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Londra, finalmente!

L'avevamo a lungo snobbata, preferendole altre capitali europee. Ci dicevamo "tanto è vicina", oppure "ad agosto piove sempre, meglio aspettare un altro periodo dell'anno", o ancora "è cara" e alla fine decidevamo sempre per un'altra destinazione. Almeno per me, poi, c'era un altro motivo che non mi aveva fatto finora desiderare di visitarla: nella mia testa, ascoltando e leggendo resoconti altrui, mi ero immaginata una città grigia, sporca, caotica e un po' cupa, tutt'altro che affascinante e accogliente. E quindi, suscitando un certo stupore in chi ci ascoltava, nonostante avessimo visitato mezzo mondo, non potevamo mettere nel nostro attivo una delle mete più richieste del turismo internazionale, la città che crea tendenza, la metropoli multietnica e policulturale. Ci voleva la nostra piccola Alice per portarci oltremanica: con la bimba al seguito che ancora si nutre di pappette e non cammina, Londra ci sembrava una meta adatta. E invece è stata molto di più.
Completamente catturata dalla sua stupefacente architettura, mi sono ritrovata in una città che era l'esatto opposto dello stereotipo che si era formato negli anni nella mia testa. Complice il tempo meteorologico, che a detta di chi vive nella città inglese, è stato del tutto straordinario, ci siamo goduti Londra sotto un cielo terso, azzurro, a volte attraversato da qualche soffice nuvola bianca, con una temperatura che oscillava tra i venti e i venticinque gradi, dimentichi dell'afa insopportabile che teneva in pugno l'Italia e buona parte d'Europa ormai da due mesi.
L'abbiamo attraversata in lungo e in largo, a piedi, in metropolitana, con il double decker, in auto, riuscendo a sfruttare ogni minuto di questo breve soggiorno, visitando le sue gallerie d'arte e i suoi ricchissimi musei, camminando con il naso all'insù affascinati dalle sue architetture, immergendoci per qualche attimo nella vita dei reali più chiacchierati d'Europa, oppure in quella più "normale" dei londinesi.
Una città pulitissima, ordinata, con pochissimo traffico (a causa della tanto discussa congestion charge), quasi silenziosa ma allo stesso tempo piena di vita. La cultura si respira nell'aria ed ora capisco il desiderio di molti di vivere qui per studiare o approfondire le proprie conoscenze. I manifesti che tappezzano ordinatamente le pareti sotterranee della metro pubblicizzano concerti, mostre, eventi culturali di ogni genere, anche se per noi turisti dal tempo limitato sarebbero già sufficienti le tappe obbligate di musei e gallerie d'arte per avere un assaggio della ricchezza culturale della città. Ma c'è purtroppo un rovescio della medaglia: tutto è talmente caro da scoraggiare molti dei propositi. Ogni prezzo va moltiplicato per 1,5 per avere il corrispettivo in Euro e per tre, se si pensa ancora con le vecchie lire, come capita spesso a me: con questi calcoli basta poco per rendersi conto che l'entrata al Buckingham Palace costa più di 20 euro, un giro turistico con il Double Decker anche di più, la visita alla chiesa di St. Paul's 10 euro (spesi malissimo, visto che era quasi completamente coperta, all'esterno e all'interno, dalle impalcature per il restauro) e così via. Per fortuna che il British Museum, la National Gallery e la Tate Modern sono gratuiti, altrimenti c'era da dare fondo alla nostra carta di credito.
È stato difficile fare un resoconto quotidiano di questo viaggio, perché la presenza della nostra piccola peste non mi ha lasciato il tempo di scrivere, ma solo di buttare giù degli appunti.
A distanza di qualche mese, quindi, cerco di radunare ricordi ed impressioni, aiutandomi con le foto, le numerose, numerosissime foto scattate ad ogni angolo di via (siamo arrivati a quota 600 in appena sei giorni, una media da maniaci dell'obiettivo di cento scatti al giorno, avallata dall'uso, nuovo per noi, di una fotocamera digitale, che non prevede costi di rullini e sviluppo!), nel tentativo di ricostruire il nostro intenso girovagare per la città, il continuo saliscendi dalla tube, le nostre soste sulle panchine dei vari parchi per nutrire i nostri corpi affamati, preparare le pappe per Alice e riposare le gambe stanche e messe sotto uno sforzo che avevano dimenticato da tempo, tutto questo nonostante fossimo con l'influenza addosso e spesso ostacolati nei percorsi dalla continua presenza di scale e dalla quasi assenza di percorsi alternativi per il passeggino. Forse è questa l'unica impressione negativa che ho avuto di Londra: nel mio stereotipo mentale, infatti, c'era anche l'immagine di una città “civile”, ed invece per chi è costretto a muoversi con passeggini (o, più sfortunato ancora, con la sedia a rotelle), la vita è tutt'altro che facile. Da una parte, infatti, ci sono gli accessi privilegiati ai binari della metropolitana, ma per raggiungerli bisogna spesso sciropparsi delle belle scalinate, visto che l'ascensore non è sempre presente. Così pure, i tre-quattro gradini (e a volte anche più) che in genere precedono le entrate ai musei, ai palazzi, alle chiese, ecc., hanno raramente una pedana laterale; e per finire, in alcuni luoghi, come Buckingham Palace, è vietato l'accesso ai passeggini (il motivo non mi è stato chiarito) con il risultato che bisogna tenersi in braccio per due ore il proprio figlio (per fortuna Alice pesa poco, ma ho visto bambini di due anni addormentati fra le braccia dei genitori esausti). L'alternativa è l'uso di un marsupio o una zainetto, ammesso che i vostri figli ci stiano volentieri e a lungo. Tutto questo in una città dove non è raro vedere famiglie con tre pargoli al seguito e mamme che girano da sole con passeggini gemellari e borse della spesa.
Insomma, non sono più solo una viaggiatrice, ma anche e soprattutto una mamma e certe cose non posso più fare a meno di notarle!
Lasciata da parte quest'unica nota dolente, torno a più positive impressioni di viaggio, cercando di trascriverle di pari passo così come sono scaturite durante i nostri percorsi giornalieri.

Venerdì 15 agosto 2003
Volando con Easyjet, arriviamo all'aeroporto di Stansted un terminal di tutto rispetto, seppur leggermente più distante dal centro città, ma comunque ben collegato da un pullman e da un treno. Scegliamo questa seconda alternativa perché più veloce e, compreso il tragitto in metropolitana, in meno di due ore raggiungiamo il nostro albergo, che ci dirotta in un'altra struttura perché ha un guasto nell'erogazione dell'acqua. Ci guadagniamo sicuramente negli spostamenti quotidiani, dato che il nuovo hotel è più vicino alla fermata della metropolitana, ma non sapremo mai se a livello di comfort siamo caduti dalla padella alla brace. Per fortuna, dopo la prima notte avventurosa passata in una stanza di 3 metri per 3 con quattro letti + il lettino da campeggio di Alice (vecchio, sporco e malridotto, ma pagato ben 5 euro al giorno), dove per muoverci dovevamo scavalcarci a vicenda, riusciamo a farci spostare in una stanza più grande e con un bagno più abitabile. Con un eufemismo potremmo dire che l'accomodation a Londra è molto spartana ed essenziale; parlando invece secondo gli standard italiani, si può tranquillamente affermare che sotto le tre stelle un albergo offre un servizio ai limiti della decenza e della pulizia, alla quale per fortuna compensa la gentilezza, non accompagnata sempre però, da quella che dovrebbe essere una cosa scontata per chi lavora a contatto con il pubblico, ovvero la professionalità. Del resto, considerando che alla reception e alla pulizia delle camere ci sono tutte ragazze straniere in soggiorno di studio, è già tanto se siamo riusciti a farci dare la chiave della stanza.

Sabato 16 agosto 2003
Non potevamo che iniziare il nostro giro della città da Westminster. Scendiamo con la metro in prossimità del Tamigi e appena fuori l’enorme London Eye (la ruota di Londra che tanto polverone ha sollevato fra gli addetti ai lavori e non, fra i londinesi e i turisti) si staglia nel cielo attirando subito il nostro sguardo. Seppur a distanza, si mostra in tutta la sua imponenza. Se devo aggiungere la mia al suddetto coro di voci, non posso che manifestare il mio disappunto: mi sembra un pezzo di lunapark veramente fuori posto; non metto in dubbio che da lassù il panorama sarà mozzafiato ed entusiasmante, ma il colpo d’occhio da quaggiù è completamente deturpato. E qui mi fermo.
Ci dirigiamo verso Westminster, rinunciando alla visita delle Houses of Parliaments, perché guidata, ad orari e a caro prezzo, e limitandoci a fotografare il palazzo e il mitico Big Ben da ogni angolazione possibile, aiutati da un bel cielo azzurro e dal sole che illumina d’oro il monumento. Ci mettiamo in coda per entrare nella Westminster Abbey, la cui visita si rivela affascinante. Se dall’esterno, infatti, l’edificio è spettacolare, l’interno dell’abbazia mi piace ancora di più: è un vero e proprio cimitero monumentale al chiuso, con tombe, lastre e sarcofaghi di ogni forma e dimensione. Di particolare interesse sono soprattutto i sarcofaghi sui cui coperchi sono adagiate le statue “dormienti” dei defunti ospitati all’interno, così minuziosamente scolpite da tuffarti nel passato: volti, acconciature, vestiti, armature, tutto è riprodotto con dovizia di dettagli. Essendo l’abbazia molto affollata, si entra a scaglioni ed anche l’accesso e la visita sono convogliati da alcune transenne. In questo modo però non ci perdiamo neanche un particolare, entrando ed uscendo dalle varie cappelle laterali, fino a ritrovarci sotto il maestoso pulpito in legno e il coro con stemmi colorati. Peccato sia proibito scattare foto.
Abbandoniamo l’oscurità dell’abbazia per goderci questo sole che scalda e visitare la Jewel Tower, o meglio quello che rimane di questo antico palazzo, circondato da un fossato, oggi privo dell’acqua, dove erano conservarti i gioielli reali.
E’ il momento del pranzo e ci dirigiamo verso St. James Park, dove in prossimità del laghetto e di un percorso in memoria di Lady Diana, ci fermiamo per mangiare qualche sandwich e permettere ad Alice di inseguire i piccioni e guardare le simpatiche papere con anatroccoli al seguito.
La prossima tappa è un altro simbolo di Londra (ma del resto tutto il nostro soggiorno non farà altro che ripercorrere passo dopo passo tutti i luoghi più noti della città, visti dapprima sui libri di inglese della scuola e poi nelle cartoline degli amici o nei film. Trafalgar Square, come tutta Londra, è affollata e animata e non solo da turisti. Alzo lo sguardo verso l’ammiraglio Nelson che troneggia sull’altissimo obelisco, mentre i due leoni in basso mi fanno venire in mente per un attimo Piazza del Popolo a Roma. Giriamo la piazza in lungo e largo, mescolandoci alla folla e poi ci dividiamo, ognuno verso i propri interessi: Alb in giro per la città, io e mio fratello con Alice a visitare la fantastica National Gallery, ospitata dentro un edificio in stile neoclassico che a mio avviso si presta perfettamente allo scopo, sia come funzionalità che come estetica. Sono vicina a farmi prendere dalla Sindrome di Stendhal, come mi succede ogni volta che entro in una galleria o in un museo tanto ricco di opere d’arte. Ce n’è per tutti i gusti, con capolavori che ho sempre e solo visto sui libri che ogni tanto acquisto: dal Battesimo di Cristo di Piero della Francesca alla Venere allo specchio di Velazquez, dall’Annunciazione di Filippo Lippi a ai Girasoli di Van Gogh, dalle Ninfee di Monet ai numerosi quadri di paesaggi di Turner, tanto per citare alcuni degli artisti e dei quadri più noti. Approfittando anche del fatto che Alice se la dorme per tutto il tempo della visita nel suo passeggino, battiamo ogni sala, tutta la galleria a tappeto, seguendo l’ordine cronologico dei dipinti, affidandoci ad una piantina colorata che ci viene consegnata all’entrata, di grande utilità per organizzare la visita. So che Beppe Severgnini ed Emilio Todini non sarebbero d’accordo con me, perché affermano che i musei e le gallerie vanno presi a piccole dosi, ma a me accade che quando sono dentro un tempio della cultura e dell’arte in genere, non riesco a tralasciare niente, anche perché penso chissà se e quando avrò l’occasione di tornare a visitarlo! Quando rimetto il naso fuori sono inebriata, sazia come se avessi mangiato ad un banchetto di nozze, mentre mia figlia si sveglia proprio mentre varchiamo la porta di uscita, al contrario di me, affamatissima.
Per oggi ce ne possiamo tornare in albergo ben contenti, il primo giorno a Londra si è rivelato ricco ed entusiasmante.

Domenica 17 agosto 2003
Anche il programma di oggi è piuttosto ricco, quindi cerchiamo di iniziare presto la giornata, nonostante il suono della sveglia non sia gradito a nessuno. Dopo la semplice colazione in albergo a base di latte e cereali, caffè, toast con burro e marmellata (rigorosamente due a testa), saliamo di nuovo sulla tube in direzione di Hyde Park Corner, ma solo per un’occhiata veloce, perché ci aspetta Buckingham Palace. Proseguiamo quindi a piedi in questa direzione, passando davanti alle Royal Mews (le scuderie reali) e andiamo subito ad acquistare i biglietti per entrare nella residenza dei reali: c’è un’attesa di due ore prima del nostro turno, quindi nel frattempo visitiamo la Queen’s Gallery, che conserva ricchissime collezioni all’interno e che cambia ciclicamente le esposizioni. Oggi però ha qualcosa di molto interessante per me: una mostra dedicata a Leonardo e ai suoi disegni di volti intitolata “The Divine and the Grotesque”. Anche questa me la bevo, non tralasciando neanche un disegno del grande maestro, scoprendo nuovi particolari sulla sua tecnica e sulla sua vita, nonostante abbia letto decine di libri su di lui.
E’ finalmente l’ora d’entrata a palazzo: dopo la foto di rito davanti alla cancellata nero e oro (oggi niente cambio della guardia, avvisa un cartello appena oltre le sbarre, ma non mi dispero certo per questo, tutt’altro, considerato che questo tipo di cerimonie, come tutte quelle militari, non mi ha mai entusiasmato), veniamo dirottati sotto i tendoni di un piccolo giardino, dove dei tizi ci spiegano cosa si può e cosa non si può fare all’interno (e la seconda lista è molto più lunga della prima ovviamente). Con disappunto, come ho già detto, scopro di non poter portare il passeggino, il che vuol dire che dovremo tenere in braccio Alice per tutta la durata della visita, ovvero un paio d’ore. Ci vengono forniti nastri e cuffie per ascoltare le spiegazioni della guida e procedere di stanza in stanza. Lussuoso, elegante, in alcuni casi anche troppo, in fondo Buckingham Palace non si distingue da tanti altri palazzi reali che ho visitato, come Versailles o la Reggia di Caserta. La visita si rivela invece piuttosto movimentata, con Alice che passa dalle nostre braccia alla candida e “folta” moquette, che vuole ascoltare la voce dalle cuffie tentando di strapparmele e che alla fine si rassegna e se ne sta buona solo quando l’attacco al seno, dandole un piccolo spuntino prima di pranzo.
Usciti dal palazzo, recuperiamo i nostri oggetti che gli inservienti ci hanno portato all’uscita e attraversiamo una parte dei giardini: forse sono questi la zona più imponente di tutta la proprietà reale, dato che i loro confini si perdono a vista d’occhio. Lungo il sentiero di terra battuta, austeri guardiani salutano tutti i turisti che passano loro davanti, nella loro impeccabile divisa blu, che però perde tutta la sua eleganza nelle scarpe polverose all’inverosimile… forse era meglio una divisa stile safari!
Ci fermiamo lungo la Constitution Hill, un lungo viale che separa i giardini di Buckingham Palace da Green Park, a trangugiare affamati panini fatti al momento con la spesa del mattino al supermarket vicino all’albergo, mentre davanti a noi passano turisti, studenti, joggers e pattinatori. All’entrata di questo viale c’è il Wellington Arch, con una famosa statua equestre: nella pancia a barca di uno dei cavalli, prima che l’opera fosse sistemata sopra l’arco, vi mangiarono ben 8 persone sedute intorno al tavolo.
Camminiamo poi lungo The Mall, il viale che parte dal Queen Victoria Memorial di fronte a Buckingham Palace, fiancheggiando St. James Park, tutto pedonale. Un’altra sosta d’obbligo è quella davanti al celebre Hotel Ritz, con un’immancabile Jaguar tirata a lucido parcheggiata ai piedi delle scale d’accesso, e forse alla meno nota casa della famiglia della principessa Diana, la Spencer House. Scendiamo lungo St. James Street fino ad arrivare a St. James Palace dove, inaspettatamente, assistiamo al cambio della guarda, certo ridotto nelle dimensioni ma non meno pomposo e mi chiedo come facciano le guardie, quei soldatini di piombo a dimensione umana, a vedere davanti a sé con quell’enorme cappello nero che gli arriva fin quasi sul naso mentre il laccetto si ferma appena sopra il mento, e soprattutto come riescano a tenerlo in equilibrio, vista la sproporzione del copricapo rispetto ai loro esili corpi. Meglio non prendersi gioco delle guardie della regina: del resto con queste, in appena due giorni abbiamo già terminato la collezione dei simboli di Londra, cominciata con i taxi neri, i bobbies, i double decker e le cabine telefoniche rosse, tutti perfettamente ricostruiti in scala e venduti nei negozi di souvenir sotto forma di calamite da frigo.
Il St. James Palace è nello stile inglese che più apprezzo, quello Tudor; l’interno non è visitabile, come non lo è quello della Queen’s Chapel appena dentro il cortile, passata la Marlborough Gate, che ospita una pala di altare di Annibale Carracci, che mi sarebbe piaciuto vedere.
Arriviamo poco dopo, durante il nostro peregrinare, alla chiesa di St. James, con un pulpito in pietra esterno all’edificio e con un casotto in legno che è un punto di ascolto per disagiati di vario tipo. Un cartello precisa anche che gli omosessuali sono i benvenuti, come se prima di entrare in chiesa bisognasse dichiarare le proprie inclinazioni sessuali.
Raggiunta St. James Square, ci ritroviamo sul set di un film dei primi del Novecento, con auto nere tipiche dei film di gangster americani.
Passiamo davanti agli imponenti Fortnum & Mason, noti grandi magazzini, per arrivare finalmente a Piccadilly Circus, dove ci concediamo un po’ di shopping in un megastore, acquistando libri e cd. Piccadilly Circus è più piccola di quanto immaginassi, e molto caotica per via delle auto che girano intorno al recinto di ferro che delimita l’obelisco, sormontato dalla statua dorata di Eros, e lascia pochissimo spazio ai pedoni. Siamo nel West-end, il quartiere dei divertimenti, dove pullulano cinema, teatri, night club, pub e ristoranti.
Ce ne torniamo in albergo frastornati e sinceramente un po’ stanchi di tanto camminare, ma c’è appena il tempo di una doccia e di una pappa per Alice, perché riceviamo la piacevolissima visita di Alessia, carissima vecchia amica che vive a Londra da un paio d’anni, e che con nostro grande piacere ci scarrozza in auto per un tour by night della città. Credo che dopo Parigi, Londra sia una delle più belle città da visitare di notte: sfrecciamo con la guida a sinistra sotto Harrods, Tower Bridge, London Eye (che di notte fa tutto un altro effetto), St. Paul’s, Trafalgar Square, animatissima anche a quest’ora, Jubilee Bridge, attraversiamo la City, passiamo nei pressi dell’Headquarter degli 007, l’obelisco di Cleopatra, la Battersea Powerstation (che, apprendo solo ora, nella mia quasi totale ignoranza di musica anni ‘70/80 essere la copertina di un celebre LP dei Pink Floyd), e il Blackfriars Bridge, dove fu trovato impiccato Calvi (questo però lo so!).

Lunedì 18 agosto 2003
Fremo dall’emozione: ci attende la visita del British Museum e non sto nella pelle. Tanta è la voglia di visitarlo, che arriviamo con largo anticipo rispetto all’orario di apertura, impiegando il tempo di attesa passeggiando nel padiglione rettangolare che si sviluppa intorno al corpo circolare della sala di lettura della biblioteca, ricco di librerie e negozi di souvenir.
Cominciamo la visita con la collezione egizia: mi aggiro affascinata fra statue, sarcofaghi, colonne, teste e braccia mozzate dalle dimensioni gigantesche, pareti ricoperte di geroglifici e l’emozione è la stessa di quando ero in Egitto. La mia attenzione, come quella della maggior parte degli altri visitatori, è attratta anche dalla Stele di Rosetta, la famosa stele di Rosetta, che molti di noi turisti, immagino, non identificherebbero mai fra i vari reperti pur trovandosi subito vicino all’ingresso, se non ci fosse una targa. La famosa stele che ha permesso di decifrare la scrittura degli antichi Egizi, la cui esistenza tutti noi abbiamo appreso sui banchi di scuola, già dalle elementari, è ora davanti a me in tutta la sua ermeticità.
Mi sposto poi al piano superiore, dove in più sale sono ospitate mummie egiziane e relativi sarcofaghi di tutte le misure e colori, oltre a ricchissimi corredi funerari. C’è poi la collezione medio orientale, con i bellissimi rilievi assiri del palazzo di Assurbanipal a Ninive. Passando velocemente per alcune sale che però meriterebbero molta più attenzione di quanta possa dedicargliene (come la splendida collezione orientale), mi soffermo invece fra le statue della collezione greca e gli splendidi fregi del Partenone.
Sono poi attirata da una collezione temporanea, “Medicine Man”, ovvero la collezione privata di un certo Henry Wellcome, appassionata di medicina e antropologia, una raccolta di testimonianze sulla medicina e la salute che spazia dalle pratiche degli stregoni africani ai primi maldestri tentativi chirurgici in Europa, mostrando mummie, arnesi di vario genere (molti dei quali sembrano veri e propri strumenti di tortura, come la ricchissima collezione di forcipi), cervelli e altri organi sotto spiriti, manichini per lo studio dell’anatomia, libri di ricette e pozioni, amuleti, strumenti chirurgici molto rudimentali, maschere di stregoni, occhi di vetro, uncini e dentiere, tutto molto affascinante, tanto che acquisto il catalogo della mostra in una delle librerie, ripromettendomi di leggerlo con calma una volta a casa.
Mi fermo a parlare con un custode, dal quale apprendo a malincuore che la sala dedicata al Giappone è temporaneamente chiusa, e al qualche chiedo il motivo per cui l’entrata al museo è gratuita se poi il museo stesso non ha i fondi sufficienti per assumere abbastanza custodi e poter tenere aperte tutte le sale contemporaneamente e non a turno. L’uomo mi spiega che istituire un accesso a pagamento con relativa biglietteria, impiegati e contabili che controllino il bilancio, costerebbe al museo molto di più che mantenere l’entrata libera. Prima di abbandonare questo tempio della cultura, visitiamo la bellissima sala di lettura della biblioteca, la British Library, aggirandoci fra le scaffalature che ricoprono le pareti circolari della grande sala e girovagando fra i tavoli di lettura, tutti corredati da computer e grandissimi leggii. Alice, come al solito, rimane affascinata dai libri e dobbiamo tenerla a freno mentre tenta di afferrare qualche prezioso volume.
Pranziamo nel cortile all’entrata del museo; il cielo si sta annuvolando, finalmente vediamo Londra nella sua solita veste.
Poco dopo, passeggiamo nel parco di Russel e arriviamo a Bloomsbury Square, un tempo il ritrovo di artisti quali Virginia Woolf, e Bedford Square, con le case in mattoni di finta pietra, che a vederle da una certa distanza non si direbbe proprio siano finti. Proseguiamo poi raggiungendo le vie più note della città, come Oxford Street, Carnaby Street, Charing Cross Road e Regent Street, la più elegante di tutte, mentre è cominciato a piovere e ci prende un bell’acquazzone, che non turba noi né Alice, che se ne sta sotto il parapioggia del passeggino facendoci le smorfie. Affascinati in particolare dall’atmosfera di Carnaby Street, ci sediamo ai tavoli all’aperto di un piccolo locale prima di proseguire per Chinatown. Fra tutte le “piccole città cinesi” viste nelle grandi metropoli, questa mi sembra la più ordinata e pulita e forse anche la meno cinese. In genere, infatti, nelle altre Chinatown l’atmosfera cambia radicalmente e ti sembra di essere veramente in Cina, non tanto per i ristoranti con le loro lanterne rosse appese fuori o le insegne scritte con gli ideogrammi, quanto perché improvvisamente ci sono solo cinesi per le strade. Qui invece, gli asiatici si mescolando a tante altre nazionalità, dandomi la sensazione, ancora una volta, che Londra sia veramente una città multiculturale e multietnica, molto più di altre metropoli, anche più di New York. Non sento quella ghettizzazione, quell’emarginazione che ho avvertito invece in altre città che hanno la fama di essere comunque cosmopolite e multietniche, come Amsterdam, New York o Sydney, tanto per citarne alcune.
I negozi di Londra sono affascinanti per la loro varietà e per la loro originalità: un intero negozio ad un angolo vende solo ombrelli, un altro solo orologi (sembrerebbe provenienti unicamente dalla Svizzera), per non parlare poi dei negozi di abbigliamento, con alcuni capi di moda “estrema” che forse non arriveranno mai in Italia.
La nostra giornata si conclude con una cena in un fast-food e la ninna-nanna interminabile ad Alice in albergo.

Martedì 19 agosto 2003
Il sole splende di nuovo. Il nostro letto è esattamente sotto la finestra e mi basta scostare un po’ la tenda per guardare il cielo in alto, oltre la ringhiera all’altezza del marciapiede: la nostra stanza, infatti, è sotto il livello stradale e se una sistemazione del genere mi avrebbe dato un senso di claustrofobia in un’altra città, a Londra invece, mi fa sentire ancora più immersa nell’atmosfera della città, perché come la tradizione vuole, molti degli appartamenti che compaiono nei film d’Oltremanica sono dei seminterrati (vedi il celebre film Gli occhi della notte, con la splendida Audrey Hepburn).
L’affidabile metropolitana ci conduce oggi alla Torre di Londra, il cui nome potrebbe ingannare il visitatore. Non si tratta infatti di un’unica torre, ma di una fortezza che comprende palazzi, giardini, diverse torri, tutti racchiusi all’interno di una cinta muraria. La visita all’interno si rivela piacevole ed interessante; se lo si desidera si possono ascoltare dei “Beefeaters”, i guardiani della torre, tutti volontari, che vivono all’interno della fortezza e nelle loro uniformi di un’altra epoca raccontano la storia della Torre e dei loro abitanti, per lo più storie tristi e di orrore, dato che in questo posto venivano rinchiusi, torturati ed uccisi tutti coloro che venivano accusati di aver offeso il re (ma non solo). Adesso l’atmosfera che si respira è completamente diversa e solo la sala delle torture ricorda la natura di questo luogo. Visitiamo l’interno della White Tower che ospita antiche armi e armature, la Cappella di St. John, suggestiva in tutta la sua semplicità, la Martin Tower, con gli strumenti di tortura e la scure del boia e le varie torri, percorrendo alcuni tratti delle mura. Altra attrazione del luogo sono i corvi, tutti con un’ala tarpata per impedire loro di volare: in realtà sono molto coccolati, tanto dai visitatori quanto da una delle guardie che si prende cura di loro. Una leggenda dice, infatti, che se un giorno i corvi dovessero abbandonare la torre, l’impero si dissolverebbe. Una cura tutt’altro che disinteressata.
Dalla Torre di Londra, raggiungiamo direttamente il magnifico Tower Bridge. Un ascensore ci conduce al livello superiore da cui si ammira Londra da un ottimo punto di osservazione, scoprendo anche passo passo la storia del ponte, dalla sua costruzione fino ai giorni nostri, gli aneddoti, il suo funzionamento (spiegato anche con un filmato in una saletta interna, a disposizione dei visitatori, mentre aspettano il loro turno per prendere l’ascensore per uscire). La struttura interna di questo ponte e il suo funzionamento è affascinante quanto il suo aspetto esterno, con le sue torri, le guglie e le passerelle pitturate in azzurro. Il ponte ormai non viene più sollevato, se non in alcune occasioni speciali, come il passaggio di grandi navi, funzionando perfettamente, oggi elettricamente, un tempo azionato da un motore a vapore.
Nel pomeriggio visitiamo la cattedrale di Saint Paul, che si rivela però una delusione. L’esterno e in parte anche l’interno sono rivestiti da impalcature per il restauro, bisogna fare la coda per entrare e pagare un esoso biglietto, soprattutto considerando poi che gran parte della chiesa non è visitabile e che il colpo d’occhio è deturpato dai teli bianchi che rivestono le impalcature; è impossibile inoltre muoversi con il passeggino, perché non ci sono ascensori da poter usare e quindi dobbiamo muoverci a turno. Certamente l’immensa cupola ha il suo fascino, sia vista dal basso sia vista dal ballatoio che le corre tutto intorno e che meglio fa comprendere le sue dimensioni. Diamo uno sguardo anche alla cripta, ricca di tombe di reali e di oggetti preziosi.
Dopo la cattedrale, ci separiamo ed io con Alice ce ne andiamo a visitare la Tate Gallery, la nuova sede oltre il Millennium Bridge, il nuovissimo ponte pedonale, l’ennesimo che attraversa il Tamigi. All’entrata ci attende un’enorme statua nera gonfiabile, mentre l’interno, che occupa una vecchia fabbrica, è molto moderno e un po’ freddo. In compenso la visita è ben organizzata, si può disporre di audioguide e di guardaroba. Ci passo un paio d’ore, guardando istallazioni di arte moderna, alcune curiose, altre molto note (come il famoso orinatoio rovesciato di Michel Duchamp, che lui ha chiamato “Fontain”, altre ancora che mi lasciano completamente indifferente.
La sera ci incontriamo di nuovo con Alessia, con la quale ceniamo in un ristorante cinese senza infamia e senza lode e poi passeggiamo per Covent Garden e nel Central Market, con il soffitto in vetro e metallo che ricorda quello delle antiche stazioni ferroviarie. Questo mercato coperto ospita, oltre ai banchi di frutta e verdura, anche numerosi negozi di moda, libri e artigianato. Purtroppo non c’è neanche l’ombra di attori di strada che generalmente popolano questa piazza, forse sarà per la brezza fredda che si è levata improvvisamente e che ci fa battere i denti nonostante i maglioni. Concludiamo la nostra passeggiata serale a Trafalgar Square, splendidamente illuminata.

Mercoledì 20 agosto 2003
Prima tappa della giornata è il Royal Albert Hall, la splendida sala da concerti dove si sono esibiti e si esibiscono cantanti di fama internazionale, orchestre provenienti da ogni parte del mondo, campioni dello sport, anche se la struttura ospita eventi anche meno “artistici” come le conferenze sull’economia.
Vengo così a sapere che sono ancora disponibili i biglietti per assistere ai concerti della stagione estiva, i famosi PROMS, di cui avevo sentito parlare dalla nostra amica Alessia, la quale mi aveva detto che bisogna prenotarli con largo anticipo e che sono tutt’altro che economici. Invece, per questa sera stessa, sono disponibili ancora dei biglietti per i posti in piedi nell’arena. C’è un concerto di musica classica ed anche se non sono una grande intenditrice, vorrei proprio non perdermi un concerto al Royal Albert Hall: ricordo che rimasi affascinata a Praga dall’ascolto delle Quattro Stagioni di Vivaldi. Marito e fratello si offrono di fare da baby-sitters ad Alice per la durata del concerto, quindi acquisto il biglietto, alla cifra di appena 5 sterline (ovvero poco più di 7 euro). Sono eccitatissima al pensiero e non vedo l’ora che arrivino le sette di sera!
Ma c’è un altro appuntamento che attendo con ansia: casualmente, leggendo i cartelloni affissi sui muri della metropolitana, abbiamo appreso che al Museo delle Scienze c’è una mostra temporanea dedicata al Titanic e ai reperti trovati all’interno del transatlantico dopo il suo recente recupero. Alberto ed io siamo degli appassionati della storia del Titanic, a casa abbiamo decine di libri fotografici, di testimonianze dei sopravvissuti, videocassette, film dedicati al transatlantico affondato tragicamente e anni fa, saputo che a Londra avrebbero allestito una mostra dedicata al recupero della nave, eravamo stati sul punto di salire sull’aereo e andare a visitarla, invece per una serie di circostanze non ci riuscimmo. E’ una passione che risale a molti anni fa, prima che uscisse il famoso film di Cameron. Possiamo quindi lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta? Ed eccoci quindi a camminare nelle sale quasi buie della mostra, guardando nelle teche di vetro i tantissimi reperti (in realtà solo una parte di quelli recuperati) esposti: piatti, oggetti personali come pettini, spazzole, rasoi, vestiti e scarpe, particolari di arredamento come maniglie, lampade, rubinetti, utensili da cucina, pezzi di nave come la catena di un’ancora, i biglietti di imbarco, tutto conservato quasi perfettamente e altrettanto perfettamente catalogato. Non mancano poi le foto di alcuni passeggeri, morti o sopravissuti, le testimonianze scritte, le ricostruzioni, le pagine dei giornali dell’epoca, le foto del varo, le foto dei lussuosi locali interni, una parete di ghiaccio (vero!) messa lì per i visitatori, che possono toccarla per rendersi conto del freddo che faceva quella notte quando il Titanic affondò e i poveri sopravvissuti aspettarono per ore prima di essere recuperati sulle loro scialuppe di salvataggio. Con nostro grande stupore c’è anche una teca di vetro aperta: è possibile introdurvi la mano per toccare (!) un pezzo della nave, una lastra di ferro proveniente dalla fiancata. A raccontarla così potremmo apparire dei feticisti, ma l’emozione è intensa. C’è un silenzio rispettoso, le facce dei visitatori sono serie, quasi tristi, come se stessimo visitando un cimitero, un sacrario militare o un luogo di culto.
Dopo un’ora abbondante trascorsa in queste sale, diamo un’occhiata anche al resto del museo, in particolare alla sezione dedicata all’esplorazione dello spazio.
Ci rincontriamo poi con mio fratello, che invece ha trascorso il suo tempo nel Museo di Storia Naturale con l’affascinante sezione dedicata ai dinosauri e agli altri animali della preistoria, e ce ne andiamo a visitare una bellissima mostra fotografica, allestita all’aperto su grandi pannelli. Si tratta di una selezione di alcune fotografie aeree scattate dal fotografo Yann Arthus-Bertrand, il cui risultato sono immagini uniche, vere e proprie opere d’arte: fenicotteri rosa in un mare azzurro, balle di cotone, vasche per tingere le pelli, alberi bruciati, atolli, i disegni di Nazca, sono immagini che attraverso l’occhio di questo geniale fotografo si trasformano in tutt’altro, soprattutto se prese dall’alto e nella loro interezza. Non posso fare a meno di acquistare il catalogo, anche perché alcuni dei posti fotografati sono luoghi che noi stessi abbiamo visitato ma che raramente abbiamo avuto la fortuna di vedere da questa prospettiva.
Pranziamo con i nostri soliti tramezzini, mentre Alice scorrazza tutta contenta su una mappa del mondo gigantesca messa sul terreno in mezzo alla mostra, fra i bambini più grandi di lei che corrono calpestando con i loro piedi scalzi le nazioni di tutto il mondo.
Nel pomeriggio ci dedichiamo al più turistico degli intrattenimenti che offre la capitale inglese, ovvero il giro sul Double Decker. Veramente imperdibile. Per più di due ore (dovendo però cambiare mezzo per un paio di volte) veniamo piacevolmente scarrozzati per tutta la città: c’è un sole magnifico e il panorama dal secondo piano all’aperto è magnifico. Possiamo ammirare l’architettura di Londra in tutto il suo splendore con una visuale completamente diversa, rivedere posti già visitati in questi giorni a piedi, ammirarne altri che ancora non avevamo visto, come l’Hyde Park, il tutto comodamente seduti, con gli auricolari all’orecchio e uno speaker che ci racconta Londra e i suoi misteri in italiano. Il prezzo non è economico, ma credo che non si possa lasciare la città senza averla vista dal suo mezzo più tipico.
Terminiamo la visita scendendo di fronte agli Harrod’s, i celebri grandi magazzini. Sono anni che sento parlare di questo luogo da tante persone che prima di me hanno visitato Londra e che lo descrivono come il tempio dello shopping e del lusso. Sarà che ormai con la globalizzazione i grandi magazzini si trovano anche in Italia, ma gli Harrod’s non mi sembrano nulla di speciale. Sembra di stare dentro la Coin, oppure in uno dei grandi centri commerciali di una grande città. Suddivisi per piano, ci sono oggetti di arredamento, abbigliamento, utensili per la cucina, giocattoli e molto altro. Forse la zona più interessante è quella dedicata al cibo, con negozi che vendono mille tipi di tè o piatti già pronti da asporto o da consumare sul luogo appollaiati su scomodi sgabelli. Certamente Harrod’s all’epoca della sua nascita, ovvero più di un secolo e mezzo fa, fu veramente una novità e un luogo strepitoso, sia per la varietà della merce offerta che per la qualità e il lusso, mentre oggi, quando fare shopping sembra diventato uno sport internazionale e i grandi magazzini e i centri commerciali prolificano come funghi, la sua peculiarità è notevolmente ridotta. In giro fra gli scaffali ci sono per lo più turisti, molti dei quali italiani, che con gli occhi vorrebbero comprare tutto ma che si scoraggiano per i prezzi esosi già per il solo cambio a sfavore e che, pur di dire che hanno fatto shopping da Harrod’s, acquistano l’oggetto più economico e se ne vanno poi in giro tutti contenti per le strade di Londra (e negli aereoporti delle loro città di provenienza) con l’elegante shopping bag dei magazzini più famosi del mondo. Inutile dire che anch’io, sebbene sia decisamente e mio malgrado refrattaria allo shopping, vengo tentata dai mille oggetti esposti, anche se alla fine non acquisto nulla, forse perché, come spesso mi accade, tanta disponibilità e opulenza annienta ogni mia facoltà di scelta.
Rientrando in albergo, ci fermiamo a guardare meglio i giardini privati che occupano il centro della piazza dove si affaccia il nostro hotel. Si tratta di uno dei tanti parchi privati, tenuti con una cura maniacale (prato all’inglese, panchine, qualche gioco per bambini) il cui accesso è consentito solo ad alcuni cittadini, cioè coloro che risiedono in zona e che pagano una sorta di affitto. Fuori dal cancello (sempre chiuso) è affisso il regolamento per chi accede al giardino (vietato introdurre cani o giocare a palla) e le informazioni per chi desiderasse inoltrare la domanda per ottenere le chiavi di questo piccolo regno. I requisiti sono molti e credo che siano in pochi ad averli. Al dì là del recinto, un paio di “fortunati” leggono sulle panchine oppure prendono il sole in costume sdraiati sull’erba.
Lasciata Alice ai due baby-sitter, me ne vado al Royal Albert Hall. Per un attimo mi chiedo se ho l’abbigliamento adeguato, ma poi mi guardo intorno e mi sento subito a mio agio. Sugli spalti e nella piccola arena, c’è un campionario umano veramente degno di nota, che ai miei occhi (che spero mi sia concesso definire da scrittrice) si rivela interessante tanto quanto il concerto. Ci sono studenti con le borse piene di libri, gruppi di anziani organizzati con piccoli cuscini con schienale, seduti sul parterre, qualche turista, professionisti con le loro borse da lavoro, chi in piedi chi seduto, chiacchierano allegramente, consultano la guida dei PROMS e, da quello che riesco a percepire dalle loro conversazioni, parlano del concerto che sta per avere luogo e di altri a cui hanno assistito da veri esperti, tanto che io mi sento veramente piccola nella mia ignoranza. Eppure, l’atmosfera è aperta, c’è spazio per tutti in questo luogo, per i ricchi e per i poveri, per i letterati e gli ignoranti, per gli studenti e i pensionati, per gli artisti e gli impiegati, per i londinesi e i turisti. Quindi mi siedo, mi faccio prestare la guida da un ragazzo seduto a terra al mio fianco e cerco di scoprire, sfogliandola per qualche minuto, quanto più mi è possibile del concerto di questa sera e dell’intera manifestazione estiva.
Quando il concerto ha inizio, tutti si alzano e applaudono, ma non così tanto per fare, ma con convinzione, esprimendo un vero apprezzamento per l’esibizione dell’orchestra, che si fa sempre più sentito mano a mano che il concerto va avanti. Tutti ascoltano attenti, senza distrarsi neanche un attimo, in rispettoso silenzio, poi ad ogni breve intervallo, si siedono e tornano a chiacchierare animatamente con i vicini oppure a commentare con cognizione di causa l’esecuzione. L’acustica è eccellente così come la musica. Nella mia ignoranza, riesco comunque ad apprezzare il concerto, pur conoscendo solo uno dei tre brani suonati.
Me ne vado più che soddisfatta e mi unisco alla folla diretta alla vicina stazione della metro per raggiungere il resto della famiglia in albergo.

Giovedì 21 agosto 2003
Si parte per Cambridge. Prima di lasciare Londra abbiamo deciso, infatti, di prendere il treno per andare a Cambridge, dove Alessia ci attende per farci da cicerone fra i vari college e la cittadina. Cominciamo la visita proprio dal College dove Alessia risiede, per poi proseguire con i college storici della città, come il King’s e il St. Johns, visitandone i cortili e i giardini, fino ad addentrarci nel centro storico, ricco di pub e graziosi negozi, nonché di chiese. Ogni luogo ha un aneddoto importante da raccontare: c’è il college dove è stato girato il film d Harry Potter, quello con la famosa scena della corsa in cerchio sotto il porticato del film “Momenti di gloria”, quello con l’albero di mele che, si dice, sorga sullo stesso punto in cui c’era quello originale che ispirò la teoria della forza di gravità a Newton, il pub dove, fra una birra e l’altra, è stato decifrato il DNA. E poi il fiume Cam (da cui prende il nome la città) che è possibile navigare con le tipiche imbarcazioni spinte da un solo remo (una lunga pertica), da affittare con guidatore o senza, ma Alessia ci dice che è meglio con il barcaiolo (in genere uno studente che arrotonda così le entrate della borsa di studio), perché manovrare la barca con quel bastone lungo è tutt’altro che facile, per il fondo viscido del fiume, le alghe e le piante sulla riva e le correnti appena fuori della città. Non è raro, infatti, che il remo rimanga intrappolato nel fondo e che non si riesca a tirarlo fuori, e quindi ci si ritrovi sulla barca senza più nessuno strumento per manovrarla.
Affascinati dai college (dai quali, grazie ad Alessia, entriamo ed usciamo senza pagare nessun biglietto, passando per studenti, anche se la cosa agli occhi dei guardiani dovrebbe apparire perlomeno inverosimile, data la presenza di Alice nel suo passeggino) e dai pub, non ci accorgiamo del tempo che passa: il treno sta per partire e noi siamo ancora lontani dalla stazione. Carichiamo la Micra di Alessia all’inverosimile (passeggino, valigie e zaini che non abbiamo potuto lasciare al deposito bagagli della stazione perché chiuso, noi quattro adulti ed Alice) e in qualche modo, completamente al di fuori dei canoni inglesi (e soprattutto del codice stradale!) raggiungiamo la stazione giusto in tempo per salire sul treno.
Ancora con il fiatone, durante il tragitto verso l’aeroporto, prepariamo la pappa per Alice e la sfamiamo, senza avere neanche il tempo di concederci un po’ di sana malinconia per l’imminente partenza.
La visita di Cambridge, seppur con la sua rocambolesca conclusione, è stato quanto di meglio potessimo chiedere per terminare il nostro viaggio. Ho giusto qualche secondo per guardare dal finestrino e riprendere fiato: ci aspettano ancora molte ore di viaggio prima dell’arrivo a casa, previsto per la notte, e i momenti di riflessione (e soprattutto di stanchezza) non mancheranno.