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Il Marocco è sicuramente un luogo ricco di fascino, ma un viaggio organizzato non permette di gustarne a fondo ogni aspetto. Manca il contatto con la gente del posto, cosa che permette la conoscenza approfondita di un paese più di qualsiasi libro o guida turistica. Peccato. Comunque ciò che resterà di questo viaggio, sono due cose che neanche la barriera di un pullman o di un albergo a 5 stelle può fermare: l’odore del Marocco, un misto di sabbia, paglia, tè alla menta e spezie, che ci accompagnerà per molto, impregnando vestiti e oggetti; e poi gli sguardi dei bambini che ci hanno seguito, parlato, guardato, sorriso, nel tentativo di elemosinare un briciolo di ricchezza e di felicità.
CASABLANCA - LA METROPOLI 2 marzo 1996

Arriviamo a Casablanca verso le 20.30 ora locale. L'aeroporto è nuovissimo, orientaleggiante e ben tenuto. I controlli sono esasperanti, specialmente nei confronti dei viaggiatori comuni (soprattutto marocchini), in forma minore verso i turisti. Casablanca è una città moderna, ma quel moderno fatiscente tipico dei paesi non occidentali. L'albergo dista circa 30 minuti dall'aeroporto; per le strade (molto lunghe e larghe) ci sono grandi distese erbose con qualche casetta bianca e bassa sparsa qua e là. Arrivati invece nel centro, le case diventano palazzi, con balconi, finestre, verande, panni stesi e antenne paraboliche. I marocchini, a differenza degli egiziani, vestono quasi tutti alla maniera occidentale; solo alcuni hanno una tunica lunga fino ai piedi, chiusa sul davanti, con un ampio cappuccio che scende sulle spalle. Molti calzano delle semplici babbucce a piedi nudi. Non c'è molta gente in giro, pochi negozi e poche insegne luminose. Sia l'albergo che le strade sono addobbati con bandiere e striscioni rossi con la croce a cinque punte, perché domani sarà la festa del trono (35 anni che Hassan II regna - cioè dal 1961).
Come tutti gli alberghi delle città arabe che abbiamo visto sino ad ora, anche quello dove alloggiamo questa volta è maestoso, nuovo, moderno, ma solo per quanto riguarda la hall e le varie sale al piano terra. Le camere hanno invece, la moquette rovinata, il bagno sporco (non molto per fortuna) e fatiscente.

RABAT - LA FORTEZZA 3 marzo 1996

Alzati con comodo visto che l'appuntamento è alle 10.00. Noi usciamo un po' prima degli altri per fare un giro vicino all'albergo, ma non c'è nulla da vedere: le strade sono deserte, i negozi chiusi, solo qualche automobile e qualche passante con dei sacchetti neri in mano (sembra siano le sporte per fare la spesa). Tutti dormono ancora, la città si prepara per la festa, striscioni e bandierine ovunque. Prendiamo il pullman con la guida e il resto del gruppo in direzione del mercato di frutta e verdura, che purtroppo è chiuso, non perché sia domenica, ma perché è la festa del trono. Ci dirigiamo allora al Palazzo Reale, che comunque non è visitabile all'interno. Ci è permesso entrare nell'enorme piazzale dove vediamo un portale ed una bella fontana, tutto però molto finto. Anche il tentativo di visitare la prefettura fallisce, sempre per via della festa e allora non ci resta che andare a visitare la moschea di Hassan II. Imponente: può ospitare 20.000 persone all’interno e ben 80.000 nel piazzale antistante. Il campanile è alto 200 metri e il muezzin può raggiungere la cima grazie ad un ascensore. La moschea è costruita proprio in riva al mare e secondo quanto dice il Corano a proposito del trono di Allah, che è costruito sull'acqua, ha delle profonde palafitte che si bagnano nel mare. Un faro poi, posto in cima al minareto, illumina con il suo raggio in direzione della Mecca per ben 35 chilometri, rendendo inutile il vicino faro del porto. Nell’azzurro intenso del cielo limpidissimo si staglia il minareto con il suo colore panna e i suoi mosaici verdi. L'interno della moschea non è visitabile per i non musulmani. Ci affacciamo dalla balaustra, c'è molto vento, ma non fa freddo. Passeggiamo un po' sullo spiazzale, poi prima di salire sul pullman, ci dirigiamo verso una stradina parallela alla moschea: bambini che giocano sulla strada sterrata, fra auto e bidoni arrugginiti. Le pareti esterne delle case sono tutte scrostate, ma su ogni balcone c'è un’antenna parabolica. Ad appena 20 metri da tanto sfarzo religioso, la povertà è di casa. Ma i marocchini non sembrano affliggersi per la miseria: tutti adempiono lentamente alle loro faccende o passeggiano parlando per le strade. Ci sono molte famiglie ed i genitori sono affabili e dolci con i bambini. Come ci ha detto la guida, “l'importante è la salute e un paio di scarpe usate, che calzano meglio di quelle nuove.”
Riprendiamo il pullman diretti al ristorante: il pranzo comprende un po' di insalata e verdura mista, mezzo uovo sodo e pesciolini fritti; poi una banana ed un arancio. Prima di salire sul pullman facciamo un salto sulla spiaggia per raccogliere un po' di sabbia. La spiaggia è sporca ma molto frequentata: ci sono soprattutto bambini e uomini che giocano a pallone, ma anche qualche famiglia. Un gruppo di ragazzi si esibisce in un numero acrobatico in nostro onore.
Di nuovo sul pullman, in direzione di Rabat, dove arriviamo verso le quattro. Visitiamo dall'esterno il Palazzo Reale (è proibito entrare), imponente, più che un palazzo sembra una caserma: oltre al re e alla sua famiglia, vi abitano tutti gli uomini della corte, alloggiati in appartamenti propri, di cui non pagano l'affitto. Proseguiamo visitando la Torre di Hassan: per volere di Yakoub al Mansur (fine XII sec.), doveva essere il minareto di una grande moschea, ma il progetto non fu mai portato a termine a causa della sua morte. Oggi rimangono alcune colonne (la struttura portante fu distrutta dal terremoto del 1755); anche la torre è appena la metà del progetto originale, solo 44 metri invece di 80.
Adiacente alla Torre c'è il Mausoleo che ospita la tomba di Mohammed V. Prima di entrare, alcuni bambini si avvicinano timidamente. Prendiamo un pacchetto di gomme da masticare e le distribuiamo equamente alle mani che si protendono.
La visita al mausoleo si riduce in una ressa. Siamo l'unico gruppo di turisti all'interno; ci sono donne marocchine che mostrano entusiaste ai loro figli la tomba, facendoli arrampicare e sporgere dalla balaustra. Riesco fra un spinta e l'altra a vedere a malapena la tomba, sotto una specie di cripta. Non si capisce se l'orda di bambini che si intrufolano dappertutto siano lì per rubare, palpare qualche turista o semplicemente per giocare. Stanchi di sentirci come sardine, ci precipitiamo verso una delle uscite poste a ciascuno dei quattro lati e passeggiamo un po' nello spiazzale antistante, fino alla balaustra da dove si gode una bella vista del porto. Uno scampanellio attrae la nostra attenzione: è il venditore di acqua, in uno strano costume appariscente, con appese varie scodelline. E' lì per farsi fotografare più che per dissetare, e comunque solo in cambio di una mancia.
Prendiamo di nuovo il pullman per andare a visitare la kasbah (ovvero la cittadella fortificata): all'interno delle mura si snodano vicoletti in salita e discesa con piccole case bianche ad un piano.
In riva al fiume che separa Rabat da Salé (la cittadina considerata provincia comune con Rabat) c'è un piccolo caffè dove si può bere il tè alla menta (bevanda principale del Marocco) e gustare qualche dolcetto di mandorle. I bambini ci salutano tutti, le donne invece ci guardano con indifferenza. Gli uomini chiedono qualcosa, vendono mercanzia o ci guardano con ostilità: se poi si prova a fare delle foto, quasi tutti alzano la mano scuotendo la testa, in un chiaro segno di diniego.
Incontriamo una ragazza dai piedi dipinti con l'henné: i disegni ricordano quelli dei tatuaggi e sono una moda molto seguita fra le giovani, che per farseli si recano da persone specializzate in quest’arte. Avevamo già incontrato alla Torre Hassan una ragazza che aveva le mani dipinte e che le mostrava con modestia e orgoglio allo stesso tempo. Le ho fatto una foto e lei poi mi ha rincorso per dirmi che lavora in Italia, a Molfetta, “lavora nelle case”. Aveva sì e no 18 anni, ma anche se il suo comportamento era quello di un'adolescente, il suo sguardo era già da donna.
Risaliamo sul pullman per fare rientro in albergo. C'è molto movimento per le strade, soprattutto frotte di gente che si reca in visita al Mausoleo. Qua e là banchetti vendono popcorn, noccioline americane, merendine e cioccolato.
Arriviamo in albergo e, dopo aver scaricato il bagaglio, approfittiamo della luce della sera per fare un giro nella strada principale, Rue Mohammed V. E' affollatissima: dappertutto bandiere e striscioni, venditori di palloncini, fotografi, venditori di acqua, banchetti con cibo e tanta, tantissima gente che passeggia. Qualcuno invece, si riposa, semisdraiato sul prato che costeggia la strada. Cerchiamo un telefono adatto alla carta che abbiamo comprato ieri, ma non ce n'è traccia. Allora telefoniamo con le monete presso una téléboutique. Rientriamo in albergo: la cena non è a buffet e lascia un po' a desiderare, come del resto un po' tutto il servizio dell'albergo: è finito il pane durante la cena, non c'è sapone nella stanza...

MEKNES - LA GRANDIOSA 4 marzo 1996

Sveglia alle cinque per le urla del muezzin che chiama i marocchini alla preghiera! Partiamo per Volubilis, antica città romana. Il tragitto dura circa due ore, ma è molto suggestivo. Lungo le strade si alternano alberi da sughero, oliveti, distese di cereali... e noi che immaginavamo di trovare il deserto! Per chilometri e chilometri tutto è verde, immensi campi coltivati, un deserto di dune d'erba. Qua e là delle donne che lavano o seminano, uomini che arano i campi con aratri trainati da cavalli, bambini che giocano, panni stesi, qualche gruppo di case, rigorosamente gialle o bianche. Attraversiamo anche i campi coltivati dai berberi, di cui intravediamo un paio di villaggi: le case sono di fango, coperte di paglia. La loro vita è estremamente semplice e priva di stress, a dire della guida Aziz, è per questo che si ammalano molto raramente. Il viaggio sarebbe splendido se non ci fosse la comitiva dei toscani (che costituisce la parte più consistente del gruppo) che disturba con grida, chiacchiericci e commenti fuori luogo, e la cantilena con cui Aziz ci bombarda di notizie (sempre le stesse).
Arriviamo a Volubilis: gli scavi coprono una vastissima zona e oltre alle vestigia, a rendere molto suggestivo il luogo contribuisce il panorama tutt'intorno che si perde fino alla catena dell’Antiatlante. Immense distese di campi coltivati, qualche gruppo di case lontanissime, un cielo terso, fiorellini gialli e rosa dal forte profumo e per finire un grande nido di cicogne in cima ad un albero proprio all'entrata delle rovine. Passeggiamo lentamente; per fortuna la guida locale spiega solo le cose principali lasciandoci la possibilità di godere del silenzio e delle quiete del posto. Ci sono pavimenti con mosaici ancora perfettamente conservati, archi, portali, pezzi di colonne e capitelli, mura di case e stanze, e sotto ai nostri piedi il decumano maximo, ma soprattutto un senso di solitudine e di pace immensa!
Mentre risaliamo sul pullman, vedo un camion carico di ragazzi stranieri, con sacchi a pelo e zaini infilati in una rete penzolante dal retro della cabina: un viaggio alquanto avventuroso, ma per certi aspetti sicuramente invidiabile.
Pranziamo in un magnifico ristorante con la solita insalata, carne stufata, riso in bianco e un bel dolcetto alla fine. Per il momento la cucina non è stata un granché; piuttosto monotona e scarsa. Al tavolo facciamo amicizia con altre persone, tutti viaggiatori, che bello ascoltarli, scambiarsi resoconti, impressioni, consigli. Dopo pranzo abbiamo dieci minuti per rilassarci sul bordo della piscina. La giornata è splendida e siamo tutti in maglietta o camicia. Bastano pochi minuti al sole per ritrovarci con la faccia bella rossa.
Partiamo verso Meknes dove arriviamo verso le 15.00. Giriamo la città in pullman fra bambini che scorrazzano con un pallone fra i piedi, donne che portano i figli sulle spalle legati con degli scialli, uomini che trasportano mercanzia su motorini e biciclette. Attraversiamo anche qualche stradina interna alle mura, dove si affacciano piccole botteghe: si lavora la lana, il ferro, il rame, si riparano scarpe. C'è anche qualche minuscola drogheria. Facciamo poi un giro a piedi: visitiamo gli immensi granai Heri as Sonani (fuori dalla città vecchia), fatti costruire da Moulay Ismail, il sultano sanguinario e folle che fece di questa città la capitale del suo regno nel XVII sec. e che voleva diventare il Luigi XIV del Marocco. Aveva ben 500 mogli (molte delle quali erano le più belle ragazze che ogni villaggio del Marocco gli "offriva"). I figli arrivavano fino a 800.
I granai sono immensi, spesse mura e spessi soffitti per mantenere all'interno sempre la stessa temperatura e conservare meglio i cereali. Di fronte ai granai c'è un immenso bacino dove si raccoglieva l'acqua necessaria per l'irrigazione dei giardini di Moulay Ismail. Visitiamo poi il Mausoleo del Sultano, considerato dai musulmani un luogo che gode di baraka, una protezione divina che si estende alle persone che vi si recano in visita. E' l'unico luogo di culto (oltre il Mausoleo di Rabat) dove possono accedere i non musulmani. Come tutti gli edifici sacri che abbiamo avuto modo di visitare, le pareti sono ricoperte di stucchi e mosaici che riproducono disegni geometrici o brani del Corano; la religione islamica infatti, non permette la raffigurazione di uomini o animali, perché solo Dio può creare l'uomo e le bestie e se l'uomo volesse raffigurarli è come se volesse essere egli stesso Dio.
Ci rechiamo più tardi alle scuderie dove vengono allevati i migliori cavalli di razza marocchini, il purosangue arabo e il berbero. Sono bellissimi, nervosi e scalpitanti, ma anche questa visita è di folclore, per fare foto e battute, sempre le stesse, con tutti i gruppi di turisti.
Ci fermiamo davanti alla porta Bab Mansur, tutta decorata con piastrelle bianche e verdi. Di fronte alla porta un grande spiazzo molto animato ci permette un primo contatto con la gente del luogo: ci sono banchetti che vendono popcorn caldi, hot-dog con salsicce locali, torroni, noccioline, cioccolata, biscotti, pane. Più in fondo c'è una piccola folla attorno a due/tre uomini che cantano, ballano e suonano in abbinamento a delle scommesse (almeno così ci sembra di capire). Ancora di seguito, un piccolo mercatino con generi di ogni tipo. Facciamo un giro veloce e riprendiamo il pullman per un viaggio di circa un'ora e mezzo fino a Fes. Stasera dormiamo allo Sheraton (5 stelle) che, secondo lo standard degli alberghi di Fes, è come un albergo di quattro stelle delle altre città. E' il migliore fra tutti quelli dove abbiamo alloggiato finora: camera grande, 2 letti matrimoniali, un bel bagno pulito con tutti i tipi di sapone, accessori da bagno, accappatoio, filo per stendere, TV, frigo, terrazzo e cesto di frutta. Quello che ci voleva dopo la misera camera dell'albergo di Rabat. La cena è a buffet: mangiamo di tutto, affamati come sempre, ma in realtà è anche il nostro primo pasto decente.

FES - LA DOTTA 5 marzo 1996

La mattina, dopo un’abbondante colazione a buffet, usciamo presto per andare a visitare la Medina. La guida ci raccomanda di seguirlo e stargli vicino e comunque mette a fine gruppo un suo aiutante per controllare che nessuno si perda. Le stradine sono strettissime, tanto che si può girare solo a piedi o con l’asino. A destra e a sinistra case e negozietti, gente che cammina in ogni senso, uomini che trascinano asini stracarichi di secchi, ceste, scatoloni e barili, urlando “belek-belek”, cioè attenzione, ma sempre troppo tardi. Ci ritroviamo infatti puntualmente sbattuti contro il muro o contro qualche passante. Alberto si è preso un bel colpo sulla spalla, perché l’asino ha sbandato; una ragazza, invece, una “codata” di asino in faccia! Camminiamo affascinati e sconcertati da tanto caos, da tanta miseria: le strade sono sporche di fango, di escrementi di asino, di acqua di scarico, di polvere, di paglia. C’è chi vende vestiti, chi cibo crudo o cotto, pane, legumi, farina, tè, cioccolata, stoffe, vestiti già confezionati. Bambini di ogni età ci ronzano intorno per chiederci una penna, un stilo, un dirham, un bonbon, o per venderci piccoli oggetti di artigianato: bracciali, specchietti, cappellini.
Passiamo davanti alla seconda moschea più importante del Marocco, dopo quella di Casablanca, ma naturalmente non possiamo entrare. Entriamo in una tesseria dove un’intera famiglia (ma solo i rappresentanti maschili) lavora la lana e la seta: c’è chi carda, chi fila e chi tesse, con un metodo ancora antico ma ingegnoso. Il telaio è costituito dalla solita base dove ci sono i fili tesi, ma il fuso invece di essere infilato a mano nella trama, viene fatto scorrere in un bastone cavo, da destra a sinistra, tirando un filo a elastico: è tutta una questione di coordinamento nei movimenti, con una mano si tira l’elastico, con l’altra l’asse di traverso per far aderire il filo e con un piede si alza alternativamente un piano e l’altro, il tutto eseguito con una velocità incredibile.
Proseguiamo il nostro giro fino ad una conceria. Ci inerpichiamo su per una stretta scala in muratura fino ad un terrazzo dove sono esposti vari prodotti in pelle: babbucce, zaini, borse, borselli, portafogli, marsupi, ecc. Dal terrazzo però, c’è un altro spettacolo che merita maggiore attenzione: le vasche per la tintura e la concia delle pelli. L’odore che arriva è insopportabile: si vedono vasche tonde scavate nella pietra con acqua all’interno di vari colori, a seconda della tinta, e qualche uomo immerso fino alle ginocchia che bagna le pelli. Nelle vasche le pelli vengono trattate con acqua mista a calce o a escrementi di piccione, per renderle morbide. Poi vengono messe in cima ai tetti delle case ad asciugare. Proprio sotto di noi, due uomini stanno tingendo delle pelli con lo zafferano: le stendono a terra e ci versano sopra dell’acqua gialla che poi spandono con le mani, uniformemente su entrambi i lati. Sembra impossibile credere ai propri occhi quando si assiste ad uno spettacolo del genere, tale è la semplicità e l’arretratezza del sistema, la scarsità dei mezzi. Continuiamo il nostro giro. Arriviamo fino ad un piazza dove si fabbricano le pentole di rame: in piccole officine affumicate, uomini e bambini, battono, forgiano, levigano pentole di tutte le misure. Quelle più grosse vengono date in affitto durante le feste, quando si cucina in quantità abbondanti e non si hanno abbastanza soldi per comprarle.
Mentre il resto del gruppo entra in un negozio di tappeti, io ed Alb ci avventuriamo nei dintorni da soli. In una stradina, una donna sulla sessantina, bianca, seduta nella sua minuscola officina, ricava pettini e pettinini da corna di animali, limandoli con velocità e destrezza: è seduta a gambe incrociate, il pettine poggiato su un piede, tenuto da una mano mentre con l’altra lavora di lima. Mi spiega il suo lavoro parlandomi in francese e poi si presta gentilmente ad una foto.
Proseguiamo il giro con il resto del gruppo fino al Mausoleo di Mouladry Ismail, riccamente decorato con stucchi e piastrelle, ma perfettamente identico agli altri luoghi sacri che abbiamo visitato finora. Acquistiamo da qualche ambulante dei bracciali in rame e bronzo, dei piatti in ottone, degli specchietti, tutto per poche lire e contrattando il mentre camminiamo per centinaia di metri.
Un bambino in impermeabile nero, con scarpe da basket e gambe storte ci segue insistentemente. Regaliamo penne, caramelle, profumi, saponi e quant’altro abbiamo portato con noi: non scorderò mai il lampo di felicità e stupore negli occhi di una bambina alla quale ho dato una boccettina di profumo. Molti bambini sono in strada, perché le scuole (per il sovraffollamento) fanno lezione a turni. Entriamo in una piccola scuola coranica: in realtà si tratta di una stanza minuscola, dove a terra sono seduti dei bambini dai 3 ai 5 anni, che cantano in arabo seguendo la voce di un bambino più grande che li dirige in nostro onore, per avere un po’ di dirham.
Andiamo a pranzo nell’albergo a 5 stelle dove alloggiano alcuni del nostro gruppo. La sala da pranzo è in una posizione stupenda, dalla quale si gode una bellissima vista della città e delle campagne circostanti: un ammasso di case gialle e marroni all’interno di varie cerchie di mura, in mezzo a una coperta patchwork con tutte le tonalità di verde. La sala è decorata come l’interno di una moschea e si mangia su poltrone a tavolini bassi, posizione che secondo me non favorisce la digestione. Nel pomeriggio andiamo a vedere una delle porte della città, quella blu, poi una moschea un po’ diroccata e il quartiere degli ebrei, ormai abbandonato, dai caratteristici balconi in legno.
Mi sento chiamare: è un bambino, mi indica il polso e io gli rispondo che ho già comprato i bracciali. Ma lui invece mi vuole solo dire se me lo ricordo, è lui quello che me li ha venduti questa mattina. Ci segue così per tutto il tragitto, cercando di vendere degli specchietti a qualcun altro del gruppo. Per scherzare gli chiedo quante lingue parla: mi traduce le sue frasi da venditore in ben 7 lingue: inglese, francese, spagnolo, italiano, portoghese, tedesco e giapponese! E’ eccezionale. “Ora noi siamo arrivati al pullman, vieni con noi?” gli dico ormai fuori dalla Medina. “No - mi risponde - ci vediamo mañana.” “Ma io domani sarò a Marrakesh. Sarai anche tu lì?” “No, a Marrakesh otro bambino.” Ci facciamo una foto insieme per immortalare la nostra breve amicizia.
La visita è terminata e il pomeriggio libero si ridurrebbe ad una passeggiata in una via moderna vicino lo Sheraton o in albergo direttamente. Scesi dal pullman, perciò, prendiamo insieme ad altre due ragazze, due taxi e torniamo alla Medina. Una vera avventura: infatti, anche se riusciamo a non perderci, dopo appena 3 minuti che siamo entrati, abbiamo addosso uomini e ragazzi che si propongono come guide, che si offrono di accompagnarci per pochi dirham. Non ci fidiamo e proseguiamo da soli, ma è difficile camminare con questi “rompiscatole” intorno, perciò desistiamo e torniamo indietro. Non ci sentiamo al sicruo, e ci guardiamo intorno preoccupati, con la paura di essere derubati. Alla nostra mente affiorano anche i racconti di donne straniere bianche rapite o misteriosamente scomparse... la tratta delle bianche. Leggenda o realtà, è facile lasciarsi suggestionare quando si è nel caos della Medina, senza punti di riferimento e nessuno di cui fidarsi. Peccato, sarebbe stato bello passeggiare un po’ tranquillamente. Proseguiamo la visita a Rue Mohammed V, una via moderna, piena di caffè frequentati solo da uomini, che ci guardano con facce torve. Entro in una farmacia per comprare il collirio e acquisto una delle uniche tre boccette che la dottoressa mi mostra aprendo un mobiletto; entriamo anche in una libreria per dare un’occhiata, non c’è un solo libro attuale né in arabo né in francese.
Dopo aver evitato un barbone pazzo che parla da solo in francese, torniamo in albergo, facciamo la doccia e ceniamo al buffet del ristorante.

6 marzo 1996

Si lascia presto l’hotel, ci aspettano 500 km di viaggio. Il paesaggio è molto bello: immense distese di verde, campi coltivati, olivi e sullo sfondo le montagne dell’Antiatlante. A tratti sembra di essere in Abruzzo o in Umbria. Arriviamo fino a 1700 metri di quota e qua e là ci sono ancora delle chiazze bianche di neve, mentre le vette, quelle sì, sono ancora tutte innevate. Ogni tanto sorpassiamo automobili, asinelli o persone a piedi. Ai lati della strada case di mattoni e fango, con i tetti di paglia e tappeti e vestiti appesi a fili svolazzano nell’aria. Qualche donna lava i panni in una bacinella di metallo e stende sul tetto della casa: altre prendono l’acqua con delle bottiglie di plastica simili a borracce (molto diffuse qui) dai ruscelli o da qualche fonte. Bambini con gli zaini o con i quaderni in mano che tornano dalle scuole attraversando i campi. Donne curve che zappano la terra e uomini che arano dietro ai cavalli. Ragazzi che pascolano poche capre e pecore, solitari, in cima a qualche collinetta. Qualche agglomerato di casupole, un bar e qualche misero negozietto, dei motorini e dei carretti che trasportano un po’ di tutto. In cielo ogni tanto si libra qualche cicogna: costruiscono i nidi sopra i tetti delle case, a volte anche due per tetto. E ovunque bandiere rosse con la croce a cinque punte simbolo dei cinque precetti dell’Islam: la preghiera, la fede, il digiuno, la decima, il pellegrinaggio.
E’ la festa del regno anche qui, dove oltre a bandiere e striscioni ci sono delle gigantografie del Re sul trono, anche qui dove le case sembrano quelle delle Alpi, in legno e mattoncini con il tetto a cuspide. Non per niente questa zona infatti, si chiama la Svizzera del Marocco.
Facciamo diverse soste tecniche (come le chiama Aziz), per rifocillarci e sgranchirci le gambe, ma sempre di fronte ad un bar, mai vicino a qualcosa di interessante, a un villaggio, a una scuola. Non c’è modo di stabilire un contatto più profondo con il luogo e con la gente se non quello di scattare fotografie.
La polizia ferma il pullman per un regolare controllo, dice Aziz e noi ne approfittiamo per respirare l’aria di montagna, passeggiando su un terreno pietroso ed erboso allo stesso tempo, dove il vento agita fiorellini gialli e rosa. C’è un bambino seduto sul ciglio della strada, avrà sui dieci anni, mi avvicino e gli dò un cioccolatino e un portachiavi, tento di parlarci in francese a gesti, in italiano, ma non mi capisce, anzi mi fa cenno che non parla. Poi invece, grazie all’aiutante dell’autista, Mohammed Alì, scopro che semplicemente non mi capisce. Si chiama Zoher e come quasi tutti gli abitanti del luogo è di origine berbera, e parla appena un po’ di arabo. Finalmente proseguiamo, arrivando ad un bellissimo hotel-ristorante dove pranziamo: uno dei soliti pasti marocchini, a base di verdura, carne e arance. L’unica novità, la pizza marocchina, molto buona ma di cui non riusciamo a capire gli ingredienti. L’hotel è gestito da austriaci, è molto bello, dotato di piscina, sauna e beauty-center e con la possibilità di organizzare escursioni nei dintorni, andare a caccia e pesca, fare gite a cavallo e rafting nei fiumi. Ma non ho visto altri turisti oltre noi. Tutto è molto desolato (anche se tenuto bene), sembra quasi un luogo abbandonato e dimenticato da tutti, meno che da qualche agenzia turistica marocchina che fa in modo di spedirci sempre un gruppo di turisti stranieri.
Riprendiamo il viaggio fino a Marrakesh, mentre Aziz ci spiega qualcosa sul Marocco e ci racconta le abitudini di vita del suo paese. La legge islamica prevede, per esempio, il divorzio fino a 3 volte consecutive; i matrimoni vengono contratti a 22/24 anni in media, ma in alcuni villaggi un buon 30% è ancora organizzato dai genitori quando i figli hanno 12/13 anni. Non sono ammessi rapporti pre o extra matrimoniali, pena multe salate e galera. Non è permesso l’aborto, ma via libera alla contraccezione.
Il tempo è peggiorato, è iniziato a piovere forte e tutta la terra rossa (tipica di questa luogo, così come il colore delle case) è diventata fango, che finisce ovunque, anche sulla strada asfaltata. La strada è tortuosa e a tratti dobbiamo rallentare perché procediamo in coda a qualche camion. Arriviamo a Marrakesh verso le sei del pomeriggio. Anche qui piove e non c’è possibilità di fare una passeggiata. Pochissimi usano l’ombrello, molti vanno senza nulla con cui ripararsi, altri mettono sul capo il cappuccio della djellaba. L’albergo non è niente di che, soprattutto ora, dopo che abbiamo provato lo Sheraton. Cena marocchina, con musica e danza del ventre, ma la sinfonia è sempre quella: verdura, pollo e arance.

MARRAKESH - IL PARADISO TERRESTRE - 7 marzo 1996

Mi sono svegliata presto per il mal di pancia ed infatti devo correre in bagno più di una volta. Ho un forte senso di nausea, ma decido di uscire lo stesso.
Con il gruppo visitiamo il Museo delle Arti e Tradizioni popolari. Non riesco però a seguire la visita e quindi mi siedo su uno sgabello in un bel patio ombreggiato ad aspettare. Dopo circa un’ora usciamo e ci incamminiamo per le stradine della kasbah, verso il Palazzo Reale. Mi sento sempre peggio, perciò decido di prendere un taxi e tornare in albergo. Passo tutta la giornata in stanza, dando di stomaco e andando in bagno, e dormendo molto. Il senso di nausea non mi passa fino alle cinque del pomeriggio, quando decido di vestirmi ed uscire a prendere un po’ d’aria, giù nel giardino dell’albergo, in attesa che torni il gruppo.
Alb nel frattempo ha visitato il Palazzo Reale, le Tombe Saadiane, i Souks e la piazza Jemaa al Fna, ma è anche arrabbiato perché la guida gli ha fatto passare più di un’ora in un bazar ed appena cinque minuti nella piazza più famosa del Maghreb.
Mi racconta che in questa piazza c’è di tutto: è così affollata che non si riesce a camminare se non a spintoni. Ci sono venditori ambulanti che espongono merce di ogni genere sui loro carretti (arance, oggetti in cuoio, oggetti di artigianato, djellabas, babbucce). Ci sono poi i cantastorie, gli incantatori di serpenti, i giocolieri con le scimmie. Così quando rientra in albergo decidiamo di tornarci insieme prima di cena. Mi sento un po’ debole anche perché sono a digiuno dalla sera precedente. Facciamo un pezzo a piedi e poi prendiamo un taxi per pochi metri che ci lascia proprio nella piazza. Non è affollata come nel pomeriggio, ma è comunque molto frequentata. Ora è il momento della cena e i vari banchetti vendono ogni genere alimentare: polli, teste di agnello, lumache, patate, stufati, pane. Il cibo può essere consumato direttamente sul posto, su tavolini e banchetti improvvisati. Fumo e odori invadono la piazza e non fanno altro che aumentare il mio senso di nausea. Ci sono ancora degli incantatori di serpenti, ma niente scimmie. Ci facciamo qualche foto, pagando 10 dirham, insieme ai serpenti (che mi fanno un po’ senso!). Giriamo con calma fra la folla, ogni tanto qualcuno si avvicina per accompagnarci, ma noi tiriamo diritto ignorandolo. Poi prendiamo un calesse per una mezz’ora, per farci condurre nel quartiere nuovo della città. E’ ormai buio, ma la passeggiata è comunque piacevole.
Torniamo in albergo in tempo per andare a cenare “Chez Alì”, un ristorante in stile berbero, sicuramente una cosa molto turistica, anche se la guida si ostina a negarlo. Ed infatti, il nostro presentimento si avvera: sembra di stare ad Eurodisney, tanto il posto è finto. Ci sono illuminazioni artificiali, ovunque marocchini in costume che ci accolgono ballando, suonando e cantando. Si mangia sotto enormi tendoni, su tavoli e poltroncine basse, a terra dei tappeti di pelo. E sempre fra musica e danze, ci portano le solite pietanze: insalata mista, cuscus, pollo al limone, arance. Io continuo il mio Ramadan, perché non me la sento ancora di mangiare.
Finita la cena c’è uno spettacolo all’aperto, che non è altro che un’accozzaglia di esibizioni: corse a cavallo, spari, danza del ventre, acrobati a cavallo, sfilate in costume e per concludere i fuochi d’artificio. Una cosa veramente patetica. Finalmente ci dirigiamo verso il pullman non senza essere costretti a guardare (per eventualmente comprarle) le foto che ci sono state scattate all’entrata.

8 marzo 1996

Per recuperare il tempo perduto ieri, andiamo con tutto il gruppo e la guida di nuovo nei Souks. Ma la guida come al solito delude le nostre aspettative, perché ci porta in un bazar. Allora, insieme ad altre due ragazze del gruppo, tagliamo la corda e passeggiamo un po’ per i souks per conto nostro, senza essere molto importunati.
Ci fermiamo in un negozio che vende un po’ di tutto, in particolare oggetti in legno, che un ragazzo lavora direttamente sul posto. Seduto all’entrata su uno sgabellino, lavora con mani e piedi su un tornio molto rudimentale, con una velocità e una precisione eccezionali. In pochi minuti ci intaglia due ciondoli portafortuna da portare al collo legati a un filo. Acquistiamo anche un porta-bastoncini per le olive, tutto in legno, mentre lui comincia a fabbricarne un altro per le nostre due amiche, che passeremo a ritirare più tardi.
Arriviamo poi alla piazza Jemaa el Fna (che in arabo vuol dire “il ritrovo dei morti”, definizione in contrasto con la vivacità della piazza, ma che ha una giustificazione nel fatto che qui secoli fa venivano giustiziati i malfattori). A quest’ora è molto meno affollata; ci sono prevalentemente venditori di arance, di pane e incantatori di serpenti. Questi ultimi hanno anche i cobra e quindi facciamo altre foto. Mi lascio addirittura convincere a farne una con un serpente intorno al collo. Loro, i marocchini, impavidi, li baciano in bocca o se li posano sulla lingua per dimostrarci che non sono né pericolosi né velenosi.
Andiamo poi verso qualche banco all’interno e contrattando acquistiamo altri souvenir. E’ vero che la contrattazione permette di acquistare degli oggetti con pochi soldi, ma è pur vero che ogni acquisto sfinisce. Torniamo dall’artigiano che sta ultimando il lavoro. Ne approfitto per fargli qualche domanda. Scopro così che è di origine berbera, viene dalla montagne, non è sposato (“pas encore” come risponde lui). E’ molto orgoglioso del suo lavoro, dice che almeno lui un mestiere ce l’ha, invece chi è andato a scuola è “a spasso”. Acquistiamo, facciamo un altro giro e poi riprendiamo un taxi per andare in albergo. Pranziamo presto (a mezzogiorno) per partire subito verso Casablanca. Il viaggio dura circa 3 ore, il paesaggio è sempre lo stesso: qualche villaggio, campi coltivati, alberi, terra rossa.
Arriviamo presto in albergo, ma non me la sento di uscire. Così Alb va con altre due signore del gruppo in un mercato vicino, non turistico. Ceniamo al buffet, guardiamo Superquark in tv (qui le reti italiane sono le più gettonate) e ci addormentiamo.

9 marzo 1996

Ci alziamo presto per visitare il mercato dei fiori e della frutta. Andiamo con altre quattro persone del gruppo e svaligiamo letteralmente un negozio che vende oggetti in legno (radica e cedro).
Giriamo un po’ fra i vari banchi: ci sono quelli di verdura che espongono bellissima merce, di pesce (che costa pochissimo), di frutta, di fiori, di oggetti in paglia, in plastica, in cuoio e anche qualche banco con oggetti di artigianato. Riprendiamo il taxi per l’albergo e dopo aver chiuso le valigie ci dirigiamo all’aeroporto con notevole ritardo. Infatti arriviamo giusto in tempo per l’imbarco immediato.
Il Marocco è sicuramente un luogo ricco di fascino, ma un viaggio organizzato non permette di gustarne a fondo ogni aspetto. Manca il contatto con la gente del posto, cosa che permette la conoscenza approfondita di un paese più di qualsiasi libro o guida turistica. Peccato. Comunque ciò che resterà di questo viaggio, sono due cose che neanche la barriera di un pullman o di un albergo a 5 stelle può fermare: l’odore del Marocco, un misto di sabbia, paglia, tè alla menta e spezie, che ci accompagnerà per molto, impregnando vestiti e oggetti; e poi gli sguardi dei bambini che ci hanno seguito, parlato, guardato, sorriso, nel tentativo di elemosinare un briciolo di ricchezza e di felicità.