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Ho visto la Cina, non quella che mi aspettavo, ma forse ho avuto ancora il tempo di vedere una civiltà orientale prima che sparisca del tutto.
Non è stato troppo tardi.
Roma, sabato 21 agosto 1999

In aereo

Mancano un paio d’ore alla partenza e come al solito ho una certa “ansia da ignoto”, questa volta forse ancora più forte perché la Cina mi affascina e spaventa allo stesso tempo. Dopo aver letto tanto a proposito di tradizioni, storia, cultura e arte, non riesco esattamente ad immaginarmi cosa ci aspetta, quale Cina vedremo.
Il pensiero di far parte di un gruppo con guida mi angoscia e tranquillizza allo stesso tempo: odio orari, appuntamenti, file, marce come truppe, ma devo dire che questa volta mi sento più sicura sapendo che c‘è qualcuno che penserà a noi e si occuperà di tutto, anche in caso di disguidi o problemi, sempre sperando che non ce ne siano. Sono così incuriosita dalla vita sociale cinese che quasi mi dimentico che ci saranno anche bellezze artistiche e naturali da ammirare. È il primo viaggio in cui non conosco neanche il nome di un’attrazione turistica, un monumento (che non sia la Città Proibita o la Grande Muraglia) da visitare durante il viaggio. Ho appena appreso che il gruppo sarà composto da 21 persone, compresa la guida, il che mi rende più ottimista rispetto al viaggio.
Sono le 3,30 ora italiana e non si dorme; fatto il primo sonno, tutto l’aereo si è risvegliato, forse “biologicamente” sentiamo che fuori è giorno ed infatti si alzano le prime tendine dei finestrini. Il servizio non è dei migliori, lento e incompleto: niente kit da viaggio, fa freddissimo oppure caldissimo, le coperte sono quelle usate dai passeggeri del volo precedente, il film scelto è LASSIE!
Alberto è in giro e fare riprese e public relations, come dice lui, cioè a chiacchierare con gli altri passeggeri di viaggi e altro. Conosce già la vita di mezzo aereo.
Siamo entrati in territorio cinese da un paio d’ore, quando praticamente eravamo a metà viaggio. Alle 4,30 ora italiana (mezzogiorno in Cina) si fa colazione, di tipo continentale/internazionale, con il pane congelato e una frittatina/medaglione ripiena di riso (buona...).

Pechino, domenica 22 agosto 1999

Tre o quattro aerei in pista oltre il nostro al momento dell’atterraggio, ed infatti ritiriamo subito il bagaglio, meglio che a Fiumicino. L’aeroporto è piuttosto squallido e caotico. A bordo di un pullman, imbocchiamo l’autostrada costeggiata da pioppi, pini e salici cinesi e in 20 minuti raggiungiamo l’albergo che è proprio in centro. Pechino vuol dire “capitale” (bei) del Nord (jing) ed è estesa per un’area di 16.000 kmq. Il pullman è piuttosto vecchio e malandato, la guida (Zhao, leggi “ciao”) è una ragazza simpatica. Parla bene italiano, ma non è mai stata in Italia, non le danno il visto.
L’albergo è moderno, ma poco efficiente: la nostra camera non è ancora pronta quando arriviamo e tre cameriere si danno da fare per pulirla in fretta e furia... inutile dire in che modo. Dopo un’ora (e senza pranzo - tutti ci hanno guardato stupiti quando Alb ed io abbiamo accennato al cibo) inizia la nostra visita pomeridiana. Per oggi è previsto solo il Tempio del Cielo, dove l’imperatore si recava due volte l’anno per celebrare delle cerimonie di buon auspicio. A tali celebrazioni erano ammessi solo uomini (dignitari di corte) ed eunuchi. L’intero complesso risale al 1600 ma è poi stato risistemato nel 1700, ha quindi la stessa età della Città Proibita. Le varie costruzioni sono inserite all’interno di un parco di cipressi e pini, dove gli anziani al mattino fanno la ginnastica Tai chi chuan o Qi gong. Una lunga e stretta strada di marmo, leggermente convessa (a rappresentare appunto il cielo) conduce dalla porta principale fino all’ultimo edificio. Le tegole degli edifici sono azzurre, a ricordare il cielo e, come avviene in altre strutture architettoniche, si può notare un edificio circolare (che rappresenta anche questo il cielo) all’interno di uno quadrato che rappresenta la terra, più grande del cielo perché in passato così si pensava che fosse. Intorno alla Volta Celeste Imperiale, un edificio a tetto conico con le tegole azzurre, c’è un muro che riecheggia. Sussurrando qualche parola, dovrebbe essere sentita dall’altra estremità del muro. Sperimentiamo, ma otteniamo solo un gran chiasso di voci, strilli e richiami, opera dei cinesi che appoggiati con le bocche e le orecchie al muro, hanno avuto la stessa idea prima di noi.
La maggior parte dei turisti è cinese o comunque asiatica, pochissimi sono occidentali. I venditori ambulanti sono ovunque con mercanzia di ogni genere, cibo e bevande. Non manca neanche chi si “fionda” letteralmente nel mezzo di un gruppo offrendo cartoline, aquiloni e altri oggettini.
La popolazione potrebbe essere classificata in due categorie: gente più povera e antica, che veste modestamente e decisamente non alla moda, e altri invece, soprattutto giovani, con abiti occidentali alla moda. Nonostante la sovrappopolazione di cui tanto si parla, non ho visto tanti bambini (evidentemente qui rispettano di più la regola del figlio unico) né tantissime persone per la strada, per lo meno non molte di più di quante ne ospiti una città importante. Insomma, i 9 milioni di pechinesi sembrano essersi rintanati in casa. Pechino è molto fatiscente e grigia ovunque, dalle strade ai palazzi. Solo qualche insegna ravviva un po’ l’atmosfera cupa, sporca, un po’ squallida. Enormi palazzoni grigi, con i balconi chiusi dai vetri per ricavare una stanza in più, fiancheggiano le strade. Sono le case del popolo, quelle che fino a poco tempo fa spettavano a coloro che lavoravano per lo stato, ad un affitto bassissimo e che invece ora sono in vendita, sempre a prezzi bassissimi rispetto alle altre case. I palazzi con sette piani o meno non hanno l’ascensore, previsto solo per quelli più alti. Quasi tutti gli appartamenti hanno il condizionatore ed anche qui, come in Tailandia, i panni sono stesi ad asciugare sulle stampelle, probabilmente per mancanza di spazio.
Finita la breve visita torniamo in albergo e smaniosi di svincolarci da orari e luoghi prestabiliti, prendiamo un risciò per andare a piazza Tiananmen.
L’emozione ci fa venire la pelle d’oca; il luogo è immenso, da una parte il Mausoleo di Mao e dall’altra l’entrata alla Città Proibita. Famigliole siedono sul selciato mangiando o bevendo il te, contenuto in borraccine trasparenti con foglioline di varie erbe in ammollo. Altri, giovani ma soprattutto anziani, fanno volare altissimi i loro aquiloni di mille forme e colori. Sembra incredibile che proprio qui, dove ora aleggia quiete e serenità, abbia avuto luogo uno degli affronti più violenti alla democrazia e alle rivendicazioni dei diritti umani, dieci anni fa, quando i carri armati si scagliarono contro la folla scesa in piazza, uccidendo molte persone, il cui numero esatto ancora non si conosce.
Siamo qui anche noi, in questa che è una delle piazze più famose del mondo, non tanto per la sua architettura, ma per la sua storia.
Scattiamo qualche foto e poi risaliamo sul risciò di Yang Shu, un ragazzo di 31 anni che per 30 yuan ci ha scarrozzato fin qui. È ora di cena, anche se sono appena le 19; qui si mangia molto presto (12-12,30 il pranzo; 18-19 la cena). Si tratta di un buffet misto di piatti caldi e freddi, molti dei quali difficilmente identificabili ma almeno riusciamo a mangiare qualcosa e a bloccare la fame che avevamo per aver saltato il pranzo.
Il gruppo è piuttosto tranquillo, tutti con bei soldini, ma nessuno disposto a fare qualcosa oltre l’itinerario. Siamo più tranquilli di quanto lo eravamo al momento della partenza da Roma rispetto all’ambiente cinese e quindi facciamo due passi appena fuori l’albergo, dove per le strade si improvvisa un mercatino notturno con la merce più varia, proprio come accade a Roma, dove gruppi di cinesi si appostano vicino ai mercati rionali o fuori dalle principali stazioni, esponendo vestitini, foulard, mutande e altra biancheria intima e qui a Pechino anche prodotti per il bagno, cancelleria e giochini vari.
Prima di addormentarci apprendiamo dalla CNN che un aereo dell'Air China (la stessa compagnia con cui abbiamo voltato noi) ha fatto un atterraggio capovolto all’aeroporto di Hong Kong. Sarà una banale coincidenza, ma gli incidenti si intensificano nel periodo in cui viaggiamo noi... forse semplicemente perché in estate aumentano le possibilità. Speriamo bene per i 350 passeggeri a testa in giù che aspettano di essere aiutati ad abbandonare l’aereo.

Pechino, lunedì 23 agosto 1999

Viva l’unità del popolo del mondo
Viva la Repubblica Popolare Cinese*

La visita inizia da Piazza Tiananmen, la piazza della Porta della Pace Celeste, il centro culturale/storico di Pechino. Estesa più di 40 ettari, lunga 800 metri e larga 500, è immensa, la più grande del mondo. Fu voluta da Mao e dal 1949 al 1959 si procedette all'abbattimento degli edifici che sorgevano sul luogo: Pechino e la Cina avrebbero avuto un punto di aggregazione immenso, nel quale riunire migliaia di persone. Oggi, al contrario di ieri, quando c’erano solo pechinesi, è affollatissima di turisti, ma comunque lo spazio non sembra mai riempirsi completamente. Un enorme serpentone di persone in fila si snoda lungo la piazza fino al Mausoleo di Mao, un edificio dove sono conservate le spoglie del “Grande Timoniere”, costruito in appena 10 mesi da 700.000 “volontari”, a cavallo tra il 1976 e il 1977. Purtroppo la visita non è prevista dal programma, per cui rimaniamo a bocca asciutta e non possiamo compiere anche noi il rito che spinge migliaia di cinesi qui ogni giorno, per devozione o curiosità. Sul lato opposto della piazza, c’è la porta Tienanmen, su cui campeggia un enorme ritratto di Mao: la porta è in classico stile cinese, con un doppio tetto in legno e da lì si accede poi alla Città Proibita.
Al centro della piazza un enorme colonna quadrata ricorda gli eroi cinesi. “Quali?” chiedo alla guida. Ma i cinesi, diplomaticissimi, hanno trovato una soluzione che va bene a tutti. “Quelli degli ultimi 300 anni.”, è la risposta di Zhao. Un’iscrizione calligrafica di Mao dà la giusta benedizione: “Gli eroi del popolo sono immortali.”
Su un lato della piazza si trova il Museo della Rivoluzione, la cui visita, anche questa, non è prevista e, di fronte, il Palazzo del Popolo, una volta Palazzo dell’Assemblea Nazionale, dove si riunisce appunto l’Assemblea, cioè il Parlamento Cinese, costruito nel 1958. Fra i turisti in fila che fanno foto e ascoltano le guide, l’atmosfera di ieri sera è svanita. La piazza è diventata semplicemente una delle tante attrazioni turistiche anche se il ricordo dei carri armati fa spesso capolino nella memoria. La guida corre avanti con il suo ombrellino che le permette di essere avvistata da tutto il gruppo, incurante del nostro desiderio di fermarci più a lungo. Entriamo infine nella Città Proibita, varcando una porta dopo l’altra, passando per un edificio dopo l’altro. La vastità è incredibile, anche se il tutto rimane piuttosto spoglio, poco colorato. I tetti degli edifici sono di colore giallo, il colore imperiale, le pareti color lacca, il pavimento esterno grigio è interrotto dai "tappeti di marmo" bianchi. Si tratta di bassorilievi al centro delle scale, rappresentanti nuvole, draghi, serpenti. L’imperatore, che non metteva mai i piedi a terra, era trasportato sempre sulle portantine: i portatori salivano i gradini e la portantina rimaneva al centro in corrispondenza del "tappeto". Il più bello è quello dopo il terzo palazzo della Triplice Terrazza della Sala dell’Armonia Perfetta: un monolite di 16,5 m di lunghezza e 3 di larghezza, dal peso di 250 tonnellate, scolpito durante la dinastia Ming. I nomi dei palazzi e delle porte sono magnifici: Sala dell’Armonia Suprema, dell’Armonia Perfetta, dell’Armonia Protetta, Porta della Purezza Celeste, Palazzo della Tranquillità Terrestre, Padiglione delle Mille Primavere, della Pace Imperiale. Per accedere a uno dei padiglioni in cui è conservato parte del tesoro imperiale, siamo costretti ad acquistare una sorta di sandali in plastica, da calzare sopra le nostre scarpe; la motivazione è quella di proteggere in questo modo il pavimento pregiato del padiglione, ma credo si tratti in realtà di una bizzarra trovata per farci spendere un paio di yuan in più a testa; forse queste soprascarpe sono il prodotto di una fabbrica che non ha più lavoro da eseguire e deve in qualche modo retribuire gli operai.
La visita procede lenta, un po’ annoiata, tra una spiegazione e l’altra della guida, le spinte dei turisti, la maggior parte cinesi, e i pochi minuti concessi per le foto. Solo il tempo impiegato per la visita (quasi 3 ore) ci fa rendere conto di quanto sia grande il luogo, la residenza degli imperatori, il cui accesso era appunto proibito al popolo. La magnificenza di un tempo è andata in parte perduta nei "sette treni da sette vagoni", stracolmi di tutto l’oro e i gioielli che Chiang Kashek si portò via quando fuggì a Taiwan, dopo che già le truppe inglesi avevano compiuto i loro furti. Quella che un tempo è stata la dimora di due dinastie cinesi, i Ming e i Qing, dal 1400 al 1900, con l’ultimo imperatore Pu Yi, ora è solo un'enorme spianata grigia con scalette, padiglioni e tetti gialli.
Siamo riusciti a convincere la guida a farci salire sulla porta che dà su Piazza Tiananmen, da cui si gode di un’ottima vista. Dopo un pranzo cinese piuttosto decente, anche se con porzioni un po’ scarse, all’Albergo dell’Amicizia, andiamo a visitare il Palazzo d’Estate (Yiheyuan), la residenza estiva dell’imperatore cinese. Più volte distrutto e saccheggiato, e ogni volta ricostruito, non si tratta in realtà di un unico edificio ma di un complesso di vari palazzi e giardini, con ponticelli, stagni, ninfee, rocce. Anche qui i nomi dei vari edifici sono poetici: Palazzo delle Onde di Giada, Sala della Benevolenza e della Longevità, Giardino dell’Interesse Armonioso, Sala della Virtù e dell’Armonia, Sala per godere del canto dell’usignolo, Tempio del Mare di Saggezza. Caratteristica, anche se attualmente in restauro, è la Galleria dell’Amore, una stradina coperta da un pergolato in legno lunga abbastanza, si dice, da dare tempo a due innamorati che la percorressero, di conoscersi e fidanzarsi. Salendo lungo un porticato con gradini si arriva ad un’altra scalinata molto ripida che porta fino al tempio delle Virtù Buddiste, alto 46 metri: la vista da quassù è splendida, arricchita dal lago semi-artificiale di Kumning, che ridiscendendo attraversiamo in barca. L’intera residenza fu ristrutturata nel 1888 in modo particolare dall’imperatrice Cixi, dispotica, crudele e capricciosa, che vi trascorreva molto tempo, riposando, passeggiando e assistendo a spettacoli teatrali. Si racconta che se uno degli attori sbagliava nel recitare la sua parte, non rispettando il copione che l’imperatrice seguiva, questa lo faceva cacciar via, nella migliore delle ipotesi, o lo faceva uccidere.
Dopo la traversata del laghetto su una barca a forma di drago (molto turistica), torniamo in albergo, pronti per il banchetto cinese nel ristorante dell’albergo stesso.
La cena è mangiabile e le porzioni sono abbondanti; ci esercitiamo a mangiare con i bastoncini e a prendere i piatti dall’enorme disco girevole posto al centro del tavolo, scambiando commenti con gli altri commensali. Per fortuna nel gruppo ci sono anche ragazzi della nostra età con i quali abbiamo subito socializzato, ribellandoci alla guida, nel tentativo di uscire un po’ dagli schemi del viaggio organizzato.
Dopo cena andiamo verso l'Hotel Beijing (hotel Pechino, un’istituzione in città); siamo di fronte ad un’altra Pechino, pulita, ordinata, moderna, una città quasi occidentale se non ci fossero gli ideogrammi delle insegne luminose. La via principale è Wangfujing, commerciale e piena di negozi e boutique dove fare acquisti ed anche un MacDonald, tappa fissa ormai dei nostri viaggi.

* iscrizioni a fianco del ritratto di Mao sulla Porta Wumen in Piazza Tienanmen.

Pechino, martedì 24 agosto 1999

La grande Muraglia e l'anatra laccata

Oggi siamo andati fuori Pechino, nella mattinata alle tombe dei Ming e il pomeriggio alla Grande Muraglia.
Alle tombe dei Ming percorriamo la Via Sacra, fino ad arrivare a Shisanling (le 13 tombe), dove sono sepolti gli imperatori della dinastia Ming. È un luogo di pace, immerso nel verde. All'entrata veniamo assaliti dalle urla dei venditori (soprattutto donne) che si sporgono dai loro banchetti di souvenir mostrando magliette, cappelli, tovaglie, cartoline. Le loro urla richiamano l'attenzione ancor più degli oggetti esposti, soprattutto perché non si capisce cosa dicano, ripetono a cantilena due o tre parole in inglese in una pessima pronuncia.
Passata una porta in stile cinese, si percorre una via lunghissima, lastricata, con giardini e alberi ai lati e statue varie, protettrici. Animali (elefanti, felini mitici - xiechi, cammelli, leoni e sauri mitici - qilin) in piedi che fanno la guardia o accovacciati che riposano; e poi le statue dei guardiani e dei funzionari con le armature e le spade. Ma quella che ci colpisce di più è una tartaruga gigante che sorregge un pilastro, proprio all'entrata della Via Sacra.
Riprendiamo il pullman per un breve tratto per raggiungere le tombe vere e proprie, più che altro una specie di parco con edifici vari: la zona sacrificale, il Padiglione delle Stele che corrisponde al nostro monumento tombale, il Palazzo delle Tenebre interrato in un tumulo che costituisce la vera e propria tomba. Di 13 tombe, solo due sono state scavate: mancando infatti i mezzi necessari, si rischierebbe, come avvenuto per le prime, di vedere andar perduto tutto il contenuto, sia per furto che per la distruzione di ogni oggetto deperibile al contatto con l'aria. La Cina è anche questo.
La tomba che visitiamo è quella di Yongle, con un portale all'ingresso e una triplice terrazza. Anche qui ci sono i grandi bruciatori simili a quelli della Città Proibita. La cosa più splendida sono le enormi colonne in legno (32) che sorreggono insieme ad altre 28 (più piccole) il tetto di tegole gialle della Sala dei Favori Eminenti, dove venivano poste davanti all'altare le tavolette funerarie. In alto, il tutto è sovrastato da una torre a pianta quadrata che regge le stele funebri.
Si mangia poi a Badaling, in un ristorante sotto la Grande Muraglia, da cui si gode di una vista stupenda di questo capolavoro umano. Il cibo è molto buono, ormai mangiamo quasi tutto, anche le zuppe. Sono i bagni che, come al solito, lasciano a desiderare: sporchi, puzzolenti, quasi sempre alla turca, con carta igienica distribuita a mano da un'inserviente e soprattutto con le porte che non si chiudono, per cui siamo costretti ad usarli a turno. Ma del resto qui, fino a qualche anno fa, e probabilmente tuttore nei bagni delle zone povere, non c'erano né porte né divisori fra un water e l'altro e la puzza si sentiva a 200 metri di distanza.
Con lo stomaco bello pieno ci incamminiamo sulla Grande Muraglia. L'aggettivo che meglio la definisce è: IMPONENTE! Qualche cifra: 300.000 persone per costruirla, 10 anni di lavoro, 180 milioni di metri cubi di terra, alta da 6,50 a 8 metri, lunga 6.000 km, larga fino a 6,50 metri. Ma basta guardarla snodarsi sulle creste dei monti per rendersi conto che anche la cifra più precisa non è sufficiente a descriverne la grandezza.
Ci incamminiamo, seguiti dall'instancabile "pantera" (così abbiamo soprannominato la ragazza dell'agenzia cinese che ci sta riprendendo da ieri con la telecamera, per poi venderci la videocassetta con il filmino prima di lasciare Pechino) che vuole immortalarci nella fatica della salita. In alcuni tratti ci sono gradini infiniti, bassissimi, in altri diventano alti quasi mezza gamba, in alcuni punti c'è solo una strada ripidissima. Ma tutti saliamo, sudati, sotto il sole, senza sentire la fatica: è l'emozione di sapere che siamo sull'unica opera costruita dall'uomo visibile dalla Luna ad occhio nudo (ho scoperto in seguito che questa affermazione, riportata da molti testi, non corrisponde a verità). La scarpinata dura (tra salita e discesa), un paio d'ore, ma ne vale sicuramente la pena. C'è chi sale al contrario per le vertigini, chi si aggrappa ad un amico, chi correndo per vincere una scommessa, chi nonostante indossi tacchi alti e gonne strette, chi ha 67 anni e viene dalle Marche... un sogno diventato realtà, sembra incredibile e ci andiamo ripetendo fra noi ogni tanto la stessa frase, quasi stentassimo a crederlo e avessimo bisogno di sentircelo dire: "Ragazzi, ma ci pensate, siamo sulla Muraglia Cinese!". C’è naturalmente anche lo sfruttamento turistico più assurdo: dal biglietto d'ingresso da pagare per salire sulla Muraglia al tiro con l'arco in uno spiazzale sottostante, dalla foto alla ragazza in costume tipico con cammello al certificato che attesta di aver veramente scalato la Grande Muraglia, allettante al punto da non potervi rinunciare neanche noi e dopo aver apposto i nostri nomi e il timbro, pagando 20 yuan, ce lo riportiamo giù tutti fieri. Unico neo, la foschia che copre quasi tutto il panorama e di conseguenza il timore che le foto non vengano molto bene.
Stanchi ma contenti, raggiungiamo il pullman che ci aspetta all'ingresso insieme alla parte del gruppo che non è salito sulla Muraglia e ci addormentiamo tutti, nonostante l'aria gelida del condizionatore, che ci costringe a imbottirci di vestiti, e le frenate brusche dell'autista. Già, perché i cinesi guidano da cani, inchiodando in continuazione, tagliandosi la strada a vicenda, non rispettando i semafori, suonando il clacson a ripetizione nonostante un divieto in vigore dal 1982. Eppure si vedono pochi incidenti e poche ambulanze; le strade sono attraversate da automobili, pulmini, biciclette, risciò, carrettini tirati a mano, biciclette con carichi enormi, taxi ed ognuno tende a non frenare mai: agli incroci la spunta chi è più prepotente e coraggioso e non mette il piede (o la mano) sul freno. I taxi sono veramente fuori dall'ordinario: l'autista è separato dai passeggeri da una sorta di gabbia in ferro (anche dal passeggero al suo fianco) e sembra come intrappolato.
Tornati in albergo, la doccia è ormai routine: ci aspetta poi la mitica anatra laccata in un ristorante chic: buonissima!
Poi, come se non fossimo abbastanza stanchi, ce ne andiamo a piedi a Tienanmen, per ammirare lo spettacolo degli aquiloni che riflettono la luce della piazza svolazzando alti nel cielo. Abbiamo anche lo spettacolo inaspettato di un'esercitazione militare di alcuni cadetti davanti all'obelisco: magrissimi, rigidi in volto, ripetono meccanicamente gli ordini impartiti da un capitano con il megafono, per il piacere di cinesi e turisti.

Pechino — Nanchino mercoledì 25 agosto 1999

La vera Cina

Chiuse le valigie da mandare in aeroporto, ci concediamo ancora una visita prima di prendere l'aereo per Nanchino. Andiamo al tempio dei Lama (Yanghe-gong), ovvero il Palazzo dell'Eterna Armonia. Passando da un cortile all'altro, da un edificio all'altro, si assiste ad una cerimonia "naturale" fra le più suggestive: cinesi e turisti di religione buddista, dopo aver acquistato bastoncini di incenso in quantità industriale, li bruciano nei bracieri posti davanti alle statue dei vari budda (che è vietato fotografare) recitando preghiere con un impercettibile movimento delle labbra, inchinandosi più volte e congiungendo le mani. L'odore di incenso pervade l'aria, così il fumo dei fuochi dei bracieri. In uno degli edifici, alcuni monaci buddisti pregano nella classica cantilena leggendo le parole su fogli orizzontali e intervallandole con suoni di coni e piatti, nelle loro vesti arancioni, seduti su tavole rialzate. Alcuni fedeli sono seduti dietro di loro e recitano insieme le preghiere, altri si inchinano davanti a quelli che devono essere i monaci più importanti.
Spettacolare è l'ultima statua del Budda nell'ultimo edificio: altra 23 metri, è scolpita in un unico tronco di legno di sandalo. Sembra quasi che sia cresciuta in maniera sproporzionata e sia rimasta incastrata nell'edificio, di cui sfiora il tetto.
Abbiamo abbandonato il gruppo per fare un'incursione nelle stradine appena fuori del tempio, dove pullula la vita cinese. Ci addentriamo in una viuzza dove si è improvvisato un mercatino. Ci guardano stupiti, più incuriositi di quanto lo siamo noi; salvo alcune eccezioni, tutti accettano di buon grado, anche se con pudore, di essere fotografati. C'è chi ripara biciclette, chi vende melassa, pesce vivo, uova e scarpette di stoffa; chi cucina nei wok o cuoce in enormi cestini di bambù grandi quantità di ravioli al vapore. C'è anche un uomo con una scimmietta al guinzaglio. Tutto è sporco, malconcio, fatiscente. Le case sono grandi appena due metri per due, con l'uscio che fa anche da finestra, la miseria è evidente ma tutti sorridono al nostro passaggio e ridono di cuore quando pronunciamo le poche parole in cinese che abbiamo imparato, oppure ficchiamo il naso nelle loro pentole. Peccato avere appena 20 minuti a disposizione... ci aspetta l'aereo.
Purtroppo soffro il mal d'aria (prima volta in vita mia) e quindi non pranzo ma dormo tutto il tempo. Appena atterrati a Nanchino ci dà il benvenuto la pioggia, fitta e sottile. Piove da 4 giorni e l'aria è più fresca di Pechino. La nuova guida che ci accompagnerà in questi due giorni è un uomo di nome Fu, molto più simpatico e loquace di Zhao e ci intrattiene piacevolmente sul pulmino mentre dall'aeroporto andiamo al museo storico, anche se stanchi e bagnati di pioggia. Dopo aver ammirato tesori di ogni genere (un vestito fatto con piccole tessere di giada cucite con filo d'argento, una statua con indicati i punti per l'agopuntura, scarpette da donna, telai per fabbricare tappeti, oltre a porcellane di ogni genere) ci lasciamo tentare tutti dal negozio di stato con i suoi souvenir di antiquariato e non. E mentre gli altri acquistano carissime e antiche porcellane cinesi, Alb compra il libretto rosso di Mao, originale, scritto ovviamente in cinese, ed io le scarpe per i piedi di loto delle donne cinesi: un paio è moderno, l'altro antico, e la lunghezza non supera i 6 centimetri! Si stenta a credere che i piedi di una donna potessero essere ridotti ad un ammasso di ossa e carne piagata della dimensione di appena 6 centimetri, fino a quando non si vedono le scarpe, che sembrano quelle dei neonati. E soprattutto fino a quando non si vede una vecchina in strada che chiede l'elemosina e che ha i piedi di quella misura, con le dita ripiegate sotto la pianta. Questi ed altri interessantissimi incontri ci aspettano dopo la doccia in albergo.
Coinvolgendo altri ragazzi del gruppo ci addentriamo nei vicoli dietro i magnifici palazzi che si affacciano sulle strade principali. Dalle stelle alle stalle, nel vero senso della parola. Stanze di 4 metri quadrati fanno da casa (due letti, un tavolo, vestiti appesi al muro, uno scaffale per pochi oggetti) e a volte anche da negozio o cucina all'aperto. La strada è tutta fango, l'odore è terribile, smorzato solo dai gustosi profumi che emanano dai wok sulla fiamma. Salutiamo e fotografiamo, fra le risate degli abitanti di questa bidonville cinese. Tentiamo di comunicare a gesti, in inglese e in cinese, per scoprire cosa cucinano e mangiano. C'è anche un bordello, pulito, luminoso, ben tenuto, con due lanterne rosse e due cinesine all'interno.
Ceniamo al ristorante Venezia con piatti vagamente italiani, ma buoni e soprattutto con tanti panini al burro, poi, non potendo fare il bagno in piscina perché piove, ci diamo al bowling. L'albergo è splendido: piscina, sauna, palestra, parrucchiere, bowling. In stanza il tè, le pantofole, tutto il necessaire per il bagno, l'accappatoio... un vero lusso, troppo se paragonato a ciò che c'è alle spalle di queste mura.
Nanchino è decisamente più bella di Pechino (la prima, capitale del sud, la seconda, capitale del nord); più verde, bei palazzi, più ordine. C'è più ricchezza, perché i contadini fanno anche due raccolti l'anno, ma si vedono più mendicanti per le strade. La gente è vestita meglio e nel ristorante dove mangiamo ci sono anche persone del posto e non solo noi, ricchi turisti.

Nanchino, giovedì 26 agosto 1999

Mega colazione in albergo, ricca, varia e abbondante. Si parte per andare al Mausoleo di Sun Yat-Sen, veramente maestoso. Il dottor Sun Yat-Sen aveva espresso il desiderio di essere sepolto a Nanchino e i suoi abitanti lo hanno accontentato, costruendo per lui un bellissimo mausoleo, con porte dal tetto di un azzurro intenso. Tutta la costruzione si snoda su una collina con una scalinata di 392 gradini, per alcuni tanti quanti le virtù che il popolo attribuiva a Sun Yat-Sen, per altri tanti quanti erano i milioni di abitanti della Cina dell’epoca (1926). La scalinata alterna rampe a piattaforme e dal basso si vedono solo i gradini, mentre dall’alto, per lo stesso effetto ottico, si vedono solo le piattaforme. Purtroppo piove molto e sotto impermeabili e ombrelli, zuppi d’acqua, ci muoviamo fra cinesi e giapponesi. Gli europei sono veramente pochi, noi siamo sempre il gruppo più numeroso.
Siamo appena fuori città, al di là delle imponenti mura Han e Ming, e già siamo immersi nel verde, perché giardini e alberi non mancano, voluti appositamente per ombreggiare e rinfrescare questa città che era una vera e propria fornace a causa del caldo estivo che raggiungeva e superava i 40°.
Visitiamo anche qui la via Sacra, con 12 coppie di animali, che porta alle tombe imperiali dei Ming. In gran considerazione è tenuta la Sala senza travi o dell’eternità, per il fatto che l’enorme soffitto a volta è costruito a mattoncini, senza travi di sostegno. Pensare che è stata costruita nel 1381, ed i romani costruivano i tetti senza travi già parecchi anni prima. Molti mattoncini delle pareti e del soffitto riportano il marchio di fabbrica inciso: il fabbricante che non faceva bene il suo lavoro veniva facilmente identificato e ci rimetteva la pelle. All’interno della sala ci sono diverse statue in cera dei personaggi più importanti della storia cinese, fra cui Sun Yat-Sen, Zhou Enlai, l’imperatrice Cixi e il figlio. Usciti dalla Sala, visitiamo il parco Lingguu, molto bello e verdeggiante, dove da lontano si vede l’altissima Pagoda omonima. Ci muoviamo sotto la pioggia, facendo numerosi acquisti alle bancarelle sistemate all’entrata di ogni attrazione turistica. Prima di pranzo visitiamo una fabbrica di giada dove passiamo più di mezz’ora a contrattare per acquistare gioielli e oggetti vari. Siamo in un gruppo di ricconi, snob e provinciali per la maggior parte, che spendono follemente! Andiamo a mangiare in un ristorante molto chic: alcuni piatti sono gli stessi dei menù dei giorni precedenti, altri variano, ma i sapori sono molto simili, poiché la cucina cinese prevede che in tavola si alternino sempre cinque gusti: agro, amaro, piccante, dolce e salato, e cinque consistenze: croccante, soffice, liquido, gelatinoso e asciutto.
Dopo pranzo è il momento di uno dei vanti dei cinesi: il ponte d’acciaio, un’opera monumentale, molto all’avanguardia per l’epoca in cui fu realizzata (1968), simbolo della rinascita della Cina. Costruito da 7.000 operai (a cui va aggiunto il contributo di tutti i nanchinesi che vi lavorarono gratuitamente), il ponte è lungo 4.589 metri (quello superiore, riservato al traffico stradale) e 6.772 metri (quello per il traffico ferroviario). Collega le due sponde del fiume Yangzi e di conseguenza la Cina settentrionale con quella meridionale. Il programma prevede la visita alla torre del Tamburo, ma la guida consiglia di visitare il lago Xuonwu Hu (Guerriero Nero). Purtroppo, poiché un cretino del gruppo vuole a tutti i costi filmare "anche ‘l’aria che respira", dobbiamo invece seguire il programma stabilito, ma per protesta quasi tutto il gruppo si rifiuta di scendere dal pulmino per andare a vedere una costruzione che non ha niente di antico.
Prima di tornare in albergo, andiamo alla Città Vecchia: finalmente un po’ di Cina vera, anche se l’influenza occidentale si sente. Casette a pagoda, ponticelli, barchette, risciò, un tempio di Confucio e un mercatino. Si vende di tutto, animali domestici (ora è di nuovo possibile tenerli in casa, cosa assolutamente proibita durante la Rivoluzione Culturale, ma in città non sono ancora permessi cani e gatti) come tartarughe, uccellini, scoiattoli, cagnolini e grilli con i relativi oggetti per la loro cura, giochi (dama cinese e Mah Jong), e poi vestiti, CD, ceramiche, vasi, cibo e cianfrusaglie, soprattutto oggetti di vita quotidiana per i cinesi. Nonostante la pioggia fitta, i cinesi tengono aperti i loro banchetti sotto teloni impermeabili. Contrattiamo facilmente per l’acquisto di qualche souvenir e per il gioco del Mah Jong, a cui Annalisa (la guida) mi insegnerà a giocare.
Tornati in albergo per la doccia, riusciamo quasi subito per la cena-banchetto (quando è banchetto vuol dire che sarà servita l’anatra), una delle peggiori fino ad ora, anche se sono riuscita a mangiare (l’unica della tavolata) 3 coppe di zuppa, molto buone, dal sapore simile al nostro semolino. Mentre la maggior parte del gruppo va a vedere uno spettacolo musicale, noi andiamo a fare due passi intorno all’albergo, bagnandoci ancora un po’. Andiamo a letto presto: domani le valigie devono essere fuori dell’albergo alle 7.30, per essere caricate sul treno. Il bagaglio infatti, non può essere trasportato sullo stesso treno per passeggeri e quindi deve viaggiare separatamente da noi. Ma essendo il treno merci più lento del nostro, le valigie devono partire con largo anticipo. L’importante è che arrivino a destinazione!

Nanchino — Suzhou, venerdì 27 agosto 1999

Sveglia presto e poi sul treno per Nanchino. Viaggiamo in prima classe, su sedili molto comodi, ricoperti di stoffa damascata. Ci vogliono tre ore per arrivare a Suzhou, la Venezia d’Oriente o la Città Giardino. Sorge infatti su numerosi canali ed è una delle città più antiche della Cina. Ci sono ben 168 ponti (circa!), molti dei quali nella classica forma a dorso d’asino. La guida che ci viene a prendere alla stazione è una ragazza molto simpatica di nome Chang; 37 anni, sposata, con una bambina di 11 anni (in realtà 10, ma i cinesi contano l’età dalla data del concepimento), fa questo lavoro da 15 anni. È veramente in gamba e ci illustra la città in modo chiaro, semplice ed interessante.
Appena scesi dal treno, andiamo a mangiare nel ristorante di un albergo: ormai è impossibile decifrare e ricordare ogni volta i vari menù, ma in un modo o nell’altro riusciamo sempre a mangiare, anche se solo riso e qualche pezzo di carne di cui spesso non riusciamo a capire l’origine.
Sebbene stanchi e sudati del viaggio ed appesantiti dal pranzo e dai numerosi bagagli a mano che aumentano a dismisura per i nuovi acquisti che facciamo in ogni città, non andiamo subito in albergo, ma direttamente a visitare il Giardino dell’Amministratore Umile. Con uno dei loro classici eufemismi, oppure, per meglio dire con il loro modo di non chiamare direttamente le cose con il loro nome, questo amministratore non era affatto umile, ma ricco e benestante. L’appellativo viene dal pensiero di un filosofo cinese, Fan Yue, che diceva che la politica dei semplici vuole che le necessità della vita quotidiana siano soddisfatte dalla cura del proprio giardino. Per questo motivo i ricchi mandarini, quando andavano in pensione, si facevano costruire dei giardini stupendi in cui amavano passeggiare oppure leggere o semplicemente meditare guardando un angolo particolare, ascoltando la pioggia cadere, osservando i fiori sbocciare. Più il giardino era fantasioso, curato, pregiato, più questo dimostrava che il mandarino era ricco. Il maggior vanto per lui era di ricevere altri mandarini nel suo giardino in modo che questi potessero ammirarlo e sapere così quanto il loro ospite fosse ricco.
I giardini cinesi sono lontanissimi dal concetto di giardini europei. Laghetti, stagni con pesci e ninfee, ponticelli, rocce, alberi, bonsai, padiglioni con porte e finestre che incorniciano dei quadri di “verde”, tutto molto semplice all’apparenza, ma in realtà frutto di un gusto ricercato e raffinato. I giardini cinesi offrono ogni volta un quadro diverso, a secondo del punto da cui si osservano e della stagione: un piccolo mondo che diventa grande perché è sempre diverso. Inoltre, nel realizzare il giardino si imitavano i diversi paesaggi della Cina. Questo giardino fu realizzato nel 1513, fu poi ereditato dal figlio dell’Amministratore che però lo perse al gioco.
Terminata la visita poetica del giardino, ci aspetta qualcosa di più pratico e tutt’altro che poetico: la fabbrica della seta. Qui le operaie lavorano a cottimo e sottopagate per ricavare dal baco da seta il filo che poi sarà tessuto per realizzare splendidi abiti. Si comincia con la selezione dei bozzoli migliori, quindi non bucati e ammaccati: tanti piccoli batuffoli duri che scorrono veloci su un nastro e altrettanto velocemente vengono rimestati e selezionati dalle mani esperte delle operaie. Da qui i bozzoli migliori finiscono in piccole vaschette d’acqua a 100° dove quattro spatole girano velocemente per cercare il capo del filo del bozzolo (all’interno c’è ancora la crisalide, morta prima ancora di arrivare in fabbrica). Le operaie sono davanti a macchinari simili alle catene di montaggio. Estraggono i bozzoli dall’acqua bollente, tenendo in una mano i capi dei fili, e li mettono in altre vaschette con acqua a 40° circa. Da qui agganciano i fili di otto bozzoli a una bobina, per un totale di circa 10 bobine, facendo attenzione a sostituire i bozzoli che terminano (quelli che diventano trasparenti e che lasciano vedere la crisalide all’interno) con bozzoli nuovi, agganciando al rocchetto un nuovo filo. Se il filo di una bobina si rompe, bisogna annodarlo al più presto e riagganciarlo. È tale la velocità con cui le bobine girano e le mani delle donne si muovono, che i fili non si vedono. Si vedono solo le bobine girare, i bozzoli passare da un vasca all’altra e le mani delle donne diventare bianche e “lesse” a forza di stare in ammollo per 8 ore al giorno, 5 giorni alla settimana. Queste donne lavorano di continuo, devono cioè ottenere più filo possibile durante la giornata lavorativa e l’abilità sta nel sostituire, proprio quando sta per finire, il bozzolo vecchio con quello nuovo in modo da utilizzare tutto il filo disponibile, di farlo arrotolare velocemente e di riannodarlo altrettanto rapidamente se si rompe. Le operaie hanno solo una mezz’ora per il pranzo, stanno tutto il giorno con le mani nell’acqua bollente e con gli occhi che schizzano da una parte all’altra del macchinario per tenere tutto sotto controllo. La macchina inoltre, sputa vapore bollente, fa un rumore infernale e nell’aria c’è l’odore acre delle crisalidi bollite, simile a quello di una pescheria. Se poi si considera che sono pagate poco e che godono di appena 4 giorni di ferie l’anno, c’è da chiedersi se sia veramente la fame e solo la fame a spingerle a lavorare in questo posto: probabilmente sì. L’unico vantaggio di cui godono è che possono andare in pensione prima del solito, a 45 anni invece di 50.
Le bobine di filo ottenuto passeranno alla fabbrica di tessitura mentre le crisalidi verranno usate come concime. Il sottile bozzolo che rimane intorno alle crisalidi, viene utilizzato come imbottitura per i piumini da letto. Estratta la crisalide dal bozzolo, questo viene aperto e messo ad asciugare teso su una specie di archetti, sempre più grandi, fino a che non si allarga alla dimensione di un fazzoletto. Vari strati di questo bozzolo così lavorati vengono tirati poi ai quattro angoli e distesi; infine sovrapposti l’uno sull’altro ed infilati in un fodera che diventa un soffice, leggero e caldo piumino da letto.
Tappa d’obbligo allo shop per acquistare capi in seta: con i ricconi che ci sono nel nostro gruppo gli acquisti si sprecano!
Finalmente si va in albergo, lussuoso, grande, con un ristorante girevole all’ultimo piano con vista sulla città. Dopo una buonissima e desideratissima cena italiana, facciamo un giro in albergo, una partita al bowling e poi a letto.

Suzhou — Shanghai, sabato 28 agosto 1999

Salto la colazione per poter dormire un po’ di più. La visita della città inizia piuttosto presto. Alle 8 siamo già tutti sul pullman pronti per andare alla Collina della Tigre. Suzhou è finora la cittadina più carina che abbiamo visto in Cina. Con appena 1 milione di abitanti (una cifra minima da queste parti), è una città che ha saputo conservare la sua parte cinese: a fianco alla città vecchia, sta crescendo una città nuova, moderna, con grattacieli, strade, centri commerciali e alberghi. Nella città vecchia si vedono ancora le case basse e minuscole dove abita la povera gente. Molte danno sulla strada, altre si affacciano sui vari canali. Purtroppo, come ci dice Chang, anche queste case sono destinate a scomparire in poco tempo: verranno abbattute e sostituite da altre case basse, dotate di fognature, servizi e sicuramente diventeranno più vivibili per i loro abitanti. Ma una fetta della Cina, ancora una volta inesorabilmente scomparirà. Purtroppo non ci sono né la mentalità né i mezzi per ristrutturare le case esistenti senza distruggerle. Quel poco che è rimasto della vecchia Cina presto non ci sarà più e sarà sempre più simile ad Hong Kong. Tutto sarà più organizzato, efficiente, pulito, ma anche più occidentale.
La Collina della Tigre si trova appena fuori città. Si tratta di una collina artificiale così chiamata perché la sua forma (molto vagamente) ricorda una tigre accovacciata, la cui testa è formata da un edificio con il classico tetto cinese. Qui, nel 578 a.C., fu seppellito il re Fuchai con le sue mitiche 3.000 spade; sembra che insieme a lui siano stati sotterrati vivi anche gli operai e le loro famiglie che avevano lavorato alla tomba affinché non svelassero il segreto del luogo dove era sepolto il tesoro. La collina, alta 36 metri, sorge in un parco di 36 ettari. Sopra la collina fu costruita nel 961 una pagoda (Yunyan = nuvola di pietra), ma dato che il terreno non era abbastanza duro, la pagoda si è inclinata come la nostra torre di Pisa. Alcuni iniezioni di cemento ne hanno bloccato la pendenza (attualmente di 2 metri). Alta 477 metri, è composta di 7 piani, l’ultimo dei quali, distrutto da un fulmine, è stato ricostruito e si vede: è l’unico che non segue la pendenza del resto della pagoda. Nel parco c’è una sezione dedicata anche ai bonsai: sono circa un centinaio, uno è vecchio 400 anni. Vengono annaffiati 2/3 volte al giorno d’estate, mentre in inverno i vasi di terracotta vengono rivestiti di paglia di grano per mantenerli in caldo. Nonostante il bonsai sia oggi molto diffuso in Giappone, l’arte di far crescere le piante in miniatura è di origine cinese. Fu adottata dai medici che, usando le piante per curare le malattie e non potendo trasportare da un villaggio all’altro gli alberi che fornivano le foglie medicamentose, crescevano gli alberelli in miniatura.
Prendiamo un battello per navigare lungo il Canale Imperiale dove incrociamo numerose chiatte stracariche di merce (soprattutto terra e macerie) fin quasi a essere sommerse. Nelle stesse chiatte vivono le famiglie: mentre il marito guida, la moglie pulisce le verdure, lava i panni in un bacile, cucina o lava i pavimenti, intingendo lo spazzolone nell’acqua del canale. Tutta la vita si svolge nella cabina della chiatta: da una parte i fornelli e il tavolo, dall’altra, rialzata, la zona notte, cioè una tavola di legno dove si stendono le stuoie e le coperte. Sui fili si stendono i panni, lavati anche questi nell’acqua del canale; ogni tanto su alcune chiatte si vedono dei cagnolini legati al guinzaglio. Entriamo poi nella parte vecchia, dove si affacciano casette anguste, sporche e vecchie, sul livello dell'acqua. Il pavimento è bagnato dall’acqua del canale che entra ed esce dalla porta. C’è chi lava i panni immersi in un grosso bacile, schiacciandoli con i piedi come se pestasse l’uva; chi con gli stivali di gomma lava il motorino dentro l’acqua, chi accovacciato pulisce la verdura, chi fa la siesta seduto su una sedia a sdraio. Una vita semplice e misera, estremamente povera e senza alcuna igiene. Attracchiamo nei pressi di uno dei ponti più caratteristici di Suzhou, il Renmin, ponte pedonale con gradini e rampe laterali per il passaggio di carretti e biciclette. Siamo subito circondati da un’orda di venditori ambulanti, per sfuggire ai quali cadiamo dalla padella alla brace, finendo in una stradina dove si trovano negozietti e banchetti ricchi di cianfrusaglie. E ricominciano gli acquisti, le divertenti ma a volte estenuanti contrattazioni: bacchette per mangiare, ventagli, porcellane, teiere, libretti di Mao, cappelli, suppellettili, collanine, capi in seta, c’è un po’ di tutto. Da qui di nuovo con il pullman raggiungiamo il Giardino del pescatore, altro modo modesto di chiamare un mandarino paragonandone la fatica del lavoro del pescatore a quella del politico. È il più piccolo giardino di Suzhou, un giardino in miniatura, e forse per questo mi piace più di quello dell’Amministratore umile. Lo spazio è sfruttato al meglio, con porte e finestre che si aprono su vari cortili, un laghetto dove si trova il ponte più piccolo di Suzhou e alcuni edifici con mobili dell’epoca oppure moderni ma in stile antico. Risale al 1140: tutte le costruzioni, le balaustre e i balconcini si inseriscono perfettamente nell’ambiente naturale, arricchendolo in maniera armoniosa.
Arriva finalmente l’ora del pranzo, anche questo in un albergo di lusso. Come al solito si mangia abbastanza e i gusti sono diversissimi: c’è chi va pazzo per le zuppe e chi detesta gli antipasti o la verdura quasi cruda.
Abbiamo ancora un po’ di tempo per visitare la Pagoda del Tempio del Nord, nella quale è possibile entrare per salire in cima e godere del panorama. Ma né l’intero né il panorama sulla città sono degni di nota: entrambi sono grigi e spenti. È la pagoda più alta a sud dello Yangzi, ma per accedere fino in cima bisogna pagare tre biglietti diversi a tre diversi piani.
Finalmente riprendiamo il treno diretti a Shanghai. Questa stazione è più moderna e meglio tenuta di quella di Nanchino e comunque, per quello che abbiamo potuto vedere, in genere le stazioni ferroviarie sono migliori degli aeroporti quanto ad efficienza e struttura. A bordo del treno sono serviti pasti e bevande e vengono anche venduti diversi prodotti come cravatte o altri oggetti di artigianato. Anche questa volta le valigie viaggiano separatamente da noi. Fuori dal finestrino il paesaggio è piuttosto piatto: risaie e campi coltivati, qualche casetta, grigia (colore prevalente in questo paese), qualche contadino. L’unica cosa più interessante da osservare sono i vagoni dei treni di seconda classe che incrociamo, stipati di gente, soprattutto bambini, seduta su sedili di legno, con vettovaglie di ogni genere posate sui tavolini, con le facce attaccate ai finestrini ad osservare noi stranieri. Qui ci guardano tutti come fossimo dei marziani, come se non fossero ancora abituati a vedere facce senza occhi a mandorla. Alcuni di noi sono stati invitati a fare foto a fianco dei cinesi per il loro colore di capelli o per la fisionomia, come qualcosa da ricordare e mostrare agli amici.
Un’altra guida ci accoglie a Shanghai, questa volta è un uomo. Con il pulmino in meno di 20 minuti siamo in albergo, ma ciò che vedo in questo pochissimo tempo mi sconvolge. Entriamo nella zona più povera della città: la gente vive letteralmente in strada. Sul davanti ci sono minuscoli negozietti, soprattutto di beni alimentari, sul retro in angusti vicoletti, le abitazioni di 2/3 piani al massimo. La gente si lava in strada, stende i panni attaccando i fili del bucato agli alberi sui marciapiedi: molti anziani sono seduti sulle loro sdraio sul marciapiede, altri uomini giocano a carte o a dama agli angoli delle strade, seduti su cassette di frutta vuote o banchetti. Tutto è sporco e vecchio e come se non bastasse la città è un cantiere aperto. Ovunque ci sono case demolite e cumuli di macerie, che presto lasceranno il posto a case nuove e moderne. Gli operai pavimentano strade e marciapiedi, scavano, trivellano, trasportano terra e mattoni, c’è molta manodopera ma pochi mezzi moderni. Basta pensare che le impalcature sono in bambù. Anche la strada sotto l’albergo è in completo rifacimento; per fortuna la camera è insonorizzata e perciò rimaniamo chiusi fuori dal caos e dal rumore esterno.
Fra un paio d’anni, o forse meno, Shanghai sarà diventata come Hong Kong.
Dopo una cena a buffet tedesco nel ristorante del nostro lussuosissimo albergo che si erge altissimo su uno strato di vecchie e malconce casupole, ci aggiriamo per la città fino al porto. Camminando a spintoni, fra strade sterrate, cantieri aperti e negozi dalle insegne luminose gigantesche, arriviamo fino al porto. Sul lungofiume si affacciano dei bei palazzi costruiti dagli inglesi nel periodo in cui la città era divisa in quattro parti governate dagli stranieri. Sulla sponda opposta del fiume la luce di un’immensa torre con una palla centrale fa concorrenza a quella della luna. Tutti i cinesi sono a passeggio, fino al coprifuoco teorico delle 10, quando si spengono luci e insegne. Qui è di moda passeggiare in pigiama, graziosi, di seta, a fiorellini o pallini, prima di infilarsi nelle proprie abitazioni che sono delle fornaci. Per lo stesso motivo la gente vive in strada: per chi non può permettersi un condizionatore questo è l’unico modo per sfuggire al caldo soffocante.

Shanghai, domenica 29 agosto 1999

Con il pullman arriviamo alla parte vecchia della città, dove le case sono ancora nell’antico stile cinese, anche se ristrutturate ovviamente. L’edificio può importante è il Padiglione del Tè; in legno, a due piani, sorge su un laghetto ed è collegato alla strada da 9 ponti. Da qui arriviamo, sempre a spintoni, tra la folla di turisti e i cinesi (oggi è domenica ed anche gli abitanti di Shanghai amano visitare i parchi), al Giardino Yuyuan, uno dei più belli della Cina, risalente al 1559. Fu costruito dal figlio di un ex governatore per permettere ai suoi genitori, ormai anziani, di ammirare i paesaggi della natura senza dover raggiungere le montagne lontane. Ad ogni angolo la prospettiva cambia, i “quadri” sono diversi da ogni scorcio e da ogni finestra e gli edifici stessi simboleggiano animali. Draghi si affacciano dai tetti dalle punte arrotondate, ponticelli danno accesso a corridoi e sentieri, nei laghetti i pesci rossi danno vita all’ambiente altrimenti statico. Prima di uscire c’è una pietra molto particolare: di origine calcarea, ha tanti buchi e quando piove l’acqua entra ed esce dai buchi creando l’effetto di una fontana. Gli stessi cinesi anticamente vi bruciavano l’incenso e il fumo entrava ed usciva dai vari buchi. L’aria è umidissima e fa molto caldo, anche se il sole fa capolino solo a tratti da una spessa coltre di nuvole grigie. Abbiamo un po’ di tempo a disposizione per girare nelle strade della città vecchia che pullula di vita e di negozi di souvenir. Acquistiamo per 25.000 lire una valigia rigida con trolley che riempiamo di tutti i souvenir e gli oggetti che abbiamo acquistato da quando siamo arrivati, poiché nella nostra valigia non c’è più spazio. Ci sono tanti oggetti veramente carini e a così poco prezzo che verrebbe voglia di comprare di tutto: servizi da tè, ventagli, sete, soprammobili, borse, zaini, statue di budda, incensi. Purtroppo (o per fortuna) il tempo a disposizione è poco ed è ora di andare a mangiare. Le distanze a Shanghai sono più lunghe ed anche a causa del traffico caotico si impiega parecchio tempo per spostarsi in città. Il pranzo, come al solito, è in un ristorante all’interno di un albergo, con l’aria condizionata altissima (almeno 15°).
Dopo pranzo c’è una tappa alla stamperia, ma considerando che la fabbrica è chiusa poiché è domenica, finirà come al solito che trascorreremo più di un’ora nel negozio per acquistare la seta. Io e Alb perciò, decidiamo di andare a fare un giro per conto nostro fra le vie della città, che sono un continuo mercatino all’aperto. Ci avventuriamo fra i banchetti in una zona sicuramente non turistica: i cinesi ci guardano fissi, chi stupito, chi incuriosito, chiedendosi sicuramente cosa ci facciamo lì. Ci sono banchi di frutta, altri di cibo pronto (grossi cesti di bambù con i ravioli cotti al vapore oppure i wok con gli spaghetti croccanti), altri ancora di vestiti, scarpe, ferramenta, casalinghi. C’è un sarto, uno che vende animali da mangiare ancora vivi (anguille, cicale, gamberi, rospi e tartarughe). C’è chi gioca a carte, a dama cinese, chi guarda la TV o legge un giornale, chi sonnecchia pigramente su una sdraio. Al nostro passaggio alzano gli occhi e ci scrutano, si chiamano l’un l’altro indicandoci e rispondono sorridendo, qualche volta in inglese al nostro saluto cinese “ni-hao”. Quando poi mi fermo ad un banchetto che vende calzature per provarmi un paio di sandali, si crea un capannello di gente intorno ad osservare; purtroppo non trovo il mio numero, altrimenti avrei fatto un vero affare, pagando appena 6.000 lire un paio di sandali che da noi ne costa 90.000!
Quando tiriamo fuori la macchina fotografica e la videocamera, qualcuno fa cenno che non vuole essere ripreso, qualcun altro si schernisce; alcuni invece si fanno avanti e chiedono di essere fotografati, sorridendo contenti di poter per un attimo essere protagonisti. Fermandoci a guardare tre ragazzi che giocano a carte, ci invitano a scattare una foto ed uno di loro fa sedere Alberto su una sedia e lo abbraccia fiero. Ogni tanto si apre un vicolo angusto, pieno di fili per stendere i panni, di oggetti fuori dall’uscio. Ci addentriamo in uno di questi proprio sotto la stamperia: un gruppo di donne chiacchiera seduto in cerchio come si fa nei paesi da noi; seguendo le voci di un canto, arriviamo ad una scuola (in realtà poco più di un’aula con qualche sedia, una cattedra, una lavagna). La maestra, accorgendosi che sbirciamo dalla finestra, ci invita ad entrare e ci fa accomodare. Tre bambine stanno cantando ma smettono subito vergognose e sorridono timidamente all’obiettivo della macchina fotografica. Annalisa, la guida, ci viene a ripescare perché è ora di andare. Avremmo voglia di rimanere qui per ore perché è questa la vera Cina, così lontana dagli alberghi lussuosi dove alloggiamo o dai negozi di souvenir per turisti che ci costringe a visitare.
Comincia a piovere e in pochi minuti Shanghai diventa un fiume di acqua e di fango a causa di tutti i cantieri aperti e delle strade dissestate; ci inzuppiamo completamente quando dobbiamo scendere per visitare il tempio del Budda di giada. Arriviamo proprio mentre si sta celebrando una cerimonia, alla quale è possibile assistere. Alcuni monaci vestiti di giallo/arancione intonano canti e suonano tamburi e coni. Sembra che la nostra presenza non li turbi né li distragga. Il tempio fu costruito appositamente nel 1918 per ospitare due statue di giada raffiguranti il Budda, portate da un monaco cinese della Birmania. Le due statue sfuggirono alla violenza devastatrice degli anni della rivoluzione culturale grazie all’ingegno dei monaci che le chiusero in una cassa di legno appendendo all’esterno un ritratto di Mao. Essendo l’effigie intoccabile, le statue si salvarono. Considerando la difficoltà di lavorazione della giada, che non è scalfibile dal metallo, le due statue diventano ancora più preziose, ammirandone le fattezze così delicate e precise, non tenendo conto del valore stesso della giada. In una sala due librerie custodiscono centinaia di libri appartenenti alla religione buddista.
Finalmente in albergo, abbiamo giusto il tempo di una doccia: questa sera si cena presto poiché alle 7.30 inizia lo spettacolo degli acrobati cinesi. È magnifico. Ragazzi, quasi tutti giovanissimi, si esibiscono in salti mortali e acrobazie di ogni genere. C’è chi volteggia nell’aria, chi si arrampica lungo le pertiche, chi esegue numeri di equilibrismo contorcendosi mentre fa girare dei piatti o solleva dei bicchieri. Chi salta dai trampolini, chi si arrampica sulle sedie oppure entra ed esce da uno strettissimo bidone. Sono tutti veramente bravi e strappano continui applausi al pubblico che assiste ammirato, costituito per la maggior parte da stranieri.
Una bella serata ed un altro spaccato di Cina.

Shanghai, lunedì 30 agosto 1999

Passiamo la mattinata a visitare il Museo Nazionale, ricco di porcellane, oggetti in giada, monete, esempi di calligrafie, mobili e costumi delle varie etnie che abitano la Cina.
Il museo è all’interno di un palazzo moderno, ben strutturato e organizzato, ma purtroppo non c’è molto tempo per visitarlo né abbastanza conoscenza della cultura cinese per apprezzarlo.
Per il pranzo c’è una novità: andiamo in un ristorante mongolo, dove in una specie di self-service si scelgono carni e verdure crude che poi un cuoco, con piroette varie, cuoce alla piastra, smuovendole con due lunghe bacchette. Potendo scegliere da un ricco buffet, fortunatamente riusciamo a mangiare bene e tanto.
Nel pomeriggio, quando nel frattempo ha ricominciato a piovere, visitiamo il tempio di Longhua, risalente alla dinastia Qing, dove ci sono vari edifici per la preghiera che ospitano statue di Budda, fra le quali un paio di giada bianca molto belle. In una delle sale, alcuni monaci stanno pregando: intorno, alle pareti, sono appese le foto e i ricordini dei defunti. I cinesi infatti, non possono seppellire i morti, che vengono invece cremati per legge, per motivi di spazio; solo nelle campagne ci sono i cimiteri. Le ceneri della cremazione vengono sepolte nei cimiteri fuori città ed essendo quindi scomodo per un cinese andare al cimitero frequentemente, si attaccano l’immagine o un foglio con il nome del defunto sulle pareti del tempio, più a portata di mano per una visita.
Piove ancora a dirotto, ma ormai dobbiamo lasciare questa caotica città. Con l’aereo del pomeriggio, raggiungiamo Guilin che è già buio ed andiamo diritti a dormire.

Guilin, martedì 31 agosto 1999

Ci svegliamo presto per la crociera sul fiume Li, tanto decantato dagli operatori turistici e dai cinesi. Guilin ha una caratteristica particolare: il suo paesaggio, anzi i suoi paesaggi. La città sorge in una zona ricca di acqua, canali, laghi e fiumi e di formazioni collinose che si elevano come picchi di montagna dal territorio completamente pianeggiante, come fossero tanti pan di zucchero. L’alternarsi di corsi d’acqua e collinette ha reso questa zona estremamente bella ed è stata ed è tuttora fonte di ispirazione per gli artisti. Gli stessi cinesi adorano Guilin e vi vengono per turismo. Il nome Guilin vuol dire “foresta di cassie”, dal fiore tipico di questa zona. Purtroppo è nuvoloso ma anche così il paesaggio è suggestivo; la foschia e la nebbia ricoprono le cime delle colline oppure le avvolgono come anelli. Lungo la strada che percorriamo in pullman per arrivare al battello, si estendono risaie, dove pascolano i buoi d’acqua, oppure i contadini trasportano le merci o il raccolto sui bilancieri, le classiche ceste tenute da una canna di bambù.
Finalmente si vede un po’ di Cina, quella vera, quella delle campagne, delle risaie, dei cappelli di paglia e dei risciò.
Anche la gita sul battello è interessante; i cinesi vedono in ogni angolo di natura un’immagine (spesso con molta fantasia e poesia): nuvole, leoni, elefanti, intere scene e inventano storie che hanno una morale e che giustificano le forme di quel luogo, un po’ come facevano i greci antichi.
Purtroppo la tanto decantata bellezza del paesaggio ci delude un po’: a causa della nebbia e della pioggia che scende sempre più forte, costringendoci a stare in coperta, il paesaggio non è così suggestivo. È un vero peccato, ma la pioggia sembra perseguitarci. Il pranzo a bordo del battello è uno dei peggiori da quando siamo in viaggio. La gran parte delle portate è immangiabile ed a queste si aggiungono altri piatti tipici ma non inclusi nel prezzo, come brodo di tartaruga, gamberi di fiume fritti, castagne d’acqua caramellate o trance di serpente.
Ma il bello viene quando, dopo pranzo, scopriamo come vengono lavati i piatti. Una pompa tira su l’acqua del fiume riversandola in alcune tinozze dove vengono sciacquati i piatti. Inutile dire che il colore dell’acqua è lo stesso di quello del fiume, cioè marrone.
Ogni tanto qualche cascata spezza quella che purtroppo è la monotonia del paesaggio. Impigliati tra i rami e la vegetazione ci sono oggetti di tutti i tipi, resti dell’alluvione che c’è stata meno di un mese fa; non mancano neanche i sedili delle auto e i bauletti dei motocicli.
Continua a piovere forte e quando scendiamo dal battello in pochi minuti siamo fradici, nonostante ombrelli ed impermeabili. Ne acquistiamo un paio di quelli che i cinesi usano per andare in bicicletta, a forma di mantella e con una molletta all’estremità anteriore per fissarlo al cestino della bici e riparare così la borsa e le braccia.
Così bardati ci avventuriamo fra i numerosi banchetti di souvenir, sguazzando da una pozzanghera all’altra e facendo ancora degli acquisti. Stanchi poi del continuo shopping ci addentriamo verso il centro della città (siamo a Yangshuo) visitando uno spettacolare mercato coperto. Frutta, verdura, uova, carne, spezie, animali vivi ed ogni altra specie di mercanzia, dagli odori e colori più vari. Con il pullman torniamo in albergo per toglierci i vestiti bagnati ed andiamo a visitare la grotta del Flauto di canne, così chiamata perché, quando era stata trasformata in un rifugio bellico, all’entrata erano state messe delle canne per mimetizzare l’ingresso, canne da cui si ricavavano flauti. All’interno stalattiti e stalagmiti hanno dato vita alle forme più varie, alle quali i cinesi, con la loro nota fantasia, hanno dato nomi stravaganti. C’è il sipario, con tanto di drappeggio di tende, le zanzariere, lo specchio, il pupazzo di neve, una composizione di frutta. Il buio dell’interno è rotto solo dalle luci colorate messe in punti nascosti, che però rendono artificiale l’ambiente invece di impreziosirlo.
Tornati in albergo usciamo di nuovo per dedicarci a qualcosa di veramente speciale: il massaggio dei piedi.
Veniamo sistemati in una stanza, seduti su comode poltrone, con i piedi in ammollo in tinozze di legno o lavandini fissati a terra, rivestiti con buste di plastica per l’igiene. Delle ragazze (a me capita un ragazzo) si siedono di fronte a noi e dopo averci lavato e asciugato accuratamente i piedi, cominciano a massaggiarli, non trascurando un solo centimetro di pelle. È un piacere sublime. Con vigore sfregano, premono, tirano, pizzicano, colpiscono, massaggiano il piede, dall’alluce alla pianta e poi tutta la gamba. E dopo questo trattamento, il massaggio è riservato alla testa e alle spalle. Il tutto per la cifra esigua di 100 yuan, cioè 22.500 lire. Sono veramente bravi e la tecnica che usano è un misto tra la riflessologia plantare e lo shiatsu. Alberto, che aveva optato per il massaggio di tutto il corpo, non è rimasto soddisfatto come me. Ha sentito solo dolore e sfregamento, poiché è stato massaggiato con i vestiti addosso, lui che si aspettava il tocco di mani leggere, oli e balsami.
Dopo il massaggio ristoratore, ceniamo e usciamo in battello per vedere i pescatori con i cormorani. I pescatori vanno a pesca su zattere strette e lunghe ottenute con 4/5 grosse canne di bambù legate insieme. Ad un’estremità c’è una cesta per il pesce, all’altra due lampare. Mentre con una lunga pertica il pescatore fa scivolare la barca lungo il fiume, i cormorani, debitamente addestrati, pescano per lui. Hanno la base del collo legata stretta con un anello o un laccio, in modo che quando afferrano il pesce con la bocca non riescono ad inghiottirlo. Solo tornando alla barca “sanno” che il pescatore toglierà loro il pesce di bocca per non farli soffocare. Naturalmente non mancano le scene violente e qui il WWF troverebbe pane per i suoi denti; il pescatore colpisce il cormorano con la pertica se questo non vuole tuffarsi o pescare e lo afferra rudemente per la testa per svuotargli il becco. Abbiamo anche il sentore che tutta la pesca sia una messa in scena per turisti, cioè che i cormorani “peschino” dei pesci nascosti sotto la chiglia del battello su cui stiamo navigando, in modo da far vedere velocemente al turista come funziona il tutto, invece di lasciare le cose alla natura, nel qual caso si rischierebbe di aspettare molto tempo prima che il cormorano acciuffi qualcosa. Ma la realtà dei fatti resterà un mistero, perché né il nostro accompagnatore né la guida locale (Francesca) si sbottonano in merito. Siamo comunque contenti di aver assistito allo “spettacolo”, vero o falso che sia stato e ce ne andiamo a letto (Alb dopo aver fatto una bella sauna nell’Health Club Center dell’Hotel).

Guilin — Xian, mercoledì 1° settembre 1999

Piove, piove, inesorabilmente piove. L’umidità ormai ci penetra nelle ossa, nonostante strati di vestiti ed impermeabili di tutte le misure. Gli abiti e le scarpe del giorno prima non hanno il tempo di asciugarsi.
Passiamo stancamente l’ultima giornata di Guilin andando a visitare la Collina della Proboscide dell’elefante e la Grotta del Fubo. La prima è una sorta di promontorio che si affaccia sul fiume Li; alla base la roccia ha un’enorme apertura e così la collina, vista di profilo, sembra un elefante che infila la proboscide nell’acqua. Ecco spiegato, con l’ennesimo eccesso di fantasia cinese, anche questo nome così bizzarro assegnato al luogo. Proponiamo alla guida di prendere l’imbarcazione dei pescatori per navigare un po’ il fiume, ma la proposta viene scartata: in realtà, lei dice, non c’è nulla di particolare da vedere.
E così ci dirigiamo alla Collina del Fubo, dal nome di un generale della dinastia Han. Ai piedi visitiamo la grotta della Perla restituita, dal nome di una leggenda dal contenuto moralistico, che narra il furto e poi la restituzione per pentimento, di una perla da parte di un pescatore. Sempre alla base della collina si trova la Grotta dei Mille Budda, dove il numero mille sta come al solito ad indicare una gran quantità. Scolpiti sulla parete, come bassorilievi, si affacciano infatti numerosi Budda di tante fogge e dimensioni. Appena fuori la grotta un enorme stalattite che assomiglia in realtà a una grossa pietra, pende dal soffitto ed arriva quasi a toccare terra, lasciando uno spazio sottilissimo. Per questo i cinesi l’hanno soprannominata Pietra per collaudare le spade, come se fantasiosi guerrieri avessero provato a spaccare con le loro spade la roccia ed uno ci fosse riuscito finalmente, lasciando un sottilissimo spacco.
Nonostante la pioggia aumenti, saliamo fino in cima alla collina, lungo un sentiero tutto di gradini (più di 300). Dalla sommità la vista ci ripaga della fatica. La città sembra addormentata in una nuvola densa di vapore che copre la cima dei palazzi più alti e delle colline. Tutto è grigio-verde, monocromatico. Forse il sole giallo ci avrebbe però entusiasmato di più.
L’itinerario prevede l’ennesima sosta ad uno shopping center: c’è ancora chi è in cerca di una valigia da aggiungere al bagaglio di partenza dall’Italia, poiché non ha più spazio sufficiente per la quantità dei souvenir acquistati. L’unica cosa meritevole di menzione, a parte gli odori particolari del negozio, che vende anche cibo confezionato, sono delle lucertole secche ed impalate, vendute in una busta di plastica trasparente. Suggeriscono qualche rito satanico invece che appetitosi piatti.
Pranziamo in un ristorante cinese, andiamo di nuovo, sempre più carichi di valigie, all’aeroporto diretti a Xian. E, miracolo, la città ci dà il benvenuto con un magnifico sole! Non ci sembra vero, dopo giorni di pioggia e cieli grigi! La guida locale deve essere un tipo in gamba, anche se un po’ furbetto. È più aperto degli altri e sembra deciso ad accontentare ogni nostra richiesta, anche se, come avremo modo di verificare, non manterrà nessuna promessa.
Altra nota positiva è la cena occidentale, anzi quasi italiana. Ci abbuffiamo alla grande, servendoci ripetutamente al buffet, di spaghetti, carne, verdura, crème caramel e dolci di ogni tipo. Sembra di sognare.
Siamo stanchi per uscire e ne approfittiamo per farci insegnare da Annalisa il gioco del Mah Jong, che abbiamo acquistato al mercatino di Shanghai. Si rivela un gioco piuttosto complicato ma entusiasmante, per certi versi simile alla nostra Scala Quaranta, anche se al posto delle carte si utilizzano dei tasselli.

Xian, giovedì 2 settembre 1999

Un’amara delusione ci attende non appena apriamo le tende della stanza. Il cielo è di nuovo grigio e piove! Sembra che la nuvola di Fantozzi ci stia agganciata e non ci molli. Il tempo così implacabile, la visita forzata ai negozi ed alcuni elementi del gruppo piuttosto antipatici, stanno mettendo a dura prova il mio ottimismo, e la stessa tensione comincio ad avvertirla anche all’interno del gruppo (c’è già chi ha litigato ferocemente in aereo per l’assegnazione del posto e del rispettivo bagaglio a mano).
Felice (anzi, doppiamente felice, come dice il suo vero nome in cinese), ci conduce alle mura Ming della città: Xian è l’unica ad averle conservate intatte. Ma c’è appena il tempo di una veloce passeggiata e di qualche foto, per poi ripartire subito alla volta della Pagoda dell’Oca selvatica, prima la piccola e poi la grande. Il curioso nome deriva da un tempio indiano visitato dal monaco pellegrino Xuan Zhan (siamo nel 629 d.C.), partito alla ricerca di testi sacri del buddismo. Durante un periodo di fame, i monaci suoi seguaci si lamentavano di non aver nulla da mettere sotto i denti, nonostante passassero la vita in contemplazione. Budda, sentendo i loro lamenti, pietosamente fece sorvolare il tempio dove si trovavano i monaci da uno stormo di oche selvatiche: una di questa cadde proprio nel cortile. E qui le versioni si fanno diverse: c’è chi racconta che i monaci affamati, mangiarono l’uccello, contravvenendo alla regola di non mangiare carne; chi invece dice che, nonostante il lungo digiuno, i monaci non mangiarono l’oca. Ma la storia si è comunque tramandata tanto da dare il nome a questi due templi dove soggiornò il monaco di ritorno dall’India.
Anche qui una sosta prolungata ad un negozio ci fa di nuovo perdere la pazienza: tutto tempo sprecato e tolto alla visita.
Pranziamo in un teatro dove solitamente ci sono delle rappresentazioni; il buffet è piuttosto ricco, ma molti dei ragazzi, forse perché hanno esagerato (Alberto compreso) devono correre in bagno nel pomeriggio. Finalmente andiamo al tanto sognato esercito di terracotta. Il tragitto fino al luogo degli scavi è lungo e tutti ne approfittiamo per dormire saporitamente.
Appena scesi dal pullman siamo assaliti dai venditori ambulanti che ci sventolano di tutto davanti agli occhi, soprattutto riproduzioni dell’esercito di terracotta, gridando prezzi in dollari, che come al solito sono bassissimi. Entriamo in una mega struttura, bella e grande quasi come un museo. In una prima sala, sotto un’enorme vetrina, c’è un carro in bronzo, con tanto di cavalli e soldati, di dimensioni ridotte rispetto a quelle dei soldati dell’esercito. Alle pareti quadri e pannelli spiegano come sono avvenuti gli scavi e il restauro.
Poi entriamo in una sala imponente. Al centro, qualche metro più sotto si apre il terreno da cui i soldati sembrano emergere, alcuni dritti, altri ancora semi-nascosti dalla terra, sdraiati, scomposti o a pezzi. In fondo, il terreno copre ancora l’esercito e si possono vedere le travi in legno che si sono incurvate sotto il peso della terra che ricopriva la zona.
Tutt’intorno all’area, c’è una balaustra su cui i turisti possono camminare e guardare i soldati. Sotto di noi, il punto più alto da cui si gode della vista frontale dell’esercito, una guardia cammina da destra a sinistra controllando che nessuno scatti fotografie o riprenda con la telecamera. È assolutamente proibito e a tale scopo, numerose telecamere sono sistemate lungo le pareti e il soffitto.
Non riusciamo a spiegarci il perché del divieto se non con il fatto che in questo modo i turisti, per avere un ricordo del posto, devono comprarsi cartoline e libri al bookshop all’uscita. Non credo infatti che le foto o il flash danneggino gli scavi, dato che pagando si possono fare delle foto di gruppo con una macchina fotografica messa lì a disposizione.
Più in fondo, alcuni operai stanno restaurando alcuni soldati, altri fanno finta di scavare e ripulire il terreno, ma tutto sembra molto finto e fatto a posta per noi. Per lo meno c’è da sperarlo, dato che il modo in cui lavorano è assolutamente non professionale. La guida continua a dirci che tutto procede a rilento perché mancano i soldi e ci vuole tanto tempo, ma secondo me hanno smesso di scavare per incapacità. Veniamo anche aspramente criticati da qualcuno del gruppo per le nostre continue puntualizzazioni sulle condizioni della Cina; purtroppo c’è gente che crede a tutto ciò che gli viene detto senza pensare con il proprio cervello o fermarsi a guardare con più attenzione. Basterebbe poco per togliere la coltre che copre la realtà, e scoprire le mille contraddizioni di questo paese.
A parte questo, l’emozione di fronte all’esercito è enorme. Non può non tornarmi in mente quando, più di 4 anni fa, alcuni pezzi vennero portati a Roma e messi in mostra alla Galleria Colonna. Si trattava di un paio di soldati, un carro, qualche arma, ma subito ci precipitammo a vederli. L’esercito di terracotta era a Roma e non potevamo perdercelo, chissà quando e se ci sarebbe capitata l’occasione di andare a vederlo direttamente in Cina! Mi sembrava così lontano quel paese allora e anche se già sognavamo un viaggio con questa destinazione, non pensavamo certo di riuscirlo a fare così presto!
Ma cos’è questo esercito? Si tratta di un intero esercito in terracotta che l’imperatore Qin Shihuang fece realizzare per la sua tomba. Questo imperatore cominciò a pensare alla sua dimora dopo la morte molto presto e dal 230 a.C. in poi fece scavare la sua tomba, alla quale lavorarono 700.000 operai che riprodussero sotto terra una Cina in miniatura, con tanto di fiumi e laghi in mercurio che scorrevano agitati da macchine. Furono utilizzati materiali preziosi come oro, giada, perle e pietre di valore con i quali si decorarono mura, soffitti e pavimenti. Una volta morto l’imperatore, il suo corpo fu tumulato e la tomba ricoperta con uno strato di terra alto 40 metri (la collinetta è ancora visibile a pochi chilometri dal luogo in cui è stato ritrovato l’esercito) e insieme a lui furono sepolti anche gli operai e le rispettive famiglie in modo che non svelassero il segreto del luogo. Le entrate della tomba furono coperte e tutto il luogo venne mimetizzato all’esterno; la tomba fu comunque in seguito profanata e a tutt’oggi non è stata ancora aperta per paura, dice la nostra guida, che tutto ciò che essa contiene vada distrutto una volta a contatto con l’aria o peggio ancora, venga derubato. La verità, secondo me, è un’altra: la Cina non ha i mezzi né la volontà per compiere un’opera di scavo, restauro e conservazione del genere; nonostante l’afflusso dei turisti che ripagherebbe in pochi anni gli sforzi economici che un lavoro del genere richiederebbe, il governo cinese non sembra interessato. Mi chiedo perché dato che tutta la zona è stata dichiarata patrimonio culturale dell’umanità dall’Unesco, non intervenga un organismo internazionale per portare avanti i lavori di scavo. A giudicare dall’immensa costruzione, tutta in marmo, che hanno eretto intorno alla fossa dove è esposto l’esercito, i soldi non mancano. Si tratta probabilmente di una cattiva gestione. Comunque, a prescindere da tutto ciò, l’opera che abbiamo davanti ai nostri occhi è impressionante: 6.000 guerrieri di varia altezza (alcuni superiori alla statura media umana), tutti con volti, espressioni, acconciature e vestiti diversi, come se gli scultori avessero avuto dei modelli a cui ispirarsi. Ogni statua, piena nella parte inferiore e vuota dalla cintura alla testa pesa anche 200 chili. Non tutto l’esercito è stato dissepolto. Nella fossa principale e nelle altre due che visitiamo, alcuni guerrieri sono ancora sdraiati a terra, semi interrati oppure a pezzi. Ogni guerriero aveva un’arma in legno e in bronzo: il legno purtroppo è andato distrutto mentre tutto ciò che era in bronzo si è conservato favolosamente. Si parla di circa 10.000 pezzi fra archi, balestre, asce da guerra, frecce e lance. Disposti in file perfette, i guerrieri guardano tutti verso di noi, mentre quelli lungo le file laterali sono rivolti verso l’esterno, proprio come se facessero ancora la guardia all’imperatore. I difetti (veri) fisici, come orecchie mozzate e labbri leporini, rendono ancora più reale l’esercito; nei tratti dei visi si distinguono addirittura le diverse etnie, per sottolineare la provenienza dei soldati da ogni parte della Cina.
Un po’ stanchi, torniamo in albergo e dopo cena convinciamo Felice (la guida) ad insegnarci a giocare a Mah Jong. Andiamo in una saletta dell’albergo, dove affittando le pedine ad un tavolo, giochiamo fino a dopo mezzanotte.

Xian — Pechino, venerdì 3 settembre 1999

Molti del gruppo (me compresa) questa mattina si sono svegliati con febbre e raffreddore... la pioggia comincia a mietere le sue vittime.
Visitiamo la Torre del tamburo e quella della Campana (la prima annunciava l’apertura e la chiusura delle porte delle mura, mentre la seconda serviva per segnalare i turni di guardia che scandivano di conseguenza il passare delle ore). Poi andiamo a vedere la Moschea: sembra strano qui, dove ogni religione era proibita fino a qualche anno fa, e soprattutto dove si vedono solo templi buddisti, sentir parlare di un luogo di culto musulmano. Ma tant’è. Se non fosse comunque per le scritte in arabo, il complesso degli edifici fa pensare più a un tempio orientale che a una moschea. I tetti ricurvi, le decorazioni tipiche cinesi, le strutture architettoniche dell’epoca Ming non lasciano spazio a nessuno stile arabo. Si tratta della più vecchia moschea della Cina, risalente all’epoca Tang (742). Mi muovo barcollando dentro il mio impermeabile cinese in tela pesante: credo mi stia salendo la febbre, l’umidità e la pioggerella non fanno che peggiorare il mio stato di salute.
Risaliamo in pullman e mentre ci spostiamo per le vie trafficate delle città assistiamo ad uno spettacolo molto particolare. Lungo i marciapiedi dei crocevia sono seduti uomini vestiti miseramente che tengono in mano strumenti vari di lavoro (cazzuole, seghe e altro) e un cartello con su scritto qualcosa. La guida ci spiega che si tratta di contadini che vengono dalle campagne e che aspettano lì per essere presi a lavorare a giornata. Considerando che siamo oltre metà mattinata, c’è da pensare che ormai non saranno “assunti” da nessuno. Un po’ come i polacchi qui da noi, con la differenza che da noi sono gli immigrati (per lo più clandestini) a cercare lavoro come “manovalanza giornaliera”, mentre in Cina sono i cinesi stessi.
Il pullman ci lascia alla tanto declamata Foresta di stele, che era annessa al tempio di Confucio. Questo luogo conserva 2.300 stele, molto rare, di varie epoche, anche altissime. Quando Confucio morì, i suoi discepoli cominciarono a trascrivere i pensieri del maestro e le sue massime su blocchi di pietra, nonché vari testi della letteratura classica cinese, gli stessi che studiavano i pretendenti alle cariche da mandarino. Si studiavano così trattati storici e filosofici, critica artistica e letteraria, antologie, saggi e altro. Ancora oggi gli studenti ricopiano i caratteri di queste stele per imparare la calligrafia. Purtroppo a causa della febbre, sono costretta a tornare nel pullman e mi perdo gran parte della visita.
Poiché continua a piovere e non si può passeggiare ci portano a visitare un altro negozio, questa volta di mobili di artigianato. Non mancano i soliti facoltosi interessati: ormai la tensione è salita alle stelle e la spaccatura nel gruppo è più che evidente, per questo ci asteniamo dal lamentarci per evitare ulteriori litigi.
Finalmente ci lasciano liberi per un’ora buona per poter visitare il quartiere musulmano. Si tratta anche qui di viuzze strettissime sulle quali si affacciano vecchie case fatiscenti ma soprattutto bottegucce piene di souvenir.
Facciamo il solito giro di acquisti (gli ultimi ormai) e poi ci intrufoliamo nella parte meno turistica. Strade dove si cucina e si mangia all’aperto, il naso si riempie di odori forti e acri; enormi marmitte riscaldate a legna da cui si sollevano nuvole di vapore; uomini e donne seduti su trabiccoli di ogni genere ingurgitano famelicamente brodaglie varie.
Per la prima volta vedo un cinese vestito da cinese: la casacca con i bottoncini sul davanti, i pantaloni larghi e le scarpe di pezza e, se non bastasse, capelli corti e pizzetto. Cammina lungo la strada trascinando la sua bici e nel caos dei negozietti sembra un’apparizione di un’altra era. Alcune donne indossano il chador, mentre gli uomini hanno un cappellino bianco. È strano ricordarsi che sono musulmani.
Andiamo a pranzo in un ristorante fungendo da cavie; si tratta infatti di un esperimento che la nostra agenzia vuole fare per allargare la cerchia dei ristoranti in cui solitamente manda i suoi clienti. Questo anche perché dopo il pranzo e la cena di ieri al ristorante del teatro molti di noi sono stati male.
Di nuovo in aeroporto, per l’ultima tratta in territorio cinese. Arriviamo alla sera in albergo, lo stesso dell’andata; salto la cena, infreddolita e tremante sotto le coperte, con quasi 39° di febbre.

Pechino, sabato 4 settembre 1999

Alzarsi è stata una vera impresa, sia per l’orario (5.30) che per la febbre. Ma il bello deve ancora arrivare. Imbottita di magliette, antibiotici e aspirine, mi attende una vera e propria lotta in aeroporto, prima per accedere al check-in, poi nella sala d’aspetto all’imbarco. Una folla di turisti e viaggiatori cinesi con il loro enorme carico di valigie (non siamo gli unici, come gruppo, ad avere un numero spropositato di bagagli) spinge, sgomita, si insulta, trascina carrelli e si affanna in un unico gate di accesso, dove vengono controllati i documenti, i biglietti ed i bagagli.
Sembra di essere in un paesino del quarto mondo. L’organizzazione è pessima per un aeroporto internazionale, che lavora non solo con i turisti, ma con migliaia di uomini d’affari provenienti da tutto il mondo, senza contare tutti i cinesi stessi che si spostano all’interno del loro paese.
La maleducazione dei cinesi poi non fa che peggiorare la situazione e cominciano a volare brutte parole ed insulti, specialmente dopo che sono stata letteralmente travolta da una valigia e dal suo proprietario.
L’aereo è strapieno e in più ci rifilano di nuovo il film Lassie, lo stesso terribile film dell’andata, e quando protestiamo ci va ancora peggio: una pellicola sconosciuta, un misto tra una telenovela e un film di kung-fu. Ci consoliamo appiccicando il muso agli oblò per guardare sotto di noi il deserto del Gobi e le risaie.

Prima di partire avevo un'idea decisamente diversa della Cina: non che mi aspettassi di vedere i mandarini con la lunga treccia sulla schiena o i pescatori con il tipico cappello a cono, ma neanche di assistere ad un'occidentalizzazione così massiccia e rapida. Mi aspettavo inoltre, ingenuamente, e forse perché ancora aggrappata a vecchie foto di libri, di vedere una Cina sullo stile di Mao. Infine, ero certa di poter conoscere questa grande civiltà anche attraverso i suoi monumenti e le sue ricchezze artistiche. Inutile dire che la delusione è stata cocente su tutti i fronti: nessun vestito tradizionale, nessun libretto rosso e nessuna pagoda autentica. Cos'è quindi oggi la Cina? Credo un paese che cerchi di liberarsi il più presto possibile di un passato diventato pesante e scomodo, un paese che corre verso il futuro, trascinandosi però la maggior parte del suo popolo che non riesce a stare al passo. Un paese che si è liberalizzato solo dal punto di vista economico (ma è ancora lontano dal modello occidentale) ma che ha in vigore leggi dure e poco democratiche. Il nostro viaggio ci ha permesso di vedere appena uno spicchio del territorio cinese e solo un aspetto di questo paese così contraddittorio: mancano all'appello i villaggi di campagna, gli operai delle fabbriche, le minoranze etniche di confine, la guerra aperta con Taiwan e la violenza contro il Tibet. E nessun albergo di lusso, nessun ristorante elegante, nessun palazzo appariscente può nascondere o far dimenticare tutto ciò. La Cina fa acqua da ogni parte e quando lo stato non riuscirà più a tappare i numerosi buchi, ci sarà uno violento e annunciato straripamento. Non si può pretendere di cancellare e rinnegare il passato, costruendo il presente tutto da capo e su nuovi valori. Un popolo senza passato non ha neanche un futuro davanti a sé.
Ho visto la Cina, non quella che mi aspettavo, ma forse ho avuto ancora il tempo di vedere una civiltà orientale prima che sparisca del tutto. Non è stato troppo tardi.