedonali. Le bici, quasi tutte di colore nero, sembrano ferri vecchi: dal taglio antico (avrò visto appena un paio di mountain-bike), con il manubrio alto, enormi sacche appese dietro al sellino e la maggior parte con i freni a pedale. Ovunque biciclette: ferme ai portabici, ai parcheggi, legate lungo le ringhiere dei canali, ai pali, a fianco dei negozi, nell’atrio delle case, sopra le case galleggianti. È il mezzo preferito dagli olandesi, e non a torto: le distanze sono brevi, le automobili poche e disciplinate, non ci sono né salite né discese. E poi loro ci trasportano di tutto, dai pacchi della spesa alle borse ventiquattrore, ai bambini nei seggiolini o dentro ai marsupi agganciati al collo.
Ci allontaniamo dal Dam e facciamo un giro lungo l’Amstel (il fiume che attraversa Amsterdam e da cui la città prende il nome), fiancheggiato dalle tipiche casette, uniche al mondo. Alte e strette (un espediente per evitare di pagare la tassa di costruzione calcolata in base ai metri lineari che si affacciavano sui canali), si sviluppano tutte in altezza: in questo modo, chiunque ha una casa ad Amsterdam, ha quasi sempre anche la vista su un canale. I tetti sono spioventi oppure terrazzati. Molti hanno dei frontoni a guglia: su quasi tutte c’è un gancio in cemento sulla sommità della facciata, dove si attaccava (e si attacca tuttora) una carrucola per i carichi pesanti o ingombranti da trasportare all’interno delle case, altrimenti impossibili da caricare lungo le scale strettissime. Per questo motivo le case sono costruite inclinate verso i canali: in questo modo le facciate non rischiano di essere danneggiate dai carichi sollevati dalla carrucola. In più, guardando le facciate dai canali, per un illusione ottica l’inclinatura scompare, facendo apparire le case perfettamente perpendicolari all’acqua. E così lo spettacolo è straordinario: casette di mattoncini, di stucco, pochissime in cemento, tutte attaccate l’una all’altra, pendenti in avanti o di lato, con porticine e scale che conducono ai seminterrati o ai piani rialzati, e tutte con stupende finestre grandi, senza imposte o persiane di alcun genere. Solo alcune hanno le tende ai vetri: la maggior parte lasciano intravedere le stanze illuminate, dalle quali si intuisce un calore di casa invitante. L’arredamento è curato ma semplice, giovane e moderno, caldo e accogliente, e gli oggetti e i mobili sembrano messi qua e là casualmente, accentuando ancor di più l’effetto di “casa vissuta”.
Non si resiste alla tentazione di sbirciare... e allora si vedono lampade e lumi che diffondono una luce discreta, girasoli e tulipani nei vasi, librerie che straboccano di volumi, tanti oggetti in legno e cucine minuscole, con i frigoriferi stile America anni ‘60, ma ben attrezzate. E lo stesso scenario si ripete nei barconi, le famose case galleggianti: non è corretto chiamarle così, perché tutto sono meno che delle barche. Tende, tappeti, libri, vasi di fiori le hanno ancorate per sempre alle rive dei canali.
Gli olandesi amano la privacy, la casa, ma sembrano non curarsi di nascondersi allo sguardo di estranei, e anche le case al seminterrato hanno le finestre spavaldamente senza tende e persiane, aperte all’occhio indiscreto di passanti e turisti.
Proseguiamo verso il Blauwbrug (ponte blu), uno dei ponti più famosi di Amsterdam, illuminato da tante piccole lampadine messe intorno all’arco che sfiora l’acqua: vi si gode una bella vista sul fiume e su un altro ponte importante, il Magere Brug, un nome dai tre significati. Tradotto letteralmente, magere vuol dire "ponte magro", ma l’origine del nome può risalire al nome dell’architetto che lo progettò oppure a quello delle due sorelle che lo fecero costruire per potersi incontrare, dato che abitavano una alla parte del fiume opposta all’altra.
Non senza difficoltà di orientamento, torniamo verso il Dam e, considerato che piove molto forte, ci rifugiamo in un MacDonald, con immensa gioia di Alberto. Nel locale, gli inservienti sono tutti di colore: non c’è da meravigliarsi, si vedono tanti stranieri in giro. Sembrano bene integrati nella città, non come da noi dove sono ghettizzati intorno alla stazione Termini o in qualche squallido bar. Tutti parlano olandese e frequentano gli olandesi. Ad un esame più attento però, mi accorgo che i neri (arabi, filippini, pachistani, africani, ecc...) svolgono sempre le stesse mansioni: lavorano nei fast-food, gestiscono piccoli locali, come bar o caffè, sono impiegati all’ingresso di piccoli musei. Così pure le famose donne in vetrina sono tutte di colore. Alberto ha insistito affinché andassimo a vedere questa “nota di colore” della città, ma la cosa risulta molto squallida. Affacciate alle vetrate, delle procaci donne di colore che vestono solo biancheria intima sorridono, strizzano l’occhio, ancheggiano nel tentativo di attirare i passanti. Stanno in piedi davanti alla porta-finestra di una minuscola stanza illuminata da una luce rossa al neon dove trovano posto un letto, un tavolinetto e un lavandino. Ci sono pochi clienti, solo qualche turista incuriosito come noi.
Allora è proprio vero che l’integrazione razziale è un’utopia! Proprio qui, dove la libertà, il rispetto si respirano come una boccata d’aria fresca, dove l’anticonformismo è di massa, anche qui gli immigrati sembrano relegati ai confini della vita sociale.
È tardi e poiché non vogliamo allontanarci molto dall’albergo e i luoghi di interesse turistico sono ormai chiusi, visitiamo il museo degli strumenti di tortura. In quattro salette sono in mostra vari strumenti, dalla classica ruota al cuneo, dalla maschera di ferro alla cintura di castità. Ma la storia della tortura è un po’ ridimensionata in questo museo: non sembra infatti, che i condannati venissero veramente sempre torturati, ma che si cercasse di farli confessare, o di redimerli solo con la suggestione, la paura e la minaccia di venire torturati. Quelli a fare maggior uso di strumenti di tortura furono gli inquisitori, ma anche gli uomini della legge non perdevano l’occasione appena si presentava.
Dopo le undici la città si trasforma e da ogni anfratto sbucano strani ceffi, ubriachi o vaneggianti. E comincia la tiritera delle offerte: “ecstasy, coca, hascisc...”. Ci si avvicinano improvvisamente, bisbigliando queste parole come saluterebbero un loro amico incontrato casualmente per la strada. Dopo due/tre incontri di questo tipo, optiamo per il ritorno in albergo, considerando anche che fa freddo e siamo bagnati e stanchi.

1° novembre 1996

Ci svegliamo presto: il tempo non è bello, grossi nuvoloni grigi sorvolano la città ancora bagnata dalla pioggia della notte, coprendo il sole che dovrebbe essere già alto. Dopo un’abbondante colazione, ci rechiamo alla stazione per chiedere informazioni sui pullman che portano fuori Amsterdam e per acquistare i biglietti dei musei.
La giornata di oggi sarà dedicata alla cultura. Il primo museo è quello di Anna Frank. In realtà si tratta della casa dove si nascondeva la famiglia Frank insieme ad altre 5 persone, ovvero il “rifugio segreto”, come lo chiamava Anna. Tutto è rimasto come era, tranne i mobili e qualche oggetto personale che fu portato via dai nazisti dopo che scoprirono il rifugio e deportarono le 9 persone che vi abitavano. Di loro fece ritorno dai vari campi di concentramento a cui vennero destinati, solo Otto Frank, il papà di Anna.
Il luogo ha qualcosa di sacro, è avvolto in un silenzio rispettoso e solenne come quello di una chiesa. La prima sala è dedicata a notizie e foto sulla famiglia Frank, sulla storia degli ebrei olandesi e la loro deportazione. Poi si sale la scala che conduce alla libreria girevole che celava l’entrata al rifugio segreto, costruito sopra i magazzini della ditta di Otto Frank. A mano a mano che avanzo all’interno del rifugio mi vengono in mente delle frasi del diario che ho letto qualche hanno fa, adolescente, quando ancora non sapevo così tanto della tragedia degli ebrei. E mi sembra di vedere Anna e la sua famiglia dividersi questi pochi metri, come degli animali in gabbia, attenti a non darsi fastidio, gli uni gli altri, ma scattando al minimo diverbio per la tensione accumulata a causa della vita da reclusi e la paura di essere scoperti. Alle pareti ci sono ancora le foto, le cartoline e i ritagli di riviste dei personaggi del cinema che Anna collezionava e che aveva attaccato per dare un’aria più intima alla sua piccola stanza. Bagno e cucina erano in comune con gli altri (una famiglia composta dai genitori e da Peter, un ragazzo dell’età di Anna, e una coppia) e non potevano essere usati prima delle 8.30 di mattina per non far sentire rumori dall’esterno: dopo tale ora infatti, gli operai del magazzino avrebbero coperto ogni rumore con il loro lavoro.
Come quando leggevo il libro-diario, anche ora mi immedesimo nella vita di queste persone, strappate alla loro quotidianità e rinchiuse in un mondo angusto, senza i loro oggetti, privati delle libertà anche più essenziali, accompagnati notte e giorno dalla paura di essere scoperti o senza nessuna certezza per il futuro di tornare di nuovo liberi. Visitiamo il bagno, il gabinetto (il cui water è in maiolica di Delft, bianco con disegni blu, un tocco di frivolezza in un luogo tanto austero quanto essenziale). La cucina ha ancora il lavandino e il top di marmo. Doveva essere difficile convivere in 9 persone in poco più di quattro stanzette, per più di due anni: il conforto iniziale di condividere lo stesso triste destino, deve essere svanito quando l’intimità era continuamente violata, quando mancava il necessario e bisognava dividere tutto.
Un po’ scossi, usciamo dalla casa e siamo subito ripresi dall’entusiasmo che questa città ci trasmette. Amsterdam di giorno è affascinante come di notte; gli alberi con le loro foglie gialle, verdi e marroni le danno un tono malinconico e semplice allo stesso tempo. La vita è animata ma non caotica come a Roma, tutti vanno in bicicletta, portano pacchetti, c’è chi fa la spesa e chi lavora, chi cucina, tutti sono molto indaffarati, ma nessuno sembra essere ansioso, sembra avere fretta. Anche le case danno la stessa sensazione: quiete, calma, pulizia. Credo proprio che questa gente viva godendosi la vita. Basta guardarli mentre scelgono fra tanti tipi di pane all’interno di un fornaio o mentre gustano un cappuccino bollente dentro uno dei bruine caffé.
Facciamo un bel tratto di strada a piedi verso il Rijksmuseum, uno dei musei più importanti d’Europa, che conserva tantissimi capolavori di arte olandese e fiamminga, fra cui quadri di Rembrandt, di Vermeer e uno di Van Gogh. Oltre alla famosa e immensa “Ronda di notte” di Rembrandt ed altri suoi quadri minori, anche Vermeer mi colpisce molto con i suoi interni di case, dove persone ed oggetti riflettono una luce che sembra venire dall’esterno del quadro, come fosse vera. Anche le nature morte di vari artisti sono splendide: la luce illumina le brocche, le coppe, le posate, il pane, le ostriche (cibo quest’ultimo presente quasi in tutti i quadri). Tutti gli oggetti sembrano così reali che viene voglia di toccarli. Al bel gioco di ombre per dare corpo agli oggetti, si aggiunge la luce che li illumina facendoli vivere. Oltre alle sale di pittura, il museo ospita tantissime altre mostre, dalla scultura alle case delle bambole (piccoli armadietti al cui interno sono riprodotte stanze in miniatura per le bambole), dagli arredi cinesi alle porcellane. C’è anche un quadro di Van Gogh, uno dei suoi numerosi autoritratti, ed uno di Monet. Purtroppo abbiamo poco tempo e dedichiamo la visita solamente ai capolavori.
Dopo il Rijksmuseum, è la volta del Museo di Van Gogh, che ospita molti dei suoi quadri, uno più bello dell’altro, gli autoritratti, gli interni della sua stanza, la vista di Parigi, le scene di vita contadina. I colori sono stupendi, brillanti, e tracciano il disegno con originalità; tocchi di colore gettati sulla tela, colori che si mischiano, il bianco usato solo per dare luce.
Di nuovo all’aria aperta, di nuovo al freddo e al vento: la differenza fra l’interno dei locali e l’esterno è eccessiva, così come avviene nei paesi caldi, dove l’aria condizionata gelida si contrappone al caldo soffocante dell'esterno.
Si è fatto tardi per prendere il battello che fa il giro dei canali ed in più siamo affamati. Girovaghiamo per la città in cerca di cibo e decidiamo di mangiare un po’ di pizza in un fast-food. Siamo in una delle zone più animate della città, vicino al Muntplein, una piazza su cui si erge la Munt Toren, un campanile con orologio e carillon. Poco distante il rigoglioso Bloemen Markt, il mercato dei fiori galleggiante, ricco di bulbi di ogni specie, tulipani, girasoli, tronchetti della felicità, vasi e, sembra sia un boom ad Amsterdam, le calamite ferma-foglietti di tutte le forme, con verdura, olandesine sexy, casette di Amsterdam, i tipici zoccoli in legno. Continuiamo a camminare lungo il Singel, uno dei canali principali, fino ad arrivare di nuovo allo Spui. Al contrario di ieri sera la vita è molto più animata, nella piazza c’è un mercatino di libri e di oggetti d’arte moderna. Riprendiamo l’affollata via Rokin e ci ritroviamo davanti al cancello del famoso Begijnhof, il cortile delle beghine, fondato nel 1346, in passato un pensionato per sole donne, religiose che vivevano come delle suore, ma senza prendere i voti. Ora gli appartamentini sono affittati per pochi soldi ad anziane signore o a studentesse. Il cortile è silenzioso, con un giardino nel mezzo, qualche albero e tutt’intorno le casette con gli appartamenti delle pensionanti, tutti con il giardinetto davanti ben curato, le tendine di pizzo alle finestre, i vasi di porcellana e i lumi che si scorgono all’interno. Mi sento a disagio, perché con la nostra curiosità stiamo disturbando la quiete di queste donne che fino all’ora in cui il Begijnhof è aperto al pubblico (cioè le 17) non possono godere della loro privacy. Verso l’altra entrata, quella che dà sulla piazzetta dello Spui, ci sono due chiesette, una cattolica e una inglese, purtroppo chiuse.
Ci dirigiamo verso l’uscita, la stessa che ieri sera al buio abbiamo cercato invano: è un piccolo arco in pietra che si apre sulla facciata di una casa, con uno stemma in cima. Rientriamo nel Begijnhof ed usciamo sul Museo Storico di Amsterdam e imbocchiamo il passaggio pubblico dove sono esposti i quadri della guardia civica. Con le gambe stanchissime, torniamo in albergo e ci riposiamo per un’oretta. La sera andiamo al quartiere Jordaan, dove vivono gli olandesi d.o.c., quelli un po’ stravaganti e poveri. Il nome Jordaan sembra che venga da uno storpiamento della parola francese jardin, cioè giardino. Purtroppo non riusciamo a cogliere questo lato bizzarro di Amsterdam, perché le vie sono deserte. Solo dando uno sguardo all’esterno e all’interno delle case, ci accorgiamo che i “jordanesi” sono proprio dei tipi originali. Le biciclette sono legate all’inferriate delle finestre o alle ringhiere delle scalette che danno accesso agli appartamenti, oppure parcheggiate in posizione verticale nell’atrio delle case. Dalle finestre compare un po’ di tutto: statuette di oche e animali vari, piante di tutti i tipi e dimensioni, anche dove le stanze sono di pochi metri, quadri e soprammobili un po’ strambi. Non troviamo nessun posto dove mangiare se non un ristorante italiano: la cucina è buona (mangiamo pasta e pizza) ma i padroni non sembrano essere italiani. In tutti i locali che abbiamo visto sino ad ora, ci sono coppie o gruppi di ragazzi (o tutti maschi o tutte femmine): bevono caffè, tè o cappuccino e fumano sigarette fabbricate con cartine e tabacco, e parlano, parlano per ore. Il parlare sembra essere il passatempo nazionale preferito, dopo la lettura: non c’è casa infatti (comprese quelle galleggianti) che non abbia una libreria stipata di libri.
Dopo cena, torniamo a piedi in albergo, non dopo aver rifiutato l’ennesima offerta di droghe leggere.

2 novembre 1996

Ci svegliamo presto per andare alla stazione da dove, su suggerimento dell’ufficio informazioni, prendiamo il treno per raggiungere Zaanse Schans, un piccolo villaggio ad appena 20 minuti da Amsterdam, un po’ turistico, ma l’ideale per noi che abbiamo poco tempo a disposizione per poter “assaggiare” un po’ del sapore della vera, tipica Olanda. Il treno ferma ad un paese che si chiama Zaandijk, da cui in 10 minuti a piedi si raggiunge Zaanse Schans. Da lontano già si intravedono i mulini a vento, nel paese regna una calma indescrivibile. Le case sono in legno e in muratura, alle finestre ci sono tendine di pizzo o piccoli telaietti di legno con dei ricami tesi, nell’aria c’è un forte odore di cioccolata, cioccolata che fonde, talmente pungente che a tratti è quasi nauseante. Attraversiamo il fiume Zaan (da cui prendono il nome varie località della zona) e lungo il fiume, sul lato destro si vede Zaanse Schans. È un villaggio minuscolo, le cui casette sono tutte in legno, di colore verde, marrone e bianco. È attraversato da canaletti e le abitazioni sono spesso collegate fra loro da piccoli ponticelli ad arco, in legno, o da semplici tavole. Vicino ai canaletti ci sono dei mulini a vento in miniatura, non so se per bellezza o perché servono per raccogliere l’acqua per irrigare i campi. La donna dell’ufficio informazioni di Amsterdam ci ha detto che è abitato da una ventina di persone e le poche case sono delle piccole aziende familiari specializzate nella produzione di prodotti tipici, come il formaggio, gli zoccoli in legno, le ceramiche di Delft, i pizzi tesi nei telai e vari oggetti di souvenir. Ci dirigiamo verso i mulini a vento, un paio sono funzionanti ed uno è aperto al pubblico. Il vento è fortissimo, tanto da non riuscire a stare fermi in equilibrio. Solo così i mulini avrebbero modo di esistere. Entriamo nel mulino e scopriamo con sommo stupore che non era adibito alla macina del grano, ma alla fabbricazione di coloranti, che si ricavavano da diverse varietà di legno, importato all’epoca da varie parti del mondo. Siamo infatti nel XVII sec., epoca in cui l’Olanda ha una fitta e fiorente rete di commercio con varie parti del mondo grazie alla famosa Compagnia delle Indie. I tronchi importanti venivano fatti a pezzi e tritati, poi messi sotto la mola che girava grazie alle pale del mulino, e il legno veniva perciò ridotto in polvere. Poiché il contatto con alcuni di questi coloranti era nocivo per la salute, gli operai che lavoravano al mulino erano muniti di una spugna imbevuta d’acqua che li proteggeva dalle esalazioni velenose e in più ricevevano un buono per acquistare una razione maggiore di latte, che doveva fungere da disintossicante, buono che spesso veniva invece speso per alcolici. In seguito, vennero anche usate pietre per ottenere i coloranti, coloranti che venivano impiegati nell’industria tessile per tingere i tessuti. Altri mulini venivano invece usati per macinare farina o spremere olive.
I mulini possono avere varie potenze, a seconda del tipo di pale: quelle più vuote, facendo meno resistenza al vento, girano più veloci e quindi sviluppano maggiore forza meccanica nella mola. Inoltre, girando su se stessi, i mulini possono essere orientati nella direzione del vento, per poter sfruttare in ogni occasione questa fonte di energia. L’interno del mulino è molto interessante: la mola gira azionata dal bastone collegato alle pale; lo scricchiolio è costante e più tira vento più tutte la costruzione del mulino stesso oscilla e vibra. C’è inoltre al piano terra, una piccola mostra fotografica e alcuni oggetti che illustrano gli antichi mestieri del mugnaio. Dalla sommità del mulino la vista si estende su un paesaggio assolutamente piatto, un’immensa pianura verde, interrotta con precisione geometrica da canali di irrigazione o da mucche al pascolo. Non posso credere di essere qui, in un classico paesaggio olandese, di quelli che si vedono sui libri o sulle cartoline. Ho sempre immaginato l’Olanda nella maniera più classica, ma non ho mai pensato che un giorno l’avrei vista così da vicino. Finora ho compiuto tre tipi diversi di viaggio: quello che ho sempre sognato, come Parigi, che mi ero immaginata infinite volte; quello mai pensato ma nato da una proposta casuale e poi rivelatosi stupendo (come il Messico); oppure quello che non avrei pensato di fare mai, anche se tanto desiderato e sognato, e che invece è arrivato del tutto casualmente, senza che lo cercassi, e sempre riferito a luoghi che mi sono stati familiari specialmente negli anni della scuola (vedi l’Egitto e l’Olanda). In particolare, in quest’ultimo caso l’emozione che provo è fortissima: letteralmente non riesco a credere ai miei occhi, non riesco a capacitarmi di essere veramente qui. Così come in Egitto non credevo di essere veramente tra piramidi e geroglifici, così in Olanda non riesco a credere di aver davanti a me i mulini a vento.
Terminata la visita, andiamo alla vicina fabbrica di formaggio, dove assaggiamo vari tipi di cacio, alcuni dal sapore forte e intenso, altri con sapori particolari dati dalle spezie e dalle erbe. Facciamo sosta anche al negozio di souvenir, dove acquistiamo qualche oggettino da portare come ricordo. Passeggiamo un po’ per il villaggio e poi di nuovo a piedi torniamo alla stazione per prendere il treno di ritorno per Amsterdam. Arriviamo poco prima di pranzo e per riposarci un po’ optiamo per un giro in battello fra i canali. Partiamo dal canale davanti alla stazione centrale, usciamo fuori nel porto principale, uno dei più importanti d’Europa, poi rientriamo nel canale Prinsengracht, il più esterno della cerchia di canali che avvolgono Amsterdam, passando davanti alla casa di Anna Frank. Passiamo poi all’Herrengracht, cioè il canale dei signori, dove sorgono le case più fastose, i cui proprietari erano ricchi mercanti olandesi, attraversiamo il Zeidsgracht, da cui si possono vedere sette ponticelli ad arco uno in fila dietro l’altro, proseguiamo fino all’Amstel, l’unico corso d’acqua naturale e non incanalato artificialmente dall’uomo. Dal Blauwbrug, entriamo nel centro di Amsterdam, imbocchiamo il Zwanenburgwal, passando davanti al teatro dell’opera, una costruzione imponente, alla casa di Rembrandt, attraversando il quartiere ebraico e andando a sbucare nel porto occidentale, ormai non più utilizzato. Ospita ancora la famosa Montelbaans Torren, la Torre del Pianto, così chiamata perché da qui le mogli dei marinai davano l’ultimo saluto ai loro uomini in partenza, in lacrime, perché moltissimi di loro non facevano più ritorno, morendo durante il viaggio per epidemie, malattie e naufragi o perché uccisi dagli abitanti dei luoghi in cui approdavano. Dal porto occidentale, terminiamo infine il tour raggiungendo di nuovo il canale davanti alla stazione centrale. Attraversare Amsterdam sui canali dà una dimensione diversa dal percorrerla a piedi. Le case non sembrano più storte, le distanze sembrano ravvicinate e non si ha più la sensazione di trovarsi in un labirinto in cui ci si orienta con difficoltà. I canali poi, a differenza di quelli di Venezia, sono abbastanza puliti e non emanano nessun cattivo odore. Cinque volte alla settimana infatti vengono svuotati completamente, proprio per far defluire le acque sporche. E che dire poi delle case galleggianti, questi barconi, un po’ malridotti, in legno, con la vernice scrostata, i vasi con le piante sul tetto, le tendine agli oblò o alle vetrate. Ufficialmente ce ne sono circa 2000, poiché il governo ne ha impedito la costruzione: tutte hanno luce e acqua corrente, alcune anche il gas, ma nessuna le fognature. E gli olandesi sembrano trovarsi perfettamente a loro agio in queste house-boat che non hanno mai conosciuto il mare aperto né tantomeno la navigazione. Su nessuna manca il cancelletto d’entrata sul molo, la buca delle lettere, le sedie e il tavolino sulla veranda, le pianticelle sul tetto e le biciclette appese alla meno peggio. Scesi dal battello, andiamo alla Nieuwe Kerk, che si affaccia sul Dam. È la chiesa nuova, quella ufficiale, in cui avvengono tutte le celebrazioni più importanti, fra cui l’incoronazione dei regnanti. Ora non è più un luogo di culto, ma un centro sociale in cui hanno luogo mostre e manifestazioni di vario tipo, tanto che per accedervi dovremmo pagare un biglietto.
Andiamo poi alla Oude Kerk, o chiesa vecchia, la più antica di Amsterdam, dedicata a San Nicola, protettore dei marinai e pertanto della città. Peccato che l’esterno sia in restauro. Non solo: la chiesa è circondata dal famoso quartiere a luci rosse, e la strada che corre intorno al suo perimetro è la stessa che ospita le ragazze in vetrina. Tutto convive pacificamente e come se fosse la cosa più normale del mondo. Almeno in apparenza, è molta tolleranza in questo paese. All’interno della chiesa c’è una manifestazione della durata di tre giorni, in occasione dell’incontro di vari rappresentanti della Chiesa provenienti da tutto il mondo. Dal soffitto pendono rami secchi appesi a fili; in fondo, dove dovrebbe essere l’altare, ci sono due file di sedie incrociate, appese al soffitto; a destra un’arca costruita con fascine di legno, una sedia a dondolo, delle papere in legno a terra. All’interno del bel coro ligneo, sono appese delle pelli di pecora. In una delle cappelle sei ragazzi neri cantano dei gospel e non mi faccio sfuggire l’occasione per ascoltarli... “This is the song of the man that came for you and me”, dice uno dei canti, riferendosi a Gesù.
Dall’altro lato, un lungo rotolo di carta si svolge su un tavolo e sulle sedie, e i visitatori possono annotare le loro impressioni. Uno strano odore ci attira poi verso una delle cappelle laterali, mentre siamo alla ricerca della tomba di Saskia, la moglie di Rembrandt (che non troviamo): alcune pecore ruminano tranquille fra paglia e fieno, all’interno di una stanzetta... ogni commento sarebbe superfluo. Prima di andare via, facciamo un salto in sagrestia dove assaggiamo dei dolci tipici olandesi e beviamo del tè seduti in una saletta. Ed anche qui gli olandesi, mangiano, bevono e parlano, parlano, parlano.
Usciti dalla chiesa, per evitare di passare di nuovo davanti alle vetrine rosse, ci troviamo in mezzo al quartiere gay, dove negozi, locali e cinema non danno adito ad alcun dubbio. E tutto questo a meno di 50 metri dalla chiesa vecchia. Ci dirigiamo verso il Nieuw Markt, una delle zone più animate. Raggiungiamo la piazza dove si trova la pesa pubblica, una costruzione in mattoncini che rievoca un castello delle fiabe in miniatura. Percorriamo poi in su e in giù il canale Klaveniersburg, ammirando le casette e scoprendone storie e curiosità attraverso la guida che abbiamo sempre con noi. Sempre a piedi imbocchiamo la strada del ritorno per riposarci in albergo e fare un po’ di spese. Ma contrariamente alle altre sere, alle sei del pomeriggio tutti i negozi sono chiusi, le strade si svuotano, nei locali si fanno le pulizie. Così non ci resta che uscire in cerca di cibo, ricerca che ci conduce fino allo Spui e al Rokin, dove troviamo una steack house uruguaiana che fa al caso nostro, sia per il nome, Alberto, che per il prezzo. Torniamo presto in albergo, sotto la solita pioggerellina.

3 novembre 1996

Svegli prestissimo per approfittare delle ultime ore da trascorrere ad Amsterdam. Visitiamo l’ultima zona che non abbiamo ancora toccato: il quartiere ebraico. La città è deserta, in giro ci sono gli ultimi nottambuli, ormai completamente “fatti”. Tutti i locali e i negozi sono chiusi, salvo quelli equivoci. Anche la maggior parte delle lucette rosse al neon delle vetrine delle prostitute è spenta. Il quartiere ebraico cadde in rovina quando i suoi 70.000 abitanti furono deportati ed uccisi quasi tutti nei campi di concentramento. Fu ricostruito in stile moderno, il che lo fa stonare molto con il resto dell’architettura della città, anche se non crea quell’effetto di orrore delle nostre città, in cui ruderi e antiche dimore sono affiancati da immensi palazzoni o casermoni in vetro. Qui i palazzi (mai alti) sono discreti, anche se non costruiti con i classici mattoncini, ma in cemento; le finestre hanno i balconi (cosa rarissima), ma sono anche questi minuscoli, rientranti.
La sinagoga portoghese è chiusa, la piazza J.D. Meijerplein è vuota. Giriamo un po’ nei paraggi, spingendoci fino alla Rembrandtplein, dove alcuni ambulanti stanno allestendo i loro banchi. Torniamo indietro lungo l’Amstel, giriamo intorno all’Orto Botanico e al Museo ebraico e senza aspettare l’apertura della sinagoga (né quella della casa di Rembrandt che addirittura apre nel pomeriggio) ci dirigiamo di nuovo al Bloemenmarkt, allo Spui, al Dam e infine, all’albergo.
L’addio a questa città non poteva essere più malinconico: un freddo vento agita gli striscioni lungo le strade, dando vita all’unico rumore udibile in tutta la città ancora addormentata. Le vie sono deserte, la vita e l’animazione del primo giorno sono svanite, lasciando spazio ad un silenzio tetro e triste, accentuato anche da un cielo plumbeo e da spruzzi di fitta pioggerellina... una città abbandonata, anche dai turisti: i pochi che incontriamo girovagano spauriti come noi.
Ma forse è meglio così: vedere Amsterdam l’ultimo giorno piena di vita come sempre, allegra, colorata, rumorosa, affollata, avrebbe reso il commiato ancor più doloroso. In questa grigia domenica autunnale, Amsterdam sembra invece dirci arrivederci, sembra pregarci di ritornare, per scoprire quelle cose di lei che solo una lunga permanenza permetterebbe, per vivere di nuovo la sua vivacità, conoscere meglio le sue usanze e la sua storia.
Ci dirigiamo verso la stazione, a piedi e carichi di bagagli, mentre suona uno dei tanti carillon di un campanile, una musica vivace, antica. Ciao Amsterdam, città incantevole.