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3 agosto 1997 - ROMA/HONG KONG
Victor, il nostro augurio di buon viaggio.
Niente male come inizio: un uragano ci ha fatto atterrare con 10 ore di ritardo ad Hong Kong. Sembra che abbia devastato la città, bloccando naturalmente l'aeroporto per una giornata intera. E così il nostro primo giorno di viaggio lo abbiamo trascorso a Fiumicino, allo Sheraton Hotel, ospiti della compagnia aerea Cathay Pacific. Ne abbiamo approfittato per dormire e riposarci dalla fatica lavorativa che avevamo accumulato negli ultimi mesi: peccato però, aver perso una giornata di visita ad Hong Kong. Le hostess ci hanno detto che ora la situazione nella città è tranquilla, tutto è tornato alla normalità, ma non abbiamo modo di verificare le informazioni perché in Italia non è giunta notizia del tifone. Voleremo su un boeing 747, l'aereo più grande del mondo: i passeggeri sono quasi tutti filippini che compiono il loro viaggio annuale in patria; c'è qualche italiano parente di immigrati, degli uomini di affari, e parecchi ragazzi diretti come noi in Australia. Non manca di farsi notare naturalmente un gruppo organizzato che viaggia in business... veramente snob. Finalmente il bus navetta ci riporta all'aeroporto, ma l'aereo decolla con altri 35 minuti di ritardo: non hanno fatto in tempo a fare il pieno di carburante, poiché il velivolo è appena arrivato da Hong Kong.
4 agosto 1997 - HONG KONG
Una città del futuro su un pianeta colonizzato dall'uomo.
L'atterraggio non è così impressionante come l'avevano descritto: è vero, il centro abitato è molto vicino alle piste, ma c'è spazio sufficiente per effettuare le manovre. Poco prima dell'atterraggio, l'unica cosa rilevante è la virata che compie l'aereo, raddrizzandosi proprio poco prima di toccare terra con il carrello. Fra le due piste principali ci sono due bacini d'acqua e verso il mare si vedono delle navi ancorate. Tutt'intorno, montagne le cui cime sono coperte da nuvole basse e grattacieli grigi, arancioni, bianchi o marroncini. La città vista dall'aereo sembra disabitata: una costruzione fatta di mattoncini lego, o addirittura i componenti elettronici dell'interno di una radiolina. Salvo le montagne, non si vede uno spazio verde o un albero. Le nuvole e la foschia che l'avvolgono mi hanno dato ancora più la sensazione che stavamo atterrando in un luogo disabitato, su un pianeta una volta colonizzato ed ora abbandonato. Appena scesi dall'aereo la sensazione è quella di essere entrati in una sauna: il caldo e l'umidità sono peggiori di quelli del Messico (o forse ce ne eravamo dimenticati). Dall'asfalto sale un vapore bollente; gli abiti si appiccicano addosso e l'aria si fa irrespirabile. Ci mettiamo un bel po' per uscire dall'aeroporto perché al controllo passaporti abbiamo beccato un'impiegata cavillosa che legge ogni riga dei documenti, che ti fa domande e ti scruta in viso per controllare che la foto del passaporto corrisponda.?Gli impiegati sono tutti "cinesi di Cina": hanno subito soppiantato gli impiegati di Hong Kong evidentemente.
Dall'aeroporto prendiamo un autobus (l'A1) che ci porta proprio in albergo, nella zona di Kowloon, la terraferma di Hong Kong. Sull'autobus, il solito tizio attaccabottoni non manca mai: questa volta è uno spagnolo che fa il diver (il sub), che è appena tornato da un viaggio in Tailandia e che ora proseguirà per l'Australia a lavorare. Con tutte le chiacchiere che fa ci indica anche la fermata sbagliata e così, facciamo un giretto di perlustrazione prima di trovare l'hotel, che è carino, centrale ma niente più che un palazzo grigio fuori, arredato elegantemente dentro.
Riusciamo subito per fare un giro, ma l'afa è soffocante: forse sarà anche il viaggio, ci sentiamo deboli e spossati. Camminiamo per Salisbury Road e Nathan Road, due delle vie principali di Kowloon, ricche di alberghi, negozi, banche e shopping centre. Le strade sono affollatissime. Del tifone nessuna traccia, se non qualche mucchio di rami spezzati agli angoli delle strade. Si cammina evitando di scontrarsi con la gente e i goccioloni che vengono giù dai condizionatori appesi fuori dalle finestre dei palazzi. Le strade sono piene di insegne luminose con scritte in inglese e cinese: sembra di stare a Chinatown. Per la strada ci sono per lo più giovani, ragazzi e ragazze tutti con il telefonino e vestiti all'ultima moda (la stessa degli anni '70 che impazza in Italia). Circolano i double-decker e ci sono numerose automobili di grossa cilindrata, con aria condizionata, che sfrecciano, cinture di sicurezza allacciate e volante a destra, nelle strade trafficate. La città è molto simile a Bangkok per il suo grigiore, la fatiscenza di alcuni palazzi, l'aria condizionata gelida dei negozi: ma la ricchezza delle vetrine, i begli abiti della gente, i telefonini, le auto, la differenziano molto dalla povertà della Tailandia.
Di primo acchitto non posso dire che mi piaccia, anzi la trovo umida, sporca, grigia e sovraffollata. Ci fermiamo a mangiare in un locale tipico giapponese. Siamo gli unici turisti all'interno, circondati da ragazzi che ci guardano con discrezione. Mangiamo con le bacchette di legno che vanno staccate spezzandole, per garantirne il monouso (non ci sono le forchette in alternativa come in Italia). Il menù comprende riso, noodles e ravioli alla griglia, il tutto annaffiato con tè bollente ma amaro. Quando Alb chiede dello zucchero, la cameriera lo guarda con tanto d'occhi, balbettando quasi la parola "sugar". La cena comunque non è male, considerando anche il prezzo, e il locale sembra essere buono a giudicare dall'afflusso continuo di clientela.
Ce ne torniamo in albergo presto per essere freschi e riposati domani.
5 agosto 1997 - HONG KONG
Che afa fa!
Appena fuori dall'albergo c'è un attimo di panico: gli occhiali e le lenti della macchina fotografica si appannano per la differenza di temperatura fra l'interno e l'esterno; inutile cercare di asciugarli. Ci dirigiamo alla fermata della metro per raggiungere l'isola di Hong Kong vera e propria. La biglietteria è molto avanzata: su un video appare il percorso della linea ferroviaria; premendo con un dito la stazione di arrivo, automaticamente compare la tariffa. A questo punto basta inserire l'importo in moneta nella macchina per ritirare il biglietto (simile alla nostra carta telefonica). Con soli 3 minuti siamo dall'altra parte del canale (la metro infatti corre sottoterra e sotto il mare. Il caldo è già soffocante: chiedendo indicazioni ai passanti, ci dirigiamo a piedi fino alla stazione del Peak Tram, per raggiungere il Victoria Peak. Si tratta di un punto panoramico situato all'altezza di circa 500 metri, da cui si gode di una vista suggestiva su tutta la baia di Hong Kong e di Kowloon.?Il trenino si arrampica fin sulla cima quasi in verticale. All'interno, i corridoi fra i sedili hanno il pavimento ondulato per evitare di perdere l'equilibrio quando si è in piedi. La vista è valsa il biglietto del tram: nel porto ci sono navi merci grandissime e piccoli pescherecci; i grattacieli spuntano da terra come se un gigante si fosse divertito a piantarli lì a caso. Altissimi, a specchi, fitti di finestrelle, dai colori pallidi, la maggior parte appartengono a banche ed istituti.
Lasciamo la terrazza panoramica, siamo circondati da ristoranti, bar, shopping centre e fontane dal gusto kitsch. Scesi dal Victoria Peak, andiamo al Parco di Hong Kong, forse l'unico spazio verde degno di nota della città. Ma le zanzare non tardano a scovare le loro vittime riempiendo di punture le nostre gambe scoperte. Entriamo nella voliera che ospita tantissime varietà di uccelli, compresi i pellicani ed anche delle belle tartarughe.
Usciti dal parco prendiamo il tram double-decker e sedendoci al piano superiore, attraversiamo tutta la città fino al capo opposto, Causeway Bay. Hong Kong è veramente caotica: ovunque impalcature lungo le facciate dei palazzi, marciapiedi e strade interrotte per lavori, camion che scaricano merci, gente che cammina in tutti i sensi e autobus che ondeggiano paurosamente da una corsia all'altra. Penso che non potrei resistere per più di due giorni in un posto così. Mi guardo intorno e non c'è proprio nulla che mi faccia pensare?"che bello vivere qui": non c'è un metro di spazio libero, cioè non occupato da persone, costruzioni o insegne luminose.
Arriviamo finalmente a Causeway Bay, che a dire della guida è la parte più animata di Hong Kong, con negozi che vendono merce di ogni tipo. Ed infatti è impossibile passeggiare senza scontrarsi con le persone che camminano frenetiche stringendo pacchetti e buste. Anche qui nulla di bello da segnalare: l'unica cosa che colpisce sono le piccole botteghe che vendono frutta, radici varie e carne essiccata, a fianco dei negozi di hi-fi.
Riprendiamo un autobus per andare ad Aberdeen, la zona delle sampan, le tipiche barche che fungono anche da abitazioni. Ora ne sono rimaste pochissime, ma sono ancora misere e squallide. Alcune appartengono ai pescatori che a quest'ora stanno rimettendo a posto le reti. Tre di queste barche sono diventate altrettanti famosi ristoranti di lusso, molto turistici e dove la gente dice che non si mangia più come una volta. Trattiamo un giro in barca di una mezz'ora con una donna dal tipico cappello di paglia. La barca è a motore e gira fra le sampan e il molo. Sulle barche sono attaccati tutt'intorno dei pneumatici; panni stesi, stracci, cianfrusaglie varie o pesce essiccato sembrano renderle ancora più misere. Gli interni poi sono veramente squallidi. Un uomo si è tuffato per riparare il motore ed esce dall'acqua tutto sporco di grasso (e sporco d'acqua!). Torniamo al molo e di nuovo con un bus raggiungiamo il mercato di Stanley, percorrendo la strada lungo la costa. Fortuna che percorriamo il lato sinistro della carreggiata, cioè quello opposto al mare, poiché l'autista guida come un pazzo su una stradina stretta a strapiombo sul mare. Si vedono delle piccole spiagge con poche persone che prendono il sole e qualcuno che fa il bagno in una zona delimitata da un cordone giallo. Il mercatino è quello tipico dei paesi orientali, con le persone all'entrata che attirano i passanti con le solite frasi: vestiti, oggetti di artigianato, souvenir, cartoline... sembra di stare in Tailandia. Anche qui si contratta il prezzo, si prendono le fregature, si gira solo per il gusto di guardare. L'unica differenza è che i negozianti sono un po' più freddi e meno disposti a scendere di prezzo.
Riprendiamo il pullman per tornare al molo della Star Ferry, la compagnia che ha in gestione il collegamento tra Hong Kong Island e Kowloon. Ovunque andiamo i turisti sono pochissimi e la maggior parte sono comunque orientali; pochi europei e pochissimi italiani. La gente ci guarda di sottecchi: sembrano molto freddi nei rapporti interpersonali e non conoscono vie di mezzo. Se chiediamo delle informazioni o rispondono bruscamente dando da intendere che non capiscono, oppure si prodigano, tanto da offrirsi di accompagnarci.?La maggior parte parla inglese, ma non benissimo e comunque con una pronuncia pessima!
Torniamo in albergo stanchissimi e non abbiamo la forza di andare a mangiare fino a Lei Yue Mun, rinomata per il pesce, perciò facciamo il bis al ristorante giapponese.
6 agosto 1997 - HONG KONG
"Sta tranquilla, mamma, non facciamo niente di pericoloso. Non siamo incoscienti."
(dalla telefonata della sera prima con mia madre)
Sveglia presto per sfruttare al massimo la giornata e per tornare in tempo in albergo per una doccia prima del check-out.
Abbiamo deciso di visitare i New Territories per assaporare qualcosa della vera Cina?(o almeno ciò che ne è rimasto).
Prendiamo la metro fino all'ultima stazione e da lì un autobus che ci porta fino a Un Long. Poi proseguiamo con un altro bus fino a Kam Tin. Compaiono le prime biciclette, non le classiche cinesi, ma quelle che andavano di moda in Italia una ventina di anni fa e quindi veramente mal ridotte. Le donne camminano con gli ombrelli aperti per ripararsi dal sole: non certo quelli leggeri e delicati in carta di riso, ma i modernissimi ombrelli in stoffa dai mille colori. Molte donne sono addette alla pulizia delle strade: indossano una divisa che comprende anche un cappello di paglia molto largo, con un buco al centro in cui infilare la testa e una falda di tessuto nero tutt'intorno. Si tratta in realtà del tipico copricapo delle donne della tribù Hakka.
I grattacieli non sono spariti, ma in compenso tutt'intorno si vedono le montagne coperte da una folta vegetazione, qualche casa bassa e qualche campo coltivato. Molti i cantieri dove si costruiscono nuovi grattacieli, che non hanno certo un aspetto migliore di quelli di Hong Kong: l'unica differenza è che alcuni complessi hanno un'entrata ben curata, con piante, siepi e pavimenti mattonati.
Lungo la strada (che l'autista percorre sempre guidando come un pazzo) incrociamo numerosi camion provenienti dalla Cina, per lo più container da caricare sulle navi che si intravedono al porto.
Finalmente arriviamo a Kam Tin e riusciamo a farci spiegare dove si trova il piccolo villaggio fortificato che risale al XVII secolo e che costituisce il nucleo della cittadina.?E' ancora abitato dai discendenti dell'antico clan dei Tang. Ci indicano delle vecchie mura grigie che non sembrano poi così antiche. All'entrata alcune donne Hakka chiedono il pedaggio: 1 dollaro a persona. Nel primo tratto, ai lati ci sono delle bancarelle di souvenir: percorriamo tutta questa stradina fino in fondo (non più di 50 metri) sbucando in una piccola stanza dove è allestito un altare con stoffe colorate, incenso e una testa di drago. Se non si vedessero le persone, verrebbe da pensare che il luogo sia disabitato tanto è squallido e malandato. Calcinacci e ferri vecchi dappertutto, muri crepati, vernici scrostate riflettono gli interni altrettanto miseri e disordinati. Libri di scuola, vestiti stesi, oggetti da cucina, cani, bambini e TV, tutti ammassati in pochi metri quadri. Tolta la via principale, larga poco più di 2 metri, le altre stradine che la incrociano sono larghe appena mezzo metro o un metro e ci si passa a stento, camminando su tavole di legno, canaletti di scolo, calcinacci e facendo attenzione a non urtare i condizionatori daria appesi allesterno. Le ringhiere dei balconcini si sfiorano e la luce non entra neanche ai piani più alti delle palazzine. Un'opera così andrebbe tenuta sicuramente meglio e non lasciata in mano ai suoi poveri abitanti e a qualche donna che chiede ben 10 dollari per posare per una foto. Ma gli abitanti di Hong Kong a giudicare dal loro amore per il moderno, non ci tengono a conservare neanche un brandello del passato.
Facciamo un giro nel mercatino locale prima di prendere l'autobus: il fazzoletto al naso è d'obbligo per resistere agli odori tremendi del pesce e della carne, freschi ed essiccati. Torniamo a Un Long per prendere un altro autobus fino a Lok Ma Chow. Arrivati a destinazione, ci facciamo tentare da una proposta di un tizio del posto: prendere lo shuttle bus che porta oltre la frontiera, in Cina. A suo dire non c'è bisogno del visto e basta andare alla dogana e richiederne uno che dura solo 72 ore. Basta solo mezz'ora per visitare la cittadina cinese e poi tornare indietro. E qui comincia l'avventura. Uno: lo shuttle bus non è poi così veloce perché le strade che portano alla frontiera sono molto trafficate. Due: arrivati alla frontiera di Hong Kong si scende tutti dal pulmino (saremo più di 30 persone) e si va al controllo passaporti. Tre: si risale tutti, aspettando i ritardatari che hanno avuto controlli alla dogana. Quattro: alla frontiera cinese si riscende per il controllo dei passaporti e per fare il visto bisogna aspettare un altro quarto d'ora. Conclusione: non abbiamo ormai più tempo per visitare la cittadina e decidiamo perciò di rinunciare, non richiedendo più il visto. La guardia ci dice che per tornare ad Hong Kong dobbiamo andare a riprendere lo shuttle bus. Ma siamo già un po' agitati: ci rendiamo conto che non è così semplice attraversare la frontiera senza il visto, ma ormai è tardi ed è inutile chiederlo. Mentre camminiamo verso lo shuttle bus, una guardia cinese ci ferma chiedendoci i passaporti. Lo vedo sfogliare con calma e poi sempre più freneticamente i passaporti e prima che si infuri, gli dico che il visto che sta cercando non c'è. Ci dice di seguirlo. Mentre camminiamo immagino le carceri cinesi, a pane e acqua, buie e sporche. Poi rimetto i piedi per terra e comincio parlando lentamente, a spiegare alla guardia il motivo per cui non abbiamo il visto. "Do you understand?" gli chiedo infine. Lui non fa alcun cenno di risposta, non so se perché non abbia veramente capito, perché faccia finta oppure perché abbia capito e non gli interessino i nostri motivi. Si consulta per un po' con le altre guardie, poi ci dice di aspettare ancora e va in un altro ufficio. I minuti non passano mai. Alb è nervoso e vorrebbe fumare ma è meglio di no, potrebbero infastidirsi, anche se fumano loro stessi. Finalmente la guardia riesce e ci dice sorridendo: "No problem". Parla di nuovo con i suoi colleghi e ci restituisce i passaporti accompagnandoci allo shuttle bus, dove termina la nostra avventura cinese.
Con tutta questa storia e il traffico sulla strada del rientro, dove si incolonnano grossi camion, arriviamo in albergo oltre l'orario previsto per il check-out. Così, chiediamo una nuova chiave (quella che avevamo era "scaduta") e, dopo una doccia, chiudiamo le valigie.
Ci rilassiamo in un MacDonald's, rifocillandoci e godendoci un po' di fresco. Poi, per trascorrere le due-tre ore che mancano all'imbarco, prendiamo un traghetto di linea fino a un porto dell'isola di Lamma, andata e ritorno, senza visita dell'isola, perché non c'è tempo.?Più ci allontaniamo da Hong Kong e più aumenta il verde, anche se i grattacieli non scompaiono del tutto. Il traghetto all'andata è pieno di inglesi, la maggior parte in giacca e cravatta. Escono dagli uffici e tornano a casa, lontano dal caos di Hong Kong.
Finito il tour nella baia, ritiriamo le valigie in albergo e andiamo in aeroporto: l'Australia ci attende!
7 agosto 1997 - HONG KONG/CAIRNS
E' un sogno...
Finalmente in Australia!
Siamo arrivati alle 8.00 all'aeroporto di Cairns. Dall'aereo si vedevano distese immense di terra rossa e marrone, montagne brulle e poi il mare, di un azzurro intenso.
Mentre siamo in fila ad aspettare che il nastro porti le nostre valigie, una guardia aeroportuale si avvicina con un cane che annusa noi e il nostro bagaglio, non per cercare droga, ma eventuale cibo che non sia di origine australiana. E' infatti proibito entrare nel Paese con cibo, oggetti in legno, fiori e altro materiale di origine animale o vegetale. L'Australia infatti ha una flora e una fauna così diverse dal resto del mondo che anche i parassiti non sono gli stessi. Si rischierebbe perciò di "importarne" alcuni che potrebbero alterare o distruggere il patrimonio naturale perché non troverebbero ostacoli di alcun genere. E' per questo che prima di sbarcare abbiamo lasciato in aereo le varie confezioni di marmellata e formaggio avanzati dai pasti del volo precedente. Anche in aereo, poco prima dell'atterraggio, le hostess hanno spruzzato in aria con delle bombolette spray un antiparassitario che distrugge qualsiasi germe; dicono che non sia nocivo per l'uomo anche se ci hanno raccomandato di coprire occhi e bocca per qualche minuto. L'odore dello spray non era affatto gradevole. Alberto si è arrabbiato perché si è sentito trattato come una bestia, nonostante fossimo a conoscenza di questo procedimento, che viene effettuato anche nelle stive: è il modo con cui gli australiani (giustamente) tutelano il loro Paese. Non sono stati rari i casi, infatti, nel passato, in cui intere piantagioni sono state distrutte da insetti "sbarcati" nel nuovissimo continente oppure siano scomparse alcune specie animali perché sopraffatte da altre provenienti dall'estero.
Finalmente fuori dall'aeroporto, Alberto ne approfitta per fumarsi la sua bella sigaretta, mentre io mi godo l'aria fresca: sembra di essere d'estate in montagna, con il sole che brucia ma un vento fresco e piacevole. C'è quiete e silenzio. Le strade sono pulite, tanto verde intorno, giardini ben tenuti e soprattutto pochissima gente.
Dall'aeroporto stesso prenotiamo una camera in un resort: per 70 dollari abbiamo anche la cucina e un salottino. Ci vengono a prendere direttamente all'aeroporto, ma poiché la stanza non è ancora pronta, facciamo un giro per la cittadina. Le case sono tutte a un piano, fatta eccezione per qualche palazzina. Anche qui come a Hong Kong ci sono i semafori pedonali sonori, con un suono diverso a seconda che indichino lo stop o il go.
Facciamo colazione in un localino con cucina familiare, mangiando a un tavolo all'aperto tramezzini con uova, burro di arachidi, pane all'uvetta e latte al cioccolato. C'è un'atmosfera rilassante intorno a noi: nessuno va di corsa, neanche chi si sta recando al lavoro.
Torniamo in albergo e dormiamo un paio d'ore. Dopo pranzo prendiamo un autobus fino a Palm Cove, zona balneare molto rinomata. Ma anche qui, salvo qualche negozietto di souvenir e un paio di ristoranti non c'è niente che renda caotico l'ambiente. Le spiagge sono libere, non ci sono stabilimenti balneari e la gente prende il sole senza sedie a sdraie e ombrelloni.
L'acqua è un po' fredda, ma più che altro comincia a essere fredda l'aria: sono le quattro e il sole sta scendendo verso l'orizzonte.
La sabbia è fatta di tanti pezzettini di roccia sbriciolati, di un caldo color beige. Ce ne stiamo un po' sdraiati a prendere il sole e immancabilmente ci addormentiamo, risentendo ancora della notte in bianco passata in aereo.
Mentre aspettiamo l'autobus per il ritorno facciamo amicizia con un ragazzo tedesco, Franz, che dice di amare l'Italia e gli italiani. Sta viaggiando da solo, dormendo negli ostelli.?Ci ha consigliato di fare un tour nel Kakadu National Park, all'interno della foresta, dormendo in un sacco a pelo sotto le stelle. Sono molto tentata, ma allo stesso tempo non so se riuscirò a dormire fra mille insetti che mi gironzolano intorno e a stare tre giorni senza lavarmi. Devo riuscire a vincere queste paure però e godermi un po' di sano e rilassante trekking australiano.
Rimaniamo d'accordo di cenare con Franz domani sera.
Prima di rientrare in albergo, facciamo un po' di spesa in un supermercato: pasta tre colori e sugo già pronto, la cena di stasera, burro e marmellata per la colazione di domani e pane e prosciutto, i panini per il pranzo di domani. Il supermercato è uguale a quelli italiani, ma i prodotti che vendono sono leggermente diversi. Inoltre, vasta è la scelta di prodotti della cucina straniera, soprattutto giapponese, tailandese, cinese e naturalmente italiana.
Una volta in albergo ci prepariamo la pasta al sugo e sbucciamo il melone. Poi, sistemata la cucina, andiamo a fare di nuovo un giro nel centro, ma i negozi già chiusi e il freddo ci fanno rientrare presto in albergo. Che dire di questa prima giornata australiana? Che l'Australia è proprio come la immaginavo: verde, luminosa, pulita, tranquilla. Mi piacerebbe vivere qui, prendere la bicicletta per andare in ufficio, fermandomi prima a fare colazione in un bar all'aperto; poi nel pomeriggio fare una passeggiata sull'Esplanade, il lungomare di Cairns e la sera uscire con gli amici a prendere qualcosa da bere... "Australian lifestyle"... chissà se Alberto è d'accordo!
8 agosto 1997 - CAIRNS
Da dove nascono i boomerang.
Andiamo a piedi fino alla stazione ferroviaria da cui parte lo Scenic Raylway, il treno per Kuranda. Si tratta di una località situata nelle Atherton Tablelands, nel mezzo della foresta pluviale. Il treno impiega circa due ore per raggiungerla, facendo un paio di soste per ammirare il panorama e le cascate di Barron (il fiume che attraversa questa zona). Il treno è in stile antico, con le carrozze decorate all'esterno e i sedili in pelle e legno. La vista durante tutto il tragitto è magnifica: si vedono il mare, le cittadine intorno a Cairns, le montagne, il fiume e la foresta. Da lontano vediamo anche la Skyrail, la cabinovia con cui si può riscendere a valle: è altissima e sorvola la foresta. Arrivati a destinazione ci accorgiamo che la località è molto turistica, ma perlomeno tutti sono cordiali e non ti chiedono né costringono a fare niente. Ci incamminiamo a piedi verso il paesino, costituito in realtà da un mercatino con prodotti di artigianato, vari punti di ristoro, negozi, una voliera e un parco. Passeggiamo un po' fra i negozi, attratti da tanti articoli e dai souvenir. Mangiamo dei panini nel parco e poi ridiscendiamo alla stazione ferroviaria, percorrendo il sentiero lungo il fiume Barron. ?Ci fermiamo un po' nel punto in cui si noleggiano le canoe e da cui parte la barca per la crociera sul fiume. Poi saliamo per prendere la Skyrail. Nella cabina con noi ci sono due "arzilli" vecchietti di Melbourne che molto gentilmente ci spiegano tante cose interessanti. ?La cabinovia è stata costruita appena due anni fa e per non distruggere né danneggiare la foresta, le fondamenta e i piloni sono stati calati dagli elicotteri nel fitto del fogliame. Anche da quassù la vista è magnifica; la foresta è fittissima ma niente a confronto, ci dicono, del periodo delle piogge; anche il fiume Barron ha poca acqua e la cascata è appena accennata. Una diga in alto ne blocca in parte il flusso per rifornire d'acqua la città di Cairns. La prima sosta della Skyrail avviene dopo 10 minuti e ci permette di visitare un centro in cui è efficacemente spiegato l'ecosistema delle foreste. Ogni pianta ha sviluppato un particolare sistema per sopravvivere, per prendere la luce, l'acqua e riprodursi. Grazie ai pannelli esplicativi e ai numerosi documentari che ho visto in TV, riesco a capire come funzionano le cose qui. Alcuni alberi, chiamati Giant Lowland Fig hanno sviluppato delle radici esterne che si diramano sul terreno intorno al tronco (viste dall'alto sembrano zampe di gallina). Queste danno maggiore stabilità all'albero che spesso raggiunge altezze gigantesche per captare la luce del sole. Dalla parte legnosa che forma l'angolo fra il tronco e le radici gli aborigeni ricavano i boomerang. Alcune piante (gli epifiti), fra cui le orchidee e le felci, crescono invece sui tronchi degli alberi, formando come dei nidi (se visti dal basso), chiamati appunto Fernnest (nidi di felci). Gli zoologi hanno scoperto numerose specie di animali che vivono nella foresta pluviale: solo di insetti ce ne sono ben 40.000! Usciti dal "centre", camminiamo lungo un percorso cementificato (in cui sono impresse le forme di molti tipi di foglie presenti nella foresta) fino a dei Lookout, cioè dei punti di veduta, da cui scorgiamo la ferrovia, la cascata e la foresta immensa. La seconda tappa lungo il percorso ci permette di addentrarci appena all'interno della foresta per ammirare più da vicino le piante. I signori di Melbourne ci raccontano inoltre che dopo ben 50 anni nella foresta è stato trovato un aereo della Seconda Guerra Mondiale con gli scheletri dei due piloti all'interno. La vegetazione, che cresce ad una velocità spaventosa, aveva completamente coperto il velivolo. Arriviamo alla stazione della cabinovia dove un autobus ci conduce al centro di Cairns. Dopo molte inchieste, prenotiamo un tour di 3 giorni nel nord del Queensland: visiteremo Cape Tribulation e Port Douglas attraversando il fiume Daintree. La cosa tragica è che dormiamo nei dormitori... speriamo bene! La cosa non ci entusiasma, ma affittare una macchina è abbastanza costoso e soprattutto non siamo sicuri di riuscire a vedere tutto senza una guida che ci faccia entrare nella foresta e ci illustri i posti più interessanti. Questo infatti è uno dei pochi tour che costi così poco e che ci permetta di vedere così tanto.
Andiamo all'appuntamento per incontrare Franz ma lui non si presenta; forse non ha capito il luogo o non aveva più voglia di venire. Peccato, avremmo voluto chiedergli qualcosa di più del suo tour di 3 giorni nel Kakadu National Park. Ceniamo in un porticato in cui si affacciano diversi punti di ristoro, con cucina cinese, araba, giapponese, tailandese, italiana e Aussie. Optiamo per una bella Aussie Steak con contorno di patate e verdura.
Non so perché, ma abbiamo tantissimo sonno: alle 10 dormiamo già!
9 agosto 1997 - CAIRNS
Australian lifestyle
Ci svegliamo con comodo e traslochiamo in una stanza senza bagno poiché il nostro appartamentino era già prenotato per oggi da altri turisti.
L'esperienza non è entusiasmante: praticamente siamo come in un grande appartamento in cui dividiamo 3 bagni, una zona salotto e TV e la cucina, il barbecue (che sembra qui sia un must) e la piscina, dove trascorriamo tutta la mattinata.
Nel pomeriggio facciamo un giro al porto, dove ci sono ovviamente numerose imbarcazioni, comprese quelle per le gite sulla Coral Reef ed un idrovolante. Dietro la zona del porto c'è una specie di festa, con banchetti che vendono cibo di cucina internazionale, prodotti di artigianato e un palco su cui si esibiscono danzatori e cantanti di varie nazionalità. Mangiamo le honey balls greche e le balls al sesamo tailandesi (squisite entrambe). La gente è seduta sul prato, quasi tutti senza scarpe, con i bambini che corrono e giocano tranquilli. Sembra che niente sconvolga lo spirito tranquillo degli australiani: molti camminano scalzi (e sono persone normali), tutti indossano pantaloncini corti (che fanno parte anche della divisa delle guardie, dei tassisti e dei conducenti di autobus). Hanno un abbigliamento stravagante ma allo stesso tempo semplice, parlano piano, bevono, chiacchierano oppure leggono. Fra di loro gli aborigeni, scuri di pelle e di capelli, saltano subito agli occhi: alcuni sembrano straccioni, altri invece sono vestiti normalmente. La maggior parte comunque se ne sta per conto proprio: finora non ho visto un australiano camminare insieme a uno di loro. Buffissima e simbolo di tutte le contraddizioni australiane è un'anziana donna aborigena vestita alla moda inglese stile "Miss Marple", con tanto di cappello.
Proseguiamo il nostro tour fra i negozi acquistando delle cartoline e mangiando di nuovo nel porticato, questa volta del cibo cinese.
Al ritorno, facciamo due passi nella zona dove si trovano gli alberghi più "in" della città, con una gradevole scoperta: una chiesa cattolica, delle suore di S. Monica, con annesso convento e scuola, costruita a fine ottocento, distrutta da un ciclone nel 1927 e ricostruita in appena un anno. Uno dei due edifici sacri ha la facciata ornata da maestose vetrate; grazie a una bacheca luminosa che espone un depliant, apprendiamo un po' di notizie interessanti. ?Le vetrate commemorano i morti della battaglia di Coral Sea, avvenuta a largo di Cairns, fra il 4 e l'8 maggio 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, fra giapponesi e australiani.?Vi sono rappresentati resti di aerei, navi, sommergibili e armi di vario tipo nel fondo del mare, circondati da pesci variopinti e stelle marine. Ogni oggetto ha un valore simbolico, legato all'Arca di Noè e alla Crocefissione di Gesù e l'intento è quello di augurare a tutto il mondo un futuro di pace, parola che è scritta lungo la cornice delle tre vetrate in più di 70 lingue diverse. Affascinante veramente. Voglio ritornarci per prendere il depliant come ricordo.
10 agosto 1997 - CAIRNS/Crocodylus
L'avventura è appena iniziata: fra coccodrilli e canguri, si dorme nella foresta in unenorme capanna/dormitorio.
Ed eccoci in viaggio verso il nord del Queensland. Alle 7.30 viene a prenderci un pulmino che poi carica altri ragazzi, tutti alloggiati negli ostelli. Viaggiamo lungo la costa fra le piantagioni di canna da zucchero. Il mare è bellissimo, di un azzurro intenso, le spiagge sabbiose o di pietra nera, quasi deserte... e pensare che è domenica. Facciamo uno stop lungo la strada in un punto panoramico per godere della vista del mare e della foresta pluviale.?Ci addentriamo poi nella foresta fino a raggiungere il fiume Daintree. Ci aspetta una lauta colazione: biscotti secchi e tè, caffè e latte.. pancia mia fatti capanna!!! Mentre facciamo colazione e paghiamo il nostro tour, il nostro pulmino ed altre auto vengono caricate su una chiatta per raggiungere l'altra riva del fiume. Ora arriva il bello: con una barca navighiamo lungo il fiume, vicino alle rive per avvistare i coccodrilli. E ne vediamo ben 3, che se la godono placidamente al sole, fra la sabbia e la riva. E vediamo anche un piccolo di coccodrillo che sguazza nell'acqua. Non sono molto grandi e questa razza è chiamata Fresh Water Crocodile (coccodrillo d'acqua dolce). Grazie però a speciali ghiandole situate sotto la bocca sono in grado di separare il sale dall'acqua e possono quindi vivere a lungo anche nell'oceano. Non sono grandi (la media è di 4/5 metri, ma possono raggiungere anche la lunghezza di 8!), ma sono comunque pericolosi. Durante il tragitto lungo la costa abbiamo anche avuto la fortuna di vedere una balena che saltava nell'acqua (solo il di dietro e la coda).
Dopo aver ripreso il nostro pulmino proseguiamo per il Crocodylus centre, con un'ultima sosta per il panorama. Arrivati al centro, veniamo registrati, ci vengono date le lenzuola e le coperte e poi assegnato il nostro dormitorio: è composto da ben 10 letti a castello (20 posti), tutti occupati sia da ragazzi che da ragazze. Il nostro dormitorio si chiama "Silky Oak".
Il Crocodylus centre è proprio in mezzo alla foresta. C'è una reception con annesso un piccolo ristorante dove si mangia molto bene per pochi dollari: tutto è in legno e molto rustico. Siamo circondati da tantissima gente, tutti ragazzi con zaino e sacco a pelo. C'è un blocco con bagni e docce e poi tutt'intorno dei dormitori, cioè specie di grosse capanne sollevate da terra, come palafitte, con tetto spiovente e una rete fitta tutt'intorno che funge da parete. Grande sorpresa: abbiamo rincontrato Franz che è insieme ad un'altra ragazza bavarese, Margit. Pranziamo insieme e decidiamo di fare una passeggiata nel pomeriggio fino a una vetta da cui si può godere del panorama. Dopo esserci inerpicati sulla cima da dove il panorama è magnifico (foresta, montagne, costa e oceano), percorriamo l'Orange Rope Walk, un percorso proprio intorno al Crocodylus: è fantastico. Camminiamo su un terreno fangoso, fra radici di alberi, liane ed enormi foglie di felci. Il percorso è guidato, ogni tanto dei paletti con dei numeri indicano una pianta particolare di cui si possono avere alcune notizie da un piccolo depliant dato in dotazione dalla reception. Camminiamo così a lungo che si fa buio, ma è il momento migliore perché gli animali escono dalle tane per nutrirsi: vediamo un topo marsupiale (o bandicut) e una famiglia di cinghiali. Torniamo al punto di ristoro per la cena e rimaniamo svegli fino a tardi a chiacchierare, a scrivere cartoline e diari e a scambiarci indirizzi. Dopo la doccia, andiamo a dormire. E' buio, e il silenzio è interrotto dalle foglie che cadono sul tetto, da qualche leggero scroscio di pioggia, dal canto degli uccelli e dei grilli, ma anche da qualche rumore corporale dei nostri compagni di stanza. Non posso credere di essere sdraiata su un misero letto a castello di legno, in mezzo alla foresta, in un posto non molto pulito con gente strana in stanza, ma sentirmi completamente a mio agio, tanto da aver voglia di stare ancora sveglia per godermi questo momento. Mi sveglio alle cinque perché devo andare in bagno e non resisto più. Sveglio Alberto, che dorme nel letto a fianco al mio, per farmi accompagnare perché ho paura di incappare in qualche animale o di non trovare la strada dei bagni. Alb mi racconta che questa notte sono venuti dei canguri vicino al nostro dormitorio ed hanno rovistato in cerca di cibo. Sono fuggiti via solo quando un ragazzo con la torcia si è avvicinato a loro. Peccato non aver sentito nulla, mi sarebbe piaciuto vederli.
11 agosto 1997 - CAIRNS/Crocodylus/CAIRNS
Un "fair dinkum bushman".
Ci siamo alzati tardi per recuperare la stanchezza e il sonno. Dopo aver ripreparato per l'ennesima volta il nostro bagaglio (che per fortuna questa volta è composto da due soli zaini), facciamo colazione al punto di ristoro con un pancake (una specie di grossa frittella coperta di zucchero e marmellata) e una fetta di torta alla carota.
Non sapendo ancora se c'è posto per noi sul pulmino di ritorno (stiamo in stand-by poiché abbiamo deciso di tornare un giorno prima per fare il tour alla Barriera Corallina), non ci allontaniamo molto dal Crocodylus Village. Ci inerpichiamo per una strada sterrata fin su in cima ad una collinetta per godere di un bel panorama e poi ripercorriamo parte dell'Orange Rope Path per vedere meglio piante e animali alla luce del giorno. E le nostre attese non vengono deluse: vediamo due uccelli (Orange Footed Scrub) che camminano sopra il loro nido. Si tratta di un mucchio di foglie e "spazzatura" della foresta, costruito da generazioni di questi uccelli. Questo mucchio in realtà non è altro che un nido dove la femmina depone le uova all'interno scavando una galleria. Durante la stagione umida, il mucchio di foglie fermenta, facendo salire la temperatura all'interno e covando così le uova. I due uccelli si aggirano intorno al nido, scavando con le zampe il terreno e beccando qua e là. Sembrano due galline che razzolano nell'aia. Il terreno è più fangoso di ieri a causa della pioggia notturna: a terra mucchi di foglie e i più svariati frutti si alternano alle radici e ai funghi. I frutti hanno colori insoliti: rosa, azzurro, bianchi e alcuni funghi sembrano delle uova alla coque.
Ritorniamo al Crocodylus dove finalmente apprendiamo che c'è posto anche per noi sul pulmino. Si unisce a noi, nel viaggio, oltre a Franz anche un americano dell'Alabama, Michael, un bel ragazzo alto, con i capelli ricci e biondi legati dietro la nuca. E' in giro per l'Australia da più di un mese. Sta facendo la sua vacanza di tre mesi prima di riprendere il lavoro e lo studio. Beato lui! Il viaggio di ritorno prevede di nuovo l'attraversamento del fiume Daintree. Mentre siamo in fila in attesa di salire sulla chiatta, acquistiamo un chilo di dolcissime banane da un tipico "bushman" con tanto di cappello e barba.
La seconda sosta è presso una fattoria specializzata nella coltivazione di frutta, soprattutto di banane, ananas e mango. Degusto uno specialissimo gelato di banana fatto solo di banana "frozen" e senza l'aggiunta di latte e zucchero. Aggiungendo a questo le due banane mangiate prima, ho fatto un tipico pasto da scimmia!
Sosta finale al Mossman Gorge, un letto di fiume che attraversa la foresta tropicale, formato da grossi massi e da poca acqua, dato che siamo nella stagione secca. Avendo poco tempo a disposizione percorriamo solo parte di un track che inizia dal fiume e prosegue all'interno della foresta. Siamo in un territorio aborigeno: qui viveva una tribù che fu scacciata dai bianchi e rinchiusa in una comunità/riserva. Gli uomini di questa tribù conoscevano la foresta come le loro tasche ed erano in grado di ricavarne cibo, armi e medicine. Purtroppo questa tradizione è andata persa perché la nuova generazione non vive più qui e non riceve perciò gli insegnamenti degli anziani.
Come mezzo di ritorno a Cairns scegliamo una barca della Quicksilver, una delle più gettonate compagnie che effettuano trasporti marittimi in questa zona. Il tragitto, partendo da Port Douglas, dura quasi due ore ed è bellissimo ammirare la foresta da lontano, le montagne e le spiagge e poi arrivare a Cairns di sera, e vederla tutta illuminata.
Dormiamo al nostro solito hotel, questa volta in un dormitorio con altre 5 persone, senza bagno e aria condizionata, e ceniamo con Franz e Michael mangiando un buon piatto di pasta al pesto.
Michael, stanchissimo se ne torna a dormire sulla brandina del suo hostel, mentre per Franz ?è l'ultimo giorno a Cairns: all'una parte il suo pullman per Sydney, un viaggio di appena?27 ore!
12 agosto 1997 - CAIRNS
Dopo fondali fantastici torniamo alla realtà: "Ho fatto un big mistake, ho mandato via persone che avevano bukkato!"
Ore 7:00: si parte con la barca per il tour alla Barriera Corallina. L'equipaggio è molto informale: gli australiani al lavoro sembrano giocare e divertirsi un mondo, facendo scherzi e battute in continuazione. Ci togliamo le scarpe e posiamo le borse; dopo aver compilato un foglio sul nostro stato di salute, ascoltiamo un ragazzo dell'equipaggio darci delle informazioni sul come fare snorkeling e su che tipo di pesci vedremo. Ci fermiamo su un punto in mezzo della barriera e ci immergiamo. Alb fa anche 10 minuti di prova con le bombole. Facciamo un po' di snorkeling insieme e non ci sono parole per descrivere ciò che vediamo: pesci di tutti i colori che non si allontanano alla nostra vista, coralli di ogni forma e colore, dall'azzurro al rosso, dal giallo al verde. E poi enormi conchiglie piantate nella sabbia o incastrate nei coralli. Questa barriera corallina è dieci volte più bella e più ricca di quella del Messico. Sembra di assistere ad un documentario: conchiglie enormi (le tridacne) che si chiudono appena le sfioriamo con le pinne, pesci striati con almeno 4/5 colori diversi ognuno, alcuni fosforescenti, fatta eccezione per quelli vicino alla riva che sono bianchi o trasparenti per mimetizzarsi con la sabbia. Vicino la barriera sorge infatti un'isola che è considerata parco naturale e quindi non visitabile. Si può sostare solo in una parte della riva delimitata da un recinto. L'isola è invasa dagli uccelli che vengono qui a deporre le uova. La sabbia è piena di piume, il cielo è solcato da volatili di ogni tipo e l'aria è piena di battiti d'ali, versi di uccelli e puzza di pesce (che gli uccelli portano qui per mangiare).
Torniamo di nuovo a nuoto sulla barca dove ci aspetta un pranzo gustoso e ricco. Purtroppo dopo soffro il mal di mare e non mi godo molto la traversata. La seconda sosta è nella parte esterna della barriera corallina, dove i fondali sono ancora più ricchi. In attesa di riprendermi dal mal di mare faccio un giro sulla barchetta con il fondo in vetro: forse è ancora meglio che fare snorkeling, perché la vista è più nitida e non si fatica. Poi indosso il salvagente, le pinne, la maschera e il boccaglio e mi tuffo di nuovo con Alb, che intanto scorrazzava nell'acqua. Non vedo la differenza fra questa parte della barriera e quelle che abbiamo visto prima, perché per me è tutto meraviglioso.
Il viaggio di ritorno è all'insegna del dormire (io all'interno e Alb sdraiato su una panca in prua). Veniamo svegliati dalla grida dell'equipaggio: sulla linea dell'orizzonte di fronte a noi cinque o sei balene saltano fuori dall'acqua. Riusciamo a vederle per intero e mentre sbattono la loro coda. Sono blu scuro, ma una di loro sembra bianca. Alb ha anche la fortuna di vedere poco dopo un paio di delfini. Incredibile: chi avrebbe mai pensato di vedere delle balene nuotare in libertà così da vicino?!
Torniamo stanchissimi e ci aspetta una discussione con il padrone dell'albergo che ha affittato la stanza doppia con bagno che avevamo prenotato e pagato 4 giorni fa. Ci manda a dormire nellalbergo di sua madre, una donna che è veramente uno spasso: è siciliana d'origine e parla un italiano intervallato da parole in inglese con un forte accento "siculo", classico da immigrata e finisco pure io, per farmi capire, per parlare metà italiano e metà inglese!
Sistemati nella stanza (la prima decente da quando siamo qui, pulitissima, con lenzuola profumate, frigo e bollitore) prendiamo il nostro sacco della biancheria sporca e andiamo alla laundry a fare il bucato. Con appena due dollari laviamo un bel carico di magliette, mutande e calzini e poi per altri due dollari li asciughiamo nell'asciugatrice. In un'ora abbiamo di nuovo tutto il nostro vestiario pulito come quando siamo partiti. Ceniamo velocemente al Mac Donald's e andiamo a letto prestissimo.
13 agosto 1997 - CAIRNS/DARWIN
"Ma che ci fa una ragazza italiana qui?" (brano di conversazione con un paio di ragazzi italiani incontrato all'Elke's, tipico ostello per backpackers... e non per chi viaggia con una Roncato rigida e con rotelle!)
Dopo aver chiuso le valigie, andiamo a fare un po' di shopping e poi mangiamo all'Esplanade, trascorrendo il tempo a scrivere cartoline e diari.
Intorno a noi c'è chi passeggia, chi mangia, chi prende il sole. Lungo la strada tanti piccoli camper in sosta con gli occupanti accampati sul prato che mangiano, dormono, sistemano il bagaglio e lavano i piatti.
Gli australiani sono veramente strani: vanno in giro scalzi e vestiti nella maniera più insolita, hanno sempre un libro o un quaderno in mano e, sembra, anche molto tempo a disposizione. Non sono molto puliti, ma più che altro sembrano trascurare le cose di poca importanza e vivere alla giornata. A contribuire all'atmosfera strana ci sono poi i turisti, costituiti in maggior parte da backpackers sporchi e trasandati e da giapponesi un po' alternativi, lontani dai nostri "tutti sorrisi e foto" che gironzolano in massa intorno ai monumenti. La maggior parte dei giapponesi che vediamo, comunque, è qui per studiare e vi trascorre parecchio tempo: il Giappone infatti (come alcuni paesi del Commonwealth) ha una convenzione con l'Australia per il soggiorno studio e/o lavoro dei suoi cittadini.
Dopo aver ritirato il bagaglio in albergo, andiamo in aeroporto, zona Domestic Flights. L'interno dell'aeroporto è bellissimo: le poltrone sono in stoffa, moquette dappertutto e bagni puliti come quelli di casa.
Ci imbarchiamo su un piccolo aereo e a nostra insaputa atterriamo su un'isoletta prima di arrivare a Darwin. Si chiama Groote Einlandt e si trova nel golfo di Carpentaria.
Scendiamo per una ventina di minuti ma sembra di essere atterrati in un posto deserto e ai confini del mondo. L'aeroporto non è altro che un "foglio di carta" (come ci aveva preannunciato l'hostess) e c'è solo una casupola dove fare il check-in. I bagagli vengono scaricati direttamente con un furgoncino. L'isola è una grande riserva di manganese e a raccontare la sua storia ci sono alcuni massi con delle targhe che raccontano della prima missione fondata da un prete e del successivo sviluppo dell'isola.
Fuori dall'aeroporto ci sono solo jeep a testimoniare il fatto che le strade devono essere impervie. Inoltre sull'isola vive una comunità aborigena.
Atterriamo a Darwin alle 9.15 di sera, con una mezz'ora di fuso orario in meno. Uno shuttle bus ci porta all'Elke's Backpackers Motel: un vero tugurio, ma perlomeno non molto affollato e frequentato soprattutto da ragazze (ne incontriamo anche un paio italiane... un po' alternative). Forse siamo gli unici "normali" a frequentare questi posti. Ci viene data una stanza, o meglio un buco! Si tratta di una vano di 3 metri per 2 con un letto, un frigo e una mensolina... e questo è tutto! ("Fairy dinkum!")
Dobbiamo rifarci il letto da soli con le lenzuola prese alla reception. Non abbiamo neanche una sedia dove appoggiare i vestiti e ne prendiamo una in prestito dalla veranda subito fuori la stanza, dove si affaccia anche la cucina per l'uso comune. Per 40 dollari abbiamo questo buco e la colazione gratis (i due bagni sono in comune con almeno 30 persone!)... non possiamo certo lamentarci. Ci facciamo una bella chiacchierata con il ragazzo della reception, Chris, che ci illustra la possibilità di tour nei dintorni. Dopo una bella doccia ci chiudiamo in stanza a morire dal caldo (anche se per fortuna abbiamo sia un ventilatore che un condizionatore, ma uno sembra un elicottero e l'altro un frullatore per il rumore che fanno!)
14 agosto 1997 - DARWIN
"Gli australiani vanno con una sedia a sdraio sotto il braccio a sedersi sulla spiaggia per ammirare il tramonto..." enfasi nel descrivere l'Australian lifestyle o semplice realtà? Guardare per credere!
Dopo aver prenotato un 3-day tour al Kakadu National Park e un 1-day tour al Litchfield National Park, ci facciamo una passeggiata per Darwin. Ricostruita dopo il tifone Tracy del 1974, la città ha un aspetto piuttosto squallido (niente a che vedere con Cairns e le sue casette tipo cottage e con tanto di giardino). Facciamo un giro nelle vie del centro (con negozi carissimi) e poi verso il porto, dove ci sono le rovine e gli edifici ricostruiti dopo il ciclone. Interessante è anche la visita all'Oil Tunnel della Seconda Guerra Mondiale, uno dei cinque tunnel costruiti per rifornire le navi di carburante. In realtà nel porto di Darwin esistevano già 11 serbatoi per il carburante (petrolio) importato dal Borneo, ma durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti aerei giapponesi li distrussero quasi totalmente. Così il governo (allora c'era ancora la sovranità inglese a tutti gli effetti) decise di far costruire dei serbatoi sotterranei, per l'esattezza 8, ma i lavori cominciati nel 1943 ne portarono a termine solo 5, che del resto non furono mai utilizzati perché la guerra nel frattempo era finita. Ora, uno di questi tunnel/serbatoio è stato trasformato in una specie di museo: si vede ancora la sala della pompa, il tubo per i gas nocivi e quello per l'aria e il tubo per il rifornimento delle navi che arrivava alle banchine del porto.
Fa caldissimo e decidiamo di interrompere la nostra camminata per mangiare al MacDonald's. Poi torniamo in albergo per preparare il bagaglio per il tour. Andiamo a vedere il tramonto da Mindil Beach, dove c'è anche un mercato ogni giovedì. Come avevamo letto su un libro, la gente si incammina verso la spiaggia con la sedia a sdraio sotto il braccio per vedere il tramonto. Questo è lo spirito degli australiani! Facciamo un giro per il mercatino: c'è un po' di tutto, dagli oggetti di artigianato locale a quelli di artigianato tailandese e indiano, ma soprattutto tantissimi camioncini con cibo di cucina internazionale. Gli odori ci invadono completamente e ci mangiamo tutto con gli occhi prima di decidere cosa prendere. Torta di patate slovacca, spiedino di octopus e calamari fritti cinesi: mangiamo sulla spiaggia, circondati da australiani seduti sulle loro sdraio, con una lattina di birra in mano e una borsa termica ai piedi. Il mare è bellissimo e il tramonto altrettanto. C'è bassa marea e la spiaggia si prolunga per un bel po' in mezzo al mare. Bambini aborigeni giocano sulla sabbia e noi raccogliamo conchiglie. Questo è il famoso mare in cui per 6 mesi l'anno ci sono le box jellyfish, le pericolosissime meduse, che possono uccidere un uomo in pochi minuti. Dopo aver fatto ancora un giro per il mercatino, torniamo al nostro "rifugio". Domani ci dobbiamo alzare alle 5:45 per il tour.
15 agosto 1997 - DARWIN/Kakadu National Park
Ecco il gruppo dei Simply Dirty!
Alle 6:45 siamo ai tavoli fuori la reception che attendiamo la nostra guida. Si presenta un ragazzo in scarponi e pantaloncini corti, con barba e capelli lunghi e biondi, che pronuncia i nostri nomi storpiandoli tremendamente. Saliamo su una jeep Land Cruiser da 10 posti?(9 passeggeri e un autista) e giriamo per Darwin a raccogliere gli altri partecipanti al tour: ci sono Emma e Rose, due inglesi, Mary e Paul, due australiani di Melbourne, Daniel, uno svizzero, Yuko, una giapponese che vive in Australia e Chris, un australiano che ha vissuto a lungo in Inghilterra. Al completo, facciamo la prima sosta in una specie di autogrill per la scorta di frutta, verdura e acqua sotto forma di cubetti di ghiaccio che vengono messi in una tanica termica (con il caldo che fa, si squaglieranno presto). Per nostra fortuna tutti i componenti del gruppo sono simpatici e alla mano e c'è l'occasione di scambiarsi spesso delle battute. Prima tappa è lo Shedy Camp, dove ci sono le barche a motore per navigare il fiume infestato dai coccodrilli. Paul (così si chiama la guida) va con Alb e altri due del gruppo per insegnare loro a guidare la barca, poi tornano a prendere il resto del gruppo. Fa molto caldo e dobbiamo mettere la crema protettiva e il cappello per proteggerci dal sole. In barca con noi c'è Rose, la più riservata e "fifona" del gruppo. Cominciamo a navigare lungo il fiume e dopo appena 50 metri avvistiamo i primi coccodrilli: sono di tante misure, ma la maggior parte molto grandi, quasi tutti con le fauci spalancate per refrigerarsi dalla calura; stanno sulle rive sabbiose nascosti fra ciuffi d'erba, tronchi d'albero o fra le grosse foglie dei lilium. Qualcuno scivola lentamente in acqua, qualcun altro cambia pigramente posizione. Non ci avviciniamo più di 4/5 metri alla riva, come ci ha raccomandato Paul e non appena ne vediamo uno entrare in acqua, ci dirigiamo subito al centro del fiume. Questa specie di coccodrilli si chiama Salt Water Crocodile (saltie in australiano) ed è la più pericolosa per l'uomo. Nonostante preferiscano l'acqua salata, questi lucertoloni si trovano facilmente anche in acqua dolce. In questo fiume, nonostante lo sbarramento, penetra anche acqua salata ed è un luogo ideale per i coccodrilli. Ma non ci sono solo loro: uccelli di ogni tipo (fra cui alcuni della stessa famiglia della cicogna e dei cormorani) svolazzano sopra di noi da un albero all'altro. Lungo le rive le immense foglie dei lilium si alzano al vento per metà, continuando a galleggiare sull'acqua; qua e là i fiori di un rosso acceso. Quando spengiamo il motore delle barche, il silenzio è rotto solo dallo sbattere delle ali degli uccelli. Non c'è anima viva nel raggio di chilometri, tanto meno case o abitazioni di alcun genere. Le barche con il motore al massimo sfrecciano nell'acqua creando scie spumose e onde che si infrangono lungo le rive. Giochiamo a rincorrerci e a navigare con le tre barche attaccate, mentre Paul dalla sua barca ci indica e spiega le bellezze di questo posto. Voglio imparare a guidare e quindi passo al posto di guida, con Alb che mi dà mille avvertimenti e mi guarda preoccupato. Invece, dopo le prime incertezze, me la cavo bene e mi diverto anche. Dopo la crociera, ci fermiamo a mangiare in una radura dove c'è un tavolo con due panche. E veniamo messi a dura prova dalla mancanza di igiene e pulizia. La verdura (insalata, cetrioli, pomodori, ecc.) viene tagliata senza essere stata prima lavata e depositata in casseruole tirate fuori da cassette di plastica sporche come non mai, dove sono custoditi anche i piatti, i bicchieri e le posate. La cassetta dei viveri contiene un po' di tutto: salse varie, pane, margarina, cibo in scatola, il tutto fra chili di polvere nera e rossa. Sulla tavola il cibo non manca però: oltre all'insalata e alle varie salse che gli australiani (e non solo loro) adorano, ci sono tonno, pollo, formaggio, salame, mais, pane di 3 tipi, burro di arachidi (di cui vado matta) e una decina di mosche che svolazzano felici da una pietanza all'altra. Ma il peggio deve ancora venire! Alla fine del pasto, Paul riempie una delle insalatiere con acqua (appena un litro) e vi versa del sapone: insapona le varie stoviglie usate e poi le asciuga (senza sciacquarle!) con uno strofinaccio sporchissimo. Credo però che dovremo cominciare ad abituarci a questo genere di cose, perché se questo è lo spirito del campeggio ci saranno sicuramente altre cose peggiori di queste a lasciarci esterrefatti. Comunque, da un'inchiesta che faccio tra i presenti, scopro che la maggior parte degli australiani (e degli inglesi) non sciacquano le stoviglie dopo averle insaponate, ma le asciugano direttamente e che molti di loro (quasi tutti) non usano i tovaglioli quando mangiano: "a che servono, se si usano coltello e forchetta?" è la loro candida giustificazione! La ragazza di Melbourne, però, mi confessa di nascosto che per lei è inconcepibile quanto lo è per me e che ad avere queste abitudini sono spesso le persone dei paesi o dei Territori del Nord. Nelle grandi città non vedrò mai gente camminare scalza nei luoghi pubblici e mi verranno sempre date le salviette!
Risaliamo sulla jeep e percorrendo la Old Darwin Road entriamo nel Kakadu National Park. Le distanze fra un luogo e l'altro sono immense e la maggior parte del tempo lo trascorriamo viaggiando. Percorriamo una strada sterrata rossa, che taglia in due la foresta e vediamo un canguro rosso gigante quasi tagliarci la strada. Ci fermiamo e si ferma anche lui a guardarci, voltando la testa di lato: il tempo di scattargli un paio di foto e corre via saltando verso l'interno della foresta.
Finalmente, dopo mille scossoni in jeep e un tratto di strada a piedi raggiungiamo la Barramundi Gorge, cioè una gola scavata dall'acqua. In genere tutte sono costituite da una cascata che forma un bacino e a volte un fiume. L'acqua è fredda, ma piacevole, dopo una giornata di sole: è come fare il bagno in una piscina privata, ci sono infatti solo alcuni francesi che dividono il luogo con noi. Un cartello vicino l'acqua ci avverte che in acqua ci sono i coccodrilli, ma Paul dice di non preoccuparsi: i salties non ci sono e i fresh non fanno nulla.?Io da parte mia penso che il cartello sia solo una precauzione e forse lo prendo con troppa leggerezza. Dopo il bagno abbiamo appena il tempo di asciugarsi che già ci rimettiamo in cammino lungo il sentiero sassoso e sabbioso. Le nostre scarpe sono nere per lo sporco e altrettanto vale per i calzini e i pantaloni. Quando camminiamo in questi sentieri vicino ai fiumi o in mezzo alla foresta c'è sempre un grande silenzio: solo i nostri passi, pesanti, stanchi e alle volte malfermi, i versi degli uccelli e il cadere incessante delle foglie dagli alberi che ci fa sempre sperare che il rumore da loro provocato sia quello di un animale da poter vedere. Risaliti in jeep, prendiamo una strada sterrata, dove dune di sabbia e pozze d'acqua si alternano ai dossi di terra costruiti dall'uomo per un facile appiglio alle jeep che rimangono impantanate. Ci aspetta un tragitto di 3 ore su questa strada, dove Paul guida veloce e con destrezza, sterzando bruscamente con la jeep a trazione integrale e noi sobbalziamo in continuazione per gli scossoni; Mary comincia a star male. Una breve sosta per distendere schiena e gambe (che nella jeep formano un groviglio fra i due sedili laterali su cui siamo seduti) e dare un occhiata al cielo: finalmente, grazie a Paul, riesco a vedere la stella del Sud, che è poi la stessa costellazione raffigurata sulla bandiera australiana. Arriviamo finalmente al campo (sono ormai le nove di sera) stanchi e affamati. Scegliamo uno slargo dove c'è un tavolo con due panche, è tutto ciò che ci serve. Scarichiamo dalla jeep le cassette con le stoviglie e il cibo e mentre alcuni preparano la cena, altri accendono il fuoco (con la legna che abbiamo raccolto lungo la strada) e montano le tende. C'è chi ha deciso di dormire all'aperto per godere meglio dell'abbraccio della natura. Il terreno è un insieme di sterpaglia e terra nera, che riduce i nostri abiti ancor peggio di quello che erano. Un po' più in là, ci sono altri campeggiatori, in tour organizzati o individuali e all'entrata i bagni, vale a dire un casotto sopraelevato, con due stanzini (uno per gli uomini e l'altro per le donne) con un water all'interno che scarica direttamente in una fossa biologica e un rotolo di carta igienica. Inutile dire che non c'è acqua! In compenso però, la cena consumata intorno al fuoco è ottima: insalata mista, broccoli, spinaci e patate bollite, bistecche di vitella, salsicce, carne di canguro, coccodrillo, bisonte e barramundi cotta sulla brace e un bel tè caldo per riscaldarci dal fresco della sera. I piatti vengono lavati allo stesso modo del pranzo e lasciati sul tavolo (su cui sono depositati avanzi di cibo, escrementi di uccelli e cera di candele di almeno tre generazioni di campeggiatori!).
Entriamo in tenda: è buio ma so che è sporchissima, come il sacco a pelo che ci viene dato (che non sarà stato lavato da un anno almeno - fortunati quelli che hanno il loro!). Mi lavo solo i denti con la poca acqua della nostra bottiglietta e cerco di non pensare a nulla (soprattutto allo sporco) e dormire. Domani la sveglia sarà alle 6! Niente male come Ferragosto!
16 agosto 1997 - DARWIN/Kakadu National Park
"We survived crocodiles!"
La sveglia è un vero trauma, non tanto perché siamo stanchi e ancora assonnati e con le ossa rotte per aver dormito per terra, quanto perché alla luce del sole abbiamo modo di vedere lo sporco che ci circonda! I nostri piedi sono neri, così pure i calzini e le scarpe, altrettanto per le nostre mani, la nostra faccia e gli abiti: abbiamo infatti dormito vestiti, per non stare a spogliarci e sporcarci ancora di più. Facciamo colazione con latte, tè, caffè solubile, toast con burro e marmellata, cornflakes, cereali vari e frutta. Poi smontiamo le tende e mettiamo tutto nella jeep. Prendiamo solo l'occorrente per un bagno: macchina fotografica, asciugamani, crema solare, cappello e indossato il costume da bagno attraversiamo il fiumiciattolo infestato dai coccodrilli. Dall'altra parte c'è un'altra jeep che ci porta fino ad un parcheggio e da lì si parte a piedi verso le Twin Falls, con le camere d'aria delle ruote dei camion e un lettino gonfiabile sotto braccio. Arrivati a destinazione un grosso cartello ci ammonisce dal fare il bagno: nel fiume ci sono sia salties che freshwater crocodiles e nonostante ci sia una rete di protezione e una trappola, il governo non si prende nessuna responsabilità per chi decide di fare il bagno comunque. Paul dice che è solo una precauzione che il governo prende per se stesso, che non c'è alcun pericolo e che al massimo ci sono i coccodrilli d'acqua dolce che non sono pericolosi. Ma io non ho nessuna intenzione di andare e comunico al gruppo la mia decisione. Poi però, per non sacrificare Alberto che vuole rimanere con me, decido di andare lo stesso e con il cuore a duemila entro in acqua. Il tragitto è lungo, a tratti le rocce spuntano dall'acqua e se non si fa attenzione si rischia di procurarsi dei lividi o graffiarsi; in alcuni punti invece, lacqua è talmente profonda che non si vede il fondo. Ai lati pareti rocciose perpendicolari e tratti di foresta. Mi guardo intorno preoccupata, ma Alberto mi dice di non farlo che è peggio. Il mio timore è che se mi troverò di fronte un coccodrillo affogherò per la paura prima che lui possa addentarmi. Procediamo nell'acqua fredda (sono appena le 8 di mattina) in ordine sparso, chi nuotando, chi sopra un materassino, chi agganciato alla ciambella. Con noi viaggiano anche due barili di plastica impermeabili in cui sono riposte le macchine fotografiche, gli occhiali, le creme solari e un po' di cibo. Finalmente, dopo quasi un'ora (e senza aver incontrato nessun coccodrillo), arriviamo proprio sotto le cascate: ce ne sono due (da cui il nome Twin Falls, cascate gemelle) che portano giù acqua da un'altezza di circa 200 metri. Ci fermiamo a riposarci su una piccola spiaggetta (mi chiedo come abbia fatto la sabbia ad arrivare fin qui!), ma il sole è ancora nascosto dietro le pareti rocciose, per cui siamo tutti infreddoliti. Qualcuno decide così di attraversare il bacino e andare dalla parte opposta dove, arrampicandosi sulle rocce si arriva a un punto in cui batte il sole. Noi nel frattempo, avvolti negli asciugamani, facciamo qualche foto al gorge: non c'è anima viva per il momento e forse è valsa la pena di fare questa fatica e di superare la paura: dico forse perché non so ancora se al ritorno ci aspetta un fatidico incontro. Poiché non riusciamo proprio a scaldarci nuotiamo anche noi verso le rocce al lato opposto. Ho appena posato il piede su una delle rocce quando vedo una specie di serpente: non può essere penso, rimanendo però immobile, si tratta di una corda o forse di uno di quei serpenti di gomma per i bambini. Che pensiero stupido! Il serpente, di un colore giallo e verde intenso e brillante, alza la testa verso di me. Mi giro lentamente, senza fiatare e scendo verso Alberto, che nel frattempo mi sta raggiungendo, dicendogli di scendere immediatamente, senza fiatare, perché c'è un serpente. Per fortuna mi da retta senza far storie. Altra fortuna è che non ho paura dei serpenti (mi fa più senso uno scarafaggio): l'unico timore è che sia velenoso.?Al sicuro su un'altra roccia, faccio dei cenni al resto del gruppo sull'altra sponda, ma vengo fraintesa: qualcuno ha capito che voglio una foto. Solo Paul, la guida, ha il sospetto che abbia detto "snake" e così si tuffa e nuota verso di noi. Anche lui è sorpreso di trovare un serpente fra le rocce, ma comunque ci rassicura dicendo che si tratta di una specie non velenosa. Lì vicino trova anche la pelle che si è appena cambiato. Intanto, sono arrivati altri turisti, anche loro a nuoto, ma tutti su una specie di piccola tavola da surf in materiale galleggiante. E' ora di tornare, peccato, proprio adesso che si stava così bene al sole. Il viaggio di ritorno è un po' più tranquillo e procede fra risate e battute. Arrivati al punto di partenza, ne approfitto anche per darmi una bella lavata (parti intime comprese) visto che il bagno lo vedrò solo fra due giorni. E per sfatare ancor di più la paura avuta, facciamo qualche foto spiritosa vicino al cartello che ammonisce sulla presenza dei coccodrilli. Tornati al campo, pranziamo con i soliti sandwich e con la jeep ci dirigiamo alle Jim Jim Falls. Per raggiungere la cascata (che tra l'altro è asciutta), dobbiamo camminare un po' tra la foresta. Quando arriviamo però possiamo godere di un po' di tempo per fare il bagno e riposarci. A quest'ora fa caldo ed è piacevole fare il bagno, anche se non mi allontano molto dalla riva per non correre rischi. Anche qui non ci sono molti turisti, solo una famiglia di australiani con due bambine piccole che si ferma per mangiare qualcosa e una italiana, con la quale scambiamo quattro chiacchiere sulle rispettive esperienze di viaggio. Loro hanno affittato una macchina e stanno percorrendo il track da Alice fino a Darwin.
Riprendiamo la jeep e ci rechiamo a Cooinda, una specie di grosso punto di ristoro, con un campeggio attrezzato. E' il nostro primo contatto con la civiltà dopo due giorni e tutti contenti ci mangiamo un bel gelato. Poi, visto che c'è anche un bagno vero, andiamo a lavarci almeno le mani e il viso, con grande vergogna, sotto gli occhi degli altri turisti che sono in bagno con noi... dalle nostre mani scorre acqua nerissima! Io nascondo i piedi sotto il lavandino, dato che avendo indossato ciabattine di gomma da questa mattina, sono sporchissimi. Ci godiamo il tramonto in riva al fiume Yellow Waters (così chiamato per il colore giallo che le acque assumono grazie alla forte presenza di un'alga in alcuni periodi dell'anno), infestato anche questo dai coccodrilli, e poi proseguiamo per il campo. Questa volta ci sono già le tende montate, due tendoni con tavoli ed anche una zona barbecue. Il bagno in compenso (di tipo chimico) è peggiore dell'altro per sporcizia ed odore. Si tratta in realtà di un casottino montato su un carrello auto che forse qualcuno ogni tanto viene a portare via per lavarlo e svuotarlo. Le tende sono molto più pulite e più grandi. Si cucina pollo alla cinese, stuffery?(una specie di minestrone saltato in padella che purtroppo risulterà immangiabile per quanto è piccante) e insalata. Questa sera poi c'è anche il dolce, cioè macedonia di frutta in scatola con sopra una specie di panna/yogurt. Dopo cena andiamo di nuovo al fiume per vedere i coccodrilli. Ma non è come speravamo: si vedono infatti, solo due punti luminosi nel buio, che non sono altro che gli occhi dei coccodrilli. In compenso, c'è un numero incredibile di zanzare. Torniamo al campo e stanchi morti ci mettiamo in tenda, dentro i soliti sporchi sacchi a pelo ma sopra morbidissimi materassini.
17 agosto 1997 - DARWIN/Kakadu National Park
Dopo coccodrilli, canguri, dingo e zanzare, non potevano mancare gli scarafaggi con cui dividere i due metri quadri di una stanza!
Sveglia alle sette e dopo la colazione (questa volta sono io a lavare i piatti) ci facciamo una foto di gruppo tutti sopra il tetto della jeep. Oggi la giornata sarà più di tipo culturale che naturalistico: andremo infatti a vedere le pitture rupestri degli aborigeni. La prima sosta è a Nourlangie Rock: gli aborigeni chiamano questa roccia Burrunggui e la zona circostante Nawulandja, da cui in qualche maniera è poi uscito Nourlangie. Si tratta di una formazione di pietra arenaria in cui gli aborigeni trovavano rifugio durante la stagione umida. Sulle pareti sono perfettamente conservate pitture risalenti anche a mille anni fa, rappresentanti le leggende, le figure mitologiche o gli animali che gli aborigeni disegnavano per propiziarsi la caccia. Ci sono vari tipi di pitture e i colori predominanti sono il giallo, il rosso e il bianco: da quelle a raggi x, così chiamate perché sia gli animali che gli uomini sono disegnati con gli organi interni ben delineati (ossa e altro), a quelle stilizzate. Quasi tutti i dipinti sono firmati in un modo particolare: il pittore (sempre un uomo iniziato, mai una donna) posava la sua mano sulla parete e poi vi sputava la vernice che aveva in bocca, oppure si sporcava la mano con la vernice e poi la posava sulla parete. Le vernici erano ricavate dai minerali e in questo modo è possibile datare esattamente i vari dipinti. Alcuni, oltre a narrare le leggende del "dreamtime", riportano influssi europei, come uomini vestiti con abiti occidentali e con le mani in tasca, che fumano la pipa, o navi dei primi colonizzatori. Facile datare questi ultimi che si riferiscono certamente al periodo dello sbarco dei primi europei in Australia.
Proseguiamo il tour verso Jabiru (che in aborigeno vuol dire Cicogna Blu), una città fondata per ospitare i minatori delle miniere di uranio di Ranger. Gli aborigeni conoscevano già da tempo i giacimenti di uranio e pur non sapendo di cosa si trattasse sapevano che andare in quel luogo o cacciarvi animali provocava la morte degli uomini. In un dipinto si vede infatti un uomo con delle protuberanze (come delle ghiandole gonfie) a testimonianza di ciò che accadeva a chi si recava in quel luogo proibito. I dipinti avevano spesso la funzione anche di insegnare ai ragazzi quali erano le regole e i tabù da rispettare; attraverso i dipinti si raccontavano storie con una morale oppure si spiegavano certi fenomeni naturali (come i fulmini e i temporali). In questa particolare funzione della mitologia aborigena di dare una spiegazione a luoghi e fenomeni naturali, trovo una certa somiglianza con la mitologia greca.
Jabiru oggi è rinomata per il suo grande e lussuoso albergo a forma di coccodrillo, il Four Seasons Kakadu.
Ubirr (o Obiri Rock) conserva invece uno dei dipinti rupestri più spettacolari, lungo ben 15 metri, raffigurante dei giovani bianchi, ed un altro la fauna marina, disegnata così bene che sembra l'opera di uno zoologo. Camminando fra queste rocce (in cui siamo costretti a seguire un percorso strutturato su tavole di legno e corrimano in ferro) arriviamo fino ad una grande roccia da cui si gode un bellissimo panorama sul Kakadu e sulla Arnhem Land, una delle terre appartenenti agli aborigeni e in cui vivono ancora delle tribù che hanno pochi contatti con la civiltà e per accedere nelle quali c'è bisogno di un permesso particolare. Siamo arrivati quasi sulle sponde dell'East Alligator River dove, dopo aver sostato per un po' su un tratto di strada che lo attraversa (che viene completamente sommerso durante la wet season) a guardare se salta fuori qualche coccodrillo - ed uno non delude le nostre aspettative - facciamo il nostro break per il pranzo.
Torniamo poi indietro verso Mumukala e il South Alligator River: si tratta di un capanno in riva al fiume da cui si può fare birdwatching. Tantissime le varietà di uccelli, quasi tutti dalle caratteristiche molto diverse dai nostri, pochi invece simili, come quelli appartenenti alla famiglia delle cicogne e dei cormorani. C'è anche un serpente che fa capoccella ogni tanto dal fondo melmoso della riva e poi riscivola dentro all'indietro. Ultima tappa del nostro tour è Fogg Dam dove, fra nugoli inverosimili di zanzare e lilium dai colori stupendi ci godiamo il tramonto, con un sole rosso fuoco a ovest e una luna bianchissima a est.
Torniamo all'ostello che sono ormai le otto passate: dopo i saluti e gli scambi di indirizzo, ci salutiamo un po' a malincuore, perché tutto sommato, anche se stanchi e sporchi, siamo stati insieme per tre giorni interi condividendo tutto.
Al nostro ostello ci hanno riservato una "bella" stanza: pensavo che peggio di quella che avevamo prima di partire non ci potesse essere niente, invece il peggio deve sempre venire. Si tratta di un buco, anzi per fare un gioco di parole, di un cubo di 2x2x2 metri, con un letto a castello, un frigo, una finestrina, un ventilatore e due ganci alla porta, sul cui esterno non c'è neanche il numero della stanza, ma un pappagallo dipinto. Accettiamo perché comunque saremo in giro domani e il giorno seguente e soprattutto perché, non essendoci alternativa, siamo troppo stanchi per cercare un altro ostello. In compenso però la stanza è più tranquilla dell'altra perché è lontana dai bagni e dalle cucine; in più costa solo 35 dollari e ci permettono di tenerla fino a mezzogiorno il giorno del check-out, senza pagare una tariffa supplementare. Sono talmente stanca che dopo una doccia di mezz'ora (ma le unghie dei piedi non sono ancora pulite!), mi metto direttamente a letto; mentre Alb se ne va a comprare qualcosa da mangiare, io me ne sto sola nel buco/cubo in compagnia del mio libro e un paio di scarafaggi.
18 agosto 1997 - DARWIN/Litchfield
"Alberto Pavarotti Parmigiano!"
Il parco di Litchfield ci è piaciuto molto e nonostante ci avessero detto che fosse molto turistico, non abbiamo incontrato troppi gruppi in tour organizzati. Si tratta di un parco nazionale a solo due ore circa da Darwin, dove ci sono soprattutto alture di pietra arenaria e cascate con bacini che sembrano piscine per quanto sono belle e limpide.
Questa volta a farci da guida è Mandi, un ragazzo negro di Torres Island, che vive in Australia ed è vissuto anche fra gli aborigeni. Dice di essere andato via dalla sua terra di origine perché non gli piaceva il fatto che la sua gente praticasse la magia nera per ottenere qualsiasi cosa, anche a costo di uccidere qualcuno. Quasi verrebbe da non credergli ma i suoi occhi sono così seri che non si può fare a meno di prendere le sue parole per vere. E' un giocherellone, simpatico e allegro, che parla uno strano inglese e ogni tanto butta lì una parola di italiano, tipo Pavarotti, parmigiano, spaghetti. Appena mi vede all'ostello dice che io sono Carolina, la ragazza "crazy": a descrivermi così è stato Chris, l'australiano-inglese che era con noi nel tour a Kakadu e che è con noi ancora oggi (non so perché mi sia fatta questa fama, anche perché se c'è una persona strana, quella è proprio Chris).
Cominciamo il tour visitando Lost City, una zona in cui le gigantesche pietre arenarie hanno preso forme strane, come case, edifici o essere umani. Il nome di "città perduta" gli viene appunto attribuito per questo e ad alimentarne il mistero c'è anche il fatto che da queste parti non c'è nessun insediamento aborigeno. Il primo bagno della giornata lo facciamo alle Talmer Falls, dove (che bellezza!) non c'è pericolo di incontrare coccodrilli! L'acqua è quasi calda, ma visto che siamo molto sudati per la camminata di quasi 2 km in mezzo alla foresta che ci ha portato fin qui, non esitiamo un momento a tuffarci. Arriviamo fin sotto la cascata e appoggiati ad una roccia che fa da gradino ci mettiamo sotto il flusso potente ma piacevole dell'acqua. Alle Wangi Falls invece, che visitiamo subito dopo pranzo (dopo aver avvistato un "goanna" e un wallaby) non facciamo il bagno: il bacino sembra veramente una piscina, perché vi hanno costruito una scaletta d'acceso con tanto di corrimano.
Le Florence Falls invece sono bellissime: vi arriviamo dall'alto, potendo ammirare la cascata in tutta la sua potenza (è una delle poche ad avere una così grande portata d'acqua anche durante la stagione secca). Scendiamo poi fino al bacino lungo un percorso in legno; questa volta però non faccio il bagno, preferisco riposarmi guardando la natura e i turisti (che qui sono un po' più numerosi). Alberto invece se la vede brutta per un mulinello che lo attira proprio sotto il flusso della cascata verso cui si stava dirigendo. Esce dall'acqua un po' spaventato: ho fatto bene a non entrare in acqua, devo aver avuto una delle mie solite premonizioni.
L'ultimo bagno lo facciamo a Bunley Falls, un insieme di piccole vasche, dove realizzo un piccolo show, nell'eseguire (o meglio nel titubare a farlo!) un tuffo da sopra la cascatella.?Si sta benissimo, l'acqua è limpida, il fondo pietroso ma coperto di muschio e per questo scivoloso.
Siamo tutti affamati, ma prima della cena facciamo una sosta ai termitai giganti, sì proprio quelli che avevo visto in foto su una rivista. Si tratta di grossi termitai (simili nella forma ad alti castelli di sabbia) che le termiti costruiscono con la loro saliva. Ci sono tre tipi di termiti: le "soldiers" che realizzano la parte esterna del termitaio, le "workers" la parte interna (non potendo esporsi alla luce del sole in quanto ne morirebbero) e le "queens" e i "kings" che sono addette alla riproduzione, deponendo le uova in vari punti del territorio; i cui neonati le altre termiti provvederanno poi a nutrire. Non appena le uova si schiuderanno, le queens e i kings voleranno via a metter su un altro termitaio. Le termiti si nutrono delle radici d'erba, scavando dei tunnel sotto terra, essendo costrette a non uscire alla luce del sole. Esistono tre tipi di termitai: quelli "cathedral", così chiamati perché la loro forma ricorda appunto delle cattedrali; i "magnetic" perché costruiti tutti orientati verso lo stesso punto, in maniera da esporre ciascuna delle due facce al sole, quello della mattina per una e quello del pomeriggio per l'altra (hanno infatti una forma piatta); infine i "treepiping", costruite all'interno dei tronchi d'albero, dai quali così svuotati, gli aborigeni ricavano i loro didjeridoo.
Finalmente la cena: ci fermiamo in un barbecue pubblico, vicino al mare. Si mangia carne di vitella e salsicce accompagnate da insalata e cipolle gratinate.
Anche questa sera torniamo tardi all'ostello, giusto il tempo per fare una doccia e lavare scarpe e zaini, che sono quasi irriconoscibili per la quantità di terra e sporcizia che li ricopre.
19 agosto 1997 - DARWIN/ALICE SPRINGS
Una città come Alice... dove incontri un immigrato siciliano sposato con un'artista aborigena che ti vende il sogno di suo padre.
Dedichiamo la mattinata al bucato. Portiamo tutti i vestiti del Kakadu a una laundry vicino all'ostello, dove con diecimila lire facciamo ben due lavatrici e asciughiamo tutto. Purtroppo i vestiti bianchi non ritornano al loro colore originale, è impossibile pretenderlo senza candeggina, ma almeno sono puliti e profumati. Prepariamo così la valigia con tutte le cose pulite e poi andiamo in aeroporto, direzione Alice Springs, dove arriviamo nel tardo pomeriggio.
L'albergo è un sogno: una camera grande, con armadio, sedie, tavolino, vassoio con tè, biscotti e bollitore, bagno con tanti asciugamani e saponi: benedetta civiltà!
Con uno shuttle bus ci rechiamo nel centro della città, che però non offre gran ché. C'è il solito Moll con i negozi quasi tutti chiusi. Alice non ha niente se non qualche museo di arte e cultura aborigena, la vecchia stazione telegrafica, la sede del Royal Flying Doctor, il famoso servizio dei medici volanti che arrivano nei luoghi più sperduti, e qualche edificio pubblico risalente alla fondazione della città, avvenuta appena nel 1871, come sede di un'importante stazione telegrafica che faceva da ponte tra Darwin e Adelaide. A quel tempo la città si chiamava Stuart (dal nome di un esploratore). Nel 1931 prese il nome di Alice Springs dalle vicine sorgenti del fiume Todd (sempre in secca): Todd era il nome del sovrintendente del telegrafo ed Alice quello di sua moglie. Sul fiume in secca ogni anno a fine settembre viene fatta una regata tutta particolare, chiamata appunto la Henley-on-Todd Regatta, in cui gli uomini "navigano" lungo il fiume a bordo di canoe dal fondo bucato in cui infilano le loro gambe correndo veloci sul fondo asciutto. Ad Alice c'è anche il famoso Ghan (che prende il nome dai cammellieri afgani che con i loro animali facevano la spola da Adelaide per rifornire la città), il treno che collegava e collega tuttora le due città.
Dopo qualche acquisto nei pochi negozi aperti e una misera cena al KFC, decidiamo di tornare in albergo, perché sembra che tiri proprio una brutta aria: fa molto freddo e in strada non c'è nessuno se non qualche aborigeno un po' ubriaco che litiga o parla da solo. L'unico incontro interessante che facciamo è quello con un immigrato di origine siciliana (che stranamente parla decentemente l'italiano) dal quale acquistiamo una tela aborigena, dipinta da sua moglie, una famosa pittrice aborigena. Ci racconta le cose più strane e ci mostra fotografie e ritagli di giornale che tira fuori dal suo gonfio portafoglio.
Prendiamo un taxi e chiediamo all'autista di farci fare almeno un giro per la città, ma lui obietta che non c'è nulla da vedere dal di fuori e al buio, e ci propone invece di andare all'Anzac Memorial, una collina a nord della città dove si trova il monumento dedicato ai soldati del corpo di spedizione. Vi si gode un bel panorama notturno della città, ben illustrato dal tassista che parla con un forte accento australiano.
20 agosto 1997 - ALICE SPRINGS/Olgas/Ayers Rock
Guarda il sole
affonda come una nave
e nello spirito mi riporta indietro
nella lontana terra dei miei padri...
Ore 6.30: si parte per Ayers Rock con un bel pullman de luxe, lungo la Stuart Hwy, fermandoci per la colazione alla Virginia Camel Farm, una fattoria dove si allevano cammelli. Un posto molto turistico, dove è anche possibile fare un'escursione nei paraggi o dei veri e propri safari in groppa ad un cammello.
Seconda sosta è alla Road House Mt. Ebenzer, proprietà degli aborigeni del popolo Imanpa. Oltre al cibo, ci sono foto antiche e recenti relative agli ospiti della fattoria e ai suoi proprietari ed una sala in cui sono esposte molte opere degli aborigeni. Fatta eccezione per questi due punti di ristoro, non incontriamo altro lungo questa parte del track, così come viene chiamata dagli australiani la strada che congiunge Darwin a Adelaide passando per Alice. E poche sono le auto che incrociamo, giusto qualche altro autobus turistico e qualche road train (grandi tir con 2/3 rimorchi lunghi ben 50 metri). Ai lati il bush, vegetazione tipica australiana: tanti cespugli di spinifex e qualche eucalipto affondano le loro radici nella morbida terra rossa, riuscendo a trovare l'acqua scavando in profondità, potendo così sopravvivere anche nella stagione secca.
Dopo ben 5 ore di viaggio (durante il quale abbiamo quasi sempre dormito) arriviamo finalmente al nostro albergo: si tratta di un resort con un ristorante, un barbecue e un take away, 3 buone alternative per mangiare. Il complesso turistico di Ayers Rock si risolve tutto in un unico resort che ospita 5/6 alberghi di varie categorie, qualche campeggio e uno shopping centre.
Il tempo di posare il bagaglio e di pranzare e siamo di nuovo sul pullman diretti alle Olgas, già all'interno dell'Uluru National Park. Il nome aborigeno di queste rocce gigantesche è Kata Tjuta, cioè "tante teste"; si tratta di grossi monoliti rossi dalla forma arrotondata risalenti allo stesso periodo di Ayers Rock, cioè circa 650 milioni di anni fa. Prima di visitare le Olgas, ci fermiamo in un punto di look-out, da cui si gode la bellissima vista dell'intero complesso montuoso che si erge alla fine di una bellissima distesa di piante, con fiori gialli, grigi e rossi. Arrivati alle Olgas, seguiamo un sentiero prestabilito che ci porta all'interno di una delle gole, la Olga Gorge, tra il monte Olga e il Monte Wulpa, alti entrambi circa 500 metri. Camminarvi in mezzo è impressionante. Le Olgas da lontano sono enormi, ma viste da vicino, o meglio da sotto, sono gigantesche, uniche nel loro genere e soprattutto estranee alle bellezze naturali europee.
Per fortuna il cielo, che questa mattina era molto nuvoloso, si è aperto, lasciando spazio ai caldi raggi del sole che stemperano appena il vento freddo. Qui, ancor più che nel Kakadu sento di essere in Australia: peccato però i posti siano invasi dal turismo di massa, giapponesi tutti in fila con la loro macchina fotografica sempre in funzione, enormi bus turistici parcheggiati nelle apposite aree che allestiscono tè e barbecue all'aperto con tanto di tavolini, tovaglie e seggiolini. Ma il peggio deve ancora venire. All'ora del tramonto, tutti si dirigono verso Ayers Rock, e il frastuono delle persone, le chiacchiere e le guide, i barbecue e i rumori degli autobus tolgono tutta la poesia a quest'immensa roccia che cambia colore ogni 10 minuti fino a che il sole non scompare. Si rimane veramente affascinati a guardare Uluru?(che in lingua aborigena vuol dire "sano e permanente") e si sente sul serio di essere di fronte a qualcosa di potente e di sacro. Un monolite di quasi 9 km di circonferenza, 3 e mezzo di lunghezza e 2 e mezzo di larghezza si erge maestoso in un territorio che è assolutamente piatto, spiccando per la sua maestosità e il suo intenso colore rosso che prende i toni del viola e del blu a mano a mano che il sole cala all'orizzonte. Cerco di isolarmi dal frastuono dei turisti e di godermi lo spettacolo: mi sembra incredibile di guardare dal vero e a sole poche centinaia di metri ciò che ho sempre visto solo in foto o in cartolina. "Sono in Australia, a guardare il tramonto di fronte ad Ayers Rock": devo ripetermelo più di una volta mentalmente per convincermene.
Come un esercito di soldatini telecomandati, appena il sole sparisce dietro la linea dell'orizzonte (anzi, per l'esattezza, dietro le sagome degli autobus alle nostre spalle, che anticipano così l'ora del tramonto di almeno 5 minuti) tutti quanti riprendono le loro seggioline, ripongono macchine fotografiche e cannocchiale e salgono in fila sui rispettivi autobus - lo spettacolo è finito e non c'è neanche il tempo di assaporare la "delicatezza" di quanto avvenuto.
Prima di rientrare in albergo, ci fermiamo allo shopping centre per comprarci qualcosa per la colazione di domani, prima di arrampicarci su Ayers Rock. Ceniamo in albergo, comprando degli spiedini di canguro che cuociamo noi stessi sul barbecue e che arricchiamo con le varie pietanze del buffet. Su rustici tavoli in legno e al suono di musica country e non, consumiamo affamati il nostro pasto.
21 agosto 1997 - ALICE SPRINGS/Ayers Rock/SYDNEY
Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo molto leggero: meno prendevano, meno dovevano restituirle.
"We climbed Ayers Rock!"
Sveglia alle ore 5.30: Ayers Rock ci attende. Non so ancora decidermi se scalare o no la montagna, non per paura o pigrizia, ma per rispettare gli aborigeni, che ritenendo questo luogo sacro chiedono ai turisti di non scalarlo, ma di scegliere altre alternative, come un percorso lungo la base o una visita al centro culturale. Alla fine decido per il sì, probabilmente spinta dagli stessi motivi di milioni di turisti che lo fanno ogni anno: ma come, sono arrivato fin qui e non lo scalo?! Cerco però di farlo almeno con il maggior rispetto del luogo. Ma sembra che gli spiriti della montagna siano decisi a rendere duro il percorso di chi ha fatto la scelta sbagliata, quasi a volerlo costringere a desistere. Il percorso è ovviamente tutto in salita, su una roccia che non offre nessun punto di appiglio ed è molto scivolosa. In più, c'è un freddo e un vento tremendo. Fatta eccezione per il primo tratto in cui è possibile agganciarsi ad una catena (sarebbe altrimenti impossibile salire, se non a quattro zampe e a piedi nudi), dopo bisogna proseguire con il solo aiuto delle proprie gambe (e mani) seguendo una riga bianca tratteggiata simile a una mezzeria. Siamo tentati più di una volta di tornare indietro: non si vede mai la fine del percorso, ogni volta che pensiamo di essere finalmente arrivati, ci accorgiamo che la linea bianca continua ancora. Fa inoltre freddissimo e il vento è talmente forte che ci fa oscillare, proprio nei punti più pericolosi, dove siamo in bilico su un crinale. Indossiamo i K-way e il cappuccio per ripararci, ma sentiamo ancora freddo. Il mio naso cola in continuazione e ormai rinuncio ad asciugarlo, non riuscendo neanche a muovere le mani per quanto sono ghiacciate. Ma la nostra costanza (o forse testardaggine) viene premiata e raggiungiamo finalmente la vetta, potendo ammirare il sole di fronte a noi, ormai sorto e tutta la vallata intera, con le Olgas alle spalle. Il ritorno è più facile, anche se l'ultimo tratto estremamente ripido, mette a dura prova i muscoli delle nostre gambe. E poi a rallentare la discesa c'è un'interminabile colonna di turisti che avanza lentamente in salita, aggrappandosi alla catena, inconsapevole di ciò a cui sta andando incontro. Alzarsi presto è servito a qualcosa: abbiamo potuto evitare l'invasione di massa e goderci Uluru al buio e in silenzio. Ridiscesi, facciamo un breve tratto intorno alla montagna dove ci sono grotte e pitture rupestri. Qui gli aborigeni vengono ogni anno per celebrare le loro cerimonie e i riti di iniziazione. E' per questo che richiedono espressamente di non entrare nelle caverne e di non fare foto. Ma c'è chi riesce anche a far finta di non sapere e a non rispettare quindi una richiesta così esplicita.
Di nuovo sul pullman, scendiamo al Cultural Centre dove un altro bus ci porta in aeroporto.
Inutile dire che siamo stanchissimi. La mia faccia è tutta arrossata per il vento di questa mattina ed ora con il caldo stanno venendo fuori anche delle bolle. Come all'andata, il decollo è piuttosto traballante, a causa del forte vento.
Arrivati a Sydney, cerchiamo un albergo decente con l'aiuto del centro turistico e lo troviamo.
La nostra stanchezza sembra neutralizzata dall'entusiasmo di essere finalmente a Sydney: dopo aver scaricato il bagaglio, cominciamo a girare a piedi, prima per Kings Cross, il quartiere dove si trova il nostro hotel, famoso per i suoi pornoshop e i locali di spogliarelliste, poi fino al porto a guardare l'Opera House e l'Harbour Bridge illuminati. Per tornare prendiamo la metro e mangiamo in un piccolo locale (una stanza con 5 tavolini tondi e una panca lungo la parete coperta di cuscini) la cui proprietaria è di origine ceca... ma cucina degli spaghetti alla bolognese veramente buoni, al dente e con ragù e parmigiano veri.
A lume di candela, con la radio che trasmette vecchi successi, scambiamo quattro chiacchiere con la proprietaria ed altri avventori, e alla fine su sua richiesta le lasciamo una dedica per lodare i suoi spaghetti e il suo caffè.
22 agosto 1997 - SYDNEY
"Sono sotto l'Opera House!"
Iniziamo il tour delle città con il Red Bus Explorer, un autobus che effettua un circuito turistico comprendente i principali luoghi di interesse di Sydney; si può scendere alle varie fermate e poi riprendere l'autobus successivo sempre con lo stesso biglietto. Facciamo un tour nella parte est della città, partendo da King Cross. Questa è una delle zone più famose e piene di vita di Sydney, soprattutto per i suoi ristoranti, i locali a luci rosse e le prostitute che passeggiano lungo le strade... un "ambientino tranquillo". Con il Bus Explorer arriviamo fino alla parte Nord di Sydney, quella che si affaccia dall'altra parte del golfo, percorrendo all'andata il tunnel che corre sotto al mare e a ritorno il famoso Harbour Bridge, il ponte simbolo della città, il più solido e rigido del mondo; il tunnel, è stato invece costruito per smaltire il traffico del ponte ed è poggiato sul fondo del mare.
Scendiamo dal bus nel quartiere The Rocks, il primo insediamento che ha dato vita alla città di Sydney: il quartiere ospitava i magazzini per la merce in arrivo e in partenza dal porto e molti degli edifici furono costruiti da galeotti, i primi a mettere piede nel nuovissimo continente. Ci sono i magazzini Campbell, una chiesa, la stazione di polizia, un ospedale, tutti con i mattoncini rossi e ben restaurati: sembra di stare nella Londra dei film di Hitchcock. Da qui proseguiamo a piedi verso l'Opera House, magnifica, originale e maestosa, anche se molto più bella vista da lontano, con le sue vele aperte. Mentre ci avviciniamo all'edificio, frotte di gente ben vestita (quasi tutti anziani) ne esce: hanno appena assistito a qualche spettacolo che qui evidentemente ha luogo anche la mattina. Oggi è anche il Daffoldil Day, il giorno della giunchiglia, il fiore preso come simbolo per la ricerca sul cancro. Ovunque, lungo il Circular Quay, donne ben vestite e con il sorriso offrono fiori freschi o di stoffa, penne o spille in cambio di un'offerta. Anche se tira vento, c'è un sole bellissimo: tanta gente passeggia, altri fanno jogging, qualcuno, con giacca e cravatta, sta sicuramente recandosi ad un appuntamento di affari: ma nessuno ha sul volto l'ansia o lo stress che hanno gli italiani mentre camminano per la città.
Sul marciapiede un uomo sulla sessantina costruisce modelli di velieri in legno, al suono di musica napoletana. E' un immigrato di origine italiana che, con un figlio malato di cancro (non sappiamo se sia ancora vivo) ha deciso di raccogliere denaro con il suo hobby del modellismo per donarlo all'ospedale che cura i bambini malati di tumore.
Dall'Opera House camminiamo a piedi fino all'Hyde Park (che prende il nome dal famoso parco inglese) dove pranziamo con un hamburger gigantesco ma con troppe salse che ormai ci danno la nausea e ci bruciano la bocca. Da qui, di nuovo a piedi verso Chinatown (ce n'è una per ogni grande metropoli, finora solo Roma manca allappello), dove c'è un mercato al coperto fra i più economici di tutta Sydney. Oltre ai soliti souvenir, ci sono altri prodotti di artigianato, giocattoli, frutta, verdura e donne e uomini in camice bianco che fanno massaggi per pochi dollari.
Per sfizio prendiamo anche la monorail, una metropolitana che viaggia su un unico binario sopraelevato e che entra anche nei palazzi, attraversando così buona parte della città. Dopo aver fatto un po' di acquisti, ci dirigiamo alla William St. rinomata per il noleggio delle automobili: ne troviamo una a 49 dollari al giorno più l'assicurazione, con chilometraggio illimitato. Incuriositi di vedere come vive la comunità italiana all'estero, facciamo un giro per Little Italy, che in realtà si riduce ad una sola via con molti caffè e ristoranti dai nomi più assurdi, che rievocano sapori e nomi tipici italiani: "Il caminetto" e "Zia Pina" pubblicizzano caffè espresso "short", pasta alla bolognesa sauce, focaccia "vegé".
Ancora a piedi torniamo in albergo e dopo aver riposato un'oretta, ceniamo con un pezzo di pizza ed andiamo con la metro fino al Circular Quay per imbarcarci su un ferry per la crociera notturna. Si parte con ritardo, perché si è perso il nastro che commenta il tour ?(che sarà poi subito ritrovato dopo la partenza). La baia di Sydney è bellissima: grattacieli illuminati si contrappongono alle casette basse in mattoncini con finestre a grandi vetrate.?La Tower spicca fra i palazzi e l'Harbour Bridge con l'Opera House completano un quadro veramente suggestivo.
Riprendendo la metro al ritorno, cominciamo a vedere un po' di sbandati in giro, ma per chi viaggia di notte, c'è uno scompartimento illuminato da un'apposita luce blu che è sorvegliato sempre da una guardia, in cui si può scegliere di salire per sentirsi più sicuri. Inoltre, poliziotti in borghese o in divisa pattugliano i vagoni.
Quello che ci aspetta a King Cross non è certo migliore: ragazze appena vestite che ballano in mezzo alla strada o davanti ai locali adescando i passanti, uomini robusti che ti offrono biglietti e depliant di locali di ogni genere, musica, gente ubriaca, ma nessuno ci dà fastidio e molta gente "normale" come noi cammina tranquillamente. Questo infatti è anche il quartiere dei giovani, dei backpackers, degli studenti stranieri che qui trovano vitto e alloggio con pochi soldi.
23 agosto 1997 - SYDNEY/Blue Mountains
"Ed ecco un altro magnifico ponte..."
Con la macchina presa a noleggio (una Nissan Pulsar) andiamo fuori città per una visita alle Blue Mountains (così chiamate per il colore della foschia azzurrina che le avvolge) a ovest di Sydney. Dopo poco più di un centinaio di chilometri (che però percorriamo in quasi due ore, vista la difficoltà di individuare le strade, ma soprattutto di guidare con il volante a destra e sulla parte sinistra della strada), raggiungiamo la cittadina di Katoomba, uno dei centri più famosi della zona. Dall'Echo Point ammiriamo le famose Three Sisters, tre cime montuose una attaccata all'altra e poi ci dirigiamo alla stazione della Scenic Railways, considerata la ferrovia più ripida del mondo. Si tratta di un trenino a 3 vagoni che passando attraverso le rocce "precipita" a valle per 229 metri con un'inclinazione che raggiunge il massimo a 52° (siamo praticamente quasi in verticale e i sedili sono inclinati per evitare di cadere a faccia avanti). Si prova un po' di paura, soprattutto alla prima inclinazione, quando si passa attraverso una gola ed è tutto buio. Questa ferrovia in realtà sfrutta quella usata sin dal 1878 dai minatori delle miniere di carbone qui vicino, per trasportare attrezzi e carbone fino alle cave. Proseguiamo con l'auto lungo un percorso che si snoda all'interno del Parco Nazionale delle Blue Mountains, attraversando paesini di montagna molto tranquilli e caratteristici. C'è il sole, ma il vento forte e l'altitudine (1000 metri) ci fanno preferire il tepore dell'interno dell'auto piuttosto che le vie delle cittadine o i sentieri di montagna. La vegetazione è lussureggiante, boschi, foreste, cascate; le case sono in mattoncini rossi o in legno, tutte a uno o due piani, con giardino davanti e grandi vetrate. Ricordano un po' le case di Amsterdam o quelle tipiche della campagna inglese.
Le Blue Mountains, alte appena 1100 metri, rappresentarono per i primi coloni un ostacolo insormontabile e invalicabile, fino a che alcuni esploratori non ne individuarono i valichi ed oggi tutta la zona è diventata un'attrattiva turistica non solo per gli stranieri che arrivano a Sydney, ma anche per gli australiani stessi che scelgono le Blue Mountains per le tante possibilità di escursioni che offrono.
Riprendendo la strada del ritorno ci fermiamo in qualche paesino a fotografare dei ponti di cui gli abitanti locali sembrano andare molto orgogliosi: si tratta in realtà di semplici e normalissimi ponti in muratura, la maggior parte dei quali fu costruita dai primi carcerati che sbarcarono in Australia, ma che rappresentano anche i primi tentativi riusciti di penetrare nella zona.
La gita di oggi mi conferma che Sydney è una città ideale dove vivere: natura, divertimento, mare e montagna, tutto a portata di mano. Siamo molto stanchi, ma non rinunciamo alla cena da Pralinka, il locale ceco dove conosciamo due ragazzi, un ceco e una brasiliana con mamma italiana, con i quali fissiamo un appuntamento per dopodomani. Dopo la lasagna e l'insalata del pranzo (mangiata in un caffè a Katoomba) questa sera mangiamo carne con patate e verdura (tutto molto buono) e scopriamo che Annette, la proprietaria, non è ceca ma irlandese!!!
24 agosto 1997 - SYDNEY/Parco di Waratah/Newcastle/Maitland
Il colore dell'oceano: impossibile descriverlo.
Ancora con la nostra Pulsar ci dirigiamo oggi verso la costa Nord, facendo prima una sosta al Parco di Waratah, dove ci sono animali australiani in semi libertà. Il parco è nato come set di un telefilm degli anni 70 molto popolare qui in Australia e ora è famoso per i suo canguri a cui si può dare da mangiare e i suoi koala da abbracciare.
I canguri (credo che si tratti di wallaby considerate le dimensioni) sono dolcissimi: alcuni hanno il figlioletto nel marsupio e si avvicinano per nulla impauriti alle nostre mani piene di riso soffiato, aggrappandosi con le zampe anteriori e leccando tutta la mano, ma sempre con estrema delicatezza. Vediamo poi tanti pappagalli, pavoni che si aggirano fra i viali, un tazmanian devil e infine i koala, che mangiano le loro foglie di eucalipto arrampicati sui rami oppure che dormono arrotolati su loro stessi nelle biforcazioni dei rami. Sono morbidissimi al tatto; possiamo accarezzarli solo sulla schiena, delicatamente: il loro pelo è soffice e fitto allo stesso tempo.
Riprendiamo la strada statale 1 fino a Newcastle, lungo la costa, con paesaggi stupendi. Newcastle, la seconda città più antica dell'Australia, è veramente carina, ma ancor più spettacolare è l'oceano di un colore così intenso da sembrare finto. Grosse navi si profilano all'orizzonte, dove l'acqua ha un colore blu scuro, mentre onde di spuma bianca si infrangono contro le scogliere e le rive sabbiose. Ragazzi intrepidi, senza temere né freddo né squali, cercano di tenersi in equilibrio sulle loro tavole da surf cavalcando onde gigantesche.
Tutti qui hanno la tavola da surf; chi la tiene in spalla, chi in un apposita sacca in stoffa, tutti diretti verso la costa, alcuni già in costume da bagno o con una muta per ripararsi dal freddo. Il posto è bellissimo e il mare con il suo colore e le sue onde si contende la visita della cittadina, con le sue casette in mattoncini rossi, le sue chiese dalla grandi guglie e le vie che partono dalla costa tutte in salita.
Mangiamo due buoni panini con petto di pollo impanato e pomodori, due frittelle di patate e un'enorme porzione di patatine fritte, seduti sul prato di un parco lungo la spiaggia, concludendo poi con un cono gelato ricoperto di cioccolato caldo e pezzetti di noccioline, acquistato a un camioncino ambulante gestito da una signora portoghese di origine italiana (tanto per cambiare!) Finora non abbiamo incontrato un vero australiano, vale a dire un abitante che si possa definire tale per più di una generazione.
Se non fosse per il vento fortissimo (e freddissimo), sarebbe un posto ideale in cui rimanere tutta la giornata. Non mi stanco di guardare il mare, anzi l'oceano, che si infrange così violentemente contro la costa, in netto contrasto con la calma che pervade l'intera cittadina. E' domenica e la gente trascorre il suo tempo libero al parco: i bambini vanno in bicicletta o sui pattini, i grandi mangiano il cibo del picnic che hanno portato nei cestini. Tutto è pulito, ordinato, perfetto. Con l'auto facciamo un giro per la città, fermandoci a fotografare gli scorci più belli. Dall'alto della collinetta su cui si erge la chiesa anglicana Christ the King, la vista sul porto è incantevole.
Dopo Newcastle raggiungiamo Maitland, un'altra cittadina fondata dai primi coloni: guardandola in alcuni punti sembra che il tempo si sia fermato a un secolo fa. Case in mattoncini, insegne di legno, tendine ricamate alle finestre. Qui il fatto che sia domenica si nota per il silenzio: in strada non c'è anima viva e la città sembra abbandonata. Ci incamminiamo sulla strada del ritorno, e quando arriviamo in albergo siamo così stanchi da mangiare qualcosa al volo e metterci subito a dormire. Abbiamo percorso quasi 800 chilometri in due soli giorni!
25 agosto 1997 - SYDNEY
Double Bay, double pay Harry's Cafe de Wheels e Pralinka.
Dopo aver dormito 10 ore ci sentiamo veramente riposati e la giornata di oggi sarà allinsegna del relax. Dopo aver riconsegnato l'auto, prendiamo il Bus Explorer blu, che per due ore ci porta in giro fra i sobborghi di Sydney e le famose baie. Visitiamo così le zone più "in" di Sydney, dove hanno le loro case molte star del cinema e della musica; gli abitanti di Sydney, parafrasando il nome di una delle località più famose, Double Bay, la chiamano Double Pay, per dire che qui tutto costa caro (il doppio appunto). Ma i posti sono incantevoli.
L'autista commenta al microfono il tour e ci racconta che il primo volo che arrivò in Australia ci impiegò 29 ore, trasportando 17 passeggeri al costo di 44 sterline (quando un salario medio era di 4 sterline alla settimana).
Verrebbe voglia di star qui tutto il giorno, ma l'unica sosta che possiamo permetterci è quella che effettua l'autobus su un promontorio roccioso, Gap Park, che si affaccia sul mare. La vista, inutile ripeterlo, è magnifica.
Terminato il tour, ci dirigiamo nel centro della città per salire sulla Tower, un altissima torre che sorge all'interno di un centro commerciale, sormontata da una terrazza coperta circolare da cui si gode un panorama completo della città. Compresa nel prezzo del biglietto (che non è molto economico) c'è anche la spiegazione della guida che si sofferma a descrivere i luoghi più salienti.
Nel primo pomeriggio, approfittando del biglietto speciale che abbiamo fatto per utilizzare i mezzi di trasporto e visitare alcuni posti ad un prezzo scontato, ci imbarchiamo su un traghetto per l'Harbour Cruise, una mini-crociera di 3 ore all'interno della baia di Sydney. Costeggiamo dapprima l'Harbour Bridge, l'Opera House e l'Hyde Park, poi le case più in degli abitanti di Sydney. In particolare, me ne rimane impressa una per la singolare storia del suo padrone, che ogni mattina si tuffava nelle acque della baia per farsi una piacevole nuotata, incurante degli squali che ogni tanto fanno una visitina alla zona, fino a quando una mattina non è più tornato a casa...
Passiamo poi sotto un ponte mobile che si alza solo a determinate ore del giorno e navighiamo all'interno del piccolo golfo fino ad arrivare ai Sydney Heads, cioè ai due promontori uno di fronte all'altro che separano la baia dall'oceano. Sembra una giornata d'estate e se non fosse per il vento si starebbe benissimo al sole.
Prima di rientrare in albergo ci fermiamo all'Harry's Cafe de Wheels, un originalissimo chiosco che ha la forma di un camioncino (in realtà ne è solo disegnata la figura sulla lamiera che riveste il chiosco). E' uno dei simboli di Sydney, vi si possono degustare le famose pie, specie di tortine ripiene di carne e varie puree di verdura. Ne assaggiamo una con la carne e purea di piselli, buonissima, e firmiamo anche noi la petizione affinché il locale non venga chiuso (sembra che qualcuno si lamenti del chiasso che fanno i clienti la notte).
La sera diciamo addio a Sydney e ai nostri amici australiani con una bella cena al Cafè Pralinka, con tanto di foto ricordo e scambio di indirizzi.
26 agosto - SYDNEY/HONG KONG/ROMA
Incontri di viaggio con viaggiatori.
Ci svegliamo con calma e una volta preparate le valigie ci rechiamo in aeroporto con l'autobus che ferma proprio davanti l'albergo.
Al nostro imbarco troviamo un marea di cinesi pieni di pacchi e pacchetti: in aereo sarà dura trovare posto anche per i nostri bagagli e sopportare la loro presenza invadente, fatta di grida di richiamo, sghignazzi e andirivieni.
Nel tragitto Sydney-Hong Kong si siede al mio fianco un francese: è un redattore che ha sposato una ragazza australiana e che si è trasferito a vivere nel nuovissimo continente. Mi dice sì, che è facile trovare un lavoro, ma non sempre quello che ti piace. La sua esperienza di "emigrante" non è stata del tutto positiva. A Hong Kong invece, sul sedile a fianco al mio c'è una ragazza italiana, di Milano, che ha terminato il suo viaggio di un mese in Cina. E' la seconda o terza volta che visita questo paese e viaggia con avventure nel mondo: è un po' delusa però, perché purtroppo il turismo di massa ha raggiunto e rovinato l'autenticità di quei luoghi che fino a pochi anni fa erano ancora al di fuori dagli itinerari turistici. E' sposata, ha due figli (che ha lasciato a casa con il marito e la suocera) ed ha viaggiato in quasi tutto il mondo insieme al marito, fino a quando non hanno deciso di metter su famiglia. Quest'anno ha voluto tentare di andare in vacanza comunque, anche senza suo marito e soprattutto soffrendo per la mancanza dei figli. Mi dice che viaggiare è sempre stato lo scopo della sua vita e a sentire dai posti che ha visitato e considerando che ha poco più di 30 anni c'è sicuramente da crederle. Dopo che le sono nati i figli però, deve riconoscere che sono loro ora la cosa più importante che ci sia e che non si può rinunciare a diventare madre per viaggiare. Per avvalorare ancora di più il suo discorso, mi dice che ha intenzione di averne un terzo e lasciare poi definitivamente il lavoro, per dedicarsi a loro. C'è da pensare... Parliamo poi di donne, delle donne di tutto il mondo. Lei crede che in fondo noi donne occidentali non siamo poi tanto più fortunate delle altre, delle asiatiche, per esempio: loro vengono mantenute dal marito e hanno più tempo per se stesse e la famiglia, senza dover correre dall'ufficio a casa e dai bambini, barcamenandosi nelle faccende di casa, i compiti dei figli e le urla del capoufficio. Forse è vero, ma preferisco mille volte la mia indipendenza e la mia libertà anche se dura a volta, piuttosto che dover dipendere da qualcun altro.
Arrivederci, Australia. So che un giorno tornerò, magari per restare, come mi piacerebbe. Per il momento, mi accontento di portarti con me nei miei ricordi e di sognarti ancora. Sicuramente questo è stato il viaggio più in libertà che abbia fatto, senza badare ai soldi e al tempo, senza costrizioni mentali o regole sociali da rispettare. Per me, Downunder, rimarrai sempre il simbolo di quella libertà che sto cercando. |
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