|
Dove la terra finisce e il mare comincia
Luis de Carmoes
Roma - Lisbona - Venerdì 3 novembre 2000
Una città vista dallalto è sempre molto affascinante.
L'aeroporto è molto vicino alla città (appena 13 km) e questo ci permette di godere di un ottimo panorama a bordo dell'aereo che sorvola Lisbona prima di toccare terra. Si vede il Tago, immenso, la torre di Belém, il Padrao dos Descobrimentos e altri monumenti che non riusciamo a riconoscere. Si distingue anche una zona più moderna, con palazzi alti dalle pareti di specchi, e una collina con una folta vegetazione.
Preso lo shuttle bus che ci condurrà proprio in prossimità dell'albergo (tra l'altro il servizio è gratuito per chi mostra la boarding card della Tap, ma io con la mia solita sbadataggine in questi frangenti, l'ho persa e devo pagare il biglietto) ci godiamo il caldo sole di questo pomeriggio portoghese che filtra dai finestrini. Il tempo di posare l'esiguo bagaglio in camera e ci tuffiamo nella città, avidi di scoperte.
Percorriamo la lunghissima e larghissima Avenida da Liberdade, dove si affacciano uffici, banche, agenzie di viaggio, sedi di compagnie aeree e negozi d'abbigliamento di marche internazionali. Al centro della strada, una zona pedonale con giardini, fontane e caffè all'aperto. Il pavimento è tutto piastrellato con mattoncini bianchi e neri dal taglio irregolare che rendono leggermente dissestati i marciapiedi e che caratterizzano quasi tutte le strade e i marciapiedi della città. Alla fine di questa avenida raggiungiamo il centro, arrivando alla Piazza del Rossio, così come è chiamata dai lisbonesi. Il vero nome è Praça Dom Pedro IV ed infatti troneggia altissima una statua di questo re al centro della piazza. L'arricchiscono anche due belle fontane e la incorniciano palazzi eleganti, come il teatro Nacional e numerosi caffè, alcuni storici. Quello che dovrebbe essere un luogo di incontro cittadino, così come affermano le guide, è in realtà un caos totale. Per metà, la piazza non ha più la pavimentazione, mostrando ai passanti la nuda terra del sottosuolo; l'altra metà e occupata da blocchi di cemento, tubi, camion e ruspe. Insomma, lavori in corso, che oltre al rumore assordante obbligano i passanti a camminare fra transenne e reti. Inutile dire che tutta l'armonia si perde e la visione d'insieme si riduce ad una folla che cerca di districarsi fra ostacoli in cemento e mucchi di terra.
Scopriremo poco dopo che questo non è l'unico cantiere della città. Sembra che Lisbona, dopo l'estate, abbia deciso di rimettersi a nuovo.
Facciamo ancora un giro ed entriamo nell'elegante caffè Nicola, le cui pareti sono decorate con dipinti che illustrano la vita del poeta Manuel Marìa Barbosa du Bacage, artista tra l'accademico e il romantico. Ma l'aspetto del caffè e troppo sofisticato per i nostri gusti, anche se i dolci dietro il bancone ci fanno l'occhiolino.
Imbocchiamo allora Rua da Betesga e arriviamo a Praça da Figueira, che una volta ospitava il mercato più antico di Lisbona. Oggi non sappiamo ben dire che aspetto abbia perché anche questa è un cantiere aperto. L'unica cosa che si vede bene, perché alta, è la stata equestre di Joao I. Facciamo comunque un giro della piazza e ci facciamo attirare dalla Pastelaria Nacional, un caffè storico. Semplice l'interno, quasi un po' vecchio, ma affollato di gente seduta ai tavoli o in piedi davanti al bancone. Ci sono dolci di tutti i tipi che gli avventori consumano con tè o bottigliette di latte freddo o si fanno confezionare in scatole rigide per laspetto. Ma dalla cucina, oltre ad odori dolci, si distingue anche dell'altro ed infatti un'anziana donnina al nostro fianco ha appena gustato una zuppa. Parlando un misto di spagnolo, italiano e portoghese, ma soprattutto l'internazionale linguaggio gestuale, riusciamo a farci servire un caffè, una pasta alle uova e una coppa di riso dolce, una delizia per il nostro palato.
La città è animata: ci sono edicole ogni dieci metri, venditrici di caldarroste, luminarie natalizie che addobbano alberi, vetrine e strade, anche se ancora spente, gente che fa jogging e pochi turisti che si confondono fra i lisbonesi.
Mentre camminiamo con i nasi in aria, cercando di distinguere i vari edifici e soprattutto indecisi sulla direzione da prendere, la vista del Tago ci toglie ogni dubbio. Alla fine della Rua Augusta, incorniciato dall'imponente arco da Bandeira, un arco di trionfo che richiama quelli costruiti dagli antichi romani, vediamo il fiume dalle acque azzurre, così grande anche da questa distanza da sembrare un lago o il mare.
Percorriamo l'animata via Augusta, una delle strade del quartiere Baixa, un reticolo di vie animate piene di negozi e caffè, schivando venditori di hashish che si avvicinano mostrandoci direttamente la merce. Passiamo sotto l'arco e davanti a noi si apre l'immensa Praça do Comércio o Terreiro do Paço, dal nome del palazzo (paço ) reale che vi si affacciava prima di essere distrutto dal terremoto del 1755, disastro artefice della rovina di molti edifici storici di Lisbona.
Nella piazza non c'è nulla, fatto salvo il monumento del Re Dom José I che troneggia su un piedistallo, e qualche panchina in marmo, e questo "vuoto" non fa che aumentare la sensazione di grandezza ed estensione. Circondata da palazzi porticati, la piazza è però uno stupendo belvedere sul Tejo, anche se i lavori in corso sulla banchina e su parte della piazza stessa deturpano un po' la vista. Ci avviciniamo alla riva del fiume e sulla destra, la silhouette nera del ponte XXV Aprile si staglia sul fiume davanti a un bellissimo sole arancione. Impossibile immortalarlo a causa dei blocchi di cemento e dei pali in ferro che spuntano qua e là, e che rovinerebbero la foto; delusi, ce ne andiamo via con il proposito di tornare e magari camminare un po' per il lungofiume con più calma alla ricerca di uno scorcio più adatto.
Con l'intenzione di andare al Bairro Alto, un altro famoso quartiere, imbocchiamo la Rua Aurea, piena di gente, e ci ritroviamo sotto l'Elevador de Santa Justa, un ascensore all'interno di una struttura metallica che una volta permetteva di accedere al Chiado, ma che ora serve solo da belvedere. Rinunciamo a salirci e perché preferiamo inerpicarci a piedi fino al Largo do Carmo, ormai all'interno del quartiere Chiado, dove sorgono le rovine del Mosteiro (convento) do Carmo. Si tratta di un edificio in stile gotico di cui rimangono solamente la facciata, le pareti, labside e un portico laterale, quest'ultimo non visibile completamente a causa degli ennesimi lavori. L'immagine è piuttosto suggestiva, perché a guardarlo da davanti, l'edificio sembra ancora intatto, mentre spostandosi di lato, si nota con stupore che il tetto non c'è e che le guglie del portale finiscono nel cielo azzurro.
Di fianco al convento c'è la caserma, il Quartel do Carmo e assistiamo ad un breve saluto militare all'uscita di un'auto con a bordo un personaggio importante. Ma qualche anno fa, esattamente il 25 aprile 1974, un personaggio ben più importante uscì da questo luogo: era il primo ministro Marcelo Caetano ed era il giorno in cui avvenne la rivoluzione che instaurò la democrazia in Portogallo.
Si è fatto buio nel frattempo, sono passate le 6 e, riposta la macchina fotografica e infilati i maglioni per ripararci dall'aria fredda, camminiamo senza meta nelle stradine in salita e in discesa del Chiado. Non manchiamo di visitare le due antiche e famose librerie del quartiere, la Bertrand e la Sà do Costa, la prima della quale ci cattura completamente nelle sue varie stanze che si aprono una dopo l'altra, di arco in arco, in cui trovano posto in bella mostra tantissimi volumi di ogni genere. L'ambiente è caldo e accogliente, sedie e divanetti invitano alla lettura, a sfogliare i libri, l'atmosfera è rilassata... insomma tutto l'opposto delle nostre librerie, nelle quali se sei colto a sfogliare troppo a lungo un volume, ti senti subito alle spalle lo sguardo inquisitore di un commesso o del proprietario.
Oltre ai negozi di abbigliamento, casual e di grandi firme, si scorgono localini veramente caratteristici: un calzolaio nel cui atrio trovano posto comode poltrone da lustrascarpe; unedicola con un antico bancone in legno, che si sviluppa tutta in lunghezza, stretta e profonda; un negozio di paramenti religiosi e ceri, la cui vetrina è uno spettacolo.
Arriviamo infine al Largo do Chiado, con la statua in bronzo di "O Chiado", il poeta e frate satirico del 1600 da cui prende nome appunto il quartiere. Da qui ci addentriamo nel Bairro Alto. E finalmente vediamo la prima facciata decorata con i famosi azulejos, le tipiche piastrelle in ceramica dipinta. Alcune sono verdi, beige o marroni, ma la maggior parte sono azzurre e bianche; coprono le facciate dei palazzi, le pareti dei caffè, le entrate dei negozi, e vi sono dipinti motivi floreali, geometrici o vere e proprie scene. E poi ci sono i balconcini, stretti e lunghi, in ferro battuto, che ornano le facciate dei palazzi al pari degli azulejos. Il quartiere sembra piuttosto popolare e lontano dalleleganza delle strade di Baixa. Piccoli localini si affacciano sui marciapiedi: drogherie, frutterie, vinerie, taverne, barbieri, tutti dallaspetto un po vecchio ma molto più tipico dei locali visti sinora.
Scoviamo una piccola tasca dai prezzi decisamente economici, ma ci riproponiamo di tornarci domani: stasera vogliamo cenare alla taverna vicino a Praça do Restauradores che due ragazzi, tramite il nostro sito su Internet, ci hanno raccomandato. Scendiamo quindi verso Baixa, attraversando stradine caratteristiche e binari su cui corrono i tipici tram di Lisbona.
Entriamo nella Rua Jardim do Regedor ma purtroppo la taverna è chiusa, inspiegabilmente. Ripieghiamo quindi in un localino vicino alla stazione del Rossio e non rimaniamo delusi: tortilha e zuppa di caldo verde per tutti e due, bacalhau o Porto per Alb e peixe frito con arroz per me. Il locale è modestissimo, ma pieno di clienti, pochi turisti, che entrano anche per consumare qualcosa al banco o mangiare un panino con cotoletta al tavolo.
Torniamo in albergo presto, perché fa freddo e non abbiamo le giacche pesanti con noi. Ripercorriamo la Avenida da Liberdade dove tutti i negozi sono ormai chiusi e non si vede anima viva se non qualche barbone che si prepara per la notte infilandosi sotto i cartoni.
Lisbona - Sintra - Cascais Cabo da Roca - Sabato 4 novembre 2000
Ci svegliamo presto per sfruttare al meglio la giornata e le ore di luce. Dopo la colazione in albergo (molto classica, neanche un dolce tipico o un pizzico di originalità; se non fosse per il pane - lunica nota locale - potremmo trovarci in qualsiasi città del mondo), percorriamo di nuovo tutta la Avenida da Liberdade, da Praça de Marques Pombal fino al Rossio, dalla cui stazione prendiamo il treno diretti a Sintra, un paesino a 25 chilometri da Lisbona. A bordo di un bel treno nuovo e pulito, attraversiamo la periferia occidentale, in cui si trova il moderno quartiere Amoreiras, e dove intravediamo il lunghissimo acquedotto das Aguas Livres, costruito tra il 1731 e il 1748, dallaltezza e dagli archi imponenti. In 45 minuti raggiungiamo la stazione di Sintra. e da lì ci informiamo su quali autobus prendere e come raggiungere anche Cabo da Roca e Cascais. Purtroppo perdiamo lautobus che dovrebbe farci fare il giro dei vari castelli che sorgono intorno a Sintra: lautista è così intransigente da non voler attendere che Alberto acquisti alla biglietteria un ticket giornaliero. Decidiamo allora di andare subito verso Cascais, sempre con un autobus di linea. Attraversiamo unarea bellissima, lungo una strada che si inerpica in salita e precipita in discesa, tra paesini minuscoli e pittoreschi e una folta vegetazione. Gli azulejos abbelliscono le facciate delle case, i muri di cinta delle ville, le targhe con i nomi di vie e piazze: ce ne sono di tutti i tipi e colori. Il cielo si va annuvolando, facendo cadere anche qualche goccia di pioggia ma mi sembra quasi un clima ideale per avvicinarsi alloceano.
Cabo da Roca è il punto più occidentale dEuropa; si tratta di uno sperone di roccia alto 140 metri sul livello del mare, su cui sorge un faro, circondato da qualche edificio pubblico, un piccolo obelisco commemorativo del luogo e un immancabile ristorante/bar/negozio di souvenir. Il luogo è chiaramente una tappa puramente turistica, ma merita la visita per il panorama mozzafiato. Dal ciglio del promontorio, ci si affaccia sulloceano, potendo ammirare le onde spumose che si infrangono sulla scogliera. Il rumore del mare giunge attutito alle nostre orecchie tanto siamo distanti.
Credo che dipenda dal fatto che si tratti delloceano e non di un mare qualunque, ma a guardare questa enorme distesa di acqua non posso fare a meno di pensare alla sua immensità, anzi mi sembra quasi che sia più esteso di ogni mare che abbia visto sinora, anche se dalla costa non si può certo percepire la differenza tra loceano e il mare. Non resistiamo alla tentazione di richiedere allufficio turistico lattestato che dichiara che siamo stati nel punto più occidentale dEuropa e poi camminiamo un po lungo la scogliera. A ovest un faraglione in una baia attira la nostra attenzione, mentre a est una roccia enorme, illuminata dal sole, spicca tra il colore azzurro dellacqua e quello plumbeo del cielo.
Il prossimo autobus per Cascais passa tra unora e allora, per non rimanere bloccati sul posto, chiediamo a dei ragazzi (casualmente italiani) un passaggio in auto fino al paese precedente, Azoia. Qui scatto una foto ad un lavatoio pubblico che, a giudicare dallo stato, sembra ancora in uso e poi passeggiamo fra le vie di questo villaggio di pescatori, dove il sabato mattina trascorre con le faccende di casa per le donne e con un caffè al bar per gli uomini.
Tutta la poesia e la solitudine del posto svaniscono nello schermo di un televisore del bar dove stanno trasmettendo il Grande Fratello versione portoghese. Se una trasmissione del genere non ha un senso nella case di una città come la nostra, mi chiedo quale significato assuma in un villaggio di pescatori portoghesi ai confini del mondo. Quando si parla di globalizzazione!
Riprendiamo la corriera diretti a Cascais ed attraversiamo ancora alcuni paesini tipici con stupendi scorci sulla campagna e sulloceano.
Cascais è incantevole anche se molto più animata e turistica dei villaggi incontrati sinora. Raggiungiamo la baia a piedi, poiché lautobus su cui eravamo si è rotto appena entrati in città (non siamo molto fortunati oggi con i mezzi di trasporto!) e rimaniamo incantati dalle stradine e dal mare. Verso ovest si intravedono le mura della Fortezza (che oggi ospita una caserma) mentre a est cè una costruzione che sembra uscita da una favola: bianca, simile a un piccolo castello, con merli, finestrelle e terrazzini.
Saliamo verso la fortezza diretti alla Boca do Inferno, anche se le indicazioni sono scarse. Si tratta di una grotta che unerosione secolare ha scavato nella roccia e dove i flutti si infrangono con forza. Il nome Bocca dellinferno è probabilmente dovuto al fatto che questa grotta sembra appunto una fornace dellinferno, con tanto di fumo, cioè la spuma sollevata dallacqua, ma che oggi non si vede poiché il mare, anzi loceano, è relativamente calmo.
Tutta la scogliera è molto suggestiva: siamo allincirca 20 metri sopra il livello del mare e le rocce su cui camminiamo testimoniano che in passato le acque le ricoprivano completamente. Sono porose, simili a grosse spugne rigide. Il luogo è frequentato dai pescatori ed uno di questi mi mette fra le mani la sua lunga canna da pesca mentre poso per una foto, dopo esserci arrampicati sulle rocce abbandonando il belvedere artificiale costruito dalluomo: in lontananza si vede il faro con la luce rossa situato su uno sperone di roccia chiamato Cabo Raso. E forte la sensazione di essere ai confini del mondo.
Sulla strada del ritorno passiamo tra banchetti che vendono oggetti dartigianato locale: biancheria per la casa, ceramiche, magliette, azulejos e tanti altri piccoli e grandi souvenir. Non resistiamo e facciamo qualche piccolo acquisto: 3 mattonelline in ceramica, un galletto portoghese (simbolo di questa nazione e portafortuna), una maglietta.
Nel cielo splende di nuovo il sole ed è piacevole passeggiare lungo la costa tra case tipiche, alcune abbandonate, altre ristrutturate di recente: attraversiamo un piccolo ponticello di fronte a una costruzione che ospita il Museo-Biblioteca (più di 25.000 volumi) Castro Guimaraes, simile a un piccolo castello delle fiabe, allinterno di un rigoglioso parco, il Parque Municipal de Gandarinha. Di fronte sorge la casa di Santa Maria, una bella costruzione proprio sopra le rocce. Torniamo a Cascais e dopo aver ammirato il panorama della baia, ci addentriamo nelle varie stradine della cittadina, anche questa già addobbata per il Natale. Le antiche case dei pescatori sono state rimesse a nuovo ed ora ospitano alberghi, ristoranti e negozi, nonché botteghe di artigiani locali. Se da una parte il restauro delle case ci permette di ammirarle in tutta la loro bellezza, dallaltra la semplicità di una dimora come può essere quella di un umile pescatore si perde nello sfarzo delle vetrine, delle insegne colorate, dei tavolini con le belle tovaglie. Il risultato è più simile alle abitazioni di Portovenere, in Liguria, che a quelle di Dragor in Danimarca. E comunque piacevole passeggiare e scorgere i numerosi angoli con vista sul mare o gli stupendi (e spesso antichi) azulejos delle facciate. Lodore delle pasticcerie è irresistibile: entriamo in una che sorge su una piccola piazza con tavolini allaperto e prendiamo pasteis di Nata, un tortino con le mandorle e una squisita tejelada. Percorriamo a piedi i due chilometri che ci separano da Estoril, lungo la costa, tra stabilimenti, spiagge e belvedere, quasi a tempo di marcia, poiché dobbiamo prendere il bus che ci porterà a Sintra entro pochi minuti, ed infatti arriviamo giusto in tempo per prenderlo al volo. Anche questa strada attraversa paesini tipici e si arrampica in stretti vicoli, ma soprattutto corre a fianco dellautodromo dove si corrono le gare di Formula 1 (per la gioia di Alberto), di cui intravediamo qualche tratto di pista.
Arriviamo in breve tempo a Sintra, ma apprendiamo a malincuore dallautista della corriera che il Palacio da Pena è ormai chiuso. Non ci resta quindi che passeggiare tra i caratteristici vicoli della cittadina e buttare uno sguardo al Palacio da Vila, un edificio bianco, con due enormi coni che spiccano sulla sommità: sono i camini della cozinha (la cucina) allinterno. Peccato per il Palacio da Pena e per il Castelo dos Mouros che si intravede, assieme alle sue mura merlate, sulla vetta della collina ai cui piedi si estende Sintra; non rimpiangiamo comunque di aver scelto la visita di Cascais e di Cabo da Roca, perché la vista delloceano ci ha entusiasmato e la giornata è stata comunque ricca e piena di emozioni. Anche se vorremmo evitare di mangiare ancora, come si fa a rinunciare ad assaggiare i travesseiros e le queijadas? Quale posto migliore per lasciarsi tentare della pasticceria Piriquita dalla facciata ricoperta di azulejos e con una targa che ne data la nascita a quasi un secolo fa? I travesseiros, paste di sfoglia con allinterno una crema di mele calda sono, è inutile dirlo, fantastici, mentre le queijadas, cioè tortine di formaggio, non ci entusiasmano molto. Le paste ci vengono vendute in una scatolina di cartone con il nome della pasticceria che decidiamo di conservare, magari per infilarci il naso e sentire ancora lodore delle paste a distanza di tempo. Dopo un po di sali e scendi tra vicoli e scalette, con le gambe rigide come tronchi per la stanchezza, torniamo a piedi alla estaçao dove ci aspetta il treno di ritorno.
Per cena, essendoci accertati che la taverna in Rua Jardim do Regedor è sempre chiusa, ci dirigiamo al Bairro Alto e non riuscendo più a trovare il localino che avevamo notato ieri, ci infiliamo in una tasca con appena 8 tavoli, affollata di lisbonesi. Mangiamo benissimo, con appena 15.000 lire a testa e un servizio semplice ma cortese. Di nuovo pesce (chi mi crederà, conoscendo quanto poco ami questo frutto prezioso del mare?): per Alb bacalhau asado (uno dei 365 modi in cui viene cucinato il baccalà in Portogallo), contorno di patate lesse, insalata e una zuppa di verdure, per me calamari stufati al sugo, contorno di riso e patate fritte, dolce e frutta per concludere e un vinello bianco che ad Alb dà subito alla testa.
Non ce la facciamo a tornare con le nostre gambe allhotel e decidiamo di farci trasportare dallefficiente metropolitana.
Lisbona - Domenica 5 novembre 2000
Quando scostiamo le doppie tende dalla finestra quello che vediamo è un cielo grigio e una pioggerella fitta fitta. Non ci scoraggiamo e dopo colazione, alle 8.30 siamo già in strada; questa mattina, vuoi per lora, vuoi perché e domenica e piove, non cè anima viva in giro, se non i due barboni allentrata della metropolitana, ormai diventata la loro dimora.
Oggi è la volta del Tago, del Padrao dos Descobrimentos, della Torre di Belém e del Mosteiro dos Jeronimos, che raggiungiamo con un comodo trenino metropolitano. Quando arriviamo a destinazione un vento fortissimo ci travolge, ma in compenso spazza via anche le nuvole e un timido sole illumina a sprazzi la nostra visita.
Padrao dos Descobrimentos è un bel monumento, anche se relativamente moderno: si inserisce bene sul lungofiume e il candore della pietra bianca non stona con il paesaggio. E maestoso e semplice allo stesso tempo e si resta affascinati non solo dallestetica stessa ma anche da ciò che questo rappresenta: un omaggio ai viaggiatori portoghesi che coraggiosamente hanno sfidato il mare alla volta di destinazioni sconosciute. Possiamo noi due, semplici turisti che si muovono con aerei, automobili, autobus e treni, reggere il confronto?
Interessante è anche il pavimento antistante, in marmo di vari colori, in cui è raffigurata una cartina geografica del mondo con varie date segnate in diversi luoghi, che probabilmente ricordano i viaggi dei navigatori portoghesi.
Proseguiamo verso la Torre di Belém, lasciandoci alle spalle anche limmenso ponte del XXV de abril e la statua del Cristo Re che svetta a braccia aperte sulla collina della riva opposta (scontato il richiamo con quella di Rio de Janeiro del Cristo de Corcovado).
Il fiume si infrange contro le mura della torre con violenza, rendendo quasi fragile questa fortezza costruita tra il 1515 e il 1524 a difesa del Porto do Restelo; allepoca si trovava quasi in mezzo al fiume mentre oggi è molto vicina alla riva, e per raggiungerla è stato costruito un camminamento sopraelevato in ferro. La torre è un perfetto esempio di stile manuelino, tipico stile portoghese che riunisce caratteristiche del romanico-gotico e dellarte musulmana. Lentrata è libera, oggi che è domenica, e si può accedere fino alla parte più alta della torre, passando per il baluardo, attraverso una strettissima scala a chiocciola.
Affacciandosi dalle varie finestre e dalle garitte si intravedono scorci del Tago e del lungofiume veramente suggestivi.
Ci aspetta ora il Convento dos Jeronimos (dei gerolamini), altro esempio splendido di architettura. Lo stile è ancora quello manuelino, qui ancora più evidente: archi gotici, statue, rosoni, decorazioni floreali, pilastri, cordonature, in un ammasso di decori che fanno quasi venire il mal di testa a guardarli tutti insieme. La costruzione è imponente e si compone di un corpo lungo (presumo il convento) e di un altro più corto, che comprende la chiesa e il chiostro, questultimo veramente pregevole.
Passeggiamo un po per il chiostro, su cui si affacciano numerose porticelle in legno, salendo poi al piano superiore. Uno dei lati è in restauro e quindi coperto dalle impalcature mentre due lati devono ancora subire interventi e il quarto è completamente ripulito. Se da una parte i lavori ci impediscono di avere una visione di insieme, dallaltra ci permettono di avere una perfetta percezione del prima e del dopo. I due lati non ancora restaurati sono coperti da uno strato color nero di sporcizia che si alterna a delle parti bianche, conferendo un aspetto di antico e vissuto, mentre il lato rimesso a nuovo mostra un delicato color crema, il colore cioè originale.
Purtroppo non è possibile visitare il coro poiché allinterno della chiesa si sta celebrando la messa.
Andiamo quindi alla fermata del tram che ci riporterà in centro città, non senza aver fatto tappa alla Pasteleria de Belém, dove gustiamo le favolose e originali Pasteis de Belem (crema calda in una sottile cialda di pasta sfoglia).
Da Baixa saliamo verso la cattedrale Sé che sorge vicino alla chiesa dedicata a SantAntonio, comunemente detto da Padova, perché questa è la città dove morì, anche se era nato a Lisbona.
La cattedrale ha una bella e austera facciata romanica e allinterno conserva il fonte battesimale dove si dice ricevette il primo sacramento anche SantAntonio.
Dalla piazza antistante prendiamo lautobus fino al castello Sao Jorge, unimponente fortezza da cui si domina tutta la città. Entriamo dalla Porta Sao Jorge e camminiamo lungo le mura, salendo sulle torrette di guardia, percorrendo i passi delle ronde che in passato vegliavano giorno e notte. Da ogni lato della cinta muraria la vista è sublime: da un lato i tetti rossi si perdono nelle acque del Tago, verso la foce, dallaltro, la riva opposta del fiume e, finalmente, il ponte Vasco da Gama, che lo attraversa, costruito appena due anni fa, uno dei più lunghi dEuropa, con i suoi 18 chilometri. Purtroppo la foschia ci fa scorgere appena la sagoma bianca e le varie campate, e intuiamo appena il punto in cui tocca la terraferma.
Allinterno delle mura si trova il castello vero e proprio, il Castelejo, nel quale accediamo attraverso un ponte su quello che in passato doveva essere un fossato. Allinterno si apre un cortile e un musicista lisbonese ci allieta per tutto il tempo della visita suonando con la sua chitarra melodie struggenti... sarà questo il fado?
Per un attimo mi estranio da tutto; guardo lorizzonte, sento il sole caldo sulla pelle, tocco queste mure antiche e immagino di essere in unaltra vita, in un altro luogo, in un altro tempo. Se continuo così, sarà ancora più difficile tornare alla routine di sempre. Mi bastano un paio di giorni per distaccarmi da tutto e immergermi in una nuova dimensione. Fortunata rispetto ad Alb che non riesce a dimenticare la vita lasciata a Roma, anche se soffro molto di più al rientro.
Usciamo dal castello passando fra antiche vestigia: statue, frammenti di mura, capitelli, pezzi di colonne e cannoni che puntano verso la città. Camminiamo tra le stradine dellAlfama, il quartiere il cui nome è di origine araba e vuol dire fonte calda, poiché in passato cera una fonte dacqua calda. E un dedalo di stradine strettissime, vicoli, scale, archi e dallaspetto delle case sembra anche che sia un quartiere piuttosto povero. Le boutique lussuose hanno lasciato il posto a piccole drogherie, barbieri, negozi di generi alimentari, e i ristoranti per turisti a modesti e piccolissimi caffè, trattorie e vinerie.
Arriviamo al bellissimo Miradouro de Santa Luzia: una piccola terrazza con aiuole, panchine, un pergolato, e le pareti e i muretti coperti di azulejos. Un angolo graziosissimo, forse ancor più incantevole della vista che offre.
Proseguiamo per visitare il chiostro della chiesa di Sao Vicente (la chiesa è chiusa), ricco di azulejos. Ben 14.521 piastrelle bianche e azzurre decorano le pareti del chiostro (sue due piani), le scale interne, la terrazza superiore, raffigurando scene di vita passata. Molto belle sono anche quelle che illustrano le celebri favole di La Fontaine: risalgono a fine Ottocento e sono anche meglio conservate.
Infine, per concludere la visita della città non ci resta che salire a bordo del mitico tram 28 che attraversa la città passando per i quartieri più famosi. Tutto in legno, con il classico volante a timone, si infila in stradine strette, si arrampica con fatica, si arresta fischiando in discesa, mettendo a dura prova i freni, scampanella quando qualche auto gli blocca il passaggio sui binari. E delizioso.
Ridiscesi a livello del fiume, prendiamo la metro proprio proprio qualche attimo prima che cominci a piovere: Lisbona ci ha regalato i suoi ultimi raggi di sole prima di mandare un forte temporale che finirà solo stanotte. Ma non importa, ormai siamo al chiuso, diretti alloceanario che sorge nel complesso futuristico costruito in occasione della Esposizione Mondiale del 1998. Palazzi a specchi, aste per le bandiere, panchine colorate, fontane dalle forme più bizzarre, pavimenti piastrellati; ci sono sale per concerti, esposizioni, competizioni sportive e un enorme centro commerciale su più livelli.
Loceanario, che da fuori ha laspetto di una nave slanciata, è bellissimo ed emozionante. In una vasca circolare al centro del padiglione, grande quanto quattro piscine olimpioniche, nuotano pesci di ogni tipo: squali, razze, mante, tonni, pesci gatto e tanti altri che non riusciamo ad identificare. Nelle vasche laterali sono ricreati i vari ambienti degli oceani, dallIndiano allAtlantico, passando anche per lArtico. Pinguini, lontre marine, uccelli di varie specie nuotano o svolazzano esibendosi in divertentissimi spettacoli.
E poi ci sono stelle marine di tutti i colori, anemoni, spugne, coralli, e nelle vasche più piccole, granchi, aragoste, anguille, murene, cavallucci marini. Ma è comunque la vasca centrale quella che ci affascina di più: staremmo ore al di qua dei vetri, seduti sulla morbida moquette, a guardare i pesci che nuotano. Usciamo che è quasi lora di cena e ne approfittiamo per mangiare in uno dei tanti stand gastronomici del centro commerciale. Alb prende un vassoio da OKilo, cioè carne, riso e insalata da pagare in base al peso; io invece opto per una buonissima zuppa al pomodoro con uova e una macedonia. Chiacchieriamo con un lisbonese seduto al tavolo a fianco al nostro del più e del meno: scopriamo che il tanto decantato ponte Vasco da Gama è il frutto di una speculazione edilizia atta a far nascere nuovi immobili sulla riva opposto del fiume e completamente inutile al traffico locale.
Il centro commerciale è affollatissimo, forse perché piove e anche perché è domenica. Lisbonesi di ogni età ed estrazione sociale ci sfilano davanti, denotando molte affinità con gli italiani, dai tratti somatici alla moda. Unica differenza, molte persone di colore di nazionalità portoghese, in questo paese ormai da generazioni e quindi perfettamente integrate.
Cambiando tre diverse linee di metropolitana siamo in albergo in appena 10 minuti: quando si dice lefficienza!
Lisbona - 6 novembre 2000
Ci svegliamo con la pioggia e il cielo nero; il tempo sembra non promettere niente di buono, ma ci ricrediamo.
Dopo colazione, andiamo a prendere uno dei mezzi più tipici di Lisbona, lElevador da Gloria, vale a dire un piccolo tram che sale quasi in verticale dalla stazione del Rossio al Bairro Alto. Abbiamo deciso infatti di tornare in questo quartiere per vederlo con la luce del giorno.
Riandiamo al Largo do Carmo e, grazie agli operai che vi stanno lavorando, riusciamo ad intravedere linterno del Mosterio do Carmo. Poi di nuovo al Largo do Chiado, alla Rua Nova Trindade con il teatro da Trindade dalla facciata rossa, la chiesa dei gesuiti Sao Roque, con una bellissima cappella (di Sao Joao Baptista) realizzata da artisti italiani in Italia in unesplosione di marmi di tutti i tipi e colori, e poi trasportata a bordo di tre navi a Lisbona. Nel frattempo è uscito il sole ed è piovuto alternativamente almeno una decina di volte fino a quando un acquazzone più violento ci costringe ad entrare in un centro commerciale, ma quando usciamo, il vento fortissimo ha spazzato via ogni traccia di nuvole e reso il cielo limpido.
A malincuore torniamo in albergo, facciamo i bagagli e prendiamo lairbus per laeroporto, con qualche bottiglia di vino e qualche pasta infilati nello zaino.
Città strana Lisbona. I turisti si confondono con i lisbonesi, che sembrano vivere nella loro città, la capitale Lusitana, una metropoli "quasi" europea, come se si trattasse di una qualunque città di provincia, tranquilla, popolare quasi. I tocchi moderni che nelle altre città diventano motivi di vanto di illustri architetti o pugni nellocchio per la gente comune, qui passano quasi inosservati. Sì, ci sono i centri commerciali e i MacDonalds, ma ci sono anche i piccoli caffè dove si rifugiano tutti, gli azulejos sbeccati delle case, i carretti anacronistici dei venditori di caldarroste, i buffissimi eléctricos, tram dai motori silenziosi ma dagli squillanti scampanelli, più efficaci dei clacson automobilistici. La vita scorre calma in questa città come le acque del fiume che la bagna.
|
|