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18 agosto 1995 - ROMA - IL CAIRO
Come temevamo, l'aereo è partito con quasi due ore di ritardo, alle 20.00, invece che alle 18.05. Ci alziamo, l'ala attraversa le nuvole grigie, poi bianche, poi rosa ed infine spunta una palla arancione-rosa, seminascosta dalle nuvole e dall'ala stessa. E mentre sulla terra il sole svanisce, per noi sull'aereo resta fermo un attimo in più, sospeso in aria, prima di scomparire sotto e dietro l'aereo. Se non fosse per il mal di testa e un gruppo di italiani chiassosi, il volo sarebbe tranquillo. Il servizio della Egypt Air lascia un po' a desiderare; l'aereo non è molto pulito e le hostess non hanno neanche un briciolo della grazia e della gentilezza di quelle dell'Aeromexico. La tappezzeria delle pareti interne sembra carta da parati e guardandola da vicino si distinguono i disegni stilizzati di scarabei e chiavi della vita.
Il faro doriente
Arrivare di notte al Cairo è un'esperienza mozzafiato. L'agglomerato urbano infatti, non è omogeneo, quindi si vedono gruppi di luci sparse, distanti fra loro, più o meno grandi. Distinguiamo piscine, grandi palazzi e lunghe arterie e, meraviglia, le piramidi! Siamo incantati, ed Alb, incurante dell'avviso di allacciare le cinture di sicurezza, è seduto stretto al mio fianco, con il viso incollato al finestrino. ppena atterrati, prendiamo un pullman un po' vecchiotto (non la classica navetta aeroportuale) fino al terminal. Lì, subito individuiamo i nostri accompagnatori. Quello che tiene il cartello con su scritti i nomi, ha un occhio storto ed ho un momento di difficoltà nel decidere se guardare lui o il cartello. Subito un'altra guida, Asuma, ci chiede i biglietti dell'aereo e i passaporti; noi, malfidati come siamo, stentiamo un po' a consegnarglieli e dopo averlo fatto, seguiamo l'uomo dappertutto, nel timore che sparisca con i nostri documenti. Lui ride, ma io non mi sento tranquilla fino a che non passiamo il check-in e prendiamo la nostra valigia.
Il corridoio che ci porta verso l'uscita mi fa venire i brividi; penso che se fossimo stati soli, avrei avuto paura. Dietro il vetro che delimita il percorso, si ammassano uomini e donne con il chador che ci divorano con gli occhi, quelli delle donne freddi e immobili, quelli degli uomini sorridenti. Fuori ci aspetta una limousine. Asuma ci invita ad entrare, aprendomi lo sportello e chiamandomi Regina. Sediamo sui sedili posteriori ed unaltra guida, Alì, che era nellauto, si siede dietro di noi, tirando giù il sedile frontale. Gli faccio segno di sedersi a fianco a me, dove starà sicuramente più comodo, e un po' scherzando e un po seriamente mi chiede se Alberto non sarà geloso. Scopriamo che Alì sarà la nostra guida per questi due giorni al Cairo, a nostra completa disposizione e per noi due soli. Ci descrive qualcosa lungo la strada e ci accenna il programma dei due giorni che passeremo al Cairo. E' mezzanotte, ma la vita è ancora così animata per le strade che sembrano le otto di sera. Lungo il viale che percorriamo, subito fuori dallaeroporto, dei gruppi sparsi di persone fanno il pic-nic serale (o meglio notturno) seduti sulle aiuole centrali che separano le due carreggiate. Il traffico è quasi intenso e scopriamo presto che gli egiziani guidano come a Napoli, suonando, sorpassando e senza mai mantenere la stessa fila. Alì ci spiega che la gente gira di notte perché è il momento più fresco della giornata e poi, al contrario di quanto si dice all'estero, non ci sono pericoli quando è buio. Una donna può tranquillamente girare di notte da sola senza che le accada nulla.
Arriviamo all'Hilton: è altissimo e proprio a un passo dal Nilo. Cominciamo con la prima mancia, quella all'autista. Alì lascia la nostra valigia fuori, dicendo che qualcuno la prenderà, ma Alberto rimane a farle la guardia dalla hall. Sbrighiamo le formalità alla reception e ci accordiamo con Alì per l'indomani. Rimaniamo stupiti quando ci dice che ci verrà a prendere alle nove. Gli proponiamo di anticipare alle otto, spiegandogli che non ci importa di dormire, in questi due giorni vogliamo cercare di vedere più posti possibile e soprattutto non solo i luoghi turistici. Alì sembra capire al volo e con estrema gentilezza si mette a nostra completa disposizione. La diffidenza ha lasciato il posto alla simpatia e alla fiducia. Che dire dell'Hilton? Be', niente a vedere con gli alberghi dove finora abbiamo avuto occasione di soggiornare. Alb non resiste ed esce dalla stanza per fare un giro. Io ne approfitto per fare la doccia e scrivere. La camera si affaccia sul Nilo e linsieme è veramente romantico.
19 agosto 1995 - IL CAIRO - MENFI - SAQQARA - GIZA
Sveglia alle ore 7.00 e colazione al buffet dell'albergo. Alì è puntualissimo alle 8.00 e ci aspetta con l'autista e la limousine. Ci dirigiamo verso Menfi, appena fuori dal Cairo, a sud ovest, e lungo la strada la guida ci accenna a grandi linee tutta la storia dell'Egitto, partendo dal periodo paleolitico, passando per le varie dinastie ed arrivando fino agli ottomani. Nel frattempo, ci godiamo anche lo spettacolo, non senza qualche attimo di panico dovuto al modo di guidare degli egiziani. Caratteristica principale è il suono dei clacson che ci accompagna per tutto il percorso; qualsiasi motivo infatti, è buono per suonare, da un semplice sorpasso al saluto, per un avvertimento o così tanto per fare. Su una strada asfaltata senza guarde-rail, si susseguono e sorpassano mezzi di trasporto di ogni tipo: automobili (moltissime le Fiat, costruite direttamente qui), vecchie, malconce e sporche, camion stracarichi di merce, biciclette, motociclette, carretti trainati da asinelli, cammelli, bambini su asinelli, pecore, mucche ed anche pedoni. Tutti corrono, deviano ogni ostacolo, sorpassano compiendo manovre azzardate senza neanche scomporsi né tantomeno offendere gli altri guidatori. E' una vera gincana. Dentro la città passiamo davanti a qualche moschea, allo zoo e all'università. Appena fuori dal centro urbano il paesaggio muta notevolmente. Costeggiano la strada altissime palme cariche di ciuffi di datteri che pendono verso il basso. Sulla sinistra un fiumiciattolo ci separa dai campi coltivati e da piccole casupole dove si intravedono bambini, donne, mucche e pecore. Le case sono di fango o di mattoni, la maggior parte senza tetto e molte finestre non hanno né vetri né persiane. C'è terra e polvere dappertutto. Uomini quasi non ce ne sono; al contrario si vedono molti bambini intenti a lavorare; trasportano merce su degli smunti asinelli, pascolano gli animali, zappano la terra e raccolgono il mais. La gente è vestita alla maniera araba; lunghe tuniche (le ghellabey) e per le donne e le bambine un velo in testa e a volta anche a coprire il viso. Sulla destra invece, ci sono dei piccoli ristoranti, delle case un po' più decenti e tantissime scuole di tappeti. I bambini infatti, sin da piccoli, vengono avviati alla lavorazione dei tappeti. Alle scuole imparano le tecniche e contemporaneamente vengono pagati (non oso pensare quanto!). A mano a mano che ci allontaniamo dalla città, il paesaggio è sempre più brullo e arido.
A metà sprofondato nella sabbia
giace il volto disfatto...
sul piedistallo è scritto: Il nome
è Osymandyas, re dei re...
Guardate alle mie opere, o Potenti, e disperate.
Arriviamo a Menfi, entriamo fra le rovine con Alì, mentre l'autista ci aspetta fuori con l'auto. Per la macchina fotografica e la videocamera bisogna pagare un biglietto a parte di 5 lire egiziane (circa 2.500 lire). Entriamo nel museo, dove subito imponente compare l'enorme statua di Ramsete II, sdraiata a terra, ma tronca all'altezza del ginocchio; l'acqua della sorgente, infatti, che scorreva nel luogo in cui era stata eretta, ne ha rovinato le gambe. La statua è lunga 13 metri circa e pesa 120 tonnellate. E' stupefacente. Le enormi dimensioni non ne hanno ridotto la precisione nei lineamenti del volto, nella muscolatura e negli abiti. Ramsete II (o Ramesse II) fu uno dei più importanti faraoni, appartenente alla IX dinastia (1279-1213 a.C.). Rimase sul trono per ben 66 anni, estendendo il territorio del suo regno dalla Libia all'Iraq e dalla Turchia al Sudan. Visse fino a 93 anni (età più che veneranda per l'epoca), ebbe tantissime mogli e circa 170 figli. Ma soprattutto fu, fra i faraoni, quello che lasciò più tracce del suo passaggio su questa terra, costruendo numerosi templi e facendo raggiungere all'Egitto il suo massimo splendore. Nel museo allaperto, ci sono anche una piccola sfinge in alabastro, con il volto di Tutmosi III, una stele che racconta con i geroglifici una profezia ed altri reperti archeologici. Su un sarcofago ci sono le varie simbologie della morte; il dio Osiride con la moglie Iside e il figlio Horus (la trinità religiosa egiziana); Osiride era il dio del Sole, dei morti e della risurrezione, a cui era sempre associato il faraone, che aveva appunto unorigine divina. Iside, la moglie, è rappresentata con il disco solare fra due corna sul capo. Horus, con la testa di falco, è il protettore ed infine il dio Sciacallo, animale molto temuto dagli egiziani e per questo anche molto venerato come Dio. Sul sarcofago e sulle pareti del sepolcro ci sono sempre le formule magiche del Libro dei Morti che servivano al defunto per il viaggio nellAldilà. Si vede anche spesso rappresentata la scena della pesatura dellanima: il cuore cioè, viene messo su una bilancia e se pesa più di una piuma, lanima finisce allinferno. Se invece è più leggero, vuol dire che luomo è stato buono e giusto in vita e quindi la sua anima può resuscitare.
La sapienza è amica del deserto.
Riprendiamo lauto diretti a Saqqara dove entriamo praticamente nel deserto: la linea dellorizzonte diventa difficile da distinguersi e tutto intorno è sabbia gialla con qualche roccia sparsa. Comincia a fare caldo, ma un bel vento ci mantiene abbastanza freschi. Calzando i sandali è inevitabile che finisca per coprirmi i piedi di sabbia, ma è una sensazione piacevolissima, mi sembra di stabilire un contatto più intimo con questo paese, attraverso questa morbida e leggerissima polvere. Sulla sabbia camminano grosse formiche dalle lunghe zampe, unici animali che credo riescano a sopravvivere in un luogo simile. Da lontano vediamo le due piramidi di Dashur, attribuite a Snofru, il padre di Cheope: una, la piramide rossa, è tronca, laltra ha le pareti con due diverse inclinazioni, presumibilmente per un errore di calcolo nel progetto, e per questo chiamata Piramide Romboidale. Lontano, subito si vede la famosa tomba a gradoni di Zoser, che è in realtà il primo prototipo di piramide. La costruzione infatti, è composta da 7 mastabe, cioè tombe, poggiate una sullaltra. Da qui nacque lidea degli egiziani di costruire le piramidi. Questa tomba fu costruita per Zoser, il primo re della terza dinastia, dal suo architetto e medico personale Imhotep. Si dice che se questa piramide non verrà restaurata entro 10 anni, crollerà e la sua precarietà ne rende impossibile laccesso per la visita. Saqqara è considerato il più antico cimitero dellEgitto antico e quindi il luogo è ricco di mastabe, le tombe dei nobili, ma solo alcune sono ancora in piedi. Per la maggior parte non rimane che qualche pietra ad indicarne il luogo in cui si ergevano.
Visitiamo una tomba le cui pareti sono ricoperte di geroglifici stupendamente conservati. Raccontano per lo più scene di vita quotidiana, come la pesca, lagricoltura, lallevamento e raramente le varie fasi del passaggio nellAldilà. I colori rossi sono ottenuti da vari ossidi e per farli aderire alle pareti sono mescolati con lalbume delluovo, poi coperti con cera dapi per proteggerli. Secondo gli egiziani, luomo aveva un corpo, il Kâ, e unanima, il Pa. Il corpo doveva essere ben conservato fino al momento in cui il Pa sarebbe venuto a prenderlo per la vita nellAldilà. Per questo motivo gli egiziani mummificavano i corpi e deponevano nelle tombe tutti gli oggetti appartenuti in vita al defunto. Ma qui a Saqqara il corpo non è nella tomba, si trova invece in pesantissimi sarcofaghi sottoterra. Ce nè uno anonimo che pesa ben 80 tonnellate ed è collocato in un pozzo profondo ben 28 metri. La tecnica che seguivano prevedeva prima lo scavo del pozzo, poi questo veniva riempito di sabbia e sopra vi si posava il pesantissimo sarcofago. Poi, a poco a poco si scavava di nuovo, togliendo la sabbia che andava a riempire un altro pozzo costruito proprio a fianco del primo, facendo perciò scendere lentamente il sarcofago, fino a raggiungere di nuovo la profondità originale del pozzo.
Andiamo poi a visitare la statua reale di Geser, che possiamo vedere solo da due grandi buchi fatti sulla parete della stanza che la custodisce. Questi fori servivano al faraone defunto per vedere la stella polare, punto di riferimento per gli egiziani.
Il complesso di Saqqara è enorme: bisogna considerare infatti, che intorno ad ogni piramide, sorgevano anche vari templi. Cera quello superiore, dove veniva portato il corpo del faraone e che diventava dopo i funerali il luogo di culto. E cera quello della valle, dove avveniva tutto il processo di mummificazione del cadavere. Questi due templi erano uniti da una specie di strada lungo la quale il sarcofago con la mummia veniva condotto al tempio superiore il giorno dei funerali. Alì parla in continuazione in un ricco ma un po storpiato italiano, e a causa del caldo, del suo modo di parlare cantilenante, delle meraviglie che ci circondano e della valanga di notizie che sto assimilando, faccio un po fatica a seguirlo.
Vediamo uno scarabeo a terra, che cerca rifugio in un angolo. E enorme e Alì si offre di prenderlo per farcelo conservare in una scatola come portafortuna. Rifiutiamo con cortesia. iprendiamo lauto (ogni volta che saliamo e scendiamo ci aprono e chiudono le portiere, a turno Alì e lautista), per andare ad una scuola di tappeti.
Seduti davanti ai telai, ci sono due o tre bambini (in maggioranza bambine) che lavorano con serietà e velocità esemplare. Un uomo del posto (che tanto per cambiare parla italiano) ci spiega il sistema di lavorazione. Lordito sul telaio viene fatto dai maestri (e in seguito sarà una fase del lavoro che impareranno solo gli uomini, perché è molto lunga e le donne non hanno tempo di eseguirla, dovendo svolgere i lavori domestici); per i tappeti di seta ci vogliono dagli 80 ai 100 nodi per centimetro quadrato e circa 3 mesi di lavoro di tre persone; per quelli in lana, dove i nodi sono solo 30/40 per centimetro quadrato, ci vogliono due mesi. Ce ne sono alcuni realizzati anche con il pelo di cammello. Le piccole dita delle bambine si infilano fra i fili dellordito con destrezza, annodandoli con velocità e con altrettanta velocità tagliandoli. Oltre alla scuola elementare obbligatoria, i bambini lavorano alla scuola dei tappeti per due ore al giorno (con una pausa fra unora e laltra per non stancare gli occhi... sarà vero?). Una volta che hanno imparato, viene dato loro un telaio e continueranno a lavorare a casa, insegnando a loro volta il lavoro ad altre due persone. Le bambine sono sporche e scalze e indossano delle lunghe scamiciate rattoppate e macchiate, ma tutte sorridono educatamente al turista straniero e mostrano docilmente il lavoro. Una più intraprendente mi strizza locchio con fare sicuro. Guardandole, così piccole e così serie, fiere del loro lavoro, già grandi e consapevoli della vita dura che devono vivere, mi chiedo chi sono io per aver avuto la fortuna di essere nata e vissuta in maniera tanto diversa.
Saliamo al piano superiore dove sono esposti per la vendita vari tipi di tappeti, da quelli di tipo arabo, lavorati dagli artisti, con disegni bellissimi a quelli pieni di errori dei bambini principianti. Dopo molte contrattazioni, non ne compriamo neanche uno, perché i prezzi sono per noi un po alti (uno piccolo di seta costa circa 30 dollari) e quelli di cammello invece, che costano molto meno, non ci piacciono.
Grazie Nilo (preghiera di ringraziamento egiziana dopo un pasto)
E mezzogiorno e ci dirigiamo ad un ristorante a Saqqara dove ci fanno assistere alla preparazione del pane; una donna seduta a terra ricava delle piccole pagnottine da una grande quantità di pasta di pane e le posa su una teglia cosparsa di farina scura, forse integrale, che poi inforna. Nel ristorante ci saranno 200 tavoli e una decina di giovanissimi camerieri, ma pochissimi turisti oltre noi due.
Ci sediamo e Alì va a mangiare ad un altro tavolo con lautista, nonostante il nostro invito a pranzare insieme a noi. Ma gli autisti hanno chiare indicazioni che vietano loro di mangiare insieme ai turisti (questa la spiegazione di Alì, che non so se sia una bugia o meno) e quindi Alì pranza con lui per fargli compagnia. Come antipasto ci servono tante strane salse di diversi colori, delle melanzane gratinate (o almeno credo), dei pomodori, dei peperoncini piccantissimi e uno strano frutto (o verdura) verde, crudo, tagliato a pezzi, dal sapore vago di melanzana, che si chiama Pearl. Non mangiamo molto, perche quasi nessun sapore è simile ai nostri e perché abbiamo paura delle vendetta di... Tutankamon (parafrasando quella di Montezuma del Messico). Poi ci portano del riso, che sembra cotto alla griglia e patatine fritte simili al polistirolo. La carne invece è gustosissima. Ordiniamo infine della frutta, e non essendoci le banane che dovevano avere una funzione astringente, optiamo per il watermelon, il cocomero.
Dopo pranzo, riprendiamo la strada principale per andare alle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, ma la strada è blocatta per un incidente. Una coda interminabile di camion sosta sotto il sole cocente, senza che nessuno si lamenti. Dopo aver percorso un buon tratto contromano, torniamo indietro e ci inoltriamo in una stradina di un piccolo villaggio ai margini della strada. Comincia lavventura. Come noi, molte altre auto si incamminano fra queste strette vie. Lo spettacolo (se così può chiamarsi) è sconvolgente. Le case non sono altro che pochi mattoni messi su con un po di fango, senza porte né finestre, né acqua né luce. Qualche fontana, di quelle a pompa, compare lungo la strada. Seduti fuori le case, donne anziane e bambini vendono viveri e strani oggetti: bambini corrono dietro le auto, guardando dentro timidamente, spargendo la notizia che alcuni turisti in automobile stanno arrivando. Al nostro altrettanto timido cenno di saluto, rispondono tutti con le loro manine, sorridendo, sghignazzando, sgomitando, felici... Hai visto? Mi ha salutato! sembrano dire. Guarda, ci salutano! Ciao! Welcome! Welcome! E mentre lautista, incastrato ad un incrocio strettissimo manovra per districare lauto, i bambini si agitano, i grandi danno indicazioni muovendo le mani, Alb scatta velocemente qualche foto ed io piango, di nascosto, dietro i miei occhiali da sole. Sono tutti scalzi, mezzi nudi, sporchi, polverosi, con le mosche che camminano indisturbate sui loro volti senza che possano scacciarle perché hanno le mani impegnate a trasportare cesti, verdure, sacchi sulle spalle e sulla testa. Ma tutti ridono, salutano, aspettando che prima siamo noi a farlo. In unaltra via, di fronte ad una fila di case, corre di pari passo una collinetta di spazzatura e fango, dove i bambini giocano con barattoli di latta e piccoli aquiloni ricavati da bastoncini di legno e vecchie buste nere di plastica. Il timore iniziale di venire aggrediti, a causa dellodio che possiamo suscitare in loro, noi ricchi stranieri intoccabili, svanisce lasciando il posto alla compassione e alla simpatia. Che strano, a distanza di tempo, ricordando questa scena mi sembrerà di vedere un film muto: né voci, né suoni, né odori sono rimasti impressi nella mia mente, solo delle immagini marroni polverose.
Prosegue il cammino fra le vie, fra manovre impossibili e strade quasi impraticabili. Riusciamo ad uscire dal villaggio, quasi a malincuore per me. Mi sarei fermata volentieri a parlare e a giocare un po con i bambini.
Ripresa la strada principale, ci fermiamo ad un negozio che vende papiri. Allinterno ci guida Rafat, che con una risata ogni tre parole ditaliano, ci illustra tutta la tecnica della lavorazione e prende lordinazione dei papiri scelti. Sono realizzati tutti a mano con un procedimento lunghissimo e poi dipinti dagli studenti delle belle arti. Dopo aver raccolto le piante del papiro, ne sbucciano il gambo e tagliano linterno bianco in sottili striscioline che mettono a mollo per 4/6 giorni; dopodiché, tutte le striscioline vengono messe luna a fianco dellaltra, orizzontalmente e verticalmente, senza lasciare spazio fra loro; il foglio di papiro viene messo poi sotto pressa per 8 giorni. Passato questo tempo, si ottiene un vero e proprio foglio di carta, rigido e scrocchiarello, molto resistente. Sui papiri sono raffigurate scene riprese da antiche pitture egiziane: noi acquistiamo quello raffigurante il matrimonio, sul quale scriveremo i nostri nomi, quello con i segni zodiacali, uno con lalfabeto e un altro con Tutankamon. Ce ne sono di tutte le misure, con colori accesi e disegni complessi. Il prezzo è modico e mi chiedo come riescano a trarne il profitto per ripagarsi le spese delle materie prime, della lavorazione e della percentuale della guida!
Soldati! Dalla sommità di quelle piramidi, 40 secoli di storia vi osservano.
Proseguiamo il nostro giro raggiungendo Giza, dove sorgono le piramidi di Cheope, Chefren, Micerino e la Sfinge, percorrendo la strada delle Piramidi, inaugurata dallimperatrice Eugenia di Francia nel 1869, in occasione dellinaugurazione del canale di Suez. La strada però, ha perso il suo fascino originale e così pure le tre piramidi, ormai quasi inglobate nelle case e nelle strade della città.
Si costruisca per me un monumento indistruttibile come nulla di simile è stato fatto dal tempo del Dio (...)
La mia piramide porterà il nome che proclamerà eternamente e per sempre: Cheope è colui che appartiene allorizzonte.
La prima piramide è quella di Cheope, la più alta fra tutte (ben 137 metri, ma allorigine ne misurava 146). Per cotruirla, racconta Erodoto, ci vollero ben 10 anni e il lavoro di 100.000 uomini, solo per portare la roccia di calcare dalle valle di Turah e altri 20 anni per innalzare la piramide. Peccato che il rivestimento originale di pietra levigata sia andato distrutto. Ora le pareti si presentano come un insieme di enormi blocchi di pietra squadrati, dal peso di 80/120 tonnellate circa ognuno. Al centro della piramide è conservato nella cripta il sarcofago di Cheope, ma per raggiungerlo bisogna camminare per altri 8 metri in una stretta e bassissima galleria dove manca laria. Ci riviene in mente unesperienza analoga avuta in Messico e lasciamo perdere. Nella zona furono anche ritrovate le 3 navi di Cheope, una delle quali è conservata nel museo appositamente costruito nel luogo, che portroppo è chiuso.
Dietro la piramide di Cheope si scorge quella di Chefren, suo successore, che volle costruirne una più alta, innalzandola anche su una zona in salita... ma non ci riuscì. In compenso, la sua piramide ha conservato su tutta la punta il rivestimento originale. Ognuna delle piramidi ha di fronte altre tre piccole piramidi, dove venivano sepolti i parenti (presumibilmente le mogli) del faraone o i nobili. Visitiamo infine la piramide di Micerino, la più piccola (108 metri). Risaliamo sullauto per raggiungere il punto panoramico: la vista è suggestiva. Da una parte si estende limmensa Cairo, nel cui cielo grigio spiccano i minareti delle moschee; dallaltra il deserto di dune e rocce, dove si avventurano i turisti sui cammelli. Signora, vuole cammello? Cosè una proposta per vendere mio marito, penso io?! Ma no, semplicemente lofferta di un giro su questi buffissimi animali che ruminano in continuazione con della schiuma verde in bocca e che di tanto in tanto lanciano dei forti urli gutturali. Ci lasciamo tentare dallavventura e per farci coraggio, saliamo tutti e due su un unico cammello. La parte più critica viene quando il cammello si rialza con noi sopra, movimento che avviente in tre fasi: prima si piega con il corpo in avanti e si mette in ginocchio con le gambe posteriori, poi si piega allindietro per alzare le gambe anteriori, poi di nuovo in avanti per drizzare quelle posteriori, il tutto fra le urla di panico mie e di Alberto. Comincia la camminata. Il cammello ha unandatura ondeggiante che fa dondolare anche noi due. Io, con una mano mi aggrappo stretta ad Alberto e con laltra mi tengo dietro, alla sella. Ad ogni passo, mi sembra di cadere di lato. In più, i mantelli di lana della sella ci bruciano le gambe nude. Ma ciò non ci impedisce di goderci lesperienza e di ridere a crepapelle... fino a quando il cammelliere che tira il cammello ci propone il galoppo! Nooo! Gridiamo allunisono, temendo che non ci dia retta. Scendiamo infine distrutti da una cammellata di appena cinque minuti, decisi a non prendere più in considerazione un prossimo tour delle oasi a dorso di cammello!
Risaliamo in auto per andare alla Sfinge. Prima di raggiungere la monumentale statua con testa umana e corpo leonino, attraversiamo il grande Tempio di granito, il Tempio della Valle, dove fu mummificato il corpo di Chefren. Oggi il tetto della navata centrale non cè più, ma lopera sembra ugualmente completa. Dopo aver percorso un corridoio sbuchiamo nel piazzale dove si trova la Sfinge... che strano, dalle foto che avevo visto sembrava molto più grande. E comunque molto affascinante, non tanto la testa, molto rovinata dalle cannonate di Napoleone, quanto la coda, enorme, quasi carnosa, che da dietro corre lungo un fianco attaccata alla coscia. Anche la testa della Sfinge, se non verrà restaurata entro 10 anni, crollerà.
Sono le quattro e mezzo e il sole picchia forte, bruciando la pelle, e il giallo che ci circonda crea un effetto di riverbero che brucia gli occhi. Il vento però, ci mantiene costantemente freschi. Ultima tappa del tour odierno è un bazar che, come dice appunto il nome, vende di tutto: papiri, piccoli mobili, piatti di rame, oggetti in oro e argento, suppellettili in varie pietre.
ornati in albergo, facciamo un bel tuffo in piscina, in un ambiente di completo relax: lacqua è molto profonda e calda, tuttintorno cè prato e si può prendere il sole sdraiati su morbidi lettini imbottiti e ricoperti con spugna. Non ci sono donne in acqua, ma solo uomini, bambini e qualche bambina con costume da bagno intero che arriva fino al ginocchio. Le donne arabe sono completamente vestite e solo io e qualche donna straniera indossiamo impunemente il bikini!
Ceniamo al buffet dellalbergo, con insalata russa e altre insalate simili, spaghetti tricolori in bianco con coscetti di pollo (io), gamberetti in insalata (Alb) e per dessert, un piatto stracolmo di dolci. Al buffet ce ne saranno almeno 20 tipi diversi, dalle torte alla frutta, alla crema, al cioccolato, alla panna, fino ai vari budini e crème caramel, tortini e pasticcini, tutti buonissimi, senza liquore come piacciono a me e soprattutto freschissimi.
Riesco a convincere Alb a fare un giro della città, che in realtà si limita allattraversamento del Nilo e a due passi per alcune vie sullaltra sponda. Siamo gli unici turisti occidentali. Tutti, gli uomini specialmente, ci (e mi) guardano fisso, sfacciatamente, non capisco se per curiosità, per ostilità o con spirito di gallismo. Alcuni poi, si comportano come dei veri e propri bambini, parlandoci in mille lingue contemporaneamente, tanto per far vedere che hanno capito che siamo stranieri (come se ci volesse tanto!). Le strade sono affollatissime, più che durante le ore di punta di giorno; cè gente che passeggia, che prende il fresco, seduta sulle balaustre del ponte o sui pochi metri quadri di prato, mangiando pannocchie o ciambelle con sesamo; qualche ragazzo ascolta in gruppo la musica a tutto volume da uno stereo portatile, altri vendono oggetti vari o collane di fiori di gelsomino.
20 agosto 1995 - IL CAIRO: MUSEO EGIZIO - MOSCHEA DEL SULTANO
CITTADELLA - IL CAIRO ANTICO - QUARTIERE COPTO
Vedo meraviglie!
Appuntamento alle 9.00 davanti allhotel - usciamo dalla porta posteriore che si affaccia sulla grande e caotica piazza El-Tahil. Sulla destra, limponente Palazzo che ospita il Museo Egizio. Nella prima sala subito saltano agli occhi le imponenti statue sedute di Ramesse II. E difficile elencare tutte le cose viste, ma alcune si sono impresse nella mente per la loro particolarità: cè per esempio la statua del Nano Seneb. Questuomo era veramente nano, ma gli egizi non avevano nessuna repulsione per le deformità fisiche, perciò il nano viene raffigurato nel suo aspetto reale. E seduto a gambe incrociate su un pilastro, con le mani giunte sul petto. Al suo fianco, la moglie lo cinge teneramente con il braccio. Sotto di lui, dove sarebbero dovute essere le due gambe ci sono i due figli, rappresentati con il dito in bocca (simbolo dellinfanzia). Affascinante è anche la statua dello scriba, seduto anchegli a gambe incrociate, con un rotolo di papiro fra le mani. Lacconciatura, simile ad un odierno caschettto, lascia scoperte le orecchie, ad indicare che lo scriba è sempre in ascolto e scrive ciò che sente. In una vetrina sono conservate le due statue sedute in calcare dipinto di Rahotep e sua moglie. Gli occhi sono incastonati con varie pietre che danno loro uno sguardo umano. Lui è vestito con il gonnellino ed ha la pelle scura, caratteristica degli uomini. Lei invece, indossa un abito bianco. Particolare da notare è il fatto che lui abbia dei baffetti, cosa inconsueta fra gli egizi. In unaltra vetrina, numerose statuette calcaree facenti parte di un corredo funerario, raffigurano vari mestieri dellepoca: si sono donne che fanno il pane e la birra e uomini che lavorano i vasi e cucinano. Attraversando numerose sale dove vediamo sarcofaghi, lastre con geroglifici, statue imponenti, cripte dipinte, piccoli oggetti appartenenti ai faraoni, imbocchiamo la scala che conduce al piano superiore. Lungo le pareti vi sono papiri originali con brani tratti dal famoso Libro dei morti.
Al piano superiore, la maggior parte delle stanze è dedicata allo stupendo tesoro di Tutankamon che conta più di 177 pezzi. Il primo che vediamo è lenorme catafalco in legno coperto con lamina doro che conteneva un altro sarcofago, che a sua volta ne conteneva un altro, tutti coperti con lamina doro. Il sarcofago più piccolo conteneva altri tre meravigliosi sarcofaghi antropoidi (cioè a forma duomo), uno dentro laltro. Uno dei sarcofaghi antropoidi è diventato il sarcofago per antonomasia dellAntico Egitto riportato su libri di storia o depliant. Tutti sono lavorati e intarsiati non solo con precisione, ma anche con un alto senso artistico. Nella lamina sono incastonate tante pietre colorate. Il volto del faraone è di unestrema dolcezza. Le sue braccia sono incrociate sul petto, nella classica posizione della morte; in una tiene lo scettro e nellaltra il frustino, simboli regali. Tutto è conservato perfettamente perché nonostante la camera funeraria in cui si trovava il sarcofago fosse stata violata alcune volte, i ladroni non avevano portato via nulla.
Ma lo spettacolo è appena iniziato. Limmenso corredo di Tutankamon comprende letti, sia fissi che chiudibili (conoscevano già la nostra cerniera!), varie sedie, fra cui il trono tutto doro contenente quattro vasi canopi in alabastro, il cui tappo raffigura la testa del faraone, tantissime statuine (dovevano essere 365) che rappresentano i servitori che Tutankamon avrebbe avuto nellaldilà, uno per ogni giorno dellanno, gioielli di tutte le fogge, armi tipo boomerang, vasi per unguenti, ventagli. Originalissimo il vaso per unguenti in alabastro che contiene un secondo vaso allinterno, la cui parete esterna è tutta decorata a colori. Mettendo una luce allinterno o semplicemente con la luce del sole, i disegni si riflettono sulla parete del vaso esterno creando un effetto magico. Peccato sia terminato il tempo a disposizione e soprattutto ci facciano male la schiena e le gambe, perché guardando questi oggetti si torna veramente indietro al tempo dei faraoni. Soprattutto, mi rendo conto che tutte le invenzioni avvenute nel corso dei secoli non sono altro che perfezionamenti di qualcosa che era già stato costruito; come una serie di anelli dietro laltro a formare una lunga catena, così la storia delluomo è strettamente collegata e i posteri hanno sempre beneficiato e attinto dai loro predecessori. Acquistiamo il catalogo del museo, con un po di sconto grazie ad Alì, perché sarà bello rivedere, anche se solo in foto, gli oggetti che ci hanno affascinato.
Andiamo a pranzare su una nave sul Nilo. Il pranzo è ottimo e abbondante: Alì mangia al nostro tavolo ed abbiamo modo di scambiarci un po di notizie sui rispettivi paesi. Scopriamo così che la corruzione che dilaga in Italia è niente a confronto di quella egiziana e che sono poche la strutture statali che funzionano. Per esempio, entrare in un ospedale pubblico può diventare un incubo che ti segna per tutta la vita.
Riprendiamo il giro, diretti alla Moschea del Sultano Hassan, un enorme complesso dellepoca dei mamelucchi. Allentrata ci sono gruppi di ragazzi che ascoltano musica o semplicemente si gingillano allombra. Dobbiamo toglierci le scarpe per entrare, ma camminiamo malvolentieri su questi vecchi e sporchi tappeti, specialmente io che non ho i calzini. Percorriamo alcuni corridoi interni fino ad arrivare al cortile, il Sahn, in cui si aprono quattro sale, le Iwan, dove in passato gli studenti studiavano la teologia del Corano. Al centro del cortile, la fontana delle abluzioni, dove una volta cera la cisterna, ora sostituita da moderni rubinetti. Una delle quattro sale, la iwan allest, cioè in direzione della Mecca, è il luogo dove i musulmani pregavano. Ci sono circa 70 catene con altrettante lampade che pendono dal soffitto, e la tomba di Hassan.
Usciti dalla moschea, riprendiamo lauto in direzione della Cittadella. Passiamo sotto ad un cavalcavia, dove ieri è caduto un camion con rimorchio, causando morti e feriti. Il camion è ancora lì, rovesciato e il guarde-rail sul cavalcavia non cè più. Arriviamo finalmente alla Cittadella, da cui si gode un panorama stupendo. Da una parte, su un monte roccioso, spiccano le antenne Tv a fianco della più antica moschea del Cairo, dallaltra si estende tutta la città, grigia, fumosa e polverosa. E veramente immensa, più di quanto si possa pensare, e se non nascondesse tanti luoghi ricchi di storia e di fascino, apparirebbe solo nel suo squallore di metropoli. Palazzi su palazzi, ai lati delle grandi arterie che portano fuori città, sono un esempio dellavanzare crescente della periferia. Più che una città, sembra un cantiere aperto: da una parte costruiscono, dallaltra demoliscono, mentre migliaia di persone vivono in edifici semidistrutti, ancora in costruzione o abbandonati. La terrazza su cui siamo affacciati è immensa e alle nostre spalle sorge la moschea fatta costruire da Mehemet Alì nel 1800. La Cittadella è molto simile ad una fortezza, con tanto di mura di cinta: fu fatta costruire da Saladino e in seguito fu sempre più ampliata dagli interventi dei mamelucchi e degli ottomani. Entriamo nel cortile della moschea: anche qui dobbiamo toglierci le scarpe e camminare su un pavimento di marmo arroventato dal sole, marmo proveniente dallItalia. Al centro del cortile, lenorme fontana delle abluzioni. A un lato cè una torre quadrata con un orologio che Luigi Filippo di Francia regalò a Mehemt Alì, contraccambiando il dono dellobelisco di Karnak che oggi si trova a Place de la Concorde a Parigi. Ma mentre il monumento egiziano domina sulla piazza a Parigi in tutto il suo splendore, lorologio francese non ha mai funzionato. Sempre sulla piazza spiccano i due alti minareti (86 metri) della moschea di El-Azhan. Entriamo finalmente nel tempio, indossando una ghellabey verde, che Alì ha laccortezza di infilarmi al contrario, per motivi di igiene. Ci sediamo a terra sui vecchi e pelosi tappeti che coprono per intero il pavimento. Alì comincia con voce cantilenante una lunga e tediosa spiegazione della storia della moschea, che cerco di seguire. Che differenza che hanno i templi musulmani da quelli cristiani. Salvo qualche fregio sullenorme cupola e sugli archi ed un pulpito non cè niente che distolga la mente. Ma nonostante ciò, non sento neanche per un attimo la presenza di Dio, il bisogno di un attimo di raccoglimento. Sicuramente anche a causa del via vai dei turisti e del poco silenzio, ma soprattutto perché non so dove concentrare lo sguardo e la mente per la preghiera.
Cè chi ha girato il mondo e lo descrive come fosse un vicolo.
Cè chi conosce solo un vicolo e lo descrive come fosse il mondo.
Usciamo dalla moschea e proponiamo ad Alì di fare una visita alla Cairo Vecchia, in particolare al quartiere copto, dove la minoranza cristiana vive in armonia con i musulmani. Ci intrufoliamo in piccole e sterrate viuzze, dove ci sono dei negozi e dei carretti che vendono frutta (fichi dIndia, meloni, cocomeri, uva bianca). Arrivati davanti allentrata della Chiesa Sospesa, scendiamo dalla macchina tentando di non mettere i piedi in una strana acqua marrone il cui odore ci toglie ogni dubbio sulla provenienza. Scendendo una scala attraversiamo un portale risalente allepoca romana e percorriamo delle stradine dove si affacciano porticine e finestre. Purtroppo, sia la chiesa di S. Giorgio che quella Sospesa sono chiuse, ma la visita è ugualmente affascinante perché ci ha permesso di scoprire un altro aspetto del Cairo. Riesco anche a fotografare qualcuna delle caratteristiche musharabie, le finestre a griglia in legno delle antiche case arabe, che fermano i raggi del sole ma lasciano passare il fresco vento del deserto.
Prima di rientrare in albergo, Alì ci conduce in un bazar dove vendono essenze e profumi. Dopo averci offerto la solita Coca-Cola, ci fanno vedere e annusare vari tipi di essenze, che unite allacqua formeranno i profumi. Anche se la visita ci dà un po fastidio perché insistono per farci comprare qualcosa, risulta però interessante perché scopriamo lorigine di moltissimi profumi comuni e il metodo di lavorazione dei fiori e delle piante da cui appunto si ricavano le essenze.
E terminato il giro con Alì, il quale però si offre di venirci a prendere in albergo alle 9.00 di stasera, a titolo di amicizia, come ci tiene a specificare. Salutiamo sia Alì che lautista con una buona mancia e rientriamo in albergo, passando sotto il solito archetto con il metal detector. La paura degli attentati è forte in Egitto, da quando nel 1992 alcuni integralisti islamici misero in sobbuglio il paese. La polizia è ovunque per le strade, ad ogni entrata delle rovine e degli alberghi ci sono metal detector e guardie che controllano zaini e borse. Ci dirigiamo in piscina per rinfrescarci e scriviamo qualche cartolina. Fa ancora caldo, ma in acqua si sta benissimo. Ci prepariamo per la cena e poi, dopo la solita abbuffata al ristorante dellalbergo, ci vestiamo bene ed aspettiamo Alì... che invece non arriva. Non so se non si è presentato allappuntamento perché gli abbiamo dato pochi soldi di mancia (20 dollari) oppure perché al contrario erano molti, ma in ogni caso non me lo sarei mai aspettato da lui, sempre così gentile e corretto. Va be, facciamo un giro per conto nostro e poi torniamo in albergo.
21 agosto 1995 - IL CAIRO - LUXOR
Ci svegliamo un po tardi e ce la prendiamo comoda nel prepararci e nel fare i bagagli, tanto Asuma (la guida) non verrà prima delle 11.30 per portarci allaeroporto. Facciamo anche qualche foto allalbergo e un giro per la piazza El Tahir, proprio dietro lalbergo. Mi dispiace dirlo, perché questo non fa parte delle spirito di un viaggiatore, ma il popolo arabo proprio non mi piace: è sporco, disordinato, arrangiatore, straffottente, servile. Basta vedere come ti guardano quando cammini tra loro! Una passeggiata costa dura fatica, non per il caldo, ma per gli sguardi pesanti della gente comune e per gli abbordamenti e le offerte insistenti delle guide e dei taxisti. Torniamo in albergo, dove Asuma, puntualissimo, ci viene a prendere per portarci allaeroporto. Qui aspettiamo quasi due ore prima di prendere laereo, che naturalmente parte in ritardo. Peccato aver perso la giornata di oggi così, a metà fra Il Cairo e Luxor. I viaggi vengono meglio quando li organizziamo da soli, senza buttar via tempo e perderci niente.
Scorre attraverso il vecchio Egitto silenzioso, attraverso le sue sabbie. Come un grave possente pensiero, tessendo un sogno...
Dallaereo però, la vista compensa lattesa. Poiché non saliamo ad altissima quota, possiamo gustarci tutto il panorama. Alla partenza, le case grigie del Cairo, che sfumano alla periferia, confondendosi nella sabbia e nella roccia del deserto; poi tutto il deserto, fatto non di dune ma di montagne scavate dal vento, dove scorrono stradine bianche simili a quelle erose dai ghiacciai. Ma il momento più bello è quando ci avviciniamo a Luxor. Voliamo proprio sopra il Nilo, una striscia azzurra, fra due strisce verdi e un mare giallo e marrone. A mano a mano che scendiamo, cominciamo a distinguere le prime case, le feluche sul Nilo, i campi coltivati a piccole strisce colorate perpendicolari al fiume. Laereo vira lateralmente per imboccare la pista che è praticamente in mezzo al deserto. Vorrei rimanere ancora un po sospesa in aria per guardare ogni piccolo particolare e gustarmi il paesaggio! Arrivati a Luxor, dove la temperatura è di 38°, ci attende unaltra guida che ci porta fino alla nave da crociera, spiegandoci qualcosa sulla città. Siamo sulla riva est del Nilo, dove vivevano gli egiziani e dove sorge il sole; sullaltra sponda a ovest, dove il sole tramonta e quindi muore, ci sono le tombe dei faraoni. Luxor in arabo vuol dire la città dei palazzi, ma una volta si chiamava Tebe, dal nome che gli dettero i greci paragonandola alla loro città greca. Qui visiteremo i famosi templi di Luxor e Karnak.
Pranziamo alle 4, soli nella sala ristorante ed avendo il pomeriggio libero, andiamo a piedi fino al centro delle città (circa 7 chilometri).
Una cosa noiosissima dellEgitto è che per ogni metro che un turista percorre è assillato da offerte di ogni genere (taxi, feluca, calesse, papiri, souvenir, acqua, ristoranti, guida, ecc.). E difficile mantenersi pazienti e soprattutto rimanere cortesi. Dopo un lungo camminare ci ritroviamo nelle stradine della parte più vecchia e povera: le strade non sono asfaltate e il terriccio che le ricopre si infila dappertutto ad ogni folata di vento, in più escrementi di cavalli e immondizia varia, sono dappertutto ed io, con i sandali, mi ritrovo i piedi neri di sporcizia, come un qualsiasi abitante del luogo. I negozi sono sudici ed espongono di tutto: frutta, verdura, pane, vestiti, musicassette, cè anche qualche farmacia, ma gli avventori sono pochi. Gli uomini fumano il narghilè seduti sui marciapiedi, i bambini si rincorrono o ci vengono dietro dicendo Hallo!, le donne, coperte fino agli occhi, portano le sporte in equilibrio sulla testa, con andatura ondeggiante. Gli occhi sono tutti puntati su di noi e se ci fermiamo a guardare qualcosa, siamo subito assaliti! Lungo la strada un bambino magro e sporco ci viene dietro cantilenando in un misto di francese e arabo San Martino campanaro e chiaramente non smette fino a che non gli regaliamo qualche soldo. Un altro, con un vestito sporchissimo e una mosca che gli succhia le lacrime direttamente da un occhio, si offre di pulirci le scarpe: mi guardo i piedi nudi, che forse avrebbero veramente bisogno di essere puliti, e poi dò una lira al bambino, scacciandogli la mosca e chiedendogli come si chiama: Hassan, mi risponde, con uno sguardo che viene da altri luoghi, lontani cento miglia dalla nostra vita.
Torniamo in albergo con un taxi e dopo una bella doccia, andiamo ad assistere allo spettacolo Suoni e Luci a Karnak. Arriviamo quando il sole sta per tramontare e gli ultimi raggi illuminano tenuemente le rocce ancora roventi. Siamo in un gruppo di persone di lingua inglese: abbiamo scelto di venire a questo spettacolo, perché quello in lingua italiana cè domani, ma alle 23 e a quellora saremo stanchi e non potremo gustarcelo. Un gong annuncia linizio dello spettacolo: siamo invitati ad entrare, attraversiamo la strada fra statue di leoni e pilastri enormi. Poi è tutto un susseguirsi di suoni, voci doltretomba e luci proiettate in alternanza su vari punti del luogo: leffetto è veramente suggestivo, perché ogni parte che viene illuminata, viene poi descritta dalla voce degli altoparlanti, sistemati in maniera tale da sembrare invece che a parlare siano veramente gli dei o i faraoni da dietro un muro. Camminiamo tra le rovine, fermandoci ad ascoltare e a guardare i vari resti di mura, statue, portali o geroglifici illuminarsi e rivelarci i segreti dellAntico Egitto. Arriviamo infine ad una gradinata che si affaccia sul Lago Sacro e lì, seduti per una buona mezzora, ascoltiamo la statua di Karnak, di Luxor, del dio Amon, di Tutankamon, di Ramsete II e della Regina Aschepsut. Il vento muove le fronde delle palme, in lontananza si sente la preghiera dei musulmani, le luci bianche, gialle e blu si accendono e spengono in perfetta sincronia con le voci e le musiche. Per un attimo mi trovo nellAntico Egitto, durante i festeggiamenti in onore del dio Amon, in occasione dellinizio del nuovo anno. Solo qualche flash delle macchine fotografiche mi riporta alla realtà.
Torniamo sulla nave per la cena e poi ce ne andiamo a dormire.
22 agosto 1995 - LUXOR - KARNAK
Sveglia alle 8.00 e dopo la colazione ci avviamo a piedi al centro di Luxor per confermare il volo di rientro e visitare il museo. Anche questa volta lungo la strada siamo affiancati e assillati dalla gente del posto; peccato non poter passeggiare liberamente godendo del panorama sul Nilo. Il museo è piccolissimo ma ha dei pezzi interessanti: oltre ad oggetti di uso quotidiano, gioielli e vasi canopici, ci sono delle bellissime statue in calcaree e unimmensa parete di quasi 300 pezzi rimessi insieme: è il muro dei Talatati, appartenente a uno dei templi che Akenathon aveva fatto costruire a Tebe. Si possono scorgere il Re e la Regina che rendono omaggio ad Athon, e da una parte il magazzino dove sono accatastate le più diverse mercanzie. Nonostante manchino dei pezzi, i disegni conservano ancora i colori originali. Prima di pranzo andiamo a rinfrescarci alla piscina dello Sheraton. A pranzo facciamo la conoscenza del gruppo di italiani del quale faremo parte durante la crociera.
Nel primo pomeriggio andiamo a visitare (questa volta alla luce del sole e non dei fari) le rovine di Karnak. Reda, la guida, parla molto bene italiano e le storie che ci racconta sono affascinanti quanto il luogo. La parte che più mi colpisce sono le enormi colonne a forma di fiore di papiro, subito dopo lentrata: sono quelle del Grande Tempio e sovrastano imponenti su tutto il resto dei ruderi. Poi dappertutto ci sono statue sedute e in piedi, sfingi, cappelle, nicchie, tratti di mura, camere e colonne. Cè addirittura una sala parto riservata alla moglie e alle concubine dei faraoni, con tanto di sala travaglio e nursery, nonché il tavolo operatorio. Tutte le pareti sono coperte di geroglifici e scene di vita quotidiana, di battaglia o di vita nellaldilà; alcuni conservano i colori, a dispetto del tempo, delle intemperie e dei terremoti. Faccio fatica a credere che quello che ho sempre visto sui libri ora sia proprio davanti ai miei occhi, in tutta la sua semplice magnificenza. Non posso paragonare questi luoghi a nessun posto finora visitato in vita mia: niente è così imponente, suggestivo, perfetto e misterioso. Ogni pezzo di pietra ha un suo scopo, una sua storia, un suo segreto. Nonostante il caldo, rimarrei delle ore qui dentro.
Prima di salire sul pullmino veniamo circondati da un gruppo di bambini che chiedono caramelle, soldi, regali.
Sulla nave, dopo una doccia rigenerante, andiamo a cena. Come al solito, cè una vastissima scelta di antipasti, primi e secondi piatti, contorni e dolci; la cucina è internazionale ed a fianco di qualche piatto tipico egiziano, non mancano i nostri macaroni, le uova sode, vari tipi di insalata e formaggi, pollo, carne arrosto.
... Si piegò da un lato allaltro come fiore scosso dal vento.
Gli orecchini tintinnavano nellaria, la seta scintillava nella luce, e bagliori invisibili le esplodevano dalle braccia, dai piedi e dalle vesti facendo divampare gli uomini.
Dopo cena siamo invitati alla sala al piano superiore ad assistere alla danza del ventre: purtroppo non si tratta di un grande spettacolo, sia perché la ballerina è bruttissima, sia perché non si muove un gran ché bene. Il tutto è stato organizzato solo per far divertire gli ospiti della nave, in particolare gli inglesi del gruppo Thomson, lunico gruppo oltre il nostro, i cui componenti non si fanno pregare per esibirsi in ridicole e buffe movenze a fianco della danzatrice.
23 agosto 1995 - LUXOR - VALLE DEI RE - VALLE DELLE REGINE - EDFU
Finalmente fatta splendida scoperta nella valle: magnifica tomba con sigilli intatti, richiusa in attesa vostro arrivo; congratulazioni.
Sveglia alle 6.00 per andare a visitare la Valle dei Re e quella delle Regine, evitando il caldo di mezzogiorno. Prendiamo un battello che dalla nave ci porta allaltra sponda, poi un pullmino fino alle famose tombe. Il percorso si snoda lungo il deserto, dove qua e là compaiono case di fango coperte di paglia, asinelli, bambini, vacche e capre. Sono appena le 7.30 ma fa già caldissimo; dalla parte ovest del Nilo, infatti, la temperatura è più alta. Arriviamo in un piazzale e scesi dal pullmino facciamo un tratto a piedi in salita che ci lascia tutti senza fiato. Fra le rocce e la sabbia che ci circonda vediamo le prime aperture delle tombe, tutte ipogee, cioè scavate sottoterra. Di tutte quelle ritrovate dagli archeologi (62 fino ad ora), solo 6 sono aperte. Per evitare infatti, che le visite dei turisti (e quindi lumidità, la polvere, il calore) le rovini, vengono aperte a turno durante lanno. Qui sono sepolti i più famosi faraoni della storia egiziana: Ramsete II, III, IV, Amenof, Tutmosi, Tutankamon. Pressocché identiche nella pianta e negli affreschi, in realtà ogni tomba racconta la vita, la gloria, i difetti e le virtù del faraone a cui appartiene. Sulle pareti sono raffigurate le varie fasi della mummificazione del corpo del defunto, gli oggetti che questo porta con sé nel viaggio dopo la morte, le offerte asciutte e liquide in dono agli dei, ma soprattutto il vero viaggio nellaldilà, dove il faraone dovrà rendere conto al dio Osiride della sua vita, facendo vedere quanti nemici ha ucciso giustamente, quanti criminali ha punito, quante guerre ha fatto, se ha governato bene il suo popolo e se il suo è stato un buon regno. Il suo cuore verrà pesato sulla bilancia per decidere se la sua anima merita di essere salvata. Nel suo viaggio, il faraone è accompagnato dagli dei protettori, Horus, Iside...Tutto è raffigurato con immagini simboliche, figure del faraone e degli dei affiancate dai nomi, e la storia è raccontata con i geroglifici. Su molte pareti le sculture sono intatte e i colori ancora brillanti, senza che siano stati restaurati. Entrando nelle tombe e seguendo lungo le pareti il tragitto che compie il faraone nellaldilà, sembra veramente di entrare in un altro mondo. Questi strani segni, attraverso la bocca della guida, ci svelano i segreti della vita degli antichi egizi, la loro religione, il loro modo di pensare. Ma limpressione più strana che ho è quella di irrealtà, avendo sempre visto i geroglifci e le pareti decorate solo sui libri, mi sembra quasi che quelli che mi trovo davanti non siano reali, ma messi lì per far contento il turista, tanto sono perfetti! La visita alla tombra di Tutankamon è facoltativa: è piccolina e a dire della guida non vale la pena visitarla. Ci racconteranno poi i tre ragazzi che lhanno visitata che, anche se piccola, conservava dei bei dipinti e geroglifici sulle pareti.
Riprendiamo poi il pullmino e prima di raggiungere la valle delle Regine, ci fermiamo (fuori programma) davanti al Tempio di Aschepsut, giusto il tempo necessario per fare qualche foto. Il nome esatto del tempio funebre è Dair el-Bahar e fu costruito per lunica regina della storia egizia, dal suo architetto, ed amante, Senenmut. E perfettamente incastrato nella parete di una montagna, molto simile nello stile architettonico ad opere dellepoca greca o romana. Il suo colore (lo stesso della sabbia del deserto che lo circonda) e la sua particolare posizione fanno sì che il tempio si inserisca perfettamente nel paesaggio. E qui che qualche anno fa fu rappresentata lAida, unopera scritta da Mariette (fondatore del museo Egizio) in occasione della visita della Regina Eugenia in Egitto. La storia è ispirata alla vita del sovrano Ismail, che decise la costruzione del canale di Suez, e fu poi musicata da Verdi. Il tempio è costituito da tre terrazze, una sopra laltra, collegate da una scala centrale. Peccato non poterlo visitare, ci accontentiamo di qualche foto e di qualche particolare visto con lo zoom della macchina fotografica.
Risaliamo sul pullman e arriviamo, dopo un percorso in mezzo al deserto, dove qua e là si scorgono piccoli agglomerati e qualche campo coltivato, alla Valle delle Regine. Qui le tombe appartenevano esclusivamente alle regine e ai figli del faraone. Visitiamo la tomba di Amonkhopshef, una delle poche ben conservate. Come nelle altre tombe, entrando, la poca aria che circola ha un odore particolare, un misto di chiuso, umido e fango, quasi manca il fiato. Ciò che mi solpisce di più è un affresco sul soffitto della camera ipostila rappresentante la dea Nut, la dea del cielo: è raffigurata con un corpo allungato, che copre tutta la lunghezza di tre dei quattro lati del soffitto quadrato, avvolgendo e quindi proteggendo Amenkhopshef; con la bocca ingoia la luna e dalla vagina le esce il sole, mentre le stelle le attraversano tutto il corpo... il giorno che segue la notte e la vita che segue la morte. Fra tutte le tombe, scorgiamo anche quella di Nefertari, di cui abbiamo visitato la mostra questinverno a Roma, ma che è ancora in corso di restauroe che verrà aperta solo a novembre. Poiché allinterno di tutte le tombe è vietato scattare fotografie, anche senza il flash, compriamo una serie di cartoline a ventaglio, dove sono riprodotte le scene più belle. Proseguiamo la visita andando ad un villaggio famoso per la lavorazione dellalabastro. Tutte le case del villaggio, sempre molto semplici, sono affrescate sulle facciate con enormi dipinti colorati, raffiguranti il viaggio che il proprietario ha fatto alla Mecca, meta di pellegrinaggio di ogni musulmano, almeno una volta nella vita. I colori accesi dei disegni contrastano enormemente con il marrone del fango dei mattoni e il grigio della polvere che, come la nebbia, avvolge tutto il villaggio. Ci fermiamo proprio davanti ad un negozio dove vengono lavorati e venduti vari oggetti in alabastro. Allesterno, sotto una tenda, lavorano quattro uomini seduti a terra, con le loro ghelabbey sporche e logore, usando vecchi arnesi. La guida ci spiega le varie fasi della lavorazione di un vaso mentre gli operai ce la illustrano con i loro strumenti. Prima si ricavano vari blocchi di alabastro di diversa grandezza, secondo loggetto che se ne vuole ricavare; poi ciascun blocco viene avvolto con una garza e della calce in modo che quando viene messo a terra e forato con un trapano a mano, non si spacchi. Poi, sia linterno che lesterno del vaso vengono levigati con una pietra più dura che gli conferisce la forma finale. Entriamo nel negozio, ma niente ci colpisce e soprattutto i prezzi non sono molto economici per noi. Ma appena usciti, gli operai ci regalano qualche pezzo di alabastro della grandezza di un sasso e si offrono di farsi fotografare mentre lavorano, in cambio di qualche lira egiziana. Nel frattempo, da tutto il villaggio sono accorse frotte di ragazzini in cerca di bakscisc, gomme, caramelle o penne, ma vengono cacciati con bastoni e calci dai capi del villaggio. Stessa cosa avviene quando più tardi, lungo la strada, ci fermiamo per fare qualche foto al paesaggio: le guardie tengono lontane alcune bambine, perché la legge proibisce loro di fare lelemosina. (Scoprirò solo al momento di rivedere le foto, che quelle bambine non tendevano le braccia per chiedere lelemosina ma per mostrarci delle bambole fatte a mano che forse volevano venderci...). Ci fermiamo poi ai Colossi di Mnemone, due enormi statue sedute, raffiguranti il faraone Amenof, fatte con vari pezzi di pietra. Una volta si trovavano appunto davanti al tempio funebre di Amenof III, a Tebe; ora invece sorgono anacronisticamente in mezzo ai campi coltivati, sul ciglio di una strada.
E quasi mezzogiorno, il caldo diventa insopportabile, ma peggio ancora sono gli sbalzi di temperatura fra lesterno e linterno del pulmino, dove laria condizionata ci gela il sudore. La sete è costante, abbiamo già bevuto due bottiglie di acqua, ma per fortuna, nonostante si sudi molto, non abbiamo quel senso di appiccicoso su tutto il corpo. Arriviamo al battello, dove dobbiamo aspettare il rientro del gruppo inglese. Una volta sulla nave, ci rinfreschiamo e pranziamo. Inizia la navigazione, ma ho tanto sonno: che strano, mi prende sempre sonno dopo pranzo e avendone la possibilità è bellissimo dormire unoretta. Alb invece rimane sul ponte a giocare a ping pong, a fare quattro chiacchiere con il gruppo di italiani e a scattare foto al paesaggio lungo il nilo. Al mio risveglio, salgo sul ponte e faccio un bagno in piscina della nave, della misura di una vasca da bagno!
Dopo un po arriviamo alla diga di Esna, è quasi sera. Appena ci accostiamo, mentre aspettiamo che aprano la diga per farci entrare e fare poi alzare il livello dellacqua, si avvicina allo scafo una miriade di barchette con a bordo venditori ambulanti (è proprio il caso di dirlo) che lanciano sul ponte della nave delle buste di plastica contenenti magliette, ghellabey, tovaglie, tappeti, e urlano prezzi in italiano, spagnolo, inglese, francese e arabo. Iniziano le contrattazioni e i lanci dei vestiti: i nostri lanci purtroppo finiscono spesso in acqua, mentre quelli dei venditori hanno una mira straordinaria, nonostante la posizione di netto svantaggio, stando ad almeno 15 metri più in basso, in precario equilibrio in piedi sulla barca, mentre un rematore fa del tutto per mantenersi attaccato allo scafo. Una volta raggiunto laccordo sul prezzo, il venditore manda su un altro pacchetto nel quale il compratore mette i soldi prima di restituirlo. Cè anche il tempo per scambiare qualche battuta. Poiché io sono una che riesce bene a trattare i prezzi, gli egiziani mi dicono di stare zitta, dicendo scherzando, che sono unitaliana mafiosa; uno mi offre 20 cammelli per andare via con lui, un altro mi chiede di tirargli un bacio, cosa che faccio scatenando risa, gioia e grida di saluti. Nel frattempo, sulla spiaggia, dei bambini ci chiedono caramelle, profumi, shampoo o qualsiasi altro regalo, gridando in tutte le lingue.
Ci muoviamo infine verso la diga, incanalandoci fra due pareti di cemento armato. Davanti a noi, altre due navi, e dietro una terza, tutte in fila, in attesa che si alzi il livello del fiume per poter andare al di là della diga e riprendere la navigazione. Arriviamo dopo cena a Esna e dopo qualche chiacchiera ce ne andiamo a dormire, non avendo la possibilità di fare un giro in città, perché considerato pericoloso, come ammesso dallo stesso Reda.
24 agosto 1995 - ESNA - EDFU- ASSUAN
Ci siamo alzati presto per andare a visitare il tempio di Edfu, dove arriviamo con un pulmino, lungo strade polverose con ai lati negozi circondati come al solito da vecchie automobili, carretti, asinelli, bambini e cammelli. Il tempio di Edfu è spettacolare, anche se non come quello di Karnak; dedicato a Horus, il dio dallaspetto di falco e protettore dei faraoni, fu eretto per celebrare le nozze di questo dio con Hathor, la dea di Dendera (altra località lungo il Nilo), nozze che venivano qui festeggiate ogni anno. Allentrata, due pylon (cioè portali) ci introducono nel tempio. Sulle mura di cinta esterne sono raffigurate a grandezza enorme, scene del faraone che sacrifica dei prigionieri al dio. Allinterno del tempio, un cortile, su un lato del quale si trovava la biblioteca che conteneva un grandissimo numero di papiri, la cui catalogazione è incisa sulle pareti: alcuni di questi fogli riportavano la cura di malattie, le stesse per le quali i sudditi venivano a pregare il dio, chiedendo la guarigione. Dopo un dedalo di enormi colonne, dai capitelli a fiori di papiro, di loto e di palma, si entra nella seconda camera ipostila e nelle numerose stanzette ognuna usata per una particolare fase del culto. Mentre la guida racconta una vita di altri tempi, nella mia mente si alternano i faraoni, le feste, le statue e le immagini di vita reale che si scorgono sopra il muro da un lato del cortile: una donna completamente vestita di nero trasporta una cesta sulla testa, un bambino tira un asinello, mentre altri si rincorrono sotto file di panni stesi.
Terminata la visita, tornando a piedi al pullmino, dobbiamo attraversare una specie di mercatino (dove a poco prezzo compriamo due ghellabey da indossare alla festa in costume di stasera sulla nave) ed una strada affollata. Scattiamo foto a raffica, mentre regaliamo qualche piastra ai bambini e rischiamo di essere investiti da auto e carrozze. Un ragazzo che si era avvicinato a chiedere lelemosina viene violentemente strattonato, picchiato e trascinato via dalla strada principale, verso un vicolo. Lui urla cercando di fuggire dalluomo che lo picchia (che non credo sia il padre), mentre altri uomini si avvicinano, dicendo no problem a me che guardo la scena atterrita. Nonostante Alberto mi dica di andar via, di non immischiarmi, io rimango a guardare gridando che lo lascino stare, ma luomo continua a picchiarlo e gli altri ripetono no problem. Insisto per restare, sperando in cuor mio che la mia presenza li faccia desistere ed infatti, finalmente luomo lascia la ghellabey del bambino con cui lo teneva fermo e questo si rifugia lontano da lui, piegato in due con le braccia strette sulla pancia. E sicuramente giusto che gli adulti insegnino ai bambini a non vivere di elemosina, ma forse dovrebbero farlo in maniera meno violenta. E poi, bellesempio che danno: sono loro i primi, gli adulti, a chiedere la mancia non appena avvicinano un turista.
Sul pullmino, ancora scioccata per la scena a cui abbiamo assistito, apro il finestrino per scattare delle foto, ma ci avvolge una nuvola di polvere; Reda inoltre, mi avverte di stare attenta, perché se sporgo fuori il braccio, rischio di farmelo portare via dalle carrozze che ci corrono a fianco.
Chi non sa, o Volusio, a quali mostri lEgitto vota i suoi culti insensati? Gli uni adorano il coccodrillo. Gli altri sono presi dal terrore davanti allIbis rimpinzato di serpenti.
Ritornati a bordo, ricominciamo a navigare e il tempo di dormire un po dopo pranzo che siamo già arrivati a Kom Ombo, altro tempio stupendo. Sono le 15.30 e il sole picchia forte sulle nostre teste, non dandoci tregua. Ci spostiamo allinterno delle rovine non in cerca di qualche scorcio particolare, ma di un riparo alla scarsa ombra dei ruderi.
Il tempio di Kom Ombo era dedicato agli dei Haroeris, il falcone, e Sobek, il coccodrillo. Questo animale era molto temuto allepoca, tanto che prima dellera faraonica, gli antichi egizi sacrificavano ogni anno una ragazza vergine dandola in pasto ai coccodrilli. Poiché il tempio era dedicato a due divinità, cera una dura lotta fra i due gruppi di cultori, che non facevano altro che denigrare il culto del dio opposto a favore del proprio. In particolare, i sacerdoti seguaci di Haroeris, catturavano i coccodrilli con un pozzo profondo scavato allinterno del tempio dove nascondevano delle trappole (e che serviva anche come misuratore della profondità del Nilo) e poi imprigionavano gli animali in apposite celle (ancora visibili) per poi ucciderli crudelmente.
Particolare impressionante sono i ferri chirurgici raffigurati su una parete: ci sono tutti quelli utilizzati per il parto e per laborto, a testimonianza delle grandi conoscenze scientifiche di questo popolo.
25 agosto 1995 - ASSUAN
Niente Abu Simbel... peccato! Purtroppo la guida di Luxor non ha avvertito quella di Assuan e perciò la Misr Travel non ci ha organizzato il tour. Unoccasione persa che chissà se ricapiterà nella vita. La mattina andiamo a visitare il tempio di Philae, con un vecchio e poco affidabile motoscafo. Il tempio una volta sorgeva sullisola di Philae, ma fu spostato, con un immane lavoro di 8 anni, sulla vicina isoletta di Aegilka per evitare che venisse sommerso dalle acque una volta costruita la diga di Assuan. LUnesco si è occupata del trasloco ed anche se non ho avuto modo di vedere il tempio nel suo sito originario, credo che non abbia perso neanche un po del suo fascino. Sorge su un piccolo promontorio, circondato da una verde vegetazione e le sue colonne si rispecchiano nel blu delle acque del Nilo e riflettono nellazzurro del cielo. Il tempio era dedicato ad Iside ed era meta di pellegrinaggi di faraoni, abitanti della Nubia ed antichi greci. Allombra di un enorme porticato sorretto da colonne mastodontiche, ascoltiamo Reda mentre ci illustra la storia di questo tempio. Ma purtroppo, la mente vaga, in parte distratta da altri gruppi di turisti e in parte affascinata dal luogo, e della spiegazione di Reda non rimangono che poche parole nella mia memoria. Il pylon principale è tutto decorato con scene di massacri e sacrifici di prigionieri eseguiti per ordine del re Tolomeo Aulete, il padre di Cleopatra. Attraversando varie stanze interne, arriviamo al pronao del tempio, che fu poi trasformato in chiesa. Arrivando allultima stanza, grazie alla asimmetria con cui è stato costruito il tempio, guardando verso lesterno, si può vedere il corpo di Iside raffigurato su una parete. Su tutte le pareti si ripetono scene di nascita, di vita e di morte, sacrifici, viaggi dopo la morte, culti agli dei, scene di battaglia. Ogni minimo particolare era raccontato con minuzia e precisione, per tramandare la potenza del faraone, la sua gloria o semplicemente la sua memoria ai posteri ed entrare nella storia. Terminata la spiegazione, Reda ci lascia qualche minuto per fare un giro per nostro conto. Ci si avvicina allimprovviso un guardiano del luogo che con fare circospetto ci fa cenno di seguirlo, portandosi lindice sulle labbra per farci capire di rimanere in silenzio. Facendo bene attenzione che nessuno ci scorga, spinge una porta fatta di rete metallica, ci fa entrare e poi la richiude, fermandola con una pietra. Poi fa cenno di seguirlo lungo la scala che porta fino ad una terrazza da cui ci si può affacciare nel lago: siamo praticamente sopra il tempio e la vista toglie il fiato. Poi, parlando un po in inglese e un po in italiano, luomo ci conduce in una stanza dove ci indica lungo le pareti le varie fasi della mummificazione del corpo del faraone. Apprendiamo così che questa era la stanza dove avvenivano le pratiche di conservazione e sepoltura del corpo del defunto. Scattiamo qualche foto e dopo aver dato alla guardia limmancabile mancia, ce ne usciamo quatti-quatti, consci di aver commesso uninfrazione, ma consapevoli anche che ogni turista qui ha fatto la nostra stessa cosa, sotto gli occhi ipocriti delle guide che ci accompagnano.
Al piccolo molo dove ci attende la barca siamo assaliti da vari venditori ambulanti, con la stessa solita mercanzia nelle mani. Acquisto alcune collane per poche lire egiziane
Durante il tragitto di ritorno, il motore della barca sembra non farcela più e solo dopo molta fatica (e molte preghiere) si riesce a rimetterlo in moto. Reda nel frattempo ne approfitta per fare sfoggio di sé, bevendo lacqua del Nilo con un bicchiere trovato sulla barca, ma avendo cura di pulirlo prima di usarlo.
Raggiungiamo finalmente il pulmino e ci dirigiamo alla famosa diga di Assuan. Il paesaggio è sempre più brullo, roccioso e sabbioso. La diga è immensa. Percorriamo un ponte strettissimo (mi meraviglio di come si possa attraversarlo nei due sensi contemporaneamente) e da qui vediamo i dispositivi antimina ed i cannoni a protezione della diga, orgoglio e allo stesso tempo tallone di Achille dellEgitto. La diga è unopera di grande ingegneria e se non bastassero gli occhi per rendercene conto, ce lo confermerebbero tutte le cifre che compaiono sui cartelli esplicativi. E incredibile pensare che la vita di uomini e animali di tutto lEgitto dipenda da questo spesso muro di cemento!
Prima di tornare sulla nave, ci facciamo lasciare al mercato delle spezie: è il primo vero momento di libertà di cui godiamo da quando è iniziato il viaggio, lunica occasione che abbiamo avuto di girare senza guida, gruppo, orari e paura. Il mercato è impressionante, non tanto per la varietà della merce esposta, quanto per la sporcizia e la miseria. La polvere è dappertutto, per non parlare delle mosche. I bambini ci corrono a fianco, chiedendoci caramelle o qualche soldo. I grandi ci invitano a visitare i loro banchi e i loro negozi. Dopo aver acquistato vari sacchetti di spezie, passeggiamo liberamente per le strade. Ci sono venditori di spezie, tappeti, varie suppellettili in oro, rame, alabastro e pietre preziose. Due o tre macellai espongono un unico pezzo di carne (che nessuno in Occidente si sognerebbe di comprare), mangiato dalle mosche e quasi al limite della putrefazione. Il pane viene trasportato in lunghe teglie in bilico sopra alla testa: basterebbe poco perché si rovesciasse e cadesse a terra, ma credo che questo lascerebbe completamente indifferenti sia il venditore che gli acquirenti, che si limiterebbero a raccoglierlo e a rimetterlo a posto. Appena ci fermiamo per scattare qualche foto, i bambini si tuffano nellinquadratura dellobiettivo, nella speranza di essere immortalati e ricompensati con qualche spicciolo. Andiamo vagando insieme ad unaltra coppia di ragazzi che ci ha pregato di andare con loro per aiutarli negli acquisti. Cè anche un venditore di piccoli coccodrilli ed un bambino li prende da un secchio e se li posa sulla testa, sorridendo, pronto per la foto, con una mano che stringe il coccodrillo e laltra tesa verso di noi in attesa della mancia.
Torniamo alla nave con un calesse, il cui autista allunga un po troppo le mani. Solita discussione sul prezzo (questi egiziani sono tremendi!) e poi, stanchi ed affamati, saliamo sulla nave. Dopo una rinfrescata veloce, mangiamo al buffet e ci riposiamo per unoretta in attesa della visita pomeridiana.
Per un pittore niente supera la bellezza di queste imbarcazioni, che scivolano sul fiume con le bianche vele frementi e spiegate al vento.
Si parte, questa volta in feluca, alla volta della tomba dellAga Khan, costruita in cima ad una collina. Il viaggio in feluca rispecchia a pieno il ritmo della vita in Egitto. Si percorre a zig-zag un lungo tragitto, sfruttando il vento con le vele quadrate, ascoltando il rumore dellacqua, il vento fra le vele e le cime tese. Reda, come al solito parla, io guardo affascinata il paesaggio, la trasparenza dellacqua, la vegetazione sulla riva e il deserto in lontananza, la veste del marinaio lacera e sporca, una mosca che si posa sulla ferita aperta che ha sulla caviglia. Niente sembra importante per queste persone, niente dà loro fastidio, non so se siano assuefatti al caldo, al sole, alla povertà o semplicemente non se ne accorgano, lo considerino come una cosa normale, una vita normale, non conoscendone unaltra.
Arriviamo finalmente sullaltra sponda del Nilo, ci inerpichiamo lungo una strada in direzione del Mausoleo dellAga Khan, il capo supremo della setta religiosa musulmana di osservanza ismaelita. La costruzione dallesterno sembra una basilica con unenorme cupola. Allinterno, le pareti e la tomba sono scolpite in marmo bianchissimo proveniente dallItalia. Cè una gran folla, un odore terribile di piedi e sudore e la visita non è un gran che interessante. Ciò che ci compensa la faticata e il gran caldo è la stupenda vista che si gode da quassù, su tutta Assuan, lisola Elefantina e limmenso Nilo. Raccogliamo un po della finissima sabbia gialla che sta ai margini della stradina (il deserto è a 20 metri da noi) e la conserviamo nella scatolina di un rullino. Prima di riprendere la feluca, facciamo un giro nel mercatino del molo: i soliti oggetti per turisti.
Mentre siamo sulla barca, proponiamo a Reda di farci fare un altro giro, visto che è ancora presto e che per alcuni di noi questo è lultimo giorno.
Dopo aver riaccompagnato alcuni del gruppo alla nave, ci dirigiamo così verso un villaggio nubiano, per poter vedere da vicino le abitazioni e il modo di vivere di questa gente. Appena arriviamo, veniamo accolti da un anziano, il capo del villaggio, come mi spiega in inglese Samir, il ragazzo che ci accompagna con la feluca. Sono stata nominata capogruppo, visto che Reda non è venuto con noi e sono lunica a parlare inglese. Passeggiamo nel villaggio, circondati da donne e bambini che ci chiedono lelemosina. Camminiamo sulle rive di un ruscello, in mezzo allerba alta, guidati dal capo del villaggio e da Samir, e seguiti da un paio di cammelli. Le case sono basse, di mattoni o cemento, le finestre quasi tutte senza vetri. Arriviamo ad una casa dove ci accoglie una donna che ci fa visitare le varie stanze: lunico mobilio è costituito da brande con coperte logore buttate sopra, un paio di sedie, qualche tappeto. La stanza di un bambino non è altro che un vano di passaggio, con un letto addossato alla parete. La cucina ha un frigo, una macchina del gas con bombola, un lavandino ed un paio di pensili, tutto molto vecchio e malandato. Saliamo poi una scala per raggiungere un terrazzo, dove ci sono un paio di letti: qui dormono altre persone. Da quassù abbiamo la vista completa dellintero villaggio, che in tutto avrà un centinaio di case, tutte uguali, con i muri dallintonaco a brandelli, e dei terrazzi da cui spuntano oggetti di ogni tipo. Riscendiamo ed entriamo nellunica stanza bella della casa, bella perché le pareti sono tutte affrescate con colori accesi, che danno un tono di allegria a questo grigiore. Ci fanno poi accomodare in una stanza al piano terreno offrendoci delle bottiglie di Coca-Cola. Sediamo su panche poggiate al muro. Al centro della sala una tavola mette in bella mostra oggetti artigianali: scatoline in madreperla, collane, braccialetti ed orecchini, cesti, tovaglie, canovacci, cappelli fatti alluncinetto. Sulle pareti sono affisse vecchie fotografie, stranissimi poster, tappeti e teli. I nostri amici acquistano qualcosa, poi, ringraziando per lospitalità, torniamo verso la feluca. Siamo di nuovo circondati da donne e bambini che chiedono insistentemente lelemosina, mentre vengono scacciati con urla e calci dal capo villaggio ed un altro uomo. Cerchiamo di fare qualche foto, ma è quasi impossibile, perché subito ti ritrovi intorno bambini che chiedono soldi. Alcuni hanno i pidocchi, la maggior parte naso, bocca e occhi sporchissimi. Prima di risalire sulla feluca, il capo villaggio ci chiede la mancia, ma noi ci rifiutiamo di darla perché non era prevista. Vedo Samir che gli dà qualche soldo, che poi richiederà a me, una volta sulla feluca.
Torniamo lentamente verso la nave. Dopo aver salutato tutti i nostri compagni di viaggio ed aver messo le ultime cose in valigia, attendiamo sul ponte che ci venga a prendere la guida di Misr Travel. Non si capisce perché, ma dobbiamo dormire in un altro albergo, nonostante sulla nave ci sia posto, nonostante questa non riparta che domani sera e nonostante abbia fatto presente tutto ciò già stamattina a Reda. Ma è stato inutile. Lunica cosa che ho ottenuto sono state le scuse. Si sono dimostrati molto più gentili quelli della nave che, dopo che Reda aveva loro spiegato il disguido, ci hanno offerto il pranzo a buffet, che invece avremmo dovuto pagare. Lasciamo la mancia obbligatoria per tutto lequipaggio della nave e un biglietto da 10 dollari a Reda. Arriva finalmente luomo della Misr Travel. Saliamo sullauto che ci accompagna fino al battello e ci diamo appuntamento al mattino dopo, alle 8.15. E ormai il tramonto e sopra al battello che ci condurrà allhotel, con il sole calante, sento veramente che il viaggio è ormai finito.
Lalbergo nel quale alloggiamo è maestoso, anche troppo, visto che non potremo usufruire di tutti i servizi, fermandoci una sola notte. Ci vengono offerti una limonata e un carcadé come benvenuto. Saliamo in camera a posare le valigie e riscendiamo per la cena, ma siamo troppo stanchi per gustarci il ricco buffet. Purtroppo Alb ha dimenticato la chiave dentro la stanza e passa un bel po di tempo prima che venga aperta con il passepartout. Inoltre, lacqua della doccia è fredda. Insomma, tutto fumo e niente arrosto, questo albergo, solo apparenza e poca sostanza.
26 agosto 1995 - ASSUAN - IL CAIRO - ROMA
Ti saluto occhio di Horus, che il dio ha reso splendido con le sue stesse mani.
La mattina, dopo aver chiuso le valigie e fatto colazione al buffet dellalbergo, andiamo al molo per imbarcarci sulla chiatta. Sullaltra sponda ci attende laccompagnatore, saliamo sullauto e dopo un breve tragitto, ci fermiamo per caricare una coppia di turisti inglesi.
Arriviamo allaeroporto dove lincaricato della Misr Travel svolge tutte le varie pratiche del check-in e quando ha terminato ci saluta, lasciandoci in unaffollatissima sala daspetto.
Un viaggio indimenticabile, ricco di emozioni, di scoperte, una settimana intensa. LEgitto è veramente affascinante come pensavo. Lunico neo è che il viaggio organizzato ci ha tolto quel pizzico di avventura che avevamo avuto in Messico, ma ad ogni modo tutto ciò che abbiamo visto, tutto quanto abbiamo conosciuto e tutti coloro che abbiamo incontrato hanno lasciato un segno indelebile nella nostra mente. Questo paese è incredibilmente seducente per la sua storia, le piramidi, i templi, le tombe, la ricchezza e lo splendore dellepoca dei faraoni, ma lo è anche indimenticabile per la sua realtà attuale, per le case diroccate, per le strade sporche e caotiche, per la miseria e la povertà in cui ora vivono la maggior parte dei suoi abitanti.
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