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Mi rivengono spesso in mente le lunghe strade larghe e vuote, i grandi cartelli stradali gialli che segnalavano la possibilità di attraversamenti di animali sulla carreggiata, i simboli delle varie strade di contea, le affissioni pubblicitarie, le bandiere canadesi appese ad ogni palo. E alla stessa maniera ricordo i cieli azzurri, gli altissimi alberi, le foglie di acero, gli orizzonti sconfinati, le garage sales, il fiume impetuoso o calmo, blu o verde, stretto o largo, che ci ha affiancato per una lunga parte del viaggio.
12 agosto 1998 - TORONTO
L'aereo su cui abbiamo viaggiato era pieno di immigrati italiani che ritornavano in Canada dopo aver visitato l'Italia oppure di parenti che partivano per andare a trovare le loro famiglie che vivono in Canada.
L'addetto al controllo passaporti in aeroporto è molto scrupoloso, ci fa numerose domande sulla nostra vita e sui motivi per cui siamo venuti in Canada… vuole addirittura sapere quante lingue parlo.
Prendiamo contatto con l'ufficio dell'Avis per la nostra auto a noleggio: ci offrono di prendere un'auto più grande che sì, costa di più, ma in cambio non ci fanno pagare il drop-off; al momento non capiamo perché siano così gentili, ma lo scopriamo dopo. In realtà la macchina che ci danno è del Quebec, proprio dove noi siamo diretti e dove dovremo lasciarla. Quindi, invece di farla andare a Quebec con un autista, preferiscono affittarla e naturalmente non c'è più il drop-off da pagare, visto che lasciamo l'auto nel suo luogo di origine.
L'albergo è molto bello, centrale e con una piscina coperta al quinto piano. Ceniamo in una steak-house e facciamo un giro nel centro, ma il sonno (sono ormai le quattro di mattina ora italiana) e l'incontro con un po' di tipi strani, ci fanno tornare in albergo quasi subito. Abbiamo avuto giusto il tempo di visitare l'Old City Hall, il vecchio municipio, una costruzione simile a una fortezza e il City Hall, che sorge proprio di fronte e che invece ha un aspetto futuristico. Si tratta di un complesso costituito da due edifici semicircolari, uno dei quali basso, dalla cupola simile a un disco volante, e una fontana che d'inverno si ghiaccia e diventa una pista di pattinaggio.
Come dice Alberto, invece del tifone quest'anno ci ha dato il benvenuto uno stronzone. Mi riferisco a un cretino che davanti al nostro albergo dove avevamo parcheggiato ci ha accusato ingiustamente di averlo tamponato mentre posteggiavamo, adducendo come prova un graffietto millimetrico sulla carrozzeria della sua auto. Dopo vari insulti multilinguali, lo abbiamo lasciato lì a blaterare e ci siamo premurati di avvisare la compagnia di noleggio di quanto avvenuto. Speriamo che i canadesi non siano tutti così.

13 agosto 1998: TORONTO – CASCATE DEL NIAGARA
Dopo aver fatto colazione nella migliore cornetteria della città (questo è lo slogan del locale), facciamo un giro fino alla National Canadian Tower, una delle torri più alte del mondo e naturalmente vi saliamo.
Arriviamo fino a 400 metri circa di altezza (anche se la torre tutta è alta ben 553 metri). Con un ascensore che percorre il tragitto in appena 15 secondi alla velocità di 22 km/h raggiungiamo la terrazza panoramica: la vista è mozzafiato. Da una parte il lago Ontario, con la piccola isola di Toronto in cui si trova un piccolo aeroporto, e dall'altra tutta la città, vastissima, con i suoi grattacieli e le grandi strade. Proprio sotto di noi lo Skydome, uno stadio con la cupola apribile, e il porto. Scendendo poi di un piano, si può provare il brivido del vuoto camminando su un pavimento di vetro che si affaccia sulla fontana e i giardini ai piedi della torre.
Scesi dalla torre, riprendiamo la University Avenue, una delle strade principali che porta all'università di Toronto, un edificio in stile ottocento, circondato dal verde, dove gli scoiattoli gironzolano indisturbati. Da qui, arriviamo a Chinatown, dove i grattacieli lasciano il posto a casette basse, in legno o in muratura, con veranda sul davanti, grandi finestre e giardinetti. Sul marciapiedi, la spazzatura è messa in casse di plastica per la raccolta differenziata oppure nei classici bidoni di latta grigi, da cui ci si immagina d veder spuntare da un momento all'altro Gatto Silvestro che insegue Titti. Attraversando strade larghe, tutte perfettamente perpendicolari, incrociamo gente di tutti i tipi: ragazzi vestiti all'ultima moda, manager e donne in tailleur, barboni, pancioni e studenti, tutti, a prescindere dall'età, con grossi zaini sulle spalle (chissà cosa ci sarà dentro) e una bibita in mano. Molti si muovono con la bicicletta, qualcuno con i pattini on-line, pochi mi sembrano usino i mezzi di trasporto pubblici. Ci sono molte auto ma il traffico è disciplinato: ci sono anche molte aree di parcheggio, chiamate lot, tutte a pagamento. I cartelli con le tariffe speciali cercano di richiamare gli autisti. Anche noi ieri sera abbiamo dovuto parcheggiare in un lot a pagamento, anche se di proprietà dell'albergo. La gente di qui sembra piuttosto cordiale e disponibile; molti, soprattutto gli addetti ai servizi turistici, sono tutti sorrisi e gentilezza, ma non sembrano falsi, piuttosto un po' ostentati. La città è multietnica: oltre a persone di colore, ci sono indiani (se ne vedono molti con il turbante che guidano i taxi) e orientali in genere, pochissimi arabi e sud europei, molti cinesi, che qui come altrove gestiscono ristoranti e bazar di prodotti vari e generi alimentari. Sembrano tutti bene integrati anche se sono impiegati in lavori ordinari, se non umili: nessuno insomma aveva l'aria del manager.
Dopo il check-out in albergo, ci dirigiamo, a bordo della nostra favolosa Ford Taurus (aria condizionata, servosterzo, doppio airbag, portabagagli enorme, tavolinetto per bibite, cambio e "pilota automatico", specchietti laterali con riscaldamento), verso le cascate del Niagara. Il traffico sembra affliggere anche questa città: usciti dal centro storico rimaniamo imbottigliati a lungo sulla Highway: tutti guidano tranquillamente e rispettando il codice, non si sentono clacson o sgommate, solo alcuni si azzardano a superare i limiti di velocità, che solitamente oscillano fra i 60 e i 100 km/h.
Percorriamo la QEW (Queen Elizabeth Way) che ci porta dopo un paio di ore dritti dritti a Niagara.
Arrivati nel paesino proprio al confine con gli Stati Uniti, ci fermiamo presso un ufficio turistico per chiedere qualche informazione e prendiamo una stanza al primo motel che incontriamo subito fuori. Non è niente di ché, vecchietto e modestissimo, ma vogliamo calarci nel lifestyle americano e sperimentare le tanto note stanze di motel dei telefilm visti in TV.
Lasciato il bagaglio, sempre con l'auto ci dirigiamo verso le cascate e con nostra grande sorpresa ce le ritroviamo di fronte all'improvviso, imponenti e schiumose. Non so perché, ma mi ero fatta l'idea che si trovassero lontano dai centri abitati, invece qui la vita brulica intorno a questo spettacolo della natura. Non è l'altezza ad impressionare, ma la portata d'acqua, la schiuma che si alza sotto forma di nubi verso il cielo e il rumore. Le American Falls, appartenenti cioè al territorio statunitense, sono divise dalle Horseshoe Falls dalla Goat Island (isola della capra). Il fiume Niagara, che in questo tratto segna il confine fra Canada e Usa, forma quest'immensa cascata quando incontra il dislivello di 49 metri fra il lago Erie e il lago Ontario. L'acqua scende copiosa, creando una tenda di spuma bianca e gli schizzi di acqua sollevati dalla violenza che si infrangono delle acque diventano vera e propria pioggia che bagna i visitatori affacciati alle balaustre, incuranti della doccia fredda tanto sono estasiati di fronte a questa meraviglia naturale.
Le Horseshoe Falls (cioè cascate a forma di ferro di cavallo) hanno appunto una forma semicircolare e la spuma ne nasconde alla vista la parte centrale. La potenza dell'acqua opera una corrosione di circa un metro e mezzo l'anno sullo sperone di roccia dove ha luogo il salto, tanto che la cascata indietreggia sempre più e fra qualche centinaio di anni scomparirà del tutto, perché avrà annullato il dislivello creato dalla roccia. Lungo il fiume galleggiano grosse chiazze di argilla che l'acqua stacca dalla roccia calcarea ma non riesce poi a trasportare nella sua corsa impetuosa.
Come prima cosa scendiamo al livello del fiume per prendere la barca "Maid of the mist" che arriva fin sotto alle Horseshoe Falls. Il nome (che vuol dire "Damigella della nebbia") sta ad indicare la strana figura che sembra apparire nel turbinio delle acque. La leggenda dice si tratti di una ragazza indiana affogata.
Prima di salire sulla barca, ci viene dato un impermeabile in plastica per ripararci dall'acqua. Ci accostiamo dapprima alla cascata americana e da sotto ci si fa ancora meglio un'idea della sua imponenza, poi navighiamo verso quella canadese fino a fermarci proprio nel bel mezzo del semicerchio, sballottati dalla corrente e dai mulinelli e sotto una pioggia sferzante. Messe al sicuro la videocamera e la macchina fotografica sotto gli impermeabili, ammiriamo estasiati; il rumore è assordante e il vento che cambia continuamente direzione sposta la nube d'acqua, bagnandoci ad intermittenza. Siamo tutti fradici nonostante gli impermeabili, perché piove da tutte le parti e in ogni direzione. Numerosi arcobaleni si formano sotto le cascate, anche più di uno contemporaneamente. La barca ondeggia instabile, anch'essa completamente zuppa come i suoi passeggeri. I vortici di schiuma sono così fitti che non si riesce a distinguere il centro della cascata, lunga ben 800 metri contro i 300 circa di quella americana. Ritorniamo al molo e risaliamo su una delle tante terrazze del lungofiume che permettono di ammirare le cascate da diverse prospettive. Quando ci avviciniamo al punto in cui l'acqua compie il salto ci accorgiamo ancor di più della quantità e della velocità dell'acqua che precipita. Anche qui gli schizzi si trasformano in una pioggerellina fitta che bagna turisti e selciato.
Torniamo indietro verso il ponte Arcobaleno, che unisce le due sponde del fiume Niagara, il cui nome ha origine della parola irochese Onyakarra, cioè "tuono dell'acqua", dal frastuono che le cascate fanno e che si può udire fino a 75 km di distanza.
Il ponte, alla cui metà è segnato il confine tra Canada e USA, unisce le due cittadine, Niagara-New York e Niagara-Ontario. Percorrendo il ponte, arriviamo così in America, dove alla dogana i controlli sono molto scrupolosi. Ci viene fatto un permesso d'ingresso (previo pagamento di 6 dollari) e così possiamo circolare tranquilli. Facciamo una lunga passeggiata per il Prospect Park, da cui si arriva anche alla Goat Island. È ormai sera, e la cascata con il sole che sta tramontando si illumina di riflessi e bagliori. Il minor numero di turisti ci permette di gustare meglio lo spettacolo.
Siamo stanchissimi, stiamo camminando ininterrottamente da più di 5 ore. Quasi trascinandoci, ripercorriamo il ponte Arcobaleno e ce ne torniamo a piedi fino al parcheggio. Troviamo un localino messicano dove mangiare con un menù fisso "All you can eat" al buffet e stanchi morti ce ne andiamo a dormire nella nostra stanza al motel. Mai avrei pensato di visitare un giorno le cascate del Niagara. Ne ho sempre sentito parlare, ho ascoltato descrizioni di persone che le avevano ammirate estasiate, ma mai mi ero immaginata il momento in cui sarei stata anch'io qui. Trovarsele così di fronte, all'improvviso, imponenti e maestose, ha fatto venir la pelle d'oca ad entrambi: "Accidenti, siamo sotto le Niagara Falls!", abbiamo esclamato all'unisono, ancora increduli.

14 agosto 1998: NIAGARA FALLS – NIAGARA ON THE LAKE –
PETERBOROUGH – PETROGLIPHS PARK – BELLEVILLE
Partiamo presto per Niagara on the Lake, piccola cittadina poco distante dalle cascate e che, come il nome stesso dice, sorge sul Lago Ontario. Nel secolo scorso era la capitale del Canada, fino a quando non fu scelta Ottawa perché più distante dal confine americano.
La cittadina è molto carina, con un porticciolo sul lago e casette basse con giardino, stile americano.
Appena fuori la città sorge Fort George, un fort ricostruito secondo l'aspetto dell'epoca. Ve ne sono molti in questa zona e sono la testimonianza della guerra fra canadesi e americani avvenuta lungo il confine, più di un secolo fa. Proseguiamo poi per un lungo viaggio (circa 500 km) durante il quale ci perdiamo più di una volta (i segnali stradali sono pessimi), fino ad arrivare a Peterborough, cittadina che sorge su uno dei tanti laghi della zona. Con due panini enormi presi in una specie di fast-food, pranziamo in riva al lago, in un bel parco attrezzato per i picnic. Il prato verdissimo e ben curato, l'azzurro dell'acqua del lago, il sole, il fresco venticello, ci farebbero rimanere qui tutto il pomeriggio, ma vogliamo proseguire ancora più a nord per visitare il Petrogliphs Provincial Park, dove si trovano le più belle incisioni su roccia della cultura indiana. Abbandoniamo l'autostrada e percorriamo una serie di stradine provinciali, chiamate county road. Incrociamo poche automobili e il percorso è magnifico: a tratti siamo completamente immersi nella foresta, con alberi fitti e altissimi, mentre in alcuni punti attraversiamo dei paesini, e lungo le strade si susseguono tante stupende case con giardino. Ci sono anche le tipiche buche per le lettere, quelle che si vedono nei film americani: nei giardini ben curati sono disseminate statuine in legno e plastica raffiguranti oche, cani, asinelli, finti servitori negri, donne con cuffie e annaffiatoio.
Parcheggiate ci sono numerosi pick-up e roulotte enormi, costruite in modo che possano essere agganciate agli stessi pick-up. La presenza di molte fattorie ci lascia facilmente intuire che stiamo attraversando una regione agricola; lungo la strada gli stessi proprietari allestiscono piccoli banchi di frutta e verdura provenienti dai loro terreni.
Finalmente arriviamo al parco, ma poiché è prossimo alla chiusura, abbiamo giusto il tempo di vedere i graffiti principali, senza poter seguire nessun percorso di trekking. All'interno di una struttura in vetro e ferro si trova un grande blocco di roccia, qui racchiuso per proteggerlo dai fenomeni atmosferici. Vi sono incise varie figure, tartarughe, serpenti, figure umane e canoe, e il famoso thunderbird, un uccello mitologico che gli indiani venerano, perché fu lui ad insegnare ai primi uomini a cacciare, a costruire arnesi e ad usare le piante come medicine. Gli indiani considerano sacro questo luogo ed è stato possibile interpretare il significato di alcune figure sulla base delle indicazioni date dagli attuali discendenti degli indiani. Uno di loro si toglie le scarpe e, scalzo, entra nel recinto in cui è racchiuso il grosso blocco di pietra e si inginocchia di fronte a una pietra su cui è allestito un piccolo altare con oggetti e polveri varie. Sta sicuramente pregando. Dagli opuscoli scopriamo anche noi i vari significati delle figure: sembra che gli indiani prediligano le rocce che spuntano dal terreno per i loro graffiti perché qui secondo loro vivono gli spiriti. Sono gli sciamani stessi a realizzare i disegni e a tramandarne significati e segreti.
Riprendiamo la strada della contea fino ad arrivare a Belleville, sul lago Ontario, cittadina ricca di chiese di ogni religione, ma che non offre nulla dal punto di vista turistico. Abbiamo difficoltà a trovare un posto dove mangiare ed alla fine siamo costretti a scegliere un ristorante cinese, la cui cena si rivelerà pessima: mai mangiato così male durante i nostri viaggi all'estero.
In cambio però abbiamo trovato un motel veramente carino appena fuori città ed anche più economico di quello di Niagara.
Dopo il secondo giorno di viaggio mi è passata un po' la paura che avevo. Questa è la prima volta in cui sono stata molto combattuta fra vivere l'avventura e la scoperta che ogni viaggio comporta, e il decidere invece di starsene tranquillamente a casa, nel proprio ambiente e fra le proprie cose. Ed è un po' la stessa cosa che provo ogni giorno, quando vorrei mollare tutto, casa lavoro famiglia e amici e partire stando un po' di tempo in tanti luoghi diversi, come un vagabondo, oppure restare a casa, sempre nella propria città e continuare la vita di tutti i giorni. Lasciare le proprie cose, cambiare le proprie abitudini, anche le più stupide, deve essere duro da sopportare a lungo: non sentire più parlare italiano, non mangiare più pane nostrano, girare ogni volta per luoghi diversi, non familiari, sono sfide che comportano più coraggio di quanto si pensi. A meno che alle spalle non ci sia una fuga e un forte desiderio di conoscere, un'insofferenza a stare a lungo nello stesso posto. Non ho ancora capito quale delle due forze sia più potente in me. Certe volte vorrei lasciare tutto e andare in giro a conoscere luoghi e persone, altre volte preferisco starmene nella tranquillità di casa e delle mia routine.
Fare un viaggio così ogni tanto riesce ad appagare la forza di evasione per un po', ma sento che non mi basta, che vorrei qualcosa di più della visita turistica, vorrei penetrare nella vita di questi paesi, non solo conoscerne le usanze, ma viverle. Riuscirei però ad accettare anche il rovescio della medaglia della vita da nomade?
Ora capisco perché gli immigrati, ovunque vadano, tendono a ricrearsi il mondo che hanno lasciato: la nostalgia e il senso di estraneità è così forte che si riesce a superarlo solo vivendo in una comunità simile a quella in cui si è nati e cresciuti. Anche perché gli immigrati non hanno scelto di andare via, di vivere lontano dalla loro casa, ma sono stati in qualche modo "costretti". La patria viene enfatizzata, tutto ciò che ricorda casa viene riprodotto proprio per ricreare un ambiente familiare: ecco che allora nelle grandi metropoli, punto di arrivo di tanti immigrati, sorgono le Chinatown, le Little Italy, i quartieri greci o irlandesi.

15 agosto 1998: BELLEVILLE – KINGSTON – GANANOQUE
Dopo una buona colazione al Tim Horton (una catena di fast-food specializzato in prodotti di pasticceria), ci dirigiamo verso Kingston, percorrendo diverse strade di contea. Ai lati tante bellissime case e una simpatica usanza: le garage o yard sale. Si tratta di famiglie che svuotano cantine e garage delle cose vecchie e inutili e le vendono a prezzi stracciati davanti casa, allestendo dei mini-mercatini sul giardino. Sulla classica buca delle lettere stile "Snoopy" è appeso il cartello che indica alle macchine di passaggio che c'è la garage sale e lì vicino, davanti alla veranda, sono esposti gli oggetti. C'è un po' di tutto, scarpe e vestiti, giocattoli e peluche, attrezzi per il giardino e per il campeggio, utensili di cucina e decorazioni di Natale. Siamo veramente curiosi di vederne una un po' più da vicino e così ci fermiamo anche noi. Molti oggetti sono veramente da buttar via, mentre altri sono nuovi e ancora buoni e costituiscono un vero affare. Molti sono gli acquirenti che comprano anche quello che noi consideriamo robaccia. Sembra una piccola Porta Portese a livello familiare. Alberto non resiste al fascino del tipico e dell'economico e compra per un dollaro una maglietta con stampata la pubblicità di una birra canadese.
Più avanti ci fermiamo di nuovo: di fronte ad una casa è stata allestita una vera e propria asta. Un uomo in piedi su un tavolaccio con il microfono in mano fa il battitore, gli oggetti però, salvo qualche mobile, sono sempre dello stesso genere. C'è chi ha acquistato tende da campeggio, vassoi d'argento, pompe per la bicicletta, abat-jour, cyclette un po' antiche e il battitore aggiudica uno dopo l'altro gli oggetti esposti sul tavolo, intonando una strana cantilena fra un prezzo e l'altro: double double double… Avremmo voglia di fermarci di fronte a ogni casa, incuriositi dal Canadian style-life, ma abbiamo una tabella di marcia da rispettare.
La prossima tappa è Kingston, una cittadina che sorge sul fiume San Lorenzo, proprio di fronte alle Thousand Islands, un arcipelago formato da tantissime isolette di varie misure, divise fra Canada e Stati Uniti. Un confine a zig zag fa sì che la divisione sia equa fra le due nazioni e che nessun isola sia tagliata a metà dal confine. Kingston conserva ancora qualche edificio del secolo scorso e nell'insieme è una cittadina gradevole. In una piazza vicino al porto c'è un mercatino di frutta e verdura. La merce è venduta in cestini di carta: pesche, banane, pere, prugne, mele, patate bianche e rosse, zucchini (con il cartellino che riporta proprio la stessa parola italiana), cetrioli. E poi mirtilli, lamponi, fragole e more a volontà! Alcuni banchetti vendono prodotti fatti in casa, si tratta soprattutto di dolci (pancake e torte di frutta), marmellate, pesto (!!) e uova sode in salamoia. Finalmente faccio una buona scorta di frutta con cui pranzare, prima di prendere la barca per una mini crociera fra le mille isole. In realtà vediamo qualche sperduto isolotto disabitato e niente più, ma passiamo comunque un paio di ore piacevoli, al sole, scrivendo e sonnecchiando!
Terminata la crociera, passeggiamo per il lungofiume, mangiando un hot-dog acquistato a un carretto ambulante. Ci sono ancora i carretti che vendono i gelati (confezionati) e che suonano un campanellino per attirare la gente. Sono guidati da ragazzi che probabilmente in questo modo si mantengono agli studi.
Riprendiamo l'auto, direzione Gananoque, dove arriviamo nel pomeriggio: la città è molto carina, ma super affollata. Proprio ieri infatti, è iniziato un festival che durerà un'intera settimana e non si trova un posto per dormire se non pagando il triplo dei prezzi normali. Siamo costretti comunque a pernottare nei paraggi, perché la prima barca disponibile per la crociera parte ormai domattina. Dopo tanto girovagare, ci fermiamo in una casa che offre alloggio con la formula del bed&breakfast, ma al completo. Per fortuna la proprietaria ci dà l'indirizzo di sua sorella, poco distante, che ha ancora camere libere. E il nostro desiderio è doppiamente esaudito: troviamo dove passare la notte e facciamo l'esperienza di dormire in una casa canadese, ospite di un'anziana signora. È vedova, ha 76 anni e quella che ci mostra al piano superiore deve essere la stanza in cui dormiva uno dei figli. Ci sono altre due stanze per gli ospiti, un bagno in comune e la sua stanza da letto. La camera è arredata in stile country, con una culla in legno e un comò con caraffa in porcellana. L'ambiente è molto carino e familiare, pulito e soprattutto immerso nel verde. Alle spalle della casa c'è la fattoria di proprietà della donna e davanti solo immensi prati verdi. Nel prezzo, modico, è compresa anche la colazione.
Dopo una rinfrescata, torniamo in paese per fare un giro e dare un'occhiata al festival, in realtà qualche stand gastronomico e un palco su cui si esibiscono due band musicali. L'ambiente si va scaldando e cominciano a venire molte persone di ogni età, ognuna con la propria sedia pieghevole. Si accomodano man mano davanti al palco, a formare una platea variopinta. I bambini sono sdraiati a terra su plaid o all'interno di sacchi a pelo; i più piccoli dormono nei passeggini o in carretti di plastica o legno (sembra sia l'ultima moda qui), con tanto di coperte e cuscino.
Mangiamo hamburger, pop-corn, patatine fritte e gelato. La musica è di stile country, quella della prima band, e di stile irlandese quella della seconda.
Il sonno ci colpisce presto anche stasera e verso le dieci riprendiamo la strada di casa.
Nel frattempo sono arrivati altri ospiti: due ragazze e un ragazzo giapponesi che occupano le altre due stanze e dividere il bagno in sei (compresa la padrona di casa) diventa problematico, ma l'esperienza del bed&breakfast ci piace lo stesso. Fuori, nel buio, si sentono solo i grilli, non un'automobile né un abbaiare di cani. Per un attimo immagino come sarebbe vivere qui… non mi dispiacerebbe proprio.

16 agosto 1998: GANANOQUE
Alle 7.30 la colazione è pronta: in cucina, sulla tavola apparecchiata con il servizio buono c'è succo d'arancia, pesche con lo zucchero, latte, corn-flakes, marmellata di fragole fatta in casa, toast con burro; mentre la signora prepara la pancetta con le uova fritte, noi facciamo qualche foto fuori la casa. Ci sediamo poi a tavola e chiacchierando, gustiamo la nostra colazione all'americana. La signora ha un figlio maschio, elettricista, come il marito morto, che abita poco distante, e tre figlie femmine. Suo marito è morto venti anni fa. No, lei non ha paura di affittare le stanze a sconosciuti, anzi il suo nome è scritto su una guida francese, per cui le capita spesso di avere ospiti dalla Francia. Nell'appartamento a fianco abita una famiglia di origine francese che starà lì per due anni, mentre la loro casa di fronte verrà ristrutturata… la signora però non sembra contentissima, forse preferisce la quiete e non la spaventa la solitudine, neanche quando si tratta di vivere esperienze tipo quella che racconta ad Alberto, mentre io vado di sopra a lavarmi i denti. Durante l'ultimo inverno, una tempesta di ghiaccio ha isolato la zona per una settimana, lasciando tutti senza luce, riscaldamento e cibo. "Sembrava di essere durante la guerra", ha detto la signora per descrivere la situazione… ma di quale guerra parlava? Forse ha usato la frase per sentito dire, perché è troppo giovane per aver visto la guerra di fine 1800 con gli Stati Uniti e credo troppo lontana per aver risentito addirittura delle due Guerre Mondiali.
Dopo aver lasciato un pensiero sul guest-book e 55 dollari alla signora (insieme al "botton" per l'ingresso al festival, tanto a noi non servirà più), andiamo in paese, pronti per la crociera. Questa sì che merita… navighiamo per tre ore fra isolotti di tutte le forme e misure, quasi tutti abitati, non solo da villeggianti, ma anche da residenti che vivono qui tutto l'anno. Ci sono case in muratura, cottage in legno immersi nel verde e costruiti su piccoli promontori; si vedono piscine e campi da golf, campeggi, bagni e punti di attracco per le barche. Le isole più popolate hanno anche negozi, uffici postali, biblioteche e centri ricreativi. Scegliere di vivere qui vuol dire vivere fuori dal mondo, lontano da rumori, traffico, inquinamento. Non bisogna temere né solitudine né isolamento, amare il mare (o meglio l'acqua) e il verde più delle comodità che la vita moderna offre.
Una scelta che condividerei per un paio d'anni. Basterebbe un'antenna parabolica, internet e una buona scorta di libri, e naturalmente un lavoro da poter svolgere in loco. Che sogno!
Incrociamo barche a vela, velieri, house-boat, barche a motore e moto d'acqua che navigano o sfrecciano in ogni direzione. Un paio di ponti collegano le isole più grandi alla terraferma e su ogni isola sventola una bandiera, americana o canadese. Ogni isolotto ha la sua storia, da quella abitata da John Jacob Astor, costruttore del Titanic, a bordo del quale è affondato, a quella dove è stato ucciso un presunto cospiratore che avrebbe preso parte all'assassinio di Abramo Lincoln. La navigazione prevede una sosta all'Hearth Island, dove sorge un maestoso castello in stile europeo. Siamo in territorio americano, e per fortuna abbiamo ancora con noi il visto ottenuto alle cascate del Niagara, quindi possiamo sbarcare.
Quest'isola ha una storia molto particolare ed è legata ad un uomo, un certo George Boldt. All'età di tredici anni emigrò dalla Prussia in America, e dal più basso gradino della scala sociale (era un lavapiatti in una cucina d'albergo), arrivò presto ai vertici, diventando proprietario di numerosi alberghi, tra cui il Waldorf Astoria di New York. Innamoratosi delle Thousand Islands, acquistò quest'isola, che originariamente si chiamava Hart (cioè cervo), per costruirvi un castello, come uno di quelli che solo in Europa si trovano. L'opera doveva essere un dono per l'adorata moglie Louise. L'isola Hart cambiò nome in Heart (cuore) e, dopo aver fatto venire dall'Europa argenterie e tappezzerie, marmi e mobili, i lavori furono affidati a un noto architetto dell'epoca. Purtroppo, quando ormai il castello stava per essere terminato, la moglie di George morì improvvisamente. I lavori furono interrotti con un semplice telegramma e mai più ripresi, il castello fu poi venduto e per 75 anni rimase incompleto e abbandonato, fino a quando l'autorità delle Mille Isole l'acquistò cominciando i lavori di ristrutturazione. L'esterno è completo, maestoso e più stili, da quello gotico a quello neoclassico, sono evidenti. Intorno, gradini, ponticelli, porticcioli. All'interno le mura spoglie e non intonacate lasciano però immaginare lo splendore che avrebbe avuto se fosse stato terminato. Centoventi stanze, per gli ospiti e gli amici, tutto concepito secondo lo spirito di ospitalità per il quale George Boldt era conosciuto e con il quale diede vita a una nuova concezione del servizio alberghiero. Fu lui tra i primi a mettere i fiori in stanza, a servire la colazione in camera: "Il mio successo lo devo alla gentilezza con cui ho trattato i miei ospiti." In queste poche parole si riassume lo spirito di un povero ma caparbio immigrato del secolo scorso. Se non fosse oscurato da un alone di tristezza, l'ambiente sarebbe da sogno.
Tornati di nuovo a Gananoque, riprendiamo l'auto e la Route 2, fino a Morrisbourg, dove pranziamo in un'area picnic. Siamo proprio affacciati sul fiume S. Lorenzo e tutta la zona ha conosciuto un recente sviluppo grazie alla via di comunicazione fluviale, la seaway, che non solo collega Quebec e Ontario, ma anche Canada e USA. A destra ci sono le tipiche casette canadesi, mentre a sinistra miniere e petroliere tolgono un po' di fascino al country-side.
Ci rechiamo poi all'Upper Canada Village, ma visto che è ormai prossimo alla chiusura, ne rimandiamo la visita all'indomani. Guidiamo fino a Cornwall, dove ci fermiamo in un motel molto carino e con piscina. Scambiamo quattro chiacchiere con tre canadesi pensionati e uno strano tipo, tutto tatuato e con in testa un fazzoletto della Harley Davidson. Si parla di auto, stipendi, case e lavori, confrontando la vita canadese con quella italiana, e l'Italia come al solito, tolte le ricchezze artistiche, perde in ogni campo. Rimangono sbigottiti quando apprendono che ci sono ancora in circolazione auto non catalitiche, che le automobili costano tre volte tanto che in Canada, che non hanno il cambio automatico e che i motel sono scarsi. Come noi non crediamo alle nostre orecchie quando apprendiamo le cifre dei loro salari, i prezzi delle case o il fatto che non ci sono in giro altre auto se non quelle catalitiche. E anche loro mi confermano che troverei facilmente lavoro in questo paese. Devo proprio farci un pensierino… casomai mentre ceniamo alla Steack-house!

17 agosto 1998: GANANOQUE – UPPER CANADA VILLAGE – OTTAWA-
MONTEBELLO
Ci svegliamo presto per essere all'Upper Canada Village all'apertura. Dopo la colazione in una specie di pasticceria, visitiamo il giardino delle Rose, proprio fuori il villaggio. Scambiamo quattro chiacchiere con alcune ragazze-giardiniere. Si tratta in realtà di studentesse del college che svolgono questo lavoro stagionale durante l'estate. Ci dicono che l'università è molto cara e che quello che guadagnano l'estate non basta per mantenersi tutto l'anno. A proposito dei giardini, scopriamo che le rose sopravvivono ai rigidi inverni perché vengono sotterrate: su 250 che ne avevano piantate lo scorso anno, solo 20 sono morte; le altre piante cespugliose non ce la fanno invece e devono essere ripiantate ad ogni primavera.
Entriamo finalmente nel villaggio ricostruito come uno autentico del 1800 e, malgrado i nostri timori, dobbiamo constatare che non è la classica messa in scena per turisti. Tutto è ricostruito alla perfezione, dalle fattorie ai negozi, dalle case alla chiesa, dai mulini alle segherie e le persone che interpretano i vari ruoli sono abbigliate e pettinate secondo la moda dell'epoca. Ci viene fornita all'entrata una mappa con qualche descrizione per orientarci all'interno, e su ogni luogo i vari "attori" forniscono ogni tipo di informazione sul posto o sul lavoro che stanno svolgendo. E così assistiamo al lavoro all'interno del mulino (che rifornisce il forno del villaggio che a sua volta fornisce con il suo pane il ristorante e il gift-shop), della segheria e della fattoria. Possiamo vedere il calzolaio e il falegname all'opera, le donne che cuciono e ricamano oppure cucinano, entriamo nelle case, arredate modestamente e molto simili a quella della fattoria bed & breakfast dove abbiamo dormito: al pianterreno la cucina, la dispensa e la sala da pranzo, al piano superiore le camere, riscaldate tutte con l'unica stufa che dalla cucina distribuisce il calore nelle camere attraverso vari tubi.
Interessante è assistere alla stampa del giornale, anche questa vera; la Gazzetta viene pubblicata ogni quindici giorni e riporta annunci, notizie locali, notizie da altri villaggi e città e un racconto o qualcosa di simile. Per comporre i caratteri di un'intera pagina, usando le lettere a piombo, ci vogliono ben 10 ore! Entriamo poi dal droghiere, o meglio l'emporio, che vende cibo vario, vestiario, oggetti per la scuola e la casa, visitiamo la casa del pastore con il quale scambiamo quattro chiacchiere, scoprendo così che è sposato, che passa il suo tempo leggendo libri di religione e visitando le persone della comunità, e che è mantenuto dalla comunità stessa che gli fornisce vitto, alloggio e un salario adeguato. E poi ancora, il locale dove si produceva il formaggio (operante solo d'estate, perché l'inverno il latte prodotto non è sufficiente per fare il formaggio), la locanda, la scuola, dove gli studenti imparano le buone maniere, la morale e le 3R's, cioè writing, reading and rithmethics, il nostro ABC insomma.
Nel villaggio ci sono anche alcuni interpreti bambini che sono qui tre giorni alla settimana per un mese intero e che svolgono questo lavoro come se fossero in un campo scuola.
Infine, un centro informativo illustra la vita dell'epoca attraverso pannelli, filmati e fotografie. Queste ultime sono ritenute dei veri e propri oggetti di antichità, anche se basterebbe sfogliare un album dei nostri genitori per trovarne di simili e forse anche più antiche.
Comunque la visita ci ha soddisfatto, tanto che abbiamo trascorso quasi tre ore girovagando per il villaggio, non senza fotografare e filmare.
Il tempo si è rimesso e le nuvole di questa mattina hanno lasciato il posto al sole.
Arriviamo fino a Ottawa (che dista poco più di un'ora) e pranziamo in un McDonald's in periferia. In molti ci avevano detto che Ottawa ci sarebbe piaciuta molto, invece ci ha deluso. Si tratta di una città moderna con grattacieli e grandi strade larghe e, salvo la collina del Parlamento a nostro avviso non c'è nulla di interessante. In più, tutte le strade sono un cantiere aperto. Passeggiamo un po' nella zona del Parlamento dove sorgono diversi edifici, la Camera del Senato, dei Comuni e così via, edifici in stile gotico e aiuole ben curate tutt'intorno. Dalla collina, la vista sul fiume Ottawa è molto suggestiva. Numerosi ponti lo attraversano collegando la città a Hull, che sorge esattamente di fronte ma che fa già parte del Quebec; il fiume infatti separa l'Ontario dal Quebec, la zona anglofona da quella francofona.
Accaldati, risaliamo in auto diretti a Montebello, un paesino lungo il fiume, per arrivare al nostro magnifico hotel-castello dove ci fermeremo per tre giorni. Si tratta di un enorme edificio costruito in pietra e legno e concepito come un hotel-resort, cioè non solo un luogo dove dormire e mangiare, ma dove praticare sport e godere della natura. Qui in Canada gli sport sono molto praticati e ritenuti una risorsa importante, nonché una delle forme di divertimento più apprezzata. L'edificio ha la pianta a croce a sei punte, con tre piani che ruotano intorno ad un enorme forno a legna esagonale che d'inverno viene acceso per riscaldare l'ambiente. Intorno all'edificio, giardini ed aiuole, campi da golf, piste ciclabili, campi da tennis, palestra, sauna, piscina coperta e scoperta, bar e ristoranti, per un totale di 65.000 acri. E pensare che per costruirlo ci hanno impiegato solo 4 mesi, ancora più incredibile considerando che era il 1930. Appena arrivati, l'accoglienza però non è delle migliori. Gli impiegati sono in sciopero e transitano davanti all'entrata quasi a non voler far entrare gli ospiti. Sono in sciopero da più di un mese perché non ottengono ciò che vogliono e in qualche modo hanno praticamente bloccato la stagione: con poco personale, i direttori e i manager si sono ridotti a fare un po' di tutto, dalle pulizie delle stanze a servire la colazione.
Molti clienti hanno disdetto le prenotazioni nel timore di non avere lo stesso servizio che si addice ad un hotel di questo genere, e comunque i soli manager non riuscirebbero a far fronte a più di 30/50 camere occupate (ce ne sono più di 500!). Noi però ne traiamo un bel vantaggio: la colazione a buffet è offerta dall'hotel e così la mattina possiamo "abbuffarci". Dopo aver dato un'occhiata all'albergo, ce ne andiamo nella piscina al coperto, facciamo un bagno, giochiamo a pallacanestro, a ping-pong e ci rilassiamo in una vasca idromassaggio: cosa volere di più dalla vita?
La ricchezza e il lusso sono però ostentati e provo quasi fastidio dall'essere circondata da tanto benessere. Non riuscirò mai a essere ricca, ammesso che un giorno lo diventi! Non riesco a provare piacere da tutte queste cose insieme e una vacanza qui mi piace fino a che è una novità e un diversivo e comunque non resisterei più di una settimana. A parte ciò, la serata nell'impianto sportivo è piacevole e divertente e io e Alb ne sappiamo ben approfittare. Ceniamo in un misero fast-food (se sapessero che dormiamo al Montebello…) e ce ne torniamo a dormire.

18 agosto 1998: MONTEBELLO – PARCO OMEGA –
RISERVA LA PLAISANCE
La giornata non promette bene: è nuvoloso e fa molto freddo, la temperatura sarà scesa di almeno 10 gradi; ogni tanto qualche gocciolina ci fa temere un acquazzone. Optiamo perciò per una visita in automobile al Parco Omega. Si tratta di una riserva dove gli animali vivono in semilibertà, vale a dire scorrazzando tranquillamente per l'intero parco. Seguendo un percorso prestabilito e sterrato, senza scendere dall'auto per evitare di correre rischi, si cammina all'interno del parco dove gli animali stessi si avvicinano, per lo meno quelli che sanno di poter ricevere del cibo (all'entrata, insieme al biglietto vengono consegnati würstel e carote). La fauna è molto varia ed è la prima volta per noi che possiamo vedere da vicino alcuni animali, soprattutto quelle specie che sono native dell'America del Nord: ci sono alci, cervi rossi e dalla coda bianca, bufali, procioni, castori, cinghiali, scoiattoli, stambecchi (importati dalle Alpi), orsi bruni e lupi (questi ultimi due tenuti in recinti separati, perché potrebbero aggredire le altre specie). Appena entrati, un bel cervo ha tentato di infilare il suo muso nell'auto attraverso il finestrino, e c'è riuscito! Cercava del cibo, ma all'entrata si erano dimenticati di darci le carote e il würstel che Alberto gli ha offerto è stato prontamente risputato dall'erbivoro d.o.c.! Alcuni cervi sono imponenti, soprattutto i maschi con le loro bellissime corna. Durante l'estate i palchi sono al massimo splendore, poi con l'autunno cadranno perché durante l'inverno il freddo e la scarsità di cibo non permettono certi "futili" ornamenti. All'arrivo della primavera le corna spunteranno di nuovo e il cervo sarà pronto a sfoggiarle per conquistare con la loro bellezza una femmina del branco.
Purtroppo non riusciamo a vedere nessun castoro nei vari laghetti, al contrario ci gustiamo due orsetti lavatori nella casetta di legno costruita per loro dai custodi del parco. C'è poi una mamma cinghiale che allatta i suoi cuccioli e i lupi che si avvicinano al recinto per afferrare i würstel che gli tiriamo. Gli orsi bruni sono fantastici: uno di loro si gratta la schiena contro il tronco di un albero e la testa con la zampa. Possono essere aggressivi e molti cartelli avvisano di non scendere assolutamente dall'auto. Anche i boschi non sono da meno: arrivati a uno dei parcheggi facciamo un breve percorso a piedi. Anche qui la devastazione della tempesta di ghiaccio di quest'inverno è evidente e dei segni sugli alberi indicano se andranno tagliati o se potranno sopravvivere. Molti sono stati abbattuti oppure sono curvi quasi a toccare con la chioma il terreno.
La ragazza all'entrata ci aveva detto che la visita poteva durare un'ora, mentre noi ci siamo rimasti per ben quattro ore!
Pranziamo in uno dei tanti fast-food lungo la strada, dove chiacchieriamo con una signora canadese e suo figlio che parlano entrambi italiano, poiché i nonni erano di Perugia. Ci sono venuti in aiuto per capire ciò che diceva la cassiera del fast-food che parla il quebeçois e in più in forma dialettale. "Son campagnoli" mi spiega la canadese-italiana. E come al solito la conversazione finisce sugli stipendi, sul lavoro, sulle case, con un continuo confronto tra l'Italia e il Canada.
Nel pomeriggio, sempre in automobile, percorriamo la strada all'interno della riserva faunistica della Plaisance, che comprende tre penisole strette e allungate dentro uno dei tanti laghi della zona. Ci sono tantissimi uccelli, peccato non saper distinguere le varie specie ed abbiamo anche la fortuna di avvistare qualche castoro prima che corra via ad infilarsi in una delle buche della tana. Riusciamo a fotografarne uno, tentandolo con i nostri biscottini. All'interno della riserva faunistica c'è anche un campeggio molto attrezzato, che però non ha niente a che vedere con quelli italiani. Le piazzole per tende o roulotte sono molto distanziate l'una dall'altra e tutte hanno un barbecue e un tavolo con panche. C'è molta quiete e molto spazio, siamo lontani anni luce dai nostri campeggi-carnaio.
Terminata la visita alla riserva ce ne torniamo allo Chateau Montebello per un po' di sport. L'albergo è ancora più vuoto di ieri e siamo gli unici ospiti del complesso sportivo.
Tutto questo ben di Dio solo per noi, sembra incredibile. Gli spogliatoi sono dotati di docce calde, dispenser di shampoo e saponi, "strizzacostumi" (piccoli cestelli che centrifugano l'indumento asciugandolo completamente). Per cena ci concediamo un ristorante francese a menù semifisso; Alberto mangia una ricca insalata, pesce buonissimo, riso e verdura, io una piccola insalata con una specie di cotechino, spaghetti alle verdure gustosissimi e gelato per finire. Quando torneremo a Roma saremo sicuramente ingrassati, a forza di hot-dog, pranzi al fast-food e colazioni a buffet, ma non riusciamo a rinunciare a niente!

19 agosto 1998: MONTEBELLO – MONT TREMBLANT
Ci svegliamo presto per andare a visitare il paese di Mont Tremblant, situato nella zona Laurentides, una delle varie regioni in cui è suddiviso il Quebec. La strada che percorriamo attraversa alcuni paesini con le casette in legno, e il paesaggio diventa improvvisamente alpino: conifere e abeti si alternano a fiumiciattoli e laghetti, anche se siamo in pianura, o meglio in un territorio ondulato, tanto che la strada è un continuo saliscendi. Arrivati al paesino, che sembra una Cortina d'Ampezzo canadese, affittiamo le biciclette e percorriamo una delle numerosissime piste ciclabili. Anche se il luogo è un po' snob, nel senso che molte persone ostentano il tipico abbigliamento da montagna, ci sono ristoranti e alberghi con vista sul lago, campi da golf e minigolf, piscine e lettini al sole, la natura è splendida. Lungo la pista ciclabile si alternano persone a piedi e con i pattini e proprio appena partiti soccorriamo una donna che ha fatto una brutta caduta. Il percorso richiede infatti una certa abilità nel pattinare perché ci sono salite, discese e numerose curve. La donna non è riuscita a frenare ed ha urtato violentemente una parete rocciosa. Sanguina dalla testa, ha una spalla e un pollice rotto e per terra c'è sangue ovunque. A fianco a lei suo figlio di 6 anni piange sconsolato e le porta dei fiori. Suo marito è già andato a chiamare un'ambulanza, così pure l'altro figlio più grande. Ci fermiamo per non lasciarla sola e scambiando un po' di parole scopro che sono di Chicago. La donna è abbastanza spaventata e credo che senta anche molto dolore. La faccio sdraiare e le guardo la testa: sotto i capelli è coperta di graffi. Le poso il mio cappello sulla fronte per ripararla dal sole e cerco in qualche modo di consolare il bambino. Nel frattempo si fermano altre persone e per fortuna tra loro c'è anche una dottoressa. L'ambulanza impiega quasi un'ora ad arrivare. Viene messa su una barella gonfiabile con il collare che le ferma il collo: temono che ci possa essere una frattura al cranio o alla colonna vertebrale, ma per quel poco che ci capisco, credo di no, o almeno lo spero per lei. La donna non regge più la tensione e scoppia a piangere, ringraziandoci per averla assistita. Un brutto modo per finire la vacanza.
Proseguiamo il nostro giro in bici, costeggiando un fiume o entrando nel fitto di un bosco. Ci sono moltissime famiglie e i genitori trasportano in bicicletta i figli in tanti modi diversi: oltre al classico seggiolino che si usa comunemente in Italia, ci sono dei tandem fatti in modo che il bambino stia seduto dietro su un sedile e una ruota più piccoli, oppure carrozzini agganciati ad una bici normale, dove l'adulto pedala trasportando i figli. C'è chi pattina trascinato dal cane e chi passeggia tranquillamente. A metà giro arriviamo ad una funivia con accesso gratuito, che porta fino a qualche metro più su, verso una stazione da cui partono altre funivie. Tutt'intorno alberghi, ristoranti e negozi molto chic; le case sembrano delle piccole baite, con la differenza che le facciate sono dipinte con morbidi colori pastello. Ovunque vasi di fiori, aiuole e cespugli rendono ancora più gradevole l'ambiente. Tutto è molto curato e ben tenuto, proprio per il piacere dell'occhio. D'inverno questa diventa una rinomata stazione sciistica: la temperatura scende fino a 40° sotto zero!
Ripresa la bici e comprato qualche panino in paese, percorriamo la pista ciclabile lungo il Lac Tremblant, dove si specchiano tante villette, tutte con l'imbarcadero privato. Ci fermiamo proprio su uno di questi pontili per mangiare, ma poco dopo arriva la padrona che subito ci apostrofa dicendoci che è "privé". Come se non bastasse l'amica ci dice, indicando un simpatico cane da caccia che scorrazza nei dintorni, che i cani vanno tenuti al guinzaglio lungo la pista ciclabile. Quando la informiamo che il cane non è nostro, non si degna neanche di scusarsi. I quebeçois non ci sono affatto simpatici: sono un po' snob, proprio come alcuni francesi, ed hanno un atteggiamento niente affatto amichevole. Restituiamo la bici a noleggio e ritorniamo verso il nostro bel castello. È stata una giornata splendida, con un bel sole caldo e perciò questo pomeriggio lo trascorriamo sul brodo della piscina all'aperto. Poi, non ancora sazi, ci spostiamo verso quella al chiuso, per un bel bagno nell'acqua riscaldata e un idromassaggio nella Jacuzzi.
Ceniamo al fast-food della prima sera per risparmiare un po', anche se il ristorante di ieri ci tenta molto. È la nostra ultima notte nel lusso!

20 agosto 1998: MONTEBELLO – MONTREAL
Dopo l'ultima splendida colazione, partiamo verso Montreal, fermandoci proprio alle porte della città per vedere le rapide di Lachine. Qui il fiume San Lorenzo non è più navigabile a causa del saliscendi delle acque e fino a che non fu costruito il canale che deviava la navigazione lungo un anello che si ricongiunge qualche chilometro più avanti al fiume, i trasporti dovevano proseguire via terra. Ora la portata d'acqua delle rapide è molto più modesta di quando la videro i primi esploratori nel 1600/1700, ma in compenso vicino a questa zona vi è una notevole concentrazione di uccelli, tanto che molti appassionati e studiosi la scelgono per il bird-watching. Andiamo poi alla riserva Kahnawake, dove vivono gli indiani irochesi, ma rimaniamo un po' delusi: da come avevamo letto avremmo avuto modo di visitare un villaggio indiano e assistere ad alcune lavorazioni artigianali così come alla vita quotidiana, in realtà (a meno che non abbiamo trovato il posto esatto) attraversiamo un quartiere di periferia, povero e malridotto, dove le case non hanno aiuole né tanti fronzoli e molte sono malandate. Solo una cosa è autentica: gli indiani, a giudicare dalle facce e dai capelli lunghi. Proseguiamo perciò verso il centro città, riattraversando uno dei ponti in ferro: Montreal infatti sorge su un'isola in mezzo al fiume San Lorenzo. Arriviamo fino al porto e ci fermiamo nel primo albergo che troviamo: non è gran ché, ma è economico (chissà che prezzi nel centro!), è pulito e ben situato rispetto al porto, la città vecchia e quella nuova. Il proprietario è chiaramente arabo e mi dice di provare ad indovinare la sua nazionalità. Le provo tutte senza scoprirla, fino a quando mi dice che lui appartiene al paese dove ci sono gli arabi più pazzi, l'Algeria e me lo fa intendere con un gesto eloquente: si passa la mano di traverso al collo, per indicare uno sgozzamento. Che non ci aspetti una simpatica nottata horror?
Lasciate le valigie e parcheggiata l'auto, ci facciamo una bella camminata fino alla parte moderna della città, che però non ci entusiasma. Dopo il quartiere cinese, ci ritroviamo in mezzo a grattacieli in vetro e cemento che si sovrastano l'un l'altro. A spezzare il rigore qua e là qualche piccolo giardino o qualche chiesa in pietra grigia, costruita in stile nuovo gotico. La cattedrale, invece è stata edificata copiando S. Pietro a Roma, anche se il risultato, sia nella dimensione che nella qualità non regge il confronto. L'unico che meriti di essere apprezzato è il baldacchino in stile berniniano, identico a quello della nostra chiesa.
Dopo le nuvole, arriva la pioggia e un po' di freddo. Entriamo perciò nella città sotterranea per uscirne quattro ore dopo. Durante l'inverno gli abitanti di Montreal possono passeggiare, andare al cinema e fare shopping lungo i 29 chilometri che si snodano sottoterra e che collegano i vari luoghi di ritrovo con corridoi, scale mobili e ascensori.
Ci fermiamo a mangiare in un posto molto kitsch: Marchélino, una sorta di mercatino con frutta, verdura, una specie di forno a legna, una crêperie. Tutto in stile italiano, o per lo meno vorrebbe esserlo. Mangiamo una pizza e una crêpe, seduti ai tavoli e assistiamo al passaggio della folla: ce n'è per tutti i gusti. Dai soliti obesi, ai manager in giacca e cravatta, dai pony-express (che qui si spostano in bicicletta e non in motorino) agli studenti, molte razze, molte lingue, molte mode. In una mezz'ora abbiamo avuto un perfetto spaccato della popolazione di Montreal (3.200.000 abitanti).
Passeggiamo a lungo, passando da un negozio all'altro, acquistando cartoline, souvenir, libri.
Fuori piove ancora, ma non ne possiamo più di negozi e incuranti (quasi) della pioggia e del freddo, camminiamo un po' all'aperto, fino alla McGill University, alla chiesa anglicana Christ Church, al Planet Hollywood, fino a che non decidiamo di lasciar perdere e tornare con la metro in albergo.

21 agosto 1998: MONTREAL – TROIS RIVIERES
Oggi il tempo sembra migliore di ieri, ma sarà una giornata molto particolare: il destino ci ha preparato un incontro straordinario.
Dopo una semplice colazione offerta dall'albergo e consumata a letto (anche perché non c'è uno spazio alternativo), chiudiamo per l'ennesima volta i bagagli e usciamo in giro per la città vecchia e il porto. Questa parte di Montreal è decisamente migliore di quella moderna. Le case sono al massimo di quattro piani, gli edifici più antichi (come il municipio o le chiese) hanno i tetti in rame di color verde e l'esterno in pietra o mattoni rossi. Le case più vecchie hanno sul retro (che si affaccia su vicoli un po' angusti) le classiche scale esterne antincendio, come si vedono nei film americani.
Su molte facciate di edifici che un tempo ospitavano piccole ditte si leggono ancora le scritte un po' scrostate, in caratteri cubitali, dei nomi e della merce prodotta.
Visitiamo una delle tante chiese cattoliche intitolata a Notre-Dame (questa in particolare identica a quella di Parigi), con l'esterno in restauro coperto di impalcature. L'interno è veramente troppo fastoso: negli immigrati è forte il desiderio di riprodurre le bellezze delle città di origine, ma spesso il tentativo, buono all'inizio, diventa semplicemente uno scimmiottamento dell'originale.
Passeggiamo lungo il porto: la vista sulla baia, dove il fiume è azzurro come il mare, è incantevole. Gli edifici del porto o i ponti in metallo che collegano l'isola su cui sorge Montreal con le sponde del fiume, non stonano con l'insieme. Il caos e i rumori della metropoli sono lontani, si sente solo il pedalare delle biciclette e il rullio dei pattini a rotelle di chi sfreccia lungo le piste ciclabili. Arriviamo fino alla chiesa considerata la più bella di Montreal: Notre-Dame-du-Bonsecours, dedicata ai marinai, e dove all'interno dal soffitto pendono dei modellini di navi in legno che sembrano navigare nell'aria, con la prua che cambia continuamente direzione girando in tondo. Ma non sono le piccole navi ad attrarre la mia attenzione e a lasciarmi veramente esterrefatta. Si tratta di una coincidenza straordinaria. Mentre sono sulla porta di entrata aspettando che Alberto termini la ripresa esterna, davanti ai miei occhi passano due ragazze, una delle quali ha un viso conosciuto. La guardo e la identifico subito, ma stento a credere che sia lei. È Alessia, la ragazza che abbiamo conosciuto in Marocco e che ora vive a Londra. Siamo rimaste in contatto e abbiamo continuato a scriverci assiduamente. Non ho il coraggio di chiamarla subito, perché stento a credere che sia lei: potrebbe essere, dato che lavora come hostess alla British Airways e viaggia un po' in tutto il mondo. Mentre tutti questi pensieri mi affollano la mente, lei si allontana e camminando lungo il corridoio laterale arriva sotto un altarino. Comunico ad Alberto la novità e anche lui, quando la vede, è convinto che si tratti di Alessia. Così ci avviciniamo e la chiamiamo una volta, ma non ci sente; la seconda si gira e sulla sua faccia si dipinge in una chiazza uniforme di rossore tutto lo stupore che solo un incontro del genere può provocare. Rimane a bocca aperta e letteralmente senza parole. Ma com'è possibile, senza appuntamento, sono più di due anni che non ci vediamo, ci ritroviamo nella stessa città, a migliaia di chilometri da casa, nella stessa piccola chiesetta, nello stesso momento… Ci sarà stata una possibilità su un milione di incontrarsi e noi l'abbiamo presa in pieno. C'è qualcosa di soprannaturale nell'aria. Con lei c'è una collega di lavoro, italiana anche lei, ma che vive a Londra. Dopo i primi momenti di mutismo dovuti allo smarrimento, ci scateniamo in abbracci e diamo inizio a un lungo chiacchiericcio che terminerà solo tre ore dopo, quando sarà il momento di salutarsi per riprendere ognuno la propria strada.
Loro hanno il volo di ritorno alle sei ora locale e vogliono tornare un po' prima in albergo per riposare, dato che saranno in servizio tutta la notte. Noi invece abbiamo il parcheggio con un time-limit alle 14.00 e dobbiamo assolutamente ritirare l'auto. Saliamo fin sopra al campanile della chiesa, da cui si gode di una vista straordinaria e naturalmente ci facciamo le foto insieme per immortalare l'incontro. Camminiamo poi un po' a zonzo per la città vecchia, passeggiando per la via principale, dove, come descritto nella guida, si respira un'atmosfera europea: caffè, ristoranti, fiorai, chioschi di frutta, mimi e giocolieri deliziano turisti e residenti. Arriviamo di nuovo fino alla chiesa di Notre-Dame, ma la città in questo momento non riscuote molto del nostro interesse. Siamo distolti dall'incontro e non facciamo altro che fermarci a raccontarci episodi di viaggi, di lavoro, di vita. È difficile condensare tutto in così poco tempo, presi alla sprovvista oltretutto, e le voci si sovrappongono nella foga del raccontare, alternandosi alle risate e alle esclamazioni di stupore che a più riprese tornano sulla nostra bocca, quasi a voler in qualche modo confermare che non si tratta di immaginazione, ma che è realtà il ritrovarsi qui, e allo stesso tempo per non perdere la magia di quanto ci è accaduto. Ci salutiamo con rammarico, ma felici, con la promessa di incontrarci di nuovo, questa volta secondo i canoni umani, vale a dire accordandosi sul luogo e sul tempo.
Ritiriamo l'auto dal parcheggio e il bagaglio lasciato in albergo e andiamo nel posto che Alberto desidera vedere dall'inizio del viaggio: il circuito di Formula 1, che si trova su un'altra isola proprio di fronte a Montreal.
Dopo aver sbagliato strada (abbiamo imboccato un ponte sbagliato) arriviamo finalmente al circuito e fra un pattinatore e l'altro, entriamo in pista con la nostra auto per vivere fino in fondo il brivido della corsa (il limite però è ovviamente, di 30 chilometri orari). Il circuito si chiama Jill Villeneuve, dal nome del pilota canadese morto durante una gara e padre dell'attuale campione del mondo Jacques.
Ritorniamo sull'isola di Montreal e andiamo al Parco Mont Royal che sorge su una collina sopra Montreal, da cui si ha un panorama unico di tutta la città, con i suoi grattacieli di specchi, il porto, le strade perpendicolari e il fiume sullo sfondo. Il parco fu il luogo in cui arrivò Jacques Cartier, l'esploratore che scoprì il Canada (e a cui è dedicata la strada principale di ogni città e paesino che abbiamo finora visitato), e che diede questo nome al parco per la superba vista che si godeva da qui, nome che poi divenne quello della città fondata sulle sue pendici. Passeggiando per il parco, incontriamo due immigrati di Potenza che abitano a Montreal dal '53: parlano un italiano decente, con un po' d'accento, ma corretto. Ci invitano addirittura a casa loro, ma dobbiamo rifiutare perché ci sono i soliti tempi di marcia da rispettare.
All'interno del parco riusciamo finalmente ad avvicinare qualche scoiattolo, porgendo loro dei crackers. Dapprima diffidenti, si avvicinano poi saltellando con la coda alta, e si fermano all'improvviso, quasi il buon senso li richiamasse e li mettesse in guardia dal fidarsi; poi nuovamente attratti dal cibo si avvicinano fino alla mano, prendono con le zampine il pezzetto di cracker e si voltano di scatto cominciando a mangiarlo, tenendolo fra le due mani e rosicchiandolo muovendo la testa da sinistra a destra, come se suonassero una armonica a bocca.
Ci mettiamo in viaggio verso Trois-Rivières, a metà strada fra Montreal e Quebec, lungo il fiume San Lorenzo, ma impieghiamo più di un'ora solo per uscire dalla città, perché rimaniamo imbottigliati nel traffico di uscita dalla città dei pendolari che lasciano gli uffici.
Dopo tre ore di viaggio arriviamo finalmente a Trois Rivières che sono passate le otto di sera. La cittadina sembra molto affollata per via di un festival in corso proprio questi giorni, uno dei tanti che animano l'estate canadese. Troviamo un motel nella parte ovest della città ad un prezzo bassissimo e con un prezzo altrettanto basso ceniamo in un ristorante con menù a buffet "all-you-can-eat".
E poi avviene la seconda cosa straordinaria della giornata: nei nostri piatti finiscono le cosce di rana fritte. Alberto le ha già mangiate, pensando si trattasse di pesce: "No, non sanno di pesce", mi dice. "Hanno un sapore molto delicato." Quando le guardo nel piatto, forse inconsciamente la loro forma (come una Y, formata dalle due gambe posteriori e il bacino della rana) mi ricorda qualcosa. Me le rigiro fra le mani, finalmente ho come un'illuminazione: "Sono zampe di rana!", esclamo e alle mie parole Alberto sbianca in viso. È lì lì per vomitare, avendo appreso cosa ha appena mangiato. Io dal canto mio, ne assaggio una e trovandola di un buon sapore, ne faccio fuori un bel po', cercando però di dimenticare per un attimo di cosa si tratta veramente.
Al tavolo vicino al nostro siede una famiglia di indiani, dai tratti somatici inconfondibili. Il nonno ha un lunga e fine treccia di capelli che scende giù per la schiena. Ce ne sono parecchi in giro, ma tutti sembrano stare fra di loro: non ho ancora visto infatti, coppie o famiglie miste. Alle 22.00 il buffet chiude e per quell'ora ci siamo mangiati di tutto.

22 agosto 1998: TROIS RIVIERES – STONEHAM
È sabato ma sembra domenica mattina: ci svegliamo tardi e facciamo colazione in un caffè all'aperto lungo la strada principale della città. La città sembra ancora addormentata: le persone che affollavano i locali e le strade ieri sera sono sparite. I pochi che si vedono, sono seduti come noi a fare colazione, pigramente, leggendo il giornale o conversando. Dopo aver chiesto informazioni all'ufficio turistico, che ci ha dotato di un opuscolo con un percorso guidato, cominciamo il giro della città. Non c'è qualcosa di veramente importante da vedere, solo qualche edificio restaurato, una chiesa, delle statue, ma tutto è così ben conservato e ben tenuto che anche se si parla di fine 800 primi 900, assume un valore storico notevole. Dei pannelli davanti agli edifici più importanti illustrano l'origine del luogo, chi l'abitava, il tutto corredato con bellissime fotografie dell'epoca. Ci sono il municipio, le case dei fondatori della città, il convento delle Orsoline, fra le prime ad arrivare in questo luogo, il cimitero metodista e quello ebreo (da ricordare che Trois-Rivieres è stata la prima città in cui gli ebrei hanno potuto abitare, perché facendo parte della Nouvelle France, cioè la colonia francese in Canada, era proibito loro l'ingresso; solo quando la città fu conquistata dagli inglesi, allora anche le persone di religione ebraica poterono abitarla).
Da uno dei tanti belvedere lungo il fiume la vista è bellissima. Le barche a vela solcano le acque azzurre come se qualcuno avesse gettato in cielo dei triangolini di carta.
Dal punto di vista storico, la visita al museo e alla prigione vale il tempo e il prezzo speso. Vi sono conservati abiti e utensili usati da primi colonizzatori fino a quelli in voga negli anni '60. Si vedono gli enormi frigoriferi, le prime lavatrici (mai arrivate in Italia, probabilmente), i ferri da stiro, proprio come se fossimo sul set di uno dei tanti film americani con Katherine Hepburn o Doris Day.
All'interno della prigione invece, sono dettagliatamente ricostruite le celle e spiegata la vita di un carcerato, dal momento dell'arresto fino alla scarcerazione, dal menù tipo fino alla divisa.
Nel primo pomeriggio lasciamo Trois Rivieres, diretti verso Quebec Ville.
Lungo la strada ci fermiamo a visitare il santuario di Notre-Dame-du-Cap, a dire della guida un luogo religioso meta di pellegrini provenienti da tutto il mondo. Si tratta di una grandissima chiesa a base circolare, in stile moderno, che sorge vicino ad una piccola cappella al cui interno c'è una statua della Madonna. Al contrario di quelle nostrane che versano lacrime di sangue, qui le Madonne aprono e chiudono gli occhi, come nel caso di quella conservata dentro la cappella. Passeggiamo per il giardino dove si trovano le stazioni della via crucis e del rosario, attraversato da un ruscello che ha origine da una fonte intitolata a Maria. Come non notare che il Papa è stato anche qui fra i suoi innumerevole viaggi? Una targa all'interno della chiesina ne ricorda la data della visita.
Prima di arrivare al Santuario (che abbiamo avuto qualche difficoltà a trovare) ci siamo imbattuti in una marcia pacifica di alcuni manifestanti indipendentisti del Quebec. Con un furgone e alcune auto tappezzate di bandiere del Quebec che aprivano e chiudevano il corteo, alcuni uomini urlavano slogan di propaganda e distribuivano bandierine. Alberto non ha mancato di farsene consegnare una che per il resto del viaggio sarà il nostro vessillo all'interno dell'automobile.
Percorriamo la strada che passa intorno a Quebec, ma non ci fermiamo in città (la visiteremo al ritorno, prima di prendere il volo per l'Italia), perché proseguiremo verso Nord, pernottando fuori della riserva faunistica delle Laurentides. Chiedendo informazioni abbiamo appreso che per dormire all'interno del parco, affittando una stanza, spenderemmo il doppio che in un motel, per cui abbiamo deciso di attraversare il parco solo domattina. Siamo arrivati a 2000 chilometri percorsi, segnati proprio mentre costeggiamo il fiume San Lorenzo. Lungo la strada casette di tutte le forme e colori… sono veramente da invidia. Si tratta probabilmente di una zona agricola, perché dietro ogni casa c'è una stalla, delle mucche al pascolo, tanti campi coltivati a mais e dei chioschi che vendono frutta e verdura. Tutte le case hanno il giardino e la piscina e il retro con vista sul fiume.
Lasciata Quebec alle spalle arriviamo a Stoneham, uscendo dalla strada principale, un paesino di poche case dove troviamo un albergo che sicuramente lavora di più in inverno per gli amanti della neve. Mentre andiamo in cerca di un ristorante, carichiamo in auto un ragazzo che deve andare a Quebec con l'autostop. Muoversi in questo modo è cosa comune in Canada e forse è l'unica maniera per spostarsi velocemente, se non si ha un'automobile e la bici non basta.
Lasciato il ragazzo all'incrocio con la strada principale, ci fermiamo presso l'unico ristorante che abbiamo trovato, vicino ad un supermercato e a un distributore di benzina. La cena è ottima e poco costosa; un uomo al tavolo a fianco ci regala anche il vino rimasto dalla sua bottiglia (in Canada non tutti i ristoranti hanno la licenza per servire gli alcolici e quindi invitano i clienti a portare il vino da casa). Ci spiega che andando a Tadoussac sarà molto facile vedere le balene, soprattutto prendendo un gommone, che può avvicinarsi di più, date le sue piccole dimensioni, ai grandi cetacei. Ci aspettano balene, beluga e megattere di dimensioni enormi! E noi già fremiamo dall'impazienza! Da una parte non vedo l'ora di vedere le balene ma dall'altra mi dispiace un po' il fatto che stiamo per arrivare a Tadoussac, perché questo vuol dire che la nostra vacanza volge al termine.

23 agosto 1998: STONEHAM – ALMA
Dopo il pieno di benzina e di cibo in una specie di distributore-supermercato, cominciamo la lunga traversata della riserva faunistica delle Laurentides, lungo la strada che attraversa tutto il parco per un tragitto di circa 2/3 ore. E all'improvviso, lasciamo le grandi vallate, gli aceri e il fiume per piombare in un paesaggio alpino, dove abeti di tutte le altezze infilano le loro punte nel cielo azzurro, e laghi di tutte le misure spuntano qua e là fra il bosco. Cartelli stradali mettono in guardia gli autisti dal superare i limiti di velocità, pena la multa o peggio ancora, la morte, mentre altri avvisano che alci o slitte possono attraversare all'improvviso la strada (queste ultime solo l'inverno ovviamente).
Il percorso in macchina si trasforma in una lunga e piacevole passeggiata, si incrociano poche automobili, che non sembrano rispettare i limiti di velocità, e ne approfitto per guidare un po' anch'io il nostro super macchinone. Arriviamo ad Alma all'ora di pranzo e caricato un altro autostoppista, ne approfittiamo per farci guidare fino al nostro hotel, che ha una stupenda vista sul fiume Saguenay, che insieme al Lac St-Jean dà il nome a questa regione.
Lasciate le valigie, mangiamo i nostri panini in riva al fiume, riposandoci anche un po'. Alma non sembra offrire niente di particolare, perciò dopo aver chiesto qualche informazione all'ufficio turistico, ce ne andiamo alla Riserva di Pointe Taillon, una lingua di sabbia che si protende nel lago e una delle più belle spiagge. Ne approfittiamo per affittare una bicicletta e fare un breve tratto della lunga pista ciclabile all'interno della riserva. In un tratto di strada chiamato "la diga dei castori", i castori appunto hanno eretto una diga che ostruisce il corso dell'acqua. Gli alberi sono tagliati alla base nel modo tipico in cui lo fanno questi roditori, ma degli animaletti nessuna traccia, peccato. In compenso c'è una moltitudine di zanzare e di libellule che ronzano nell'aria. Ritorniamo allo stabilimento, molto affollato: sembra proprio di stare al mare; la sponda opposta si intravede appena e la sabbia è quella di una spiaggia marina, dai colori insoliti: grigio, marrone, rosso e nero. Anche il colore dell'acqua è rosso cupo e la spuma delle onde che si infrangono sulla riva sembra acqua sporca. Avvicinandosi però, ci si accorge subito della limpidezza. In acqua non c'è nessuno, anche se non sembra così fredda. In questo parco è possibile campeggiare, trasportando tutta l'attrezzatura sulla propria bicicletta o all'interno di un carrellino da attaccare alla bici stessa. Il tratto di pista ciclabile che abbiamo percorso è solo un segmento di quella che sarà una lunghissima pista ciclabile di 250 km circa e che farà il giro completo del lago, i cui lavori sono tuttora in corso e termineranno nel 1999.
Ritorniamo in albergo per una bella doccia e andiamo in cerca di cibo. Salvo i due ristoranti (molto chic e molto cari, all'interno del complesso in cui sorge l'albergo, insieme a vari altri negozi), in città non c'è molto. Alma, nonostante la decantazione delle guide turistiche del luogo, è una città misera dal punto di vista culturale e soprattutto ha un ambiente un po' equivoco. In quella che sembra essere la via principale della città, ci sono solo locali equivoci, con donne di dubbia fama sedute all'interno e musica a tutto volume, probabile passatempo dei tanti uomini d'affari che soggiornano in città. Ci rifugiamo in un ristorantino della catena Mike's, economico e con una buona scelta di primi piatti (fra cui pastasciutta) e dolci.

24 agosto 1998: ALMA
Dato che il tempo non è dei migliori, sonnecchiamo fino a tardi e poi facciamo colazione con calma al Mike's, mangiando veramente tanto.
Oggi vedremo la parte meridionale del Lac St. Jean. La prima tappa è alle grotte Le trou du Feu, vicino al paese Desbiens. Si tratta di grotte naturali scavate nel granito: la roccia, durante il periodo glaciale, si è spaccata lasciando una feritoia strettissima. Qui, durante l'ultima guerra, i soldati canadesi disertori vi si rifugiavano per non andare in guerra e le ragazze del luogo portavano loro da mangiare. I soldati entravano da una cavità naturale, non facilmente accessibile. Per questo poi gli speleologi hanno scavato un'apertura artificiale in modo da permettere la visita anche ai turisti. Come ci spiega il ragazzo che ci accompagna all'interno, si tratta di una grotta chiusa, che non ha cioè una seconda apertura che conduce all'uscita. Non ci sono stalattiti, fatta eccezione per un paio di 2/3 cm di lunghezza, perché non si tratta di roccia calcarea (che è alla base, insieme all'acqua, della formazione delle stalattiti). In compenso, l'ambiente è prediletto dai pipistrelli e ce ne sono numerosi appesi al soffitto a testa in giù che se la dormono indisturbati, mentre qualcuno svolazza sopra le nostre teste. All'entrata veniamo muniti di caschi gialli, i classici da speleologo, e se Alberto non avesse questa protezione, non so quanti tagli avrebbe sulla testa alla fine della visita. L'ambiente infatti, è molto stretto, con rocce scivolose e a punta, sia sopra che sotto di noi. Alcuni tratti sono percorribili attraverso scale in legno e ferro incastrate fra le rocce. E pensare che la caverna è stata riaperta solo un mese e mezzo fa, dato che si era allagata quando il fiume sottostante aveva straripato e buttato giù la diga che abbiamo visto prima di entrare. All'interno fa piuttosto freddo (5°) ma la temperatura rimane costante a prescindere da quella esterna (ecco perché era un ottimo rifugio per i soldati).
Ripercorriamo a piedi il tratto che attraversa la diga e il ponte, e di nuovo in automobile proseguiamo verso la riserva indiana di Mashteuiatsh (o Pointe-Bleue, cioè "punta del mirtillo").
Sentendo parlare di riserva indiana, nella mia ingenuità mi sono sempre immaginata una specie di immenso parco dove gli indiani vivono con le loro abitudini, e se non proprio nelle tende, per lo meno indossando i loro vestiti e tingendosi la faccia. Mi aspettavo poi spettacoli e danze per i turisti, visite guidate alle loro abitazioni e molti negozi di souvenir. Invece, come già visto a Montreal, non si tratta altro che di paesini del tutto simili a quelli che abbiamo visto in tutto il Canada, con la differenza che alcune case non sono ben tenute e curate come usa qui e che in giro si vedono solo indiani, vestiti però alla maniera occidentale. Abbondano però i negozi di souvenir, qualche tenda ricostruita qua e là e molti negozi di artigiani, dove si può assistere alla lavorazione della pelle, del legno e di altri materiali. Dopo aver chiesto qualche informazione all'ufficio turistico, ci fermiamo sotto quattro tende in cemento dove sono spiegate, su specie di lapidi, le attività della comunità indiana Montagnais prima dell'arrivo dei bianchi, durante le varie stagione. Alberto è insofferente e ritiene molto turistici questi luoghi; io da parte mia, cerco di prendere il meglio, soprattutto le informazioni storiche che il luogo può offrire. Sulla strada del ritorno ci fermiamo in un negozio che produce ogni sorta di prodotto con i mirtilli, dalla classica marmellata all'olio per struccarsi, dalle candele allo sciroppo e al liquore. D'obbligo l'acquisto dei rinomati mirtilli coperti di cioccolata. Nel frattempo ha smesso di piovere e il sole comincia a farsi vedere tra una nuvola e l'altra. Ci rilassiamo un po' in albergo e poi ceniamo di nuovo da Mike's, non avendo trovato, ma neanche cercato più di tanto, un'alternativa.

25 agosto 1998: ALMA – TADOUSSAC
Oggi piove di nuovo, ma per fortuna ci lasciamo il brutto tempo alle spalle. Arrivati infatti a Chicoutimi, il sole caldo prende il posto della pioggia e ne approfittiamo per passeggiare lungo il vecchio porto che si affaccia sulla riva meridionale del fiume Saguenay. Facciamo colazione all'aperto in un Mike's e con l'auto andiamo alla Pulperie, una fabbrica di cellulosa comprendente cinque edifici risistemati, che all'inizio del 1900 determinò la nascita di questa città e il suo sviluppo economico e industriale. Poiché anche questo museo è a pagamento, ci rifiutiamo di entrare: abbiamo il sentore che il prezzo non valga la visita.
Di nuovo sulla strada 169, attraversiamo il fiume e andiamo sull'altra sponda, guidando all'interno del Parco di Saguenay, fino a St. Rose du Nord, considerato uno dei venti paesi più caratteristici del Canada. Affacciato sul fiordo, in effetti sembra un piccolo paesino svizzero, con le casette in legno colorate e i pini che si alzano dietro le case. Ci sgranchiamo le gambe con una breve passeggiata fino al belvedere, da cui in effetti si gode di una vista suggestiva sul fiume e sul fiordo.
Di nuovo in auto, arriviamo a Tadoussac. L'hotel prenotato dall'Italia è molto carino, con una bella vista sul fiordo. Dal piccolo porticciolo sale una nebbia fitta che nasconde le barche attraccate, ma il tempo di posare le valigie e scendere al porto a piedi, e la visibilità torna perfetta. Acquistiamo subito i biglietti per la crociera di domattina (che avevamo prenotato telefonicamente da Alma) e passeggiamo un po' per il paese, veramente molto bello.
Visitiamo il Museo d'interpretazione (come dicono qui per indicare un museo che illustra con testi ed oggetti l'argomento) delle balene, dove, tra filmati, diapositive, pannelli esplicativi e audiovisivi, rimaniamo per ben due ore e mezzo.
Tutto è spiegato in maniera chiara e sono fornite tante informazioni interessanti su questi grossi mammiferi marini, utili anche per il riconoscimento durante una crociera. Si possono ascoltare i suoni emessi dagli animali, toccare i faloni e le ossa, confrontare le proprie capacità uditive, visive e di respirazione con quelle delle varie specie di balene, scoprire come vivono, di cosa si nutrono e come si accoppiano. I pannelli sono in francese, ma con l'aiuto delle immagini e di un libro con traduzione inglese che ci danno all'ingresso, riusciamo a capire tutto. È il museo più economico che abbiamo visitato finora ma certamente il più interessante. Quando usciamo sono ormai le 8 di sera e il sole sta tramontando. Gli ultimi raggi creano dei tenui riflessi sulle case, dove già brillano le luci dei lampioncini e delle finestre, in un gioco di colori stupendo. Nell'aria c'è l'odore della legna che brucia nei camini, ma anche l'odore del mare. Fa un po' freddo e ci rifugiamo in un caffè per una cena molto frugale: dopo tutte le "schifezze" mangiate negli ultimi giorni, siamo un po' con lo stomaco in subbuglio. Niente di meglio perciò che un minestrone, del tè e un muffin al cioccolato per Alberto, che non sa resistere alla tentazione.
Visitiamo qualche negozio di souvenir e ci chiudiamo in camera per scrivere diario e agenda e documentarci ancora sulle balene. Intanto è iniziato a piovere. Speriamo di essere fortunati domani, sia per il tempo che per l'avvistamento delle balene.
Durante la notte, come mi era successo a Trois-Rivières, mi sveglio di soprassalto per un rumore improvviso. Questa volta però non è un camion, ma più di uno. Si tratta dei tir in fila al molo in attesa di salire sul traghetto che li porterà sull'altra sponda per proseguire il loro viaggio sulla terraferma. È bello svegliarsi di notte e, superato lo spavento per il rumore, assistere alla vita che va avanti mentre la maggior parte del mondo dorme. Sono immersa in questi pensieri mentre, dalla porta socchiusa, guardo verso il molo, prima che l'aria gelida mi costringa a infilarmi di nuovo sotto le coperte.

26 agosto 1998: TADOUSSAC – QUEBEC
Altro che fortuna! Piove anche oggi, dopo esser piovuto tutta la notte. Ma, a parte il fatto che fa più freddo, la pioggia non dovrebbe interferire sull'avvistamento delle balene… non credo che per loro faccia differenza se fuori dall'acqua venga giù altra acqua! Abbiamo comprato un libretto che aiuta ad identificare le balene e che spiega qualcosa in più sulle abitudini di questi grandi cetacei.
Un primo contrattempo ci stranisce un po'. L'imbarcazione che abbiamo scelto in realtà non parte da Tadoussac ma da S.te Catherine, cioè dalla sponda opposta e fin lì ci arriviamo con una delle navi che salpano da Tadoussac per l'avvistamento delle balene. Se ce lo avessero detto prima avremmo risparmiato tempo e forse anche denaro, ma è inutile discutere, i turisti sono solo dei pacchetti da far girare in tondo, dopo averli spremuti dei soldi. Comunque, ci ritroviamo a bordo di un gommone tipo Zodiac, imbottiti dentro giacche a vento e pantaloni impermeabili. Il pilota va a tutta velocità e fra un sobbalzo e l'altro sulle onde che a largo cominciano a farsi alte, veniamo spruzzati ben benino dall'acqua che lo stesso gommone solleva. È quasi impossibile tenere fuori la macchina fotografica e la videocamera senza bagnarle. A fianco a noi corre un altro gommone e più avanti raggiungiamo le navi che ospitano passeggeri meno avventurosi e che sono fornite di un ponte sporgente per l'avvistamento.
All'improvviso uno dei passeggeri urla "Baleins, baleins à droite!" e il gommone frena la sua corsa. Eccola, la balena! Dapprima si vede la sua pinna dorsale (ricorda un po' i film del filone "Lo squalo"), poi, gettando la testa sott'acqua il dorso si solleva lasciando appena intravedere la coda. Rimaniamo affascinati e senza parole, in silenzio, in attesa che rivenga fuori dall'acqua per riprendere aria e con la speranza che ce ne sia un'altra… ma niente. Riprendiamo la nostra corsa, verso un punto noto solo all'autista che con un sonar dice di aver individuato un branco. Ma con noi ci sono altri gommoni, piccole barche a motore e i battelli, per cui stento a credere che le balene se ne rimangano lì tranquille ad aspettare il nostro arrivo.
Poi di nuovo, ecco che ne vediamo un'altra: questa volta il cetaceo si esibisce nel classico spruzzo, che, nonostante io sia arrampicata in piedi in fondo alla barca, non riesco a vedere… ne sento solo il rumore, forte, deciso. La balena si immerge di nuovo e poi esce per la seconda volta, quando si vedono benissimo anche le narici: è enorme, blu come il mare e per questo ancora più difficile da scorgere. Di nuovo in corsa, questa volta il pilota fa una manovra veramente stupida e un'onda ci sommerge, inzuppandoci completamente: tutti gli apparecchi fotografici sono completamente bagnati. Fa freddissimo e i vestiti intrisi d'acqua si ghiacciano addosso.
In attesa di avvistare di nuovo altre balene, ci godiamo la testa di qualche foca che fuoriesce dall'acqua come un periscopio di sommergibile. Sono lì che galleggiano, girando il loro muso baffuto, come delle talpe che tirano fuori la testa dalla tana per vedere chi c'è là fuori venuto a disturbare la loro quiete. Nessuno sembra curarsene molto, tutti sono molto presi dal cercare di vedere una balena. Ma anche una foca così, in mezzo al mare, non è una cosa di tutti i giorni. In fondo, le uniche foche che avevo visto sinora erano in cattività allo zoo o in un acquario.
Avvistiamo altre due balenottere di cui vediamo però solo le pinne dorsali. Seguono poi delle lunghe soste, con i motori al minimo e gli sguardi tesi in ogni direzione, pronti a scattare al grido di "Baleins". Le increspature del mare ci illudono ogni volta, così pure l'avvicinarsi di altre imbarcazioni. Comincia a far freddo e ormai tutti hanno dipinta sul volto la stanchezza. Da parte mia, soddisfatta dell'avvistamento, non vedo l'ora di tornarmene in albergo per una doccia calda e per togliermi di dosso questi vestiti fradici e puzzolenti di mille altre inzuppate di precedenti viaggi. Sbarcati a Tadoussac chiediamo all'albergatrice se possiamo prendere una stanza (la nostra infatti, l'avevamo già lasciata questa mattina) per fare una doccia e cambiarci gli abiti. Gentilissima, ci mette a disposizione una camera senza farci pagare nulla.
Dopo una doccia bollente di almeno mezz'ora e dopo aver asciugato la macchina fotografica, gli obiettivi e le videocamere, rifacciamo per l'ennesima volta le valigie e carichiamo tutto in auto. Sembriamo dei campeggiatori, con gli abiti stesi sui sedili posteriori ad asciugare oppure appesi alle stampelle. Pranziamo allo stesso ristorantino di ieri sera, per scaldarci un po'.
Intanto è ricominciato a piovere, anche piuttosto forte, proprio mentre siamo imbarcati sulla chiatta che ci porta al di là del fiume Saguenay per proseguire sulla statale verso Quebec.
A causa della pioggia non prevediamo soste lungo la strada e facciamo tutta una tirata fino alla città di Quebec, dove giriamo due ore prima di trovare un hotel, tra l'altro molto caro. Siamo veramente stanchi, sia per la corsa in gommone di questa mattina e il freddo preso, sia per il lungo tragitto in auto.
Senza troppe ricerche, ceniamo in un bel ristorante, con una buona proporzione qualità-prezzo e ce ne andiamo diritti a dormire. E ho di nuovo l'herpes sul viso (come mi era accaduto in Australia), a causa delle sferzate di acqua salata e al vento freddo preso in barca questa mattina.
Non abbiamo avuto modo di vedere granché della città, ma ci sembra sicuramente la più bella di tutte finora.

27 agosto 1998: QUEBEC
Ci svegliamo con tutta calma: finalmente è una bella giornata e ne approfittiamo per andare a S.te Anne de Beaupré, già vista di passaggio mentre venivamo a Québec, a vedere il canyon che si trova nei pressi. Si tratta di un fiume che scorre in un canyon molto profondo, creando anche un'imponente cascata. Probabilmente non è stato il fiume a scavare il canyon, poiché la roccia è molto dura, ma la falda si è creata nel periodo glaciale e il fiume si è poi spostato dal suo letto originario per infilarsi nel canyon. Siamo immersi nel verde incontaminato, ad appena mezz'ora di auto da Quebéc. Tutto il terreno fu acquistato qualche decina di anni fa da due fratelli che ne fecero un'attrazione turistica, costruendo dei camminamenti in legno lungo il sentiero e tre ponti sospesi a diverse altezze. Si tratta ovviamente di un luogo turistico, ma per fortuna poco frequentato, ed è anche il nostro addio alla natura canadese, dato che fino alla partenza resteremo in città.
Uscendo dal parco quasi investiamo un turista, un ragazzo che per fare una foto è sceso di corsa dal pullman e si è buttato in mezzo alla strada, senza guardare prima di attraversare. Per fortuna andavamo piano e Alberto è anche riuscito a sterzare all'ultimo momento: il ragazzo non si è fatto nulla, solo qualche graffio sulle braccia. In compenso ci siamo presi tutti una bella paura.
Sulla strada del ritorno, vorremmo visitare le cascate Montmorency, ma anche qui bisogna pagare solo per guardare e quindi, dato che le abbiamo viste gratis dalla strada, ce ne torniamo a Quebec, al nostro hotel, dove abbiamo deciso di restare anche se è un po' caro, pur di non dovere cercare di nuovo.
Giriamo finalmente per la città, che è veramente carina. La parte vecchia è formata da tante casette in legno, pietra e mattoni che si arrampicano sulla montagna, sulla sommità della quale sorge l'imponente albergo Chateau Frontenac (anche questo appartenente alla Canadian Pacific, come lo Chateau Montebello). Le stradine sono piene di caffè, ristoranti, bistrò, negozi di artigianato e souvenir, e boutique. Tutto è molto curato, dai tavoli apparecchiati ai fiori nei vasi e l'insieme è molto armonioso. Una lunga scala conduce fino allo Chateau, da cui parte la Promenade, che percorre il perimetro della città alta. Si può accedere fin quassù anche con una cabinovia. La vista è ottima e si estende su tutto il fiume San Lorenzo e l'Isola di Orleans di fronte. La terrazza è costruita con tavole di legno ed è ricca di chioschi e artisti di strada, che le danno un tocco molto francese. Percorriamo la terrazza fino alla Cittadella, l'unica caserma in tutto il Canada che ospita un esercito di lingua francese. Intorno cannoni e prati verdi dove alcuni ragazzi in divisa da allenamento giocano a rugby. Il cielo è diventato improvvisamente grigio e un bell'acquazzone ci prende proprio mentre passeggiamo senza riparo alcuno. Ci rifugiamo ben zuppi in un sottopasso, ma dopo qualche minuto smette di piovere e così riprendiamo la nostra passeggiata fino all'albergo.
Ceniamo all'aperto in un ristorantino alla mano, mangiando carne e pesce molto buoni e poi torniamo di nuovo alla terrasse (questa volta con la cabinovia) per godere della vista notturna. Assistiamo così ad uno spettacolo di un artista con due cani e a quello di un giocoliere, in un'area appositamente dedicata agli artisti di strada. Più in là, cantanti vari e suonatori allietano con musica, ma senza attirare lo stesso pubblico. Sono le dieci e mezza e già i ristoranti stanno riordinando: dopo le 10 di sera non si mangia più!

28 agosto 1998: QUEBEC
Dopo una colazione all'aperto molto leggera (sono stata di nuovo male con lo stomaco, stanotte), passeggiamo ancora un po' per Quebec per ritrarre qualche scorcio carino con la macchina fotografica. Camminando, ci ritroviamo in una specie di via Margutta quebécois, rue du Trésor, dove pittori espongono le loro opere realizzate con tecniche diverse. È piacevole passeggiare senza meta per le strade di questa città. Ci sono turisti ma non c'è un eccessivo affollamento. Tornati in albergo e sistemati i bagagli, scambiamo quattro chiacchiere con l'albergatore, scoprendo tante cose interessanti. La temperatura d'inverno scende sempre sotto lo zero e per un mese circa rimane 20° sotto lo zero. La neve arriva a metà novembre e se ne va ad aprile, raggiungendo una media di 4 metri d'altezza. Ma la città non si ferma: ben organizzata con spalatori, le attività continuano, il tutto nel rispetto dell'ambiente a cui tengono molto.
Poi a primavera si ricomincia di nuovo: si piantano i fiori nelle aiuole e nei vasi, si ripara ciò che ha subito danni con il freddo, si ripavimentano strade, si verniciano case e tutta la natura si rigenera di pari passo. La crescita di piante e fiori è accelerata rispetto ad altri paesi e grazie al sole che splende a lungo: a giugno addirittura dalle 4 di mattina fino alle 10 di sera. Una manna, dopo il buio dell'autunno e dell'inverno in cui le ore di luce prima del solstizio di dicembre, vanno dalle 8 di mattina alle 3 del pomeriggio. Il nostro albergatore è un amante dei viaggi come noi e almeno due volte l'anno si concede due belle vacanze di 15 giorni ciascuna. Lo scorso anno è stato nel Mediterraneo con la Costa Crociere!
Siamo pronti per partire e arrivati all'aeroporto restituiamo la macchina dopo aver pagato ancora altre tasse.

È stata una bella vacanza, rilassante anche se abbiamo bruciato ben 3000 km in appena un paio di settimane. Viaggiare in automobile permette di attraversare un paese (nel caso del Canada, appena una parte in realtà), visitando località importanti ed altre sconosciute e a malapena segnate sulla carta, favorendo un contatto diretto con la gente. Guardare il mondo dal finestrino di un'automobile può sembrare riduttivo, ma invece ha il suo fascino: entri nel cuore dei paesini e delle città e per qualche attimo vivi nelle stesse condizioni delle persone del luogo, affrontando i problemi del traffico e del parcheggio (anche se in Canada sono stati veramente pochi i casi difficili, paragonandoli all'Italia), oppure percorrendo per piacere quelle stesse strade che la gente fa invece per andare al lavoro, a scuola, a fare la spesa. E poi lo spostamento è graduale: non è come spostarsi in aeroplano, quando in poche ore sei proiettato a migliaia di chilometri di distanza. In automobile si vive il passaggio da un posto all'altro in prima persona, memorizzando immagini e impressioni che rimarranno scolpite nella mente e saranno per sempre collegate ai luoghi visitati. Mi rivengono spesso in mente le lunghe strade larghe e vuote, i grandi cartelli stradali gialli che segnalavano la possibilità di attraversamenti di animali sulla carreggiata, i simboli delle varie strade di contea, le affissioni pubblicitarie, le bandiere canadesi appese ad ogni palo. E alla stessa maniera ricordo i cieli azzurri, gli altissimi alberi, le foglie di acero, gli orizzonti sconfinati, le garage sales, il fiume impetuoso o calmo, blu o verde, stretto o largo, che ci ha affiancato per una lunga parte del viaggio.
E poi la macchina dà un grande senso di libertà, concede un'ampia possibilità di scelta e un comfort che nessun altro mezzo di trasporto è in grado di offrire: abbiamo potuto fermarci in prossimità di un punto panoramico per scattare una foto, in un'area picnic per il pranzo, davanti ad una casetta per ammirarla, in riva al fiume per riposarci, oppure di fronte alle camere dei motel dove abbiamo soggiornato.
Anche in Australia avevo provato un grande senso di libertà, legato però più alla vastità dei luoghi e all'aria selvaggia che ci circondava, che allo stile di viaggio. In Canada invece, anche se tutto era altamente organizzato, civilizzato, pulito e ordinato, proprio per il fatto di aver girato in automobile per conto nostro, mi sono sentita ancora più libera da orari e vincoli di sorta.
Se riuscirò a rinunciare ancora di più alle comodità e agli oggetti della vita quotidiana che non sono strettamente indispensabili, un giorno mi piacerebbe girare il mondo a piedi, magari per tre-quattro anni di seguito, fermandomi dove più mi piace, seguendo un itinerario non troppo prestabilito, come un vero nomade… un sogno!