Quello che state per leggere è il primo di una lunga serie di diari di viaggio che diligentemente compilo quando siamo in giro per il mondo (solo per il viaggio di New York ho rotto la tradizione e il quaderno che avevo portato con me è tornato bianco, mentre all'epoca del viaggio in Francia non avevo ancora inaugurato quella che è diventata oggi una tradizione). Rileggendolo a distanza di tempo rivivo ancora le emozioni ma mi rendo anche conto dell’inesperienza che avevamo all’epoca e che trapela da alcuni racconti: in fondo, era il nostro primo viaggio fuori Europa, eravamo molto giovani e alle prime armi con prenotazioni, biglietti, cambi valuta, aerei e altri mezzi di trasporto. Non che ora siamo navigati, ma un po’ meno disincantati sì. Quindi, leggete queste pagine con un po’ di comprensione e magari anche condividendo le emozioni provate per la nostra ingenuità.
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La nostra mente tornerà spesso a questo periodo, i nostri occhi rivedranno le rovine, la natura selvaggia, le affollatissime città, i volti dai tratti antichi della gente che abbiamo incontrato, il sole caldo e lontano nel cielo, gli alberghi lussuosi, le automobili “sgangherate”, la sabbia finissima, l’arcobaleno dei fondali marini, gli animali esotici, i banchi di frutta e verdura e quant’altro ci ha circondato e accompagnato durante il nostro soggiorno in questo paese.
1° maggio 1994 - ROMA - CITTA’ DEL MESSICO

“... giunsero gli Aztechi al lago della luna, dove, in mezzo all’acqua,
c’era l’isola che si chiamava Messico, parola formata da meztli, ombelico;
xictli, luna e co, luogo: nell’ombelico del lago della luna.”

Stiamo volando... Anche se con qualche disguido iniziale (l’aereo dell’Aeromexico non è arrivato fino a Roma, perciò l’abbiamo “raggiunto” a Madrid con un volo Iberia) e poi, il ritardo nella partenza da Madrid (di ben 2 ore e trenta), questo viaggio di notte diventa ogni attimo più affascinante.
A cominciare dall’esperienza del volo che, al contrario di quanto pensassi, non mi ha spaventato e finora non mi spaventa affatto, anzi mi piace!! Basta scacciare il pensiero (che ogni tanto fa capolino nella testa) di precipitare, e il viaggio in aereo diventa veramente emozionante. Il decollo mi fa sentire potente (e credo che questa sensazione abbia le sue radici nell’eterno e primordiale desiderio dell’uomo di volare), sentirsi sollevare da terra con tale naturalezza e raggiungere una quota di 9/10.000 metri in pochi minuti, vedere la terra, le case, le strade, le montagne, sempre più piccole sotto di me, vedere poi un immenso strato di sottili, soffici nuvole e nello stesso tempo avere la netta sensazione di immobilità, rende il volo un’esperienza veramente unica, che ha del fantastico, del futuristico, dell’onirico.
Stessa sensazione irreale la dà il fuso orario, il giorno non finisce mai, le ore scorrono sull’orologio, ma fuori dai piccoli oblò c’è ancora la luce del sole ed il corpo risponde stranamente a questo cambiamento di ciclo: non ho sonno, ho fame a tutte le ore (tanto da essere in grado di fare due cene o di mangiare il pesce appena sveglia, alle 4.30 ora italiana).
Sull’aereo ci sono pochi turisti, la maggior parte dei passeggeri è costituita da uomini d’affari o messicani che rientrano in patria. E’ interessante anche guardare i volti messicani: in quelli di alcuni si notano palesemente i tratti delle civiltà antiche, dei maya, degli aztechi. Abbiamo incontrato una signora originaria di Mérida che tornava a Città del Messico e che ci ha detto di essere un poquito maya.
Leggere le notizie sugli antichi abitanti dell’America centrale e del Messico in particolare, è una scoperta continua; mi stupisco da una parte per il grado di civilizzazione raggiunto, ma dall’altra, raffrontandolo allo stesso periodo in Europa, mi sembrano un po’ indietro. Ma soprattutto, ciò che mi colpisce e mi incuriosisce di più sono le loro credenze, i loro miti, le loro usanze religiose e il loro modo di vivere. Un popolo che si abbandona docilmente al destino, al volere dei suoi dei: non c’è traccia in loro della ribellione (neanche minima), della capacità di giudicare che i greci avevano nei confronti dei loro dei, per quanto li ritenessero grandi e potenti. Per gli aztechi e le civiltà che li hanno preceduti, tutto è scritto, tutto è stabilito: l’unica cosa che si può fare è accattivarsi la bontà degli dei per vincere una battaglia o per avere un buon raccolto, per avere il sole o la pioggia, attraverso riti, cerimonie, sacrifici, anche umani. Inoltre, le curiosità della lingua messicana (o spagnola), che mi affascina sempre con la sua strana pronuncia, la sua cadenza particolare; stesso fascino per la pronuncia e il significato delle parole dell’antica lingua mesoamericana tzutl. Impronunciabili quasi (con le consonanti tutte attaccate e la “u” e la “h” che si ripetono così spesso), ma sicuramente dal suono armonioso se usate da un madrelingua.

2 maggio 1994 - CITTA’ DEL MESSICO - TEOTIHUACAN

“Dopo aver sgominato i signori del sottosuolo, i due gemelli, che si chiamavano Junajpù e Ixbalanké, ricevettero il soffio del dio Huracàn che li sollevò sopra la terra e così salirono in cielo.
Uno divenne il Sole, l’altro la Luna. E la loro luce divenne immortale.”

Città del Messico. Non esiste un’altra città uguale, così moderna e vecchia allo stesso tempo, così caotica ma anche così organizzata. La miseria è ovunque: nello sguardo di un bambino che cammina per strada senza meta, nella mano di una donna che chiede l’elemosina, negli stracci indossati da un uomo col volto di maya, nei muri sudici di una casa, nelle bancarelle che vendono un po’ di tutto, nella tappezzeria e carrozzeria delle auto, nella richiesta insistente dei tassisti per una corsa, nell’usanza di mercanteggiare il prezzo di un oggetto in vendita. Palazzi moderni con grandi vetrate sovrastano casette-baracche scolorite, con i vetri alle finestre tagliati in tanti piccoli quadrati. Gli autobus vecchi, malconci, che sputano fumo nero dalla marmitta e fanno un chiasso assordante, si fermano un po’ d’ovunque, a richiesta dei passeggeri, ma spesso anche a discrezione dell’autista. Su ogni cruscotto c’è un’immagine sacra, un crocefisso o una Madonna, con fiori e santini, e un rosario che pende dallo specchietto retrovisore; a fianco, una radio tenuta a tutto volume, dalla quale vengon fuori le voci melodiose dei cantanti messicani, o quelle infervorate degli oratori politici in piena campagna elettorale.
Poi ci sono i microbus, da 10/15 posti a sedere e improbabili posti in piedi, vista la scarsa altezza del soffitto. Con circa un “peso” ti portano ovunque, basta chiedere dove fermarsi.
Conosciuta in albergo una coppietta di sposini di Milano, Elena e Stefano, in viaggio di nozze anche loro, siamo andati insieme all’area archeologica di Teotihuacan, prima percorrendo un tratto a piedi, poi con il microbus e infine con una specie di corriera “sgangherata”.
Appena fuori città, la miseria è ancor più evidente. Ai lati della strada che percorriamo per arrivare all’autostrada, si elevano baracche fatte di pochi mattoni, pezzi di legno, lamiere e teli tenuti insieme alla bene e meglio, sempre circondate da alberi di fichi d’India e file di panni stesi. Per la maggior parte sono case la cui costruzione si è interrotta al piano terra, accentuando ancor più quel senso di precario e povero agli occhi di chi guarda. Bambini che giocano correndo, donne che lavano i panni in un ruscello, uomini che pascolano vacche proprio sul ciglio della strada, operai che rassestano il terreno in prossimità dell’asfalto, e ad ogni ponte pedonale che si eleva da un lato all’altro dell’autostrada nel suo splendore di rete gialla, c’è un chiosco improvvisato con un tavolino e una tenda, dove si vendono frutta, bevande fresche, dolciumi e tortillas.
L’autostrada ha l’aspetto di una strada statale italiana, a due corsie, per la maggior parte senza spartitraffico, senza una colonnina SOS. Si vedono sfrecciare maggiolini verdi (i taxi), camion dal muso americano, moderno, potente e grintoso, ma dal rimorchio vecchio e rattoppato, macchinone e camion americani stipati di animali, cose e persone. Il nostro autista va veloce, anche troppo, sorpassa, accelera e sembra proprio strano come un trabiccolo tale quale è quello su cui viaggiamo, possa sostenere un simile stile di guida.
Teotihuacan è immensa (4,5 km di lunghezza) e si snoda lungo la strada centrale, quella “dei morti”, dove si affacciano anche le piramidi inferiori e quelle principali del Sole e della Luna. La salita a quella del Sole è dura, quasi sembra interminabile, il fiato corto e il cuore a duemila. La vista da lassù si estende su tutta la valle, fino alla città di Teotihuacan. Il museo all’interno della zona ha in mostra reperti archeologici preziosi, testimonianti l’abilità dei teotihuacanesi nella lavorazione della pietra, l’uso dei denti e delle conchiglie per la manifattura dei gioielli; impressionante la sepoltura a gruppi o individuale di uomini e donne sacrificati al dio sole. Le mani venivano legate dietro la schiena, il cranio fratturato non si capisce con cosa e i corpi circondati di doni (vasi, denti e altro).
Per tutta la zona archeologica camminano venditori ambulanti, che a solo “mille lire” (dicono loro!) vendono i prodotti d’artigianato, per lo più riproduzioni in ossidiana di statue e sculture. Abbiamo acquistato una tavoletta di ossidiana che raffigura il calendario azteco, tutta incisa a mano con una punta di diamante. Partito da 200 pesos, l’uomo ce l’ha data via a soli 60 pesos (30.000 lire!). Un altro voleva barattarne una con le nostre scarpe o il nostro orologio.
Tornati in città ci ha preso un acquazzone e ci siamo perciò rifugiati in un fast food. Anche qui la povertà lascia il segno. Per mangiare un hamburger bisogna ordinare e aspettare che lo preparino, non ce ne sono di pronti. Le facce della gente non ispirano fiducia, però fino ad ora nessuno ci ha dato fastidio. A cena siamo andati in una trattoria della Zona Rosa consigliataci da un passante che voleva “improve his English with me”. Abbiamo mangiato tortillas con carne, stufato di verdura, pollo e carne mista al bracero, arroz al pomodoro e il chile poblano, un’antica ricetta tricolore a base di peperoncini verdi e noci, molto gustosa ma anche piccantissima! L’acqua da bere era calda, ma non potevamo aggiungerci lo hielo che ci avevano portato perché fatto con acqua non purificata; l’insalata era invitante, ma non ci siamo fidati a mangiarla perché forse non lavata accuratamente. Come pane, oltre quello classico, ci hanno servito delle frittelle croccanti e sottili, che io ho soprannominato, per l’odore e il sapore molto grassi, “lardo soffiato”. Al momento della cuenta hanno tentato di approfittarsene facendo scorrere un secondo foglietto sotto la macchinetta della nostra carta di credito, in bianco e senza firma. Alberto però lo ha scoperto e gliel’ha sottratta senza che loro se ne accorgessero. Dimenticavo di dire che il sole di mezzogiorno a Teotihuacan ci ha scottato viso, naso, collo e braccia, senza che neanche ce ne accorgessimo ed ora siamo tutti rossi come peperoni.

3 maggio 1994 - CITTA’ DEL MESSICO - TAXCO

“... tornerete con una ricchezza che non si può comprare: il ricordo dei suoi colori.”

Abbiamo deciso di andare a Taxco, a solo 3 ore da Città del Messico., sempre in compagnia di Stefano ed Elena. Abbiamo preso per la prima volta la metro, da “Hidalgo”, la stazione vicino l’albergo, fino a “Tazqueña”, il capolinea. Non è così affollata come dicono le guide e soprattutto, costa ancor meno dell’autobus: per una corsa ci hanno chiesto solamente 80 centavos (400 lire) in due, per un tragitto di ben 15 fermate! Arrivati a destinazione, prendiamo un pullman di lusso, con TV, frigo, bagno, impianto stereo e aria condizionata, per soli 10 dollari a testa. Il viaggio è meno lungo del previsto: 2 ore e mezzo. Anche qui, uscendo dalla città, si assiste allo stesso scenario di povertà e miseria, nonostante stiamo andando in direzione sud, invece che nord. A mano a mano che ci si avvicina a Taxco, la strada si fa più tortuosa, tanto che tutti e quattro avvertiamo un po’ di mal d’auto. L’autista guida con molta disinvoltura, ma ciò peggiora le cose. Il paesaggio che attraversiamo a tratti assomiglia molto all’Italia, con salici e pini che costeggiano l’autostrada (senza guarde-rail ai lati), a tratti invece diventa più brullo, quasi arido, con grandi fichi d’India. Taxco è veramente graziosa, arrampicata su una collina, con case bianche, tetti arancioni e terrazzi in mattoncini rossi forati. Ma la cosa più caratteristica è il mercato, che si inerpica tra viuzze e scalini, dalla piazza del paese fino alla Chiesa di San Sebastian y Santa Prisca. Ci sono più venditori che acquirenti; si vedono soprattutto banchetti di frutta (meloni, banane, mele lucidissime, cocomeri, avocado, prugne, ananas e altri frutti sconosciuti in Europa) e di verdura (insalata, zucchine tonde e cipolle grandi e bianchissime). Ma non ci sono solo banchi: ragazze, donne e vecchiette vendono la loro merce in ceste, o semplicemente stendendo dei teli a terra ed esponendo la loro merce. C’è anche chi vende queso e tortillas. In un negozio c’è una macchina particolare che impasta, taglia in cerchio, cuoce e “sforna” tortillas al ritmo di due al secondo. Fuori, le donne e le bambine fanno la fila con i loro canovacci, dove adagiano e incartano pile di tortilla per pochi pesos. Altri banchi vendono un po’ di tutto: vestiti, oggetti per la casa (ce n’è uno che espone solamente contentitori - di ogni tipo - in plastica), scarpe e sandali fatti a mano, materiale elettrico. C’è anche un mercato coperto dove piccoli artigiani espongono i loro lavori in argento. Taxco è infatti la capitale dell’argento, da quando un certo José da la Borda ne trovò un giacimento ed insegnò agli abitanti del luogo a lavorare questo metallo, esportando i loro prodotti in tutto il mondo. Inutile dire che il prezzo di questi oggetti è bassissimo!
A mano a mano che si sale verso la chiesa, compaiono i banchetti con oggetti di artigianato locale: collane di pietra e legno, cesti di tutte le forme e colori, oggetti in ceramica dipinti di un azzurro bellissimo, ciotole, e piatti di legno liscio, tazze, coppe, vasi, piatti, animali azzurri, pezzi di pelle e corteccia. In ogni oggetto, le pitture ricordano pezzi di storia, usi e tradizioni di questo popolo, dalla corrida al calendario azteco, dal matrimonio al dio giaguaro. Questi disegni, dai colori accesi, sono dei veri capolavori. Verrebbe voglia di acquistare tutto, non solo per la bellezza degli oggetti, ma anche per dare da mangiare a questa povera gente, che pur di vendere qualcosa, la darebbe via per pochi pesos. Mentre i bambini vendono, gli adulti lavorano a fianco o sotto i banchi, quindi si può assistere alla lavorazione in diretta. Una donna allatta il suo bambino durante una pausa di lavoro, adagiandolo su un’amaca, legata sotto il banco ai paletti che lo tengono in piedi.
Anche agli occhi più distratti non sfugge la povertà: i bambini con camicie troppo piccole o troppo grandi, con mani e unghie sporche, il mocciolo al naso, che ti vogliono vendere a tutti i costi il chicle, la gomma americana. Mi fanno una gran pena e così distribuisco qualche moneta ai più piccoli. In un attimo li abbiamo tutti intorno, come quando in acqua getti qualche mollica di pane e subito un branco di pesci affiora alla superficie per prenderne un boccone. E’ difficilissimo farli allontanare, sia perché non desistono, sia perché fanno tanta tenerezza. Mi volto mentre mi allontano, e i miei occhiali da sole nascondono le lacrime che affiorano ai miei occhi.
I più fortunati indossano delle divise e vanno a scuola: siamo entrati in alcune classi e tutti i bambini ci salutavano ridendo: “Hola! Hola!” Non eravamo semplicemente un diversivo per interrompere la lezione, ma una novità, una visita strana ma gradita.
Visitiamo la chiesa di Santa Prisca, fatta costruire da de La Borda come ringraziamento a Dio per aver trovato una vena d’argento. L’interno è una delle massime espressioni del barocco messicano, solo che qui al posto degli stucchi, c’è legno intarsiato e ricoperto d’oro. L’effetto, se fosse stato uditivo e non visivo, si sarebbe potuto dire assordante. Non sai dove guardare, non sai dove cogliere il particolare, perché tutto è un particolare.
Proseguiamo passeggiando per il paese, attirati dai colori, gli odori, le grida dei venditori. Avremmo voglia di assaggiare qualcosa di ciò che la gente cucina per la strada sui carretti, ma non ci fidiamo troppo dell’igiene.
Sopra il tetto di ogni casa ci sono delle croci, avvolte da nastri colorati che il vento fa ondeggiare. Ci sono statue di Cristo sanguinante, con capelli veri, teste di divinità azteche scolpite nelle croci, un misto di religione cattolica e mesoamericana ovunque.
Riscendiamo verso la piazza da cui parte il pullman, attraversando un’altra parte di mercato. Una donna seduta sui gradini di un uscio vende del queso in forma tonda, posato su foglie marroni. Me lo offre, ma Alberto mi sconsiglia di mangiarlo e perciò non lo compro. Un’altra donna allora, seduta lì accanto, mi dice di mangiare e mi regala una tortilla dicendo “porque non diga cuando llega a su terra que no hay nada para comer aqui “ (perché non dica quando arriverà al suo paese che qui non c’è niente da mangiare). Ha negli occhi lo sguardo di una mamma, di una nonna, il suo senso materno è più forte della sua povertà, tanto da offrirmi gratis una sua tortilla perché io, giovane e forse ai suoi occhi magra, mangi qualcosa. Le dò un peso, perché non posso accettare il pane di mais gratis, ma quella moneta non ripagherà mai l’affetto di questa “mamma” nei miei confronti.
Prendiamo il pullman di ritorno e tento di dormire mentre l’altoparlante, proprio sopra la mia testa, mi fa arrivare il dialogo del film che sta andando in onda sullo schermo; anche questa pelicula, come quella del viaggio di andata, è di uno squallore, di una banalità e stupidità unica, ma riesce pur sempre a svegliarmi ogni tanto.
Di nuovo la metro per il ritorno in albergo. Poi, stanchissimi, dopo la doccia, ceniamo in un fast food, vicino all’albergo. In camera, mi guardo allo specchio: ho il naso rosso come un peperone, nonostante lo abbia cosparso di crema solare protettiva; al collo e al polso una collana e un braccialetto fatti di perline di legno e onice: li ho pagati in tutto 6 pesos, 3.000 lire, il lavoro di un’ora di quella povera donna che me li ha venduti.

4 maggio 1994 - CITTA’ DEL MESSICO - PUEBLA - CHOLULA

“Beati gli ultimi perché saranno i primi nel regno dei cieli.”

Ancora i postumi del fuso orario. Questa mattina ci siamo svegliati alle 5.30! Siamo usciti presto per andare a Puebla e Cholula. Abbiamo preso l’autobus a “Tapo” (stazione est) e in due ore e mezzo siamo arrivati alla città di Puebla. Da lì abbiamo preso un piccolo, vecchissimo pulmino verso Cholula, insieme ai “discendenti dei maya” (come ormai chiamiamo scherzosamente e affettuosamente gli abitanti di questi luoghi). La gente ci guarda sorpresa e incuriosita, ma sempre con occhi benevoli. Il pulmino ci lascia lungo dei binari ormai in disuso. Per arrivare alle rovine, seguiamo questa strada ferrata che attraversa una zona molto povera di Cholula; c’è immondizia dappertutto, le case sono costruite con pochi mattoni e sembrano reggersi in piedi per miracolo. Ognuna avrà a dir tanto due stanze. Non c’è anima viva: tutti al lavoro o a scuola. Terminata la strada ferrata, ci troviamo di fronte alla biglietteria: mi ero quasi dimenticata che bisognasse pagare l’entrata. Nonostante la povertà, la gente del Messico sembra non dare molto valore al denaro, sembra che si accontenti di ciò che ha, con una filosofia di vita molto semplice. Qui il denaro assume il vero valore per cui è stato inventato dall’uomo; è un mezzo per ottenere un servizio o acquistare qualcosa.
L’entrata della zona archeologica è molto suggestiva: durante gli scavi sono state scoperte delle gallerie sotterranee che attraversano l’antica piramide di Tenapama, di cui ancora non si è trovata la fine, per una lunghezza di 9 chilometri circa. Sono dei semplici tunnel strettissimi, con volta gotica, illuminati da luce artificiale. Ogni tanto il terreno è interrotto da grate che lasciano intravvedere delle lunghissime scalinate in discesa; oppure lungo le pareti si aprono altri archi da cui partono altrettante scale verso l’alto o il basso, che al buio sembrano non terminare mai. Usciamo di nuovo all’aperto e dopo una lunga salita arriviamo ad una chiesa costruita un po’ storta sopra la piramide, ora ridotta ad un cumulo di terra dell’altezza di una montagnola. Da lì si gode una bellissima vista su tutta Cholula e soprattutto su parte delle sue 99 chiese: a vista d’occhio ne ho contate una ventina, con cupole e alti campanili dai colori vivaci, azzurro, rosso, bordeaux, giallo. Si dice che Cholula avesse 365 chiese, una per ogni giorno dell’anno. Nella chiesa si sta celebrando la messa: all’ultimo banco è inginocchiata una donna anziana, con i capelli corvini legati a trecce, vestita di abiti vecchi e sporchi. Al suo fianco, poggiati alla parete, ci sono un sacco e un forcone. Sembra quasi inverosimile che questa donna abbia interrotto il suo pesante e faticoso lavoro per arrivare fin quassù, camminando per una strada sterrata in salita e facendo quasi 60 gradini (anzi gradoni!), per assistere alla messa stando inginocchiata tutto il tempo. Noi abbiamo percorso lo stesso tragitto e siamo stati costretti a fermarci più di una volta per il caldo e il fiato corto.
Dopo aver fatto qualche foto, ridiscendiamo per visitare le rovine. Dappertutto finora, nelle zone archeologiche, abbiamo visto operai che lavorano sotto il sole per sistemare gli scavi aperti, rifacendo muretti o scale in pietra e mattoni. Qui addirittura, devono fabbricarsi i mattoni stessi. C’è una piccola buca da cui prendono della terra, la mescolano con paglia e acqua in modo da ottenere un impasto abbastanza compatto, poi lo mettono in forme di legno, lo pressano bene, tolgono la forma e a terra resta un rettangolo di fango color marrone scuro che viene lasciato a seccare al sole. Mi ricordo che Elena ci ha detto che gli operai qui guadagnano 8.000 pesos (circa 16.000 lire) al giorno, lavorando 10-11 ore!
Proseguiamo sconcertati e affascinati allo stesso tempo. I ruderi sono pochi e non riusciamo a scorgere in queste poche pietre lo splendore di un tempo.
Interessante invece è una fossa scavata a terra e coperta con un vetro, in cui sono sepolti degli uomini: non restano che ossa e qualche oggetto, come armi, collane e utensili per la cucina.
Riprendiamo il microbus per Puebla. Abbiamo qualche problema di orientamento: è una città grande e caotica, con mercatini e bancarelle in ogni strada. Anche qui, i negozi sono stranissimi: la merce è ammassata dappertutto e i venditori reclamizzano la loro mercanzia gridando con una insolita cantilena; non ci sono insegne, ma solo scritte sui muri pitturate con colori vivaci, che non riportano strani ed eccentrici nomi come in Italia, ma semplicemente il tipo di merce che si vende o il servizio che si offre. Il problema è sempre quello: mangiare. Non che manchi cibo, ma con la paura di prenderci qualche malattia, non sappiamo cosa comprare. Ogni carrettino ci sembra sporco, così pure i bar o i chioschi. Ricorriamo di nuovo alla frutta, che per fortuna è sempre buonissima. Entriamo in una chiesa il cui nome non è riportato sulle guide: anche questa all’interno è tutta in legno intarsiato e dorato; qua e là statue di Gesù, della Madonna, di santi. Le statue sono scolpite realisticamente, ci sono fiori ed ex-voto e sempre una breve preghiera scritta a fianco di ognuna. Anche qui, come in tutte le chiese che finora abbiamo visitato, c’è sempre molta gente, anche quando non c’è la messa. Donne e uomini, giovani e vecchi, entrano e si fermano a pregare per qualche minuto. Incontriamo uno strano tipo, che in meno di 10 minuti ci racconta la storia della sua vita: è vedovo da 14 anni, ha due figli che porta sempre in chiesa per far loro avere una giusta disciplina e dei buoni valori, ma lui non è molto credente, anche se non fa altro che ripetere “que Dios me perdoni”. Parla di tutto, dell’amore, della politica, del lavoro (era un poliziotto o una guardia giurata, non ho ben capito) e sembra non voler mai terminare.
Usciti dalla chiesa, non riusciamo ancora ad orientarci; la topografia è molto particolare, le strade sono indicate con i numeri e i punti cardinali. Purtroppo non riusciamo a vedere il famoso convento di Santa Rosa, siamo stanchi e si è fatto tardi. Riprendiamo un microbus per andare al terminal de los autobuses; la gente a bordo sorride e scambia con piacere qualche parola con noi. Alberto intraprende addirittura una conversazione con un simpatico vecchietto con tanto di sombrero. Durante il viaggio di ritorno sul pullman, dormiamo per quasi tutto il tragitto: è stata una giornata stancante ed emozionante. Tornati a Mexico D.F., dopo l’indispensabile doccia, decidiamo di mangiare italiano. Nella Zona Rosa però, i ristoranti italiani non sono molto economici, perciò optiamo per una Pizza Hut, di cui non ci pentiremo. La pizza è abbondante, morbida e ben condita e anche la cuenta ci soddisfa. Anche oggi vado a letto con un bel bagaglio di emozioni.

5 maggio 1994 - CITTA’ DEL MESSICO - OAXACA

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi paesaggi,
ma nell’avere nuovi occhi.”

Elena e Stefano sono partiti precedendoci a Oaxaca. Usciamo un po’ tardi dall’albergo dopo aver fatto le valigie e andiamo al tanto declamato Museo Antropologico. E la fama è tutta meritata. Partendo dalle origini dell’uomo, con spiegazioni ed immagini molto chiare, ogni sala del museo è dedicata ad una differente civiltà mesoamericana. Ci sono reperti archeologici e riproduzioni di oggetti di uso quotidiano e ornamentali, gioielli, armi, utensili per la cucina, la caccia, l’agricoltura, statue e fregi di vari templi. E’ una visita fondamentale per comprendere ciò che si è visto e che si vedrà in questa meravigliosa terra. C’è il famoso calendario azteco, o Pietra del Sole, un lastrone circolare che misura 3 metri e quaranta di diametro e che pesa ben 24 tonnellate, diventato ormai il simbolo del Messico. Ci sono rappresentati i cicli temporali degli aztechi. Impressionanti anche i vari tipi di sepoltura, dove si vedono scheletri distesi o in posizione fetale, circondati da vari oggetti in ceramica, nonché il bellissimo sepolcro di un nobile sacerdote di Palenque, la cui cripta è stata ricostruita interamente all’interno del museo. E’ simile ad un enorme sarcofago, coperto per metà da un pesante lastrone: all’interno giace disteso lo scheletro del sacerdote con gioielli al collo e ai polsi. Tutt’intorno le statue in bassorilievo delle 9 signore della morte. Tra i tanti oggetti di uso quotidiano, particolarissima una tazza/bricco a forma di scimmia, le cui braccia fungono da manico, il corpo da contenitore e la coda, forata, da beccuccio.
Terminata a malincuore la visita al museo, ci rifocilliamo con dei pezzi di cocomero e prendiamo un bus per arrivare allo Zocalo. Il Paseo de la Reforma ci fa vedere una parte della città più bella, meno povera e sporca. Zocalo in spagnolo vuol dire basamento e questa piazza, ufficialmente la Plaza de la Constituciòn, ha questo nome perché prima vi si trovava un monumento a Carlos IV che dopo l’indipendenza messicana fu smontato lasciandone per anni solo il piedistallo, lo zocalo appunto. E’ una piazza enorme, vi si affacciano palazzi di diverso stile e vi si trova l’imponente Cattedrale (il cui interno purtroppo è in restauro).
Usciti dalla chiesa, ci sorprende un altro dei frequenti acquazzoni messicani. Ci rifugiamo allora sotto il tendone di plastica improvvisato di una venditrice di giornali. La gente corre, allegra e non imbronciata per il fastidio di questa pioggia repentina, in cerca di riparo e coprendosi con buste di plastica diventate per l’occasione impermeabili. Una donna urla qualcosa in spagnolo: vende delle mantelle con cappuccio di cerata colorata. Mentre siamo lì sotto al riparo, ma ormai zuppi, arriva un ragazzo in bicicletta che trasporta una pila di giornali dietro al sellino, li scarica sotto il tendone, getta la bici a terra sotto l’acqua e si ripara con noi. Lo spazio si fa sempre più piccolo, ne arriva un altro, bagnato anche lui; gli facciamo spazio. Nessuno ci guarda come intrusi, siamo gente come loro che cerca riparo dalla pioggia. E’ la solidarietà della povertà. Non è vero quello che dicono dei messicani. Finora quelli che abbiamo incontrato sono tutti gentili, cordiali, felici di parlare con noi, di aiutarci a orientarci, di darci informazioni, di vendere qualcosa. Finito l’acquazzone, un’altra donna attraversa la grande piazza vendendo semplici ombrelli neri a 10 pesos.
Ci dirigiamo verso il tempio degli aztechi, proprio nel luogo in cui questo popolo nomade fondò Città del Messico, guidato da una profezia del suo dio Huitzilopochtli. Partiti da Aztlan, due secoli prima, gli aztechi si stabilirono su un isolotto del lago Tetzcoco, dove secondo la leggenda, avevano visto un’aquila con un serpente in bocca, posata su un fico d’India: il segno del loro dio (tramutatosi in aquila) che li avvisava che erano finalmente arrivati nel luogo annunciato. Questo posto prese il nome di Mexico-Tenochtitlan, da Mexi o Mexitl, l’altro nome del dio Huitzilopochtli e Tenoch, il sacerdote che li aveva guidati sin lì. Da questo momento inoltre, gli Aztechi si dettero il nome di Mexica e l’immagine dell’aquila con il serpente in bocca è la stessa raffigurata nella bandiera messicana.
Neanche il tempo di dare un’occhiata al tempio che ricomincia a piovere. Ci rifugiamo dentro un portone dove c’è un gruppo di uomini e di donne in costume, credo azteco. Si prestano volentieri per una foto: hanno indosso dei gonnellini di pelle, conchiglie, collane e in testa un copricapo di piume. Entriamo da qui ai resti del tempio, senza pagare il biglietto, anche qua come al museo, perché oggi è festa nazionale, la festa della battaglia di Puebla. Quasi correndo, su delle pedane sopraelevate, visitiamo ciò che resta del tempio, sotto il livello del terreno. Poi sempre di corsa, andiamo a prendere la metro: ci assale un’ondata di caldo soffocante, i nostri vestiti bagnati si asciugano in un momento. Siamo quasi travolti dalla gente, mai viste tante persone le altre volte che abbiamo preso la metro. Sono comunque tutti molto ordinati, non semplicemente perchéeducati, ma sempre per quella loro filosofia di vita che fa prendere le cose con calma, quasi con rassegnazione. E anche se qualcuno non rispetta la fila, nessuno reclama.
Arriviamo in albergo, il tempo di sciacquarsi e siamo di nuovo all’aeroporto per un altro volo. Questo, anche se della durata di soli 40 minuti, ci ha dato abbastanza fastidio: c’era vento e pioggia sulla nostra rotta e ogni tanto l’aereo sobbalzava. Nessuno di noi due ha avuto paura, anzi abbiamo scoperto che ci piace molto volare. Arriviamo all’aeroporto di Oaxaca, piccolissimo, e prendiamo un taxi collectivo, che ci lascia (per ultimi) all’albergo Misiòn de los Angeles. Da sogno. Piccole suite o stanze, tutte distribuite in modo sparso in un parco con piscina, viottoli, stradine, fiori e siepi. Sono ad aspettarci i nostri amici italiani. Ceniamo con loro, un po’ italiano e un po’ mexicano, ci scambiamo qualche impressione, assistiamo ad un incontro di un gruppo del Rotari Club ospite nel nostro albergo e ci diamo presto la buona notte.

6 maggio 1994 - OAXACA - MITLA - MONTE ALBAN

“Le nubi si muovono nel cielo,
il vento attraversa i campi,
lontano oltre la montagna
deve essere la mia casa.”

Con il nostro solito e collaudato sistema “no Alpitour” e sempre insieme a Elena e Stefano, prendiamo un bus fino all’Hotel Los Angeles, da dove partono i pullman per Mitla e Monte Albàn. Dai pochi contatti avuti con la gente, ci accorgiamo che gli abitanti di Oaxaca non sono così cordiali e gentili come quelli di Mexico City. Prendiamo un tour organizzato per Mitla. L’autista-guida parla spagnolo e ogni tanto inserisce qualche parola di italiano per renderci le spiegazioni più comprensibili. A bordo di un piccolo van, attraversiamo delle zone aride, quasi deserte, dove ogni tanto si intravedono delle case, dei pastori con le loro capre o le loro mucche. Tutt’intorno montagne. Cominciano a sentirsi i 37 gradi! Facciamo una breve sosta a Santa Maria del Tule, un villaggio famoso perché custodisce il cipresso sabino più antico d’America (anche se la guida dice del mondo): 2.000 anni di età, 42 metri di altezza, 59 di circonferenza, 36 tonnellate di peso, 30.000 litri di acqua a settimana per poterlo mantenere in vita. E’ veramente immenso. Sembra essere composto da più tronchi, di forma piatta e allungata, le fronde coprono un’area vastissima.
La guida ci concede qualche minuto di sosta e ne approfittiamo per andare al mercato adiacente. Mentre guardiamo gli oggetti esposti, una donna alle nostre spalle ci grida: “sombreros, señores, sombreros”. Ci voltiamo e non ci sembra vero di comprarci uno spicchio di ombra sotto questo sole che alle dieci e un quarto già infuoca la terra. Il tempo di avvicinarsi e subito alcune donne armate di bastoni, cacciano aspramente la venditrice. Scopriamo così che è una venditrice ambulante non autorizzata. Assistendo all’insolita scena, sembra quasi che queste donne agguerrite siano crudeli, in realtà non fanno altro che tutelare i loro interessi di venditrici che pagano le tasse, forse con troppa foga, ma in fondo giustamente. Chi ci guadagna siamo noi; acquistiamo 4 sombreri a 5 pesos ognuno, invece di 10!
Risaliamo sul pullman diretti a Mitla. Sul posto, la guida ci informa subito che il poco tempo a disposizione non ci permetterà di visitare tutta la zona archeologica. Comincia una lunga e chiara presentazione storica delle civiltà mesoamericane. Mitla appartiene a quella zapoteca/mixteca. Ancora oggi esistono ben 16 gruppi diversi di indigeni, che parlano zapoteco in 92 dialetti differenti. Mitla è un nome di origine azteca, perché questo popolo conquistatore imponeva la propria lingua a coloro che sottometteva. Il nome zapoteco di questa città era Leouva che vuol dire “luogo delle tombe”. E’ interessante sapere che questo posto è l’unico insieme a Uxmal ad essere originale per l’80-90% e non ricostruito come gli altri. Tutti i resti che ora vediamo hanno resistito al tempo, agli agenti atmosferici, alle rivoluzioni, alla guerra e ai vari terremoti che spessissimo scuotono questa terra. Le pietre vulcaniche e calcaree per costruire i templi furono trasportate dalle vicine montagne per 15 chilometri, e bisogna ricordare che questa civiltà non conosceva ancora la ruota né il ferro. Per lo più si tratta di blocchi monolitici, incastrati l’uno nell’altro senza uso di cemento o altra amalgama. Sulla maggior parte delle pareti ci sono disegni geometrici, chiamati grecas dal nome della pietra; ce ne sono 11 diversi, ma di nessuno si conosce il significato, forse si riferiscono a fenomeni cosmici, come raggi di sole, oppure all’acqua, ai serpenti, le croci forse ai quattro punti cardinali. Questi strani disegni, unici al mondo, sono riportati oggi nella trama dei tappeti o delle maglie lavorati al telaio dai locali. Quello che possiamo vedere sono solo i templi e le case dei nobili e dei sacerdoti, che costruiti in maniera più solida, hanno sfidato i secoli; le case del popolo, nei dintorni, costruite in argilla, sono invece andate distrutte.
Dopo aver visitato Mitla, ci dirigiamo a una fabbrica di Mezcal, una bevanda alcolica ricavata dalla pianta dell’agave messicana, l’henequén: in questa distilleria ce ne fanno provare vari tipi, per lo più all’aroma di frutta. Ce n’è una particolare e molto forte: ha uno o più vermi dentro che contribuiscono a darle un sapore più gustoso (a dir loro!).
La tappa successiva è un’azienda familiare dove si lavorano i tappeti: ci vengono mostrate tutte le varie fasi di lavorazione. Filano la lana, usando delle spatole quadrate con dei denti simili a chiodi, e dopo aver infilato un batuffolo di lana in mezzo, lo spazzolano in un verso e nell’altro. Per colorare la lana usano tutte materie naturali; per esempio, il rosso lo ottengono dalla grana, una coccinella parassita del cactus, fatta essiccare. Ne mettono una manciata in una specie di mortaio (un blocco di pietra a forma di tavolino), su cui fanno scorrere un’altra pietra cilindrica. La polvere ottenuta viene raccolta in vasetti e diluita all’occorrenza nell’acqua. Il colore ottenuto è il rosso, ma aggiungendo un po’ di succo di limone (di quelli che si trovano qui, molto piccoli) diventa arancione. Il colore azzurro invece, si ottiene da una pianta cotta ed essiccata. Lavorano al telaio seguendo il disegno che hanno nella mente e intrecciando fili di diversi colori; per eseguire un tappeto di media misura, occorrono quasi due mesi. Ce ne fanno vedere tanti, tutti belli, con disegni geometrici o figure di dei, ma i prezzi per noi sono alti (anche se in Italia sono considerati bassi): da 100 pesos, quelli più piccoli, fino a 1000 pesos, quelli più grandi e dalla trama più complessa, tutti in pura lana.
Risaliamo sul pulmino e torniamo all’Hotel Los Angeles. Qui ci aspetta l’autobus per Monte Albàn. Percorriamo una strada tortuosa, sempre al limite del precipizio, tutta in salita. L’autista guida con destrezza questo enorme, vecchio pullman. Mangiamo un succoso melone che abbiamo comprato prima di ripartire ed iniziamo la visita. L’area è vastissima e contiamo più di 10 edifici, anche se per la maggior parte distrutti. Hanno tutti delle scalinate per raggiungere la cima, delle gallerie che li attraversano da parte a parte e per la prima volta vediamo anche qualche parete incisa con disegni di serpenti, figure umane e altro. E’ qui che si trovano le famose stele dei “danzanti” così chiamate perché vi sono raffigurati degli uomini che sembrano danzare (alcuni esperti dicono anche che forse, si tratti invece di schiavi torturati che si contorcono per il dolore). Alcuni di questi uomini hanno la barba lunga, cosa strana perché gli aztechi non avevano barba.
Purtroppo comincia a piovere e a nostra insaputa e prima di avere modo di visitarle, vengono chiuse le tombe (la cosa più bella da vedere), contenenti tesori ritrovati intatti. Riprendiamo il pullman di ritorno, l’autobus per l’albergo e, visto che siamo arrivati presto, io e Alb, sotto gli occhi di Elena e Stefano, facciamo un bel bagno in piscina. Ceniamo di nuovo al ristorante dell’albergo, mangiando all’italiana: spaghetti alla bolognesa” (cioé al ragù), buoni, anche se il sugo è un po’ troppo liquido, e una bella bistecca. Andiamo a letto presto, siamo stanchi, è stata una giornata molto pesante, soprattutto per il gran caldo.

7 maggio 1994 - OAXACA - TUXTLA GUTIERREZ

“Vi è inoltre una piazza grande (...) dove si può trovare ogni tipo di mercanzia
prodotta in queste terre; viveri, ninnoli in oro e argento, piombo,
ottone e rame, stagno, pietra, conchiglie, ossa e piume.”

Ci siamo svegliati presto per andare a visitare il mercato del sabato. E’ molto più grande di quello di Taxco, anche se non così particolare. Ci sono tantissimi banchi di frutta e verdura, qualche banco di tappeti, oggetti in paglia, in cuoio e in legno. La frutta è lucidissima, le donne e le bambine la lucidano con un panno pezzo per pezzo e la dispongono su teli di stoffa o di plastica, ben impilata a piramide o incastrata a cerchio. I meloni sono messi l’uno sull’altro, in uno strano equilibrio. Alcuni venditori tagliano i cocomeri, il cocco, la papaia e gli avocado e li vendono a pezzi in bicchieri dentro sacchetti di plastica, per pochi pesos. Abbiamo anche assaggiato i famosi churros, dei dolci a forma di bastoncino, morbidi, fritti e ricoperti di zucchero. La parola churro mi ricorda la scuola superiore... fu una delle prime parole di spagnolo che imparai della fraseologia del mercato, dove all’interno di un dialogo, un bambina diceva alla mamma “huele a churros!” (sento odore di churros).
Le donne, oltre ad indossare il caratteristico grembiule, si coprono la testa con uno scialle con frange ripiegato a rettangolo, semplicemente appoggiato. Sembra che più che coprirsi dal sole lo facciano per pudore. Altre invece lo portano arrotolato come un turbante, con un capo penzolante dietro la nuca. Se si prova a fotografarle e se ne accorgono, subito si voltano e si coprono la faccia con lo scialle. Molte di loro vengono dai villaggi vicini e sono le discendenti degli antichi maya: le fotografie vanno contro la loro religione. Se vogliamo ritrarle perciò, dobbiamo chiedere il permesso o farlo senza farci scoprire. Nel mercato ci sono anche dei venditori di ghiaccio: lo tengono a terra coperto con dei teli di plastica e lo distribuiscono con delle enormi pinze di ferro. Evidentemente, la maggior parte della gente non ha il frigorifero. Incontriamo un americano, uno strano tipo con un pessimo accento. Ci dà dei suggerimenti per evitare i furti (precauzioni che abbiamo già preso) e ci accompagna nella parte del mercato dove vendono i tappeti. Ce ne sono di belli, ma non della stessa qualità di quelli che abbiamo visto alla fabbrica vicino a Mitla. Parlo un misto di spagnolo e americano con i venditori per trattare, ma non riusciamo ad ottenere dei prezzi a noi accessibili. Nella zona coperta del mercato ci sono banchi con il pane, dolce e salato, di tante forme, messo in grandi ceste tonde. Ne compriamo uno rotondo, con semi di sesamo sopra. E’ morbido, dolce, molto buono.
Lasciamo il mercato per andare a visitare lo zocalo. E’ una piazza alberata con al centro un grande gazebo sopraelevato (sotto al quale, praticamente sottoterra, c’è un bar). Qui la gente sembra meno povera, almeno da come si veste; ci sono studenti che leggono seduti sulle panchine all’ombra e mamme con due o tre bambini che mangiano uno dei tanti dolci venduti ad ogni angolo. Visitiamo anche la chiesa che dà sulla piazza: dall’esterno sembra una fortezza e l’interno è meno elaborato delle altre chiese che abbiamo visto sino ad ora. Lungo le due navate laterali ci sono cappelle come tante chiesette a sé stanti. Terminata la visita prendiamo un taxi a metà strada per tornare in albergo. Al volo prendiamo le valigie e via di nuovo sull’aereo, direzione Tuxtla Gutierrez per noi e Mèrida per Elena e Stefano.
Il volo non è molto piacevole! C’è vento e l’aereo sobbalza e trema, ma neanche questo mi mette paura. Il momento che mi piace di più è sempre il decollo, quando l’aereo si mette in posizione obliqua e punta verso il cielo, e poi sale, sale, sale... Quando ci sono perturbazioni, sembra quasi che salga dei gradini per raggiungere la quota. E poi non si fa altro che mangiare e bere. Il tempo di slacciarsi le cinture, finita la fase di decollo, che subito passa il vassoio con le caramelle, poi il carrello con le bevande e qualche snack (noccioline o biscotti). Ormai abbiamo anche imparato a memoria tutte le indicazioni in caso di “atterraggio forzato” come lo chiamano loro con un incoraggiante eufemismo!
Arriviamo a Tuxtla, salutiamo i nostri amici, noi un po' dispiaciuti, loro anche un po’ preoccupati, perché dovranno proseguire il viaggio senza due eccellenti guide come noi! Appena aperto il portellone, già si sente il caldo afoso del Chiapas: 35-40°! Arriviamo in albergo stremati, facciamo un bel bagno rinfrescante in piscina (tutta per noi) e ceniamo nella cafeteria. Nella stanza per fortuna c’è l’aria condizionata, altrimenti non si respirerebbe.


8 maggio 1994 - TUXTLA GUTIERREZ - CANION SUMIDERO - VILLA HERMOSA

“Nel pomeriggio giunsero a una terra
dove sembrava sempre pomeriggio.
Lungo la costa l’aria era languente,
come il respiro di chi ha un sogno stanco.”

Ci svegliamo presto per andare a fare il recorrido del Canyon Sumidero. Lungo la strada c’è un posto di blocco, con militari, sacchi di sabbia e mitra puntati. Ci fanno fermare e chiedono all’autista del taxi chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo, poi danno un’occhiata nell’auto e fanno segno di proseguire. Non hanno delle facce simpatiche: è difficile credere che siano lì per mantenere l’ordine ed intervenire contro i ribelli e i guerriglieri. Non lo dico a Alberto, altrimenti si preoccuperebbe ancora di più, anzi lo tranquillizzo, dicendo che se i soldati sono lì è per la nostra sicurezza.
Ripartiamo e il taxi ci lascia al primo imbarcadero, ma per un malinteso scopriamo che per partire con una lancha collectiva ci vogliono almeno 9 persone: per il momento siamo solo noi due. Fare una corsa privata costa 150 pesos, contro i 20 del collectivo. Ci incamminiamo allora verso la strada principale per prendere l’autobus e raggiungere Chiapa de Corzo, una piccola cittadina da dove partono altre barche. Il paesino, che sorge sopra il Rio Grijalva, è incantevole; c’è una chiesa in stile coloniale, una fontana che ricorda la corona dei re spagnoli, dalle dimensioni di una casa e un piccolo campanile. Ci dirigiamo verso il porticciolo. C’è la possibilità di fare un tour collectivo e partiamo dopo 5 minuti. Sono appena le nove ma il sole brucia come fosse mezzogiorno. Nella barca prendiamo i posti in prima fila e ci cospargiamo le parti esposte con la crema solare protettiva, visto che ci siamo spellati dopo la scottatura dei giorni precedenti. Si parte a tutta velocità! Con noi ci sono solamente messicani, è domenica e la gente che se lo può permettere, fa una gita in barca.
Arriviamo in un punto in cui il fiume è più largo. Sulla riva ci sono donne che fanno il bucato nelle acque del fiume e lo stendono sui rami degli alberi, gli uomini si lavano, i bambini sguazzano giocando. Inizia il recorrido: lungo il fiume ci sono salici e palme, sulle pareti a picco delle montagne la vegetazione è scarsa, solo dei ciuffi di erba marrone, come fosse secca. Siamo appena partiti quando all’improvviso una ragazza sulla barca grida qualcosa. Il pilota si ferma, mette il motore al minimo e lentamente torna indietro. Ci indicano una roccia che esce a pelo dall’acqua, sopra c’è un coccodrillo che se la gode al sole. Ci avviciniamo fino a due metri, scatto molte foto. Poi, evidentemente sentendo la nostra presenza, l’alligatore scende in acqua e scompare. Ripartiamo euforici per quell’avvistamento. La prima tappa è una piccola grotta a metà di una parete: vi pende una stalattite a forma di caballito de mar. Proseguiamo poi verso una grotta, molto simile a quella Azzurra di Capri. Purtroppo non si può entrare perché il livello dell’acqua è troppo alto. Proseguiamo ed arriviamo alla “Grotta dei colori”. All’interno, in alto c’è una croce, dei nastri colorati, tanti fiori ed ex-voto ed una scala in legno per salire fino alla statua di una Madonna. La grotta è così chiamata perché ci sono delle scolature di colore lungo le pareti, dovute ad infiltrazioni di acqua piovana. Quando ci fermiamo per le tappe e il motore è spento, c’è silenzio tutto intorno, si sente solo il rumore dell'acqua e lo sbattere d’ali degli uccelli, poiane e falchi. La tappa più bella è l’Arbol de la Navidad, chiamato così proprio perché la forma assunta dalla roccia modellata dall'acqua è quella di grosse fronde e rami simili all’abete. A causa della siccità, non c’è la cascata. Peccato, perché l’acqua che cade giù darebbe un effetto ancora più bello. Per lo stesso motivo a metà del percorso non c’è la cascata alta 100 metri. Arriviamo, sempre a tutta velocità con un bel vento fresco addosso, fino alla diga di Chicoaséu, costruita nel 1980 per fermare la potenza di questo fiume e renderlo per un tratto navigabile. C’è vicino alla diga una centrale idroelettrica che alimenta tutta la zona circostante. Oltre la diga, il fiume ricomincia a correre con una portata di 300 metri cubi d’acqua al secondo, attraversando Villa Hermosa e sfociando nel Golfo del Messico. Sopra la diga c’è un imponente gruppo scultoreo rappresentante l’architetto che progettò la diga e alcuni operai.
Sulla strada del ritorno incontriamo altre barche e ogni volta, planando sulla scia di queste, la nostra urta violentemente. Ritornati all’imbarcadero, sento il bisogno di andare in bagno. Lungo la strada che porta al centro del paesino, ci sono dei bagni custoditi da una donna: sull’entrata, senza porta, c’è scritto “Damas” e “Caballeros”. La donna mi chiede un peso e mi dà un pezzo di carta igienica rosa ruvida, che naturalmente non utilizzo. Entro nel bagno, è buio, ci sono due gabinetti chiusi con un telo messo a mo’ di tenda. Non riesco a capire se è pulito per quanto è vecchio. Mi accorgo alla fine che non c’è lo scarico ed esco per chiedere alla donna come fare. Con tutta tranquillità mi risponde di usare l’acqua che sta in un bidone, prendendola con un secchiello di plastica. Azione che compio quasi ad occhi chiusi...
Andiamo a visitare la chiesa, fa molto caldo, all’interno è più fresco e c’è molta gente che aspetta l’inizio della messa. Una mamma cerca di dare da bere al suo neonato da una bottiglia di plastica, ma non ci riesce e il bambino piange. Ci fermiamo a guardare la scena e il papà del bimbo mi propone con un gesto di prendere il piccolo in braccio. Accetto molto volentieri e gli chiedo se posso farmi fare una foto. Acconsente, ma purtroppo il bambino continua a piangere: deve avere proprio tanta sete. Lo rimetto tra le braccia del papà e finalmente riescono a dissetarlo dandogli da bere con il tappo della bottiglia. Fuori dalla chiesa c’è un piccolo mercato, un banco vende del cioccolato freddo in strane tazze di alluminio. Dietro il banco, due donne le lavano e le asciugano in modo che siano di nuovo subito pronte per l’uso. E non è una cosa strana; da quando siamo qui, in ogni città abbiamo visto vari esempi di pulizia: gente che pulisce per terra, lava i vetri, spolvera in continuazione, negli aeroporti, nelle stazioni dei pullman, nei negozi. Tutto ciò è in netta contrapposizione con la sensazione di sporco che dà la maggior parte delle persone. Ma probabilmente è solo una sensazione, perché, nonostante il caldo, la polvere e la mancanza di acqua in molte case, donne e uomini sono sempre intenti a lavare e pulire, non solo le cose personali, ma anche gli oggetti e i luoghi pubblici. L’apparenza di sporco forse è data dal fatto che tutto è vecchio, logoro, consumato, a cominciare dai vestiti e dalle scarpe, per finire con i taxi. Il Messico è il paese delle contraddizioni: in TV per esempio, ci sono degli spot pubblicitari con ambienti, situazioni di vita e persone del tutto diverse da quelle che vediamo noi quotidianamente, quasi a rappresentare un benessere, un progresso che invece nella maggior parte dei casi non esiste.
Facciamo un giro nel mercato e compriamo un po’ di frutta. Prendiamo un autobus per tornare in albergo; appena saliti, la gente ci guarda e ride, forse si chiedono cosa facciamo lì, per loro il turista è sinonimo di ricchezza! Superiamo di nuovo il posto di blocco (senza essere fermati questa volta), scendiamo al capolinea e una signora ci indica di sua iniziativa il punto dove prendere la combi, la coincidenza, per arrivare in albergo. E’ incredibile come i messicani siano gentili e disponibili, questa è una prerogativa che abbiamo riscontrato in tutte le persone finora incontrate, specialmente le più povere, più che nel personale degli alberghi e dei ristoranti. Non che siano scortesi, ma ti trattano con una certa freddezza, con distacco quasi. Forse per loro noi non siamo i turisti ideali, perché spendiamo e paghiamo poco. L’autobus non passa e decidiamo di prendere un taxi. Ci facciamo aspettare fuori dall’albergo, il tempo di pagare il conto e ritirare le valigie e si riparte verso l’aeroporto, destinazione Villa Hermosa.
Non è sicuro che riusciremo a partire, perché il nostro volo è al completo. Arriviamo 3 ore prima per metterci en lista de espera, ma sembra che non ci siano possibilità. L’unica alternativa sarebbe di viaggiare con la VIACSA, un’altra compagnia aerea nazionale, ma i nostri biglietti non sono validi e saremmo perciò costretti a pagare più di 200 dollari! Per fortuna, proprio all’ultimo momento ci dicono che ci sono dei posti liberi. Saliamo sull’aereo (lo stesso che ieri ci ha portato qui da Oaxaca), c’è un gruppo di italiani in un tour organizzato, si riconoscono lontano un miglio. Anche questo volo è un po’ sobbalzante, intorno a me c’è chi si fa il segno della croce, chi si tiene forte ai braccioli. Per me è quasi divertente se solo i vuoti d’aria non mi dessero fastidio allo stomaco. Alberto mi confessa di avere un po’ paura.
Quando scendiamo (il volo dura solo 40 minuti), prenotiamo subito il volo successivo per Mérida e prendiamo un taxi. L’albergo è molto bello, c’è una piscina all’aperto, oltre la cafeteria. Il tempo di indossare il costume da bagno e ci tuffiamo in piscina, dove l’acqua è più calda dell’aria. Intorno ci sono dei grandi alberi di cocco, con alcuni frutti a terra: non deve essere piacevole riceverne uno in testa da quell’altezza. Nella piscina ci sono delle enormi camere d’aria gonfiate che fungono da salvagente e ne approfittiamo per giocare un po’. Oltre la siepe che circonda l’albergo c’è un lago, con tanti uccelli, molti vengono addirittura sul bordo della piscina a dissetarsi. Uno bellissimo, color viola argentato, immerge il becco nell'acqua, beve e poi se lo asciuga strusciandolo contro il cemento. Deve essere pieno di zanzare qui, perché tutt’intorno a Villa Hermosa ci sono acquitrini, paludi e laghetti. Oltre alle zanzare, un’altra “calamità” è la forte escursione termica fra le zone all’aria aperta, con una temperatura di quasi 40° e i locali chiusi, dove l’aria condizionata ti ghiaccia istantaneamente il sudore sulla pelle. Siamo costretti a cenare nella cafeteria con un golf e la passeggiata nel parco dell’albergo per digerire è quasi piacevole per il dolce tepore. Anche stasera ci addormentiamo presto per la stanchezza. In camera l’aria è quasi irrespirabile e, come al solito, lasciamo acceso il condizionatore tutta la notte.

9 maggio 1994 - VILLA HERMOSA - AGUA AZUL - PALENQUE

“La felicità è stare in un luogo e non desiderare di essere altrove.”

Anche oggi il caldo è soffocante. Prendiamo un pullman della ADO (una delle maggiori linee di trasporti del Messico) per Palenque. Sono due ore di viaggio, per fortuna con il clima (l’aria condizionata). Poco dopo il confine con il Chiapas (noi siamo nel Tabasco) ci fermano ad un posto di blocco, uguale a quello di Tuxtla Gutierrez. Salgono due soldati e fanno un giro nel pullman chiedendo i documenti a tutti. Uno dei due ci chiede i passaporti, rispondo in spagnolo che li abbiamo lasciati in albergo e che abbiamo solamente i documenti italiani. Alberto è già agitato, lo sento, anche perché si era già preoccupato non appena da lontano aveva visto le piccole trincee. Il soldato ci scruta, guarda i nostri documenti, ci fa delle domande generiche, perché siamo lì, da dove veniamo, dove stiamo andando; cerco di rispondere il più tranquillamente possibile, in spagnolo, anche se so benissimo che non sarei affatto tenuta né a capirlo né a parlarlo né a rispondere a questa specie di interrogatorio; ma lo faccio lo stesso, con il cuore che batte forte. Non so dove ho letto che basta una parola sbagliata e possono sbatterti dentro senza ragione. Inoltre la sua faccia non ispira né fiducia né sicurezza, ma una sorta di arbitrarietà e potere dato solamente dalla divisa (per non dimenticare poi la mia avversione per le divise e per tutti quelli che le indossano!). Ci restituisce i documenti, continua l’ispezione e con il suo collega fa scendere uno dei passeggeri, dicendo all’autista di aspettare. Non riesco a capire niente di quello che si dicono, solamente che il passeggero si lamenta, è seccato e dice di dover andare a Palenque. Parlano per un po’, poi lo lasciano risalire sul pullman e ripartiamo. Interrogo un po’ l’autista sulla situazione nel Chiapas, non perché mi interessi, ma per tranquillizzare Alberto, che è sempre più agitato. Lui ci risponde che non c’è la guerra, che tutto è tranquillo e che non c’è nessun problema con i posti di blocco.
Lungo la strada, interrotta in molti tratti per lavori all’asfalto, il paesaggio è diverso da quello che abbiamo visto sino ad ora. Non è più tanto brullo, anzi in alcuni punti la vegetazione è fitta, rigogliosa, di un bel verde acceso. Su alcuni alberi, appese ai rami, ci sono delle buste di plastica rettangolari di colore azzurro. Scopriremo più tardi che sono delle arnie, messe lì dagli apicoltori. Arriviamo a Palenque, dove ci sono dei taxi collettivi per andare agli scavi. Saliamo su uno e l’autista subito ci propone un tour per 180 dollari comprensivo di Agua Azùl, Misol-Hà (un’altra cascata) e le rovine. Trattiamo un po’ fino ad arrivare a 150 dollari, compresa la sosta nei villaggi degli indios. Alberto non è tranquillo, ha paura che ci siano altri posti di blocco, che l’autista del pullmino sia un tipo poco raccomandabile (anche se non sembra proprio dal suo aspetto) e che ci assalga qualche indio, insomma ha uno dei suoi attacchi di ansia. Si lascia convincere comunque ad andare con loro, anche se per quasi tutto il viaggio rimarrà con questo stato d’animo. L’autista si porta un suo sobrino (cugino), cosa che non fa altro che aumentare la preoccupazione di Alberto; ora sono in due. Io, a tratti, forse suggestionata da quello che dice Alb, sono po’ titubante, ma il mio sesto senso mi dice che andrà tutto bene. Finalmente si parte: l’autista mi chiede di pagarlo in anticipo, ma io malfidata, dico di no. Mi dice allora che è per mettere la gasolina. Accetto, ma tengo io il resto che gli darò solamente alla fine del viaggio. La prima tappa è alla cascata di “Mohel-Ha”, alta più di 100 metri. L’acqua cade giù in due linee verticali parallele, in una piccola conca, da cui scende poi a valle. Lo spettacolo è molto bello, perché è quasi un angolo nascosto nella folta vegetazione. E’ pieno di zanzare e ci cospargiamo subito con l’Autan, che unito alla crema solare che ci siamo messi la mattina e al sudore, crea uno strato unto e appiccicoso sulla nostra pelle. Ripartiamo verso Agua Azul, ad un’ora e mezzo di strada. Chiacchieriamo un po’ con questi due ragazzi ed ogni tanto lancio loro qualche battuta del genere “no van a matarnos” (non ci ammazzate) oppure “que non piensen de dejarnos aqui y volver sin nosotros” (che non pensiate di lasciarci qui e tornare senza di noi). I due ridono, e il sobrino mi mostra anche la sua patente per dimostrarmi che è una brava persona. Scopriamo che hanno entrambi quasi vent’anni, anche se ne dimostrano almeno 30. I messicani, ce ne accorgiamo sempre più spesso, dimostrano molto più dell’età che hanno, al contrario i bambini sembrano più piccoli di quello che sono. Cominciano ad apparire i primi indios: qualcuno vende lungo la strada le banane, altri le loro camicie bianche ricamate, l’huipil, altri trasportano la legna sulle spalle, legata con uno spago e tenuta con una fascia che dalla fronte arriva fin sotto la legna, per non far gravare tutto il peso sulle spalle. Lungo la strada si vedono anche i primi villaggi; sono al massimo composti da 10 case, costruite con pietra e fango, con delle finestre senza vetri e degli ingressi senza porta, chiusi semplicemente da tende; ce ne sono anche alcune in legno; il tetto è in paglia, legno o ondulato. Chiedo a Léon (Léonardo, l’autista) di fermarsi per chiedere agli indios se è possibile fare una foto. Scendiamo dal pullmino ed io e Léon parliamo con un signore anziano (o almeno sembra) che indossa solo un paio di pantaloni lunghi di cotone. Gli spieghiamo che vogliamo fare una foto come ricordo, che siamo amici; all’inizio è un po’ titubante, entra in una casa, poi ne riesce ancora più titubante. Ci fa segno di aspettare ed entra in un’altra casa. Nel frattempo arrivano due bambini che ci guardano incuriositi. Il vecchio esce, si è messo una camicia, la loro tipica giacca-camicia, la guayabera, ed è pronto per farsi la foto. Diciamo ai bambini di andare vicino all’uomo per farsi fotografare e regaliamo loro un pacchetto di gomme. Si mettono in posa, vicino la casa, aspettando lo scatto. Li salutiamo e ringraziamo, poi ripartiamo.
Finalmente arriviamo ad Agua Azul: è una cascata stupenda, a più piani, come scalini e si sviluppa in larghezza invece che in altezza. L’acqua che viene giù con forza è bianchissima, mentre nelle piccole conche (che mi ricordano quelle delle fonti di Saturnia) è azzurro-verde. In acqua ci sono dei turisti e dei bambini indio. Non ci pensiamo due volte, facciamo il bagno vestiti, avendo dimenticato di portare i costumi da bagno. Il fondo è fangoso, l’acqua è fredda, ma non molto, in alcuni punti si tocca, in altri no e la corrente è forte. Sulla riva ci sono bambini e bambine con cesti che vendono banane o una specie di frittelle dolci, coperte di zucchero. Per farsi fotografare, cosa che fanno comunque malvolentieri, vogliono un peso. Entriamo lentamente in acqua, nella zona dove si tocca e che forma una piccola laguna. Ci avviciniamo a nuoto verso uno dei gradoni della cascata. La vista da lì sull’intera cascata è meravigliosa. Con noi c’è un gruppo di francesi con i quali scambiamo qualche parola. Una di loro, trascinata dalla corrente, rischiava di andare via, ma per fortuna si è fermata contro un tronco che era in acqua per traverso; tutto bene, solo un po’ di paura. Con il caldo che fa, stare in acqua è veramente un piacere. Usciamo perciò a malincuore. Siamo letteralmente circondati dalle bambine. Chiedo loro che età hanno e come si chiamano, ma le più grandicelle rispondono controvoglia. Dimostrano molto meno di quello che hanno nel fisico (sono tutte molto piccole e basse) ma non nel viso. Ogni tanto posano i loro cesti sulla riva, si tolgono i loro vestitini e con le sole mutandine, facendo bene attenzione che nessuno le fotografi di nascosto, si buttano in acqua per rinfrescarsi. Mentre aspettiamo che ci si asciughino i vestiti, facciamo un giro per le bancarelle lì intorno che vendono oggetti di artigianato: borse di stoffa di tutti i tipi e di tutte le forme, oggetti in pelle e in cuoio, sandali, portachiavi, portafogli.
Si riparte verso Palenque. La strada del ritorno è più veloce perché in discesa: di tanto in tanto l’autista si ferma per farci fare delle foto al paesaggio, anche se io ne approfitto invece per farne qualcuna agli indios che incontriamo per la strada. Purtroppo non si può entrare nei villaggi, gli abitanti potrebbero aggredirci, sono più solitari e malfidati delle piccole tribù vicino a San Cristobal de Las Casas, di cui ho letto invece che si può visitare villaggi e case. Scopro anche, da uno scambio di battute ironiche fra i due ragazzi, che la parola indio viene usata per offendere o prendere in giro. Arriviamo finalmente a Palenque; i nostri vestiti sono ormai asciutti: purtroppo le rovine sono già chiuse, oggi hanno interrotto le visite all’orario fissato, al contrario di ieri, quando, ci dice l’autista, a quest’ora era ancora aperto, nonostante fosse più tardi. Non c’è verso di convincere la guardia, è irremovibile: ci sono anche due ragazze olandesi che hanno già fatto il biglietto, ma che non lasciano entrare ugualmente. Léon dice di andare a provare con il jefe (il capo), per vedere se si può fare un’eccezione, ma purtroppo né io né lui riusciamo a convincerlo a lasciarci entrare, almeno per dieci minuti solamente. Ci accontentiamo di qualche foto da fuori, ma la delusione è forte. Abbiamo fatto tutto quel viaggio da Villa Hermosa e non siamo riusciti a vedere una delle più belle zone archeologiche del Messico. Lo avessimo saputo, saremmo andati prima alle rovine, poi ad Agua Azul. Anche i nostri due accompagnatori sembra ci siano rimasti male. Torniamo a Palenque, li paghiamo e li salutiamo. Sono le cinque, il pullman di ritorno parte alle sette, quindi abbiamo il tempo di mangiare qualcosa e di dare un’occhiata all’artigianato locale. Si fa notte e finalmente si parte. Nel pullman è buio, quasi tutti dormono. Ci fermano di nuovo al posto di blocco, ma questa volta i soldati non salgono e ci fanno passare subito. Evidentemente c’è un controllo maggiore per chi entra nel Chiapas, piuttosto che per chi esce.
prendiamo insieme; dentro c’è già un altro ragazzo. Ci salutiamo sotto l’albergo. Il tempo di fare la doccia e ci addormentiamo in un attimo, nonostante il rumore assordante del condizionatore simile alla centrifuga di una lavatrice.

10 maggio 1994 - VILLA HERMOSA - MERIDA

“Anche se nulla può riportare l’ora
dello splendore nell’erba, della gloria nel fiore...”

Oggi è il “dìa de la mama”, una festa molto sentita in Messico. Dappertutto ci sono offerte speciali, menu particolari, festoni, anche in TV ci sono delle trasmissioni dedicate alla mamma. Facciamo colazione in albergo: è una colazione a buffet e noi ci “abbuffiamo”, troppo. C’è un complesso che suona e canta e dei palloncini su ogni tavolo. Dopo colazione, facciamo le valigie e decidiamo di visitare il Parque La Venta che sta molto vicino all’hotel. Bisogna attraversare la strada e camminare sotto una specie di portico, fiancheggiando un lago, il Lago delle Illusioni. Fa molto caldo, sono le undici e credo che la temperatura abbia superato i 40°.
Arriviamo all’entrata, c'è la possibilità di visitare anche lo zoo e il museo facendo un biglietto speciale. Lo zoo è un po’ diverso da quelli italiani. Non ci sono gabbie vere e proprie, ma cortili recintati. C’è anche una voliera dove si può entrare e avvicinarsi agli uccelli, per lo più pappagalli. Ci sono coccodrilli, tartarughe marine, uccelli che sembrano un incrocio fra un tacchino e un pappagallo, elefanti, ghepardi, lontre, scimmie, il perro de agua, simile alla nostra lontra, serpenti e rettili. Fa sempre più caldo e abbiamo sete, ma non c’è dove comprare qualcosa né dentro al parco, né fuori (i pochi banchetti hanno i sigilli perché non pagano le tasse). E’ pazzesco. Chiediamo da bere alla biglietteria e ci dicono di andare negli uffici, ma anche lì hanno finito l’acqua, hanno solo quella non purificata e qualche arancia. Ne accettiamo una ed usciamo per andare in un supermercato. Incredibile, non hanno acqua fresca, solo al tiempo (a temperatura ambiente), come dicono loro. Ci prendiamo due aranciate, che hanno un sapore strano, un misto di medicina e di detersivo. Rientriamo nel parco ma non riusciamo a completare la visita del Museo all’aperto, perché fa veramente troppo caldo: peccato, perché ci sono molte sculture rinvenute durante gli scavi della zona archeologica di La Venta, come statue, teste gigantesche, altari, stele, in tutto 31 pezzi, di arte olmeca.
Il chilometro e più da percorrere per il ritorno ci dà il colpo di grazia. Arriviamo in albergo completamente bagnati di sudore, disidratati e senza forze. Ci tuffiamo in piscina con delle bevande fresche e restiamo lì per più di due ore, prima di riprendere l’aereo. All’aeroporto incontriamo di nuovo la ragazza che ci aveva sbrigato le formalità del check-in alla partenza da Roma. E’ una guida turistica e ora sta accompagnando un gruppo di italiani. Prendiamo per la terza volta lo stesso aeromobile, quello del volo 7912 che da Oaxaca arriva a Cancùn, facendo scalo a Tuxtla, Villahermosa e Mérida, tutti scali che abbiamo già fatto. Anche questo volo dura solo 40 minuti ed è meno “movimentato” degli altri. All’arrivo chiamiamo un taxi per l’albergo.
E’ molto carino; in passato doveva essere un convento o qualcosa di simile, perché le stanze sono sistemate sopra un portico quadrato, che si affaccia su un cortile interno, dove ci sono tavoli e sedie, alberi e una piccola piscina. La camera, anche se è la màs barrada (economica) è decente, solo che il condizionatore fa un rumore peggiore di quello di Villa Hermosa e siamo costretti a spengerlo la notte.
Andiamo un po’ in giro per Merida. E’ molto carina, soprattutto la zona dello Zocalo e quello che noi abbiamo ribattezzato lo “zocalino”, perché sembra una riproduzione in miniatura di quello grande. C’è musica dappertutto e i camerieri dei vari ristoranti propongono i più svariati menu. Ceniamo nel ristorante di un albergo per pochi soldi e mangiando bene (Alberto ha preso la paella ed io gli spaghetti al pomodoro e queso). Tornati in albergo ci addormentiamo vestiti, con l’odore del cloro, dell’Autan e del sudore ancora sulla pelle.


11 maggio 1994 - MERIDA - CHICHEN ITZA

“Tutto è pieno di dèi.”

Ci siamo alzati presto per andare alla rovine di Chichén Itzà. Facciamo colazione in albergo, buona e abbondante. Sono le 8 di mattina e fa caldissimo. Andiamo a piedi fino alla stazione dei pullman ed arriviamo già madidi di sudore. Per arrivare a Chichén Itzà, impieghiamo solo un'ora e mezzo, meno del previsto. Appena scesi dal pullman, dove c’era l’aria condizionata anche se mal funzionante, sentiamo il sole bruciare letteralmente la pelle. Per entrare alle rovine si passa sotto un complesso architettonico comprendente un piccolo mercato di oggetti di artigianato, un negozio di souvenir, un bar e altri servizi. Iniziamo il percorso. Già solo entrando, si gode di uno spettacolo emozionante. Si intravede l’altissimo tempio di Kukulcan, chiamato anche “El Castillo”, a forma di piramide, con 91 gradini per ognuno dei quattro lati. Tutto di questa piramide rappresenta il calendario Maya: i 91 gradini, moltiplicati per i quattro lati danno come somma 364, più quello davanti all’ingresso si arriva a 365, cioé i giorni dell’anno. I 52 lastroni che coprono le pareti diagonali a fianco delle scalinate sono le 52 settimane dell’anno. Inoltre, solo due pomeriggi all’anno, cioé il 21 marzo e il 23 settembre, ovvero l’equinozio di primavera e d’autunno, il gioco di luci ed ombre fa apparire un lungo serpente che sembra strisciare lungo i gradini ed arrivare fino a toccare la terra, per benedirla.
All’interno della piramide, passando per uno stretto corridoio e salendo una ripida scala di 66 gradini si giunge ad una sala interna dove è custodita la statua di un Chac Mool, una scultura di origine tolteca rappresentante un uomo semisdraiato, poggiato sui gomiti, con le ginocchia piegate, la testa girata di lato, che tiene un piatto sul ventre. Forse questo recipiente serviva per contenere il sangue o il cuore degli uomini sacrificati. Dietro Chac Mool, c’è un trono a forma di giaguaro, con pezzi di giada a rappresentare la pelliccia maculata. Arrivare fin qui è una vera fatica: il caldo è soffocante anche perché si sta in più di dieci persone dentro uno spazio piccolissimo: le pareti e i gradini trasudano umidità, gocciolano quasi e i gradini come tutti quelli dei templi del Messico sono altissimi. Non ci arrendiamo però, anzi saliamo anche la ripidissima scala esterna, dove corre una catena alla quale aggrapparsi. La salita è quasi perpendicolare e basta poco per sbilanciarsi all’indietro. Da sopra però, la vista stupenda ripaga ogni fatica: oltre che su tutta l’area archeologica, si estende sulla vallata dello Yucatan. La discesa è ancora più ardua e pericolosa, perché si ha l’impressione di cadere in avanti ad ogni gradino.
Visitiamo poi il campo per lo juego de la pelota, molto grande: attaccati alle pareti da dove partono le gradinate, ci sono due anelli di pietra dove i giocatori dovevano far passare il pallone senza poterlo toccare con mani e piedi, ma solo con gomiti, fianchi e ginocchia. Non si sa ancora se le scene dei bassorilievi delle tribune rappresentino il vero finale delle partite o abbiano solo dei riferimenti mitologici. Si vedono le due squadre avversarie, ciascuna di 7 giocatori, una di fronte all’altra. Uno dei giocatori della squadra vincente tiene in una mano un coltello e nell’altra la testa tagliata di un avversario inginocchiato dal cui collo escono zampilli di sangue a forma di serpente. Sembra infatti, che i giocatori perdenti fossero sacrificati per propiziarsi gli dèi. Vicino al campo da gioco c’è il Tempio del Giaguaro, cosi chiamato per il fregio rappresentante questo animale. Molto suggestivo è anche il Tempio dei Teschi, la cui balaustra è decorata appunto con teschi, a ricordo del macabro rito dei Toltechi di infilare le teste degli uomini sacrificati all’estremità di un palo ed esporle in questo tempio. Una novità è rappresentata dal Tempio dei Guerrieri: ci sono infatti, numerose file di colonne, elemento quasi inesistente nelle altre zone archelogiche; il tetto che sostenevano è però andato perduto. A fianco c’è il pozzo sacro, dove si celebravano i sacrifici e nel cui fondo gli archeologi hanno ritrovato resti di ossa umane e vari oggetti. Infine si arriva all’osservatorio, particolare per la sua scala a chiocciola e per questo chiamato anche Caracol. Questa costruzione testimoniava l’approfondita conoscenza dell’astronomia da parte dei Toltechi. Chichén Itzà fu fondata dai Maya ma fu conquistata dai Toltechi che venivano dall’Occidente. Finora è la più bella area archeologica che abbiamo visitato anche se sappiamo che, al contrario di Mitla, per esempio, è stata in gran parte ricostruita.
Usciamo dall’area archeologica e facciamo un giretto per il mercato. I venditori cercano di attirarci ai loro banchetti, parlando un misto di spagnolo, italiano e inglese. Non ci sono molti oggetti particolari, si vede che la maggior parte sono fatti in serie e non a mano. Compriamo due statuette di ceramica, rappresentanti il dio della fortuna e il dio delle offerte, seduti con le gambe incrociate e con in mano un vaso che può fungere da portacandela.
Prendiamo il pullman e dopo due ore scarse torniamo a Mérida. In città fa ancora caldo ed è una fatica percorrere il chilometro a piedi fino all’albergo. Lungo la strada ci fermiamo ad un MacDonald, dove ci prendiamo un hamburger e da bere para llevar (a portar via). Saliamo in camera, indossiamo i costumi e giù in piscina: è tutta per noi ed il bagno è veramente piacevole! Dopo esserci rinfrescati anche con una lunga doccia, usciamo presto per fare un giro. La sera è piacevole passeggiare, perché non si suda. Entriamo in una tienda de estado, dove ci sono molti prodotti artigianali, provenienti da varie zone del Messico. Facciamo dei buoni acquisti: due fermalibri a forma di profilo di indiano e dei piccoli oggetti in ceramica. Con un po’ d’attenzione, si riesce anche a spendere poco. Siamo messi a dura prova nella pazienza: la lentezza dei messicani non è una leggenda, ma una realtà. Parlano lentamente, quasi sembra volutamente; per farci il conto il gestore ci ha impiegato un buon quarto d’ora! Non so se sia il caldo a fare loro questo effetto, ma qui la gente non ha certo lo stress: se un pullman parte in ritardo, nessuno si lamenta, se un negoziante non ti serve subito, si aspetta con pazienza, quasi con noncuranza: non vedi nessuno correre o camminare veloce per la strada, se non i facchini che ti vengono incontro per prendere le valigie o aprire la porta.
Andiamo di nuovo a cena al ristorantino di ieri. Alberto prende un’insalata mista molto ricca e dei gamberetti in agrodolce, io una squisita crema di pomodoro e pollo fritto con papas a la francesa. Per finire, una bella coppa di crema spagnola. Passeggiamo un po’ per digerire, ma abbiamo sonno e dobbiamo anche preparare le valigie. La camera è fresca grazie al condizionatore. Pallino, purtroppo, ha la vendetta di Montezuma e non si sente affatto bene! Considerando il caldo, la stanchezza e il cibo non sempre sicuro e salutare che mangiamo, può dire di essere fortunato a non aver avuto questo disturbo prima. Io, che ho lo stomaco e l’intestino più forti, sto bene anche se ho avuto altri problemi: per i primi sei giorni mi è uscito sempre il sangue dal naso e poi, nonostante l’Autan, ho molte punture di zanzara su tutto il corpo, che mi causano un’insopportabile prurito.

12 maggio 1994 - MERIDA - UXMAL - CANCUN

“Non v’è nulla che la terra nasconda che il tempo non porterà alla luce.”

Ci svegliamo a causa del rumore che viene dalla strada: qui la vita inizia presto la mattina. Siamo bagnati di sudore e accendiamo il condizionatore per riuscire almeno a respirare. Anche questa mattina facciamo una ricca colazione in albergo, con le dovute precauzioni per Alberto e il suo intestino. Andiamo a piedi fino al terminal degli autobus, direzione Uxmal. Arriviamo dopo circa un’ora e trenta. Anche su questo pullman facciamo conoscenza con dei messicani. Scendendo, una donna che indossa l’huipil ci indica la direzione degli scavi. Lei ha una piccola parte di uno dei negozi che costituiscono il mercato fuori le rovine. Ci promette dei prezzi buoni per le camicie e noi a nostra volta le promettiamo di passare da lei dopo la visita.
Uxmal è molto suggestiva. Il suo nome vuol dire “costruita tre volte”. La costruzione principale, la Piramide del Mago, anche se più bassa di quella di Chichén Itzà, è molto più ripida da salire. Anche qui, lungo le scale corre infatti, una catena a cui è consigliabile tenersi. La salita è più faticosa, ma la discesa è più difficile e bisogna farla di spalle, tenendosi alla catena per non correre il rischio di cadere in avanti: c’è chi addirittura scende seduto gradino per gradino. Da quassù si vede tutto verde intorno e ogni tanto spuntare qualche costruzione. In cima al tempio hanno nidificato gli uccelli e infatti ne svolazzano parecchi sopra le nostre teste. Riesco a convincere Alb a scendere dalla parte opposta, dove, anche se più difficile, la scalinata è più breve. Girovaghiamo fra le rovine sotto il sole cocente, trovando un po’ d’ombra ogni tanto all’interno di qualche rudere. Anche se in parte ricostruiti, ci sono dei bellissimi fregi decorati intorno alle costruzioni; rappresentano serpenti, Chac, il dio della pioggia con le corna e la proboscide, serpenti, tartarughe, mais e altro non comprensibile. Uno degli edifici è stato chiamtoa Tempio delle Monache, perché ricorda il cortile di un convento.
I maya non avendo fonti di acqua naturali e scorrendo l’acqua a circa 40 metri sottoterra, profondità che non potevano raggiungere con le tecniche dell’epoca, avevano trovato altri sistemi per l’approviggionamento idrico. Creavano delle buche grandi e profonde in prossimità di pozze d’acqua naturali, che impermeabilizzavano artificialmente e nelle quali facevano defluire l’acqua per conservarla. Oppure, vicino alla propria capanna, costruivano delle piattaforme che convogliavano l’acqua piovana in cisterne sotterranee. Questi sistemi erano chiamati aguadas i primi e chuetun i secondi. In media una cisterna conteneva circa 35 litri d’acqua che venivano utilizzati non solo per gli usi domestici ma anche per il materiale (vedi lo stucco) delle costruzioni.
La visita di Uxmal dura circa un’ora, ci rimangono due ore prima della partenza del pullman di ritorno. Diamo un’occhiata al museo, ci guardiamo un documentario su Chichén Itzà in una sala con aria condizionata (riusciamo a vedere chiaramente grazie al filmato, l’effetto del serpente che striscia lungo il tempio nel pomeriggio dell’equinozio) e andiamo al mercato: la signora che abbiamo conosciuto ci fa veramente dei buoni prezzi e allora compriamo una blusa, un camice ricamato, un paio di shorts per Alb e un completino shorts + canottiera per me. Mangiamo biscotti e patatine, l’unico cibo dal prezzo accessibile. Arrivano finalmente le 14.30 e prendiamo il pullman per Mérida. Fa molto caldo e senza aria condizionata si suda anche stando fermi. Arriviamo finalmente in albergo, il tempo di ritirare le valigie, i soldi e i documenti dalla cassaforte (e di bere due fresche spremute d’arancia) e si riparte per l’aeroporto. E’ l’ultima volta che prendiamo il volo 7912 ed anche il nostro ultimo volo interno, il quinto da quando siamo in Messico.
Atterriamo a Cancùn; prenotiamo un albergo tramite “l’hotel reservation” dell’aeroporto con uno strano tizio francese, che ci tiene a chiacchierare per più di mezz’ora. Gli alberghi sono molto cari qui, specialmente quelli della zona Hotelera, cioè la lunga fascia di terra che chiude uno specchio d’acqua a forma rettangolare. Comunque, riusciamo a prenderne uno in questa zona “da ricchi” ad un prezzo accessibile, nella media di quanto abbiamo pagato finora per una stanza. Oltretutto è anche vicino all’albergo dei nostri amici di Milano. L’albergo è molto carino e per fortuna non è un enorme grattacielo o una costruzione “futuristica” come quelle che si vedono dappertutto a Cancùn: è costituito invece da piccole palazzine immerse in un parco, con stanze e suite, ed ognuna ha il suo balconcino.
Cancùn non sembra far parte del Messico, come del resto ci avevano preavvisato: ci sono grattacieli (anche se bassi), palazzi moderni, insegne luminose, tutte le scritte in inglese e poche volte anche in spagnolo, come se fosse una città americana. Sembra un immenso parco dei divertimenti costruito appositamente per gli americani. Ci sono discoteche con musica altissima, centri commerciali, negozi aperti fino a tardi, fast-food, ristoranti, piano bar, e ovunque camerieri che parlano inglese e cercano di proporti menu favolosi a poco prezzo, promozioni particolari (come, per esempio, comprare una villa!), tour organizzati, ogni tipo di sport acquatico. E’ un centro creato solo per il consumo sfrenato e il divertimento a tutti i costi. Ed in giro si vedono americani, in gran parte obesi e super obesi, con i loro cappelli e le loro T-shirts, e si sente parlare l’inglese piu strascicato d’America. Qui tutti i messicani odiano gli americani, o meglio i gringos, come li chiamano loro, ma se ne guardano bene dal farsene accorgere, in quanto sono per questa città la principale fonte di commercio, se non di vita, perché, come dicono qui, “gli americani portano dollares, gli italiani dolores”. Ceniamo in questo trambusto con i nostri amici e raccontiamo loro delle nostre avventure nel Chiapas. Se la sono cavata abbastanza bene senza di noi, anche se hanno speso parecchi soldi. Andiamo a letto tardi, con le gambe a pezzi.


13 maggio 1994 - CANCUN

“Onde lunghe... arrivano e s’infrangono, arrivano e s’infrangono,
una dopo l’altra, senza fine, senza scopo, solitarie e vagabonde.”

Primo giorno negativo: la finestra-veranda della nostra stanza non ha né tapparelle né tende scure, perciò alle cinque del mattino entra la luce come fosse pieno giorno. Non riusciamo più a dormire e inutili sono le rimostranze che faccio alle sei al telefono con il desk. Come se non bastasse, alle otto bussa la cameriera per checcar se siamo nella stanza. Alle nove rifaccio presente il problema ma devo aspettare ancora un’ora per poter parlare con il capo ricevimento. Nel frattempo usciamo per la colazione. Per le strade ci ferma una ragazza che imbrogliando un po’ le carte, ci preannuncia una colazione gratis in un hotel. Arrivati all’hotel ci propongono invece di comprare una villa a 7.000 o 12.000 dollari qui a Cancùn. Inutile dire che ce ne siamo andati senza villa e senza desayuno, ma con in cambio una bella tavoletta in sabbia raffigurante un maya. Finalmente facciamo colazione in un locale con la promozione: “todo lo que puede comer “(oppure “all you can eat”) - 3.95$ + tax”. E noi ci mangiamo di tutto, un misto di colazione italiana, messicana e americana.
Tornati in albergo riusciamo a farci cambiare stanza con una che ha la doppia cortina (tenda) che lascia filtrare meno luce dall’esterno. Finalmente andiamo in piscina: l’acqua è caldissima e si sta bene: siamo circondati per lo più da americani, che bevono Coca-Cola e altri drink, leggono i loro Harmony da 1000 pagine ognuno e sghignazzano. Dalla piscina passiamo alla spiaggia: è molto grande, di una sabbia bianca-avana finissima. Ci sono degli ombrelloni fatti di paglia, a forma di capanna. L’acqua è bianca e trasparente e per almeno 50 metri dalla spiaggia, la profondità non arriva che alla vita. Poi diventa di colpo scura e profonda. Sotto il sole non si resiste, ci mettiamo perciò sui lettini di plastica ondulati ma all’ombra. Poi di nuovo un bagno in piscina. Nel frattempo un ragazzo sulla spiaggia ci propone di fare un tour con una barca a vela fino a Isla Mujeres, con bevande e buffet compreso, visita all’acquario e giro dell’isola, per 60 $ cadauno. La cosa ci attira molto, aspettiamo a prenotare per sapere se anche Elena e Stefano vogliono venire con noi. All’ora di pranzo usciamo di nuovo dall’hotel e mangiamo qualcosa al “Donkin Donuts”, un fast-food che offre delle cose un po’ particolari. Fa sempre molto caldo. Passeggiando per il centro commerciale troviamo un’altra occasione: affittare una macchina per 45 $ al giorno più la benzina, con la promozione di un tour a Isla Mujeres, tutto compreso, 2 al prezzo di 1, cioé solo 50 $! Decidiamo di penasrci su prima di prenotare.
All’insegna del riposo, torniamo in piscina a leggere un po’. Una vita del genere io e Alb non potremmo proprio farla per più di tre giorni, stare tutta la giornata sempre nello stesso posto, prendendo il sole o facendo il bagno: forse saremo iperattivi, ma la vita da nababbi che si fa qui, non fa per noi! Dopo la doccia ci incontriamo con Elena e Stefano: ceniamo in un locale dove fanno la carne alla griglia, a loro dire l’unico posto a Cancùn. Per soli 33 pesos, si mangia una bella bistecca con contorno di riso condito, fagiolini, carote e mezza patata cotta al forno: la bevanda è gratis e poi come antipasto c’è sempre il pan con mantequilla. Niente male. Decidiamo di sì per il tour di domani e prenotiamo anche l’auto per la domenica. Sempre di più, guardandoci intorno ci rendiamo conto che questo posto non fa proprio per noi, anche se ce lo teniamo come postazione di base per fare i tour nei dintorni. In più, i turisti americani hanno un’aria da ricconi onnipotenti e strafottenti, completamente insopportabili.
Continua il flagello delle zanzare!

14 maggio 1994 - CANCUN - ISLA MUJERES

“Giunta era l’ora che volge al desio
e ai naviganti intenerisce il cuore...”

Facciamo colazione a buffet in albergo, poi ci incontriamo con Elena e Stefano e andiamo fino al molo da dove parte la barca a vela che ci condurrà a Isla Mujeres. Con noi c’è una coppia canadese e due americani di origine messicana. L’equipaggio è formato da un capitano e due ragazzi che parlano sia inglese che spagnolo, come del resto quasi tutti i messicani che stanno qui. La barca è di media grandezza ma ha due vele enormi (per quanto ne posso capire io!). Ci togliamo le scarpe per salire e ad ognuno viene data una posizione. Si parte. Per uscire dal porto usano il motore, poi lo spengono, sciolgono e issano le vele che subito si gonfiano, facendo andare la barca abbastanza velocemente. C’è silenzio, salvo qualche scambio di battute un po’ in americano, un po’ in spagnolo e il fluttuare delle onde. La superficie del mare è di due colori, a chiazze. Quelle più chiare, verde-celeste, indicano che il fondo è sabbioso, quelle verde scuro che il fondo è coperto di alghe, che sono diverse da quelle dei nostri mari; formano infatti un bellissimo prato con fili d’erba fitti, alto più di 20-30 centimetri, compatto e rigoglioso come se fosse curato da un giardiniere. Ovunque si riesce a scorgere il fondo.
Gli uomini dell’equipaggio sono gentili e scherzosi e si sta bene in loro compagnia. Purtroppo comincio ad avvertire il mal di mare, che aumenta sempre più, fino a quando mi si abbassa la pressione e rischio di svenire. Alberto e il capitano mi sollevano di peso e mi sdraiano su un lato all’ombra, con del ghiaccio sulla nuca e bagnandomi la testa. Ho le braccia e le gambe formicolanti, non le sento più. Così sdraiata, senza il sole diretto, ho un po’ di sollievo, ma la mareada, come dicono qui, continua fino a quando non facciamo la prima sosta.
Appena ci fermiamo, lentamente comincio ad alzarmi e a riprendermi, ma se la barca è ferma il mal di mare si sente di più, perché si ondeggia molto. Anche se ancora debole, perciò, mi metto la maschera e le pinne e mi tuffo. L’acqua è calda, il fondo è tutto erboso, a tratti sabbioso. Ci dicono di nuotare intorno allo scoglio vicino al quale abbiamo gettato l’ancora, perché lì ci sono dei fondali bellissimi e soprattutto, ci avvertono di non allontanarci, perché la corrente è forte e non si riesce a tornare indietro. Dove c’è il fondo sabbioso non si vede nulla, se non qualche conchiglia e qualche pezzo di corallo. Ci spostiamo sul lato destro dello scoglio e ai nostri occhi si apre uno spettacolo meraviglioso: ci sono alghe marroni, verdi, rossastre, qualche corallo, rocce spugnose, compatte, alcune sottili e sembra quasi flessibili tanto che non si riesce a distinguerle dalle piante. Ma lo spettacolo più bello è costituito dai pesci; ce ne sono branchi interi, da quelli più piccoli di un dito, quasi trasparenti, per arrivare a quelli grandi come una trota; ce ne sono a righe gialle e nere, viola, grigi, color crema e scorazzano fra le piante o le nostre gambe. Sul fondo ce n’è uno morto che 3 o 4 pesci diversi stanno divorando, riducendolo a brandelli. Sembra di vedere un documentario in TV. E pensare che sono solo due metri di profondità! La corrente è fortissima, se si smette di battere le pinne per un po’, si è trascinati via senza accorgersene. Poiché mi sento ancora un po’ debole, per prudenza mi faccio tirare un salvagente dalla barca; mi dicono di non infilarlo, ma di appoggiarmici sopra, come su un cuscino. Con questo addosso è ancora più difficile nuotare controccorente, ma almeno non mi stanco troppo per tenermi a galla. Riesco a convincere Elena, che intanto è scesa dalla barca, a venire a vedere, anche se con riluttanza. Quando invece infila la maschera e guarda sott’acqua rimane talmente affascinata che accetta di mettere il tubo, le pinne e il salvagente per venire più avanti. A patto però, che le tanga la mano. Stefano invece, non si lascia convincere e rimane con la testa fuori dall’acqua, dopo aver appena dato un’occhiata al fondo. Partiamo così nella nostra esplorazione, nuotando lungo la roccia: la corrente forte ogni tanto ci fa entrare l’acqua nelle maschere e siamo costrette a tirar fuori la testa. Non smetterei mai di guardare, mi sembra di assistere ad uno spettacolo fatto apposta per noi, mentre qui la natura fa meraviglie ogni giorno. Alberto intanto, ha infilato la macchina fotografica nell’involucro impermeabile e sta scattando fotografie. Vorrebbe nuotare fino allo scoglio vicino, dove il ragazzo della barca gli ha detto che sott’acqua c’è una statua di donna, (da cui il nome della vicina isola), ma la corrente è troppo forte anche per lui. Non so quanto tempo restiamo in acqua, credo più di un’ora, ma vorrei non dover mai uscire. Quando saliamo sulla barca, abbiamo le labbra cotte dal sale e dal sole, ma non smettiamo un solo attimo di raccontarci con stupore quello che abbiamo visto.
Si riparte alla volta di Isla Mujeres. Lasciamo le borse sulla barca, ed ancora bagnati raggiungiamo il piccolo ristorante, dove ci aspetta un bel buffet; riso, puré, spaghetti, pollo, hamburger, pesce, pane di mais, pane normale e altro che non ci azzardiamo a mangiare perché sicuramente piccante. Io ne approfitto anche per fare un doccia e togliermi il sale di dosso. Dopo aver mangiato e riposato un po’, ci accompagnano agli scooter a noleggio: ne prendiamo uno a coppia, meno gli americani che ne prendono uno a testa (anche perché, vista la loro stazza, non potrebbero fare altrimenti). Ci indicano la strada per fare il giro dell’isola e ci suggeriscono di fermarci in un punto dove ci sono gli squali gatto tenuti in cattività. Si parte tutti in fila indiana; io e Alb siamo i “leader”. E’ una bella sensazione sentire il fresco del vento addosso e guardare il mare verde e azzurro. Ci fermiamo alla Playa Paradiso e ci avviciniamo al pontile. Da un lato c’è un recinto fatto con canne di bambù, in cui un uomo cerca di acchiappare uno squalotto lungo più di un metro. E’ di colore marrone scuro, mentre il mento è bianco; ha quattro denti aguzzi, che però non usa, perché, come mi spiega il ragazzo, per mangiare succhia. Ha solo tre anni, lo hanno preso con una rete, quando era piccolo, mentre nuotava a fianco della madre. Lo abbandoneranno quando sarà troppo grosso per tenerlo nel recinto e ne prenderanno un altro. Alberto è il primo ad entrare in acqua per farsi fare una foto a fianco dell’animale. Il ragazzo nell’acqua solleva il tibùron e lo mette tra le braccia di Alb, tenendogli la testa fuori dall’acqua in modo che mostri la bocca ed i denti. Gli altri non hanno nessuna intenzione di entrare. Io a guardare Alb che, anche se con notevole fatica, lo tiene in braccio (mi grida di sbrigarmi a fare la foto perché è pesante), ho una gran voglia di scendere in acqua e di toccarlo. Comincio perciò a spogliarmi e la ragazza canadese mi dice: “Are you going there?!” - “I think so. ” - rispondo ed entro in acqua mentre lei mi guarda con evidente stupore e apprensione. Mi raccomando al ragazzo perché non me lo lasci tra le braccia, rischierei di affondare. Voglio solo toccarlo. Mi avvicino: la sua pelle è fatta come un mosaico di tanti minuscoli tasselli quadrati, in varie tonalità di marrone, spessa, ruvida e dura al tatto. Alberto mi fa la foto mentre lo accarezzo. Non ho paura, mi sembra di accarezzare un qualsiasi animale domestico. Dopo di noi, si convincono a scendere anche gli americani.
Si riparte poi tutti in gruppo ed ogni tanto ci fermiamo per fare le foto degli scorci più belli. Questa parte dell’isola è quasi deserta; le uniche case, quelle finite di costruire, sono delle catapecchie per la maggior parte senza vetri alle finestre. La gente, specialmente i bambini, va in giro a torso nudo e scalza.
Torniamo a malincuore dove avevamo preso gli scooter e poi a piedi fino al porto, dove ci aspetta la barca per il ritorno. Sia io che Elena prendiamo la Xamanina per non sentirci di nuovo male. La traversata di ritorno è veramente bella, e stando bene me la posso godere tutta. La barca è molto inclinata, perché il vento gonfia con forza la vela e lo scafo è a pelo d’acqua. Ci fanno perciò sedere tutti sul lato opposto per bilanciare il peso. Il canadese pesca con una canna ed Elena con un filo avvolto intorno ad una bobina. Le esche sono vere. Dopo un po’ dò il cambio ad Elena, ma non sono più fortunata di lei, come del resto anche il canadese: stasera niente pesce per cena. Gli americani bevono una birra dopo l’altra e la loro pancia visibilmente dilatata è il segno che questa è ormai un’abitudine radicata. Rientriamo a Cancùn verso le cinque, salutiamo tutti e non manchiamo di lasciare la propina, dopo che uno dei ragazzi dell’equipaggio ha provveduto a ricordarcelo.
Torniamo in albergo con l’autobus, riposiamo un po’ dopo la doccia, comincio a sentire la stanchezza dello snorkeling. Decidiamo purtroppo di non prendere la macchina a noleggio, perché oltre alla franchigia di 800 pesos in caso di incidente (che già sapevamo di dover pagare), ce n’è un’altra di 5.000 pesos in caso di furto. Non possiamo rischiare e perciò rinunciamo non solo al noleggio ma anche alla promozione del Tour 2x1 a Isla Mujeres. Quindi, niente giro in macchina per Cancùn stasera, ma solo una Pizza Hut ed un’aranciata in un fast food per dare l’addio a Stefano e Elena che tornano a Milano domani.


15 maggio 1994 - CANCUN

“Intorno a noi c’era silenzio, dove giocavano solo i venti,
e una purezza infinitamente remota dal mondo dell’uomo.”

Ci svegliamo tardi e poiché non avendo l’auto non possiamo più andare a Tulùm, ci trastulliamo un po’ nella piscina dell’albergo, leggendo e ascoltando musica. Pranziamo ad uno dei tanti fast food e facciamo un giro per il centro di Cancùn, soprattutto il mercato, perché neanche il downtown offre molto. Non è moderno come la zona hotelera, ma non è neanche tipico come una città coloniale o un villaggio messicano. Forse sarebbe stata una buona giornata per andare a Tulùm perché nonostante il caldo, il cielo è quasi sempre coperto: il sole è alto, circondato da un alone più scuro delimitato da un’aureola ad arcobaleno. E’ stata una giornata riposante, ma anche monotona. Ma come resistono gli altri? Qui si prende il sole, si fa un tuffo in piscina, si fa shopping, si mangia, si beve birra (tanta!) e la sera in discoteca! Che noia!
Probabilmente, visto che sembra l’unica soluzione, domani andremo a Tulùm con un tour organizzato che prevede la visita anche del parco di Xcaret. Restiamo in spiaggia fino al tramonto, è bellissimo. Ci sono dei grandi nuvoloni all’orizzonte che sembrano essersi messi verticalmente e dietro, un po’ coperta, una grande palla arancione. In spiaggia siamo rimasti in pochi, c’è un gruppo vicino a noi che beve cerveza in quantità industriale, un ragazzo dell’albergo che mette a posto le sdraio. Si sente solo il mare e qua e là qualche grido di uccello. Ecco, in questo momento non sembra di essere a Cancùn, si dimentica il chiasso della musica a tutto volume, gli enormi alberghi e l’odore dei fast food, ma c’è solo il mare, stupendo nella sua semplicità.


16 maggio1994 - CANCUN - XCARET - TULUM

“...udì che il vento portava rumori d’acciaio.
Veniva un confuso sfolgorio e tremore dalla costa,
un galoppo incredibile - impennate e potenza -
di ferro e ferro tra le erbe.”

Sveglia presto al mattino, andiamo a piedi fino alla piazzetta da dove partono i pullman. Facciamo la fila per i biglietti: al botteghino ci mettono intorno al polso una targhetta impermeabile con su scritto Xcaret e due strisce di pennarello, una viola e l’altra verde, che ci serviranno per riconoscere il nostro pullman. Sembriamo i vitelli che vanno al macello, quando vengono marchiati. Gli autobus sono molto caratteristici, sono l’imitazione dei pullman di seconda classe dove viaggiano i messicani dei villaggi; hanno il muso bombato, sono di colori molto accesi (il nostro, per esempio, è fucsia, viola e verde), hanno dei disegni di cactus, cavalli o altro e sopra un grande portabagagli con degli oggetti messi lì per scena: taniche, annaffiatoi, borse, biciclette, valigie, sacchi e secchi. L’interno invece è tutto rivestito con moquette e c’è anche l’aria condizionata. In coda termina con una parte all’aperto, simile a quella posteriore dei vagoni dei treni: è il luogo dei fumatori. Si parte. La guida è un ragazzo messicano, che parla benissimo anche l’americano. Dopo le frasi preliminari, Sergio (questo il suo nome), alternando continuamente messicano e americano, si presenta, chiede la provenienza di ognuno di noi (scopriamo così di essere gli unici europei a bordo, tra molti statunitensi, qualche brasiliano, uruguaiano e equadoriano) e comincia a dettare regole di comportamento per il pullman e per la visita di Xcaret. Io e Alb ci troviamo veramente fuori posto: tra le informazioni utili vengono fatte delle raccomandazioni banalissime, del tipo “non cambiare posto quando si risale sul pullman per evitare discussioni e incomprensioni, visto che non parliamo tutti la stessa lingua”, come fossimo una scolaresca in gita! Sergio si accorge che io e Alb non partecipiamo molto al viaggio e cerca di farci chiacchierare un po’. Tutto il suo discorso sembra fatto per preparare dei poveri sprovveduti ad un’azione militare, cercando nello stesso tempo di ingraziarsi il turista, per avere una buona mancia alla fine della giornata. La maggior parte degli americani vicino a noi, ha i soldi e lo fa vedere con strafottenza: non ostentano ricchezza vestendo firmato o portando gioielli, ma assumendo un comportamento altezzoso, superbo, del tipo “pago e tutto mi è dovuto”. Sopravviviamo comunque per il resto del viaggio fino a Xcaret (che vuol dire “piccola baia”; è una delle poche parole femminili della lingua maya, dove esistono solo parole al maschile, che diventano femminili con l’aggiunta di una X davanti). Questo luogo, aperto solo da qualche mese, è un vero paradiso terrestre, un’oasi naturale che conserva tutte le caratteristiche del Messico. In una parte del parco ci sono i resti della città fondata dai Maya, durante il periodo post-classico (1.400 d.C.), uno dei porti per andare a Cozumel. Qui i Maya provenienti da Chichén Itzà venivano almeno una volta l’anno per purificarsi nelle acque di un tempio (si pensa anche che ci fossero delle saune) e poi partire alla volta dell’isola di Cozumel, per rendere omaggio alla dea della fertilità e delle luna Xchel. Nel parco, troviamo una vegetazione rigogliosa, dove non mancano gli alberi di cocco, i banani e le palme, così pure c’è una voliera, dove ci sono pappagalli, cigni, papere e uccelli dalle enormi code variopinte. C’è poi un museo con dei plastici che riproducono il parco e le rovine, un maneggio, un recinto con i delfini, un auditorio naturale, spiagge bellissime, acqua trasparente, l’acquario naturale ed, infine, una delle attrazioni principali, il fiume sotterraneo. Vi si può nuotare e fare snorkeling, affittando l’equipaggiamento sul posto. L’acqua è freddissima, rispetto a quella del mare o delle piscine degli alberghi. La maggior parte del percorso è al buio, solo ogni tanto ci sono delle aperture (miradores) da cui entra la luce. Non ci sono molti pesci, ma lo spettacolo è ugualmente suggestivo: in alcuni tratti si tocca il fondo con i piedi, in altri la profondità arriva fino a 14 metri; si vedono lungo il percorso rocce ed alghe, caverne buie e cenotes (laghi carsi e sotterranei). Non si ha bisogno di nuotare, perché la corrente è abbastanza forte da trasportarti lentamente verso l’uscita. E’ bellissimo guardare il fondo e vedere a tratti buio pesto o aprirsi una fenditura che conduce ad un’oscura e profonda caverna, come pure vedere i raggi di sole filtrare come una luce sovrannaturale nell’acqua. Tutto è molto ben organizzato, in modo da evitare incidenti e contrattempi: ci sono degli armadietti con la chiave dove lasciare gli oggetti personali di valore, bagni e docce; all’entrata del fiume sotterraneo ci vengono consegnati i giubetti salvagente (obbligatori) e tutto l’equipaggiamento per lo snorkeling; allo stesso tempo si possono lasciare in consegna i vestiti e gli oggetti personali in borse chiuse con lucchetto per poi riprenderli all’uscita del fiume.
Nel parco ci sono anche ristoranti, fast food, ombrelloni, sdraio, un supermercato alimentare ed un altro di oggetti di artigianato e souvenir. Dopo aver fatto un giro veloce per il parco con la guida, andiamo a vedere i delfini mentre aspettiamo la partenza del barco per andare alla barriera corallina. Per poter nuotare con questi animali eccezionali, bisogna pagare 50 dollari a testa, ci limitiamo perciò a osservarli dalla stradina che passa sopra la zona recintata. Ce ne sono almeno 8, li si vede nuotare sott’acqua e ogni tanto emergere con tuffi e allegre piroette. Appena vedono i custodi portar loro il cibo, si esibiscono in salti straordinari. Ai privilegiati che faranno il bagno con loro, danno anche delle cuffie per ascoltare le loro “voci”. Mangiamo velocemente un hamburger (dimenticavo di dire che qui tutto è carissimo: una bottiglia d’acqua da 1/2 litro costa 9 pesos - 5.000 lire!) e andiamo con una barca a motore verso la barriera corallina per fare snorkeling. Ci sono delle onde molto alte e la barca ondeggia parecchio; ci fanno indossare il salvagente, che per me, già con quello indossato prima nel fiume, è un supplizio. Quando infatti, siamo andati a Isla Mujeres, mi sono bruciata la pelle dei bicipiti con il sole e il sale ed ora qualsiasi cosa a contatto con questa parte del corpo mi fa vedere le stelle, figuriamoci il salvagente con la sua plastica dura. Purtroppo con le onde altissime, soffro nuovamente di mal di mare. Arriviamo alla barriera corallina e sono costretta a scendere dalla barca anche se non mi sento bene, perché stare sulla barca ferma è ancora peggio. In acqua ci muoviamo seguendo la guida che per farsi vedere ha una bandierina legata alla maschera, che sporge fuori dall’acqua; la corrente è forte e bisogna nuotare con vigore. Il fondo è ricco, ma non come quello di Isla Mujeres. Ci sono degli strani pesci trasparenti che hanno degli occhi finti sulla coda. Torniamo verso la barca, perché siamo un po’ stanchi. Salgo per ultima, ma il mal di mare mi viene anche al ritorno. Quando scendiamo ho bisogno di un buon quarto d’ora per riprendermi. Nel frattempo Alb si taglia il tallone con un vetro; non è proprio la sua giornata fortunata, non gliene va una giusta ed è particolarmente insofferente perché abbiamo dormito male stanotte a causa delle zanzare. Dopo quest’ultima gita, facciamo una doccia e lungo la strada verso l’uscita guardiamo il parco dove vivono gli uccelli, ripassiamo per le poche rovine e arriviamo di nuovo al museo: qui c’è un’incubatrice da cui si possono vedere gli uccellini sgusciare dalle uova. Peccato sia ora di andare via, bisognerebbe passare almeno una settimana in questo posto per conoscerne tutte le meraviglie, dal mare impetuoso che si infrange sulla roccia alle spiagge lisce e bianche, dagli affascinanti fondali alla vegetazione ricchissima, dalle numerose attività da praticare, al relax di una siesta su un’amaca.
Sul pullman lungo la strada verso Tulùm, ci addormentiamo: fare snorkeling stanca molto, specialmente per chi non è abituato. Prima di arrivare a Tulùm la nostra guida ci sveglia e ci affida ad un’altra guida che ci spiegherà qualcosa sulla città dei Maya. Le costruzioni che vediamo sono molto diverse da quelle sinora viste: non ci sono piramidi, ma solo templi. La città era cinta per tre lati da un muro spesso 6 metri e alto 3 o 4; sul quarto lato, come difesa naturale, c’è lo strapiombo sul mare. Ci sono delle piattaforme, le fondamenta delle costruzioni in legno e paglia andate distrutte: erano le case delle persone di classe elevata che vivevano in prossimità dei templi. Ce n’è uno dove i bambini di 13 anni venivano immersi nell’acqua come rito di iniziazione; da quel momento entravano a far parte pienamente della vita sociale con i relativi diritti e doveri. Verso i 14 anni si sposavano, in modo da poter fare almeno 8 figli e garantire così, nonostante l’alta mortalità infantile, il contributo di altre persone nella vita sociale, politica, economica e religiosa. I Maya vivevano mediamente 45 anni, di più rispetto ai contemporanei europei, grazie ad un tipo di alimentazione sana, basata su molta frutta e verdura.
Oltre all’edificio più importante, El Castillo, ce n’è uno costruito con quattro porte, ognuna orientata verso un punto cardinale: all’equinozio di primavera e d’autunno, il sole passa esattamente nelle due finestre opposte che puntano a est e a ovest, dando vita ad un effetto spettacolare, in cui la luce irrompe ed abbaglia. C’è poi quello che gli spagnoli chiamavano il faro, una torretta proprio a picco sul mare. Infine, un altro tempio che conserva degli affreschi blu e viola, conservati molto bene, ma a cui non è possibile accedere. La guida ci dà inoltre molte informazioni interessanti: il calendario maya era composto da 18 mesi con 20 giorni cadauno, più uno con 5 giorni, l’unico a non avere un nome, per un totale di 365 giorni con uno scarto per ogni anno inferiore ad un’ora (più preciso quindi, anche del calendario gregoriano). I bambini che nascevano nel mese di 5 giorni erano considerati dei messaggeri da inviare a dio; all’età di 12/13 anni perciò, venivano sacrificati con una cerimonia: con un taglio netto veniva strappato loro il cuore e offerto in sacrificio. Qui, come in altri luoghi del Messico, la sepoltura avveniva sotto il terreno della propria casa: si sono trovate sepolture in cui il corpo era in posizione fetale (indice della nascita, quindi della rinascita dopo la morte ad una nuova vita) e altri in posizione distesa, con il corpo orientato verso est, dove il sole sorge ogni giorno, come simbolo di rinascita. Quelli invece, sepolti con la bocca a terra erano coloro che si erano comportati male in vita e perciò dopo la morte si ostacolava loro il cammino verso la nuova vita.
La guida ci racconta anche quale sarebbe secondo i maya, la creazione e l’origine dell’uomo. Elenca le varie creazioni, con le dita, partendo però, come fanno tutti i messicani, dal pugno chiuso, poi alzando il mignolo, l’anulare e così via. All’inizio, gli dei crearono l’uomo di barro (pietra), ma fallirono, poi lo fecero di corrizo (canna da zucchero), ma fallirono di nuovo; dopo il terzo fallimento, quello di madera (legno), piansero e venne la pioggia. Infine, fecero l’uomo di maiz (mais) e finalmente l’uomo aveva un cuore ed una mente e gli dei si rallegrarono al sentire la sua voce... il mais, elemento fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo, sia allora che adesso, tanto da farne un oggetto di culto. La guida ci racconta anche come nacque il primo messicano cioè il figlio di una maya e uno spagnolo: 11 uomini venuti dalla Spagna, naufragarono e vennero fatti prigionieri dai maya. Prima schiavi, poi uccisi, degli 11 solo 2 riuscirono a fuggire, ed uno di loro sposò la bellissima figlia di un re indigeno e dopo 9 mesi nacque così il primo messicano. Leggenda?
Terminata la spiegazione, ci resta un po’ di tempo per vedere da vicino le costruzioni ed affacciarsi sul mare: è di un azzurro limpidissimo. Le costruzioni si integrano perfettamente con il paesaggio, sia con il mare che con le piante che crescono intorno.
Risaliamo sul pullman, il viaggio di ritorno è lungo e non riuscendo a dormire, vado a prendere un po’ d’aria in coda. Ho occasione di scambiare quattro chiacchiere con qualche americano e con Sergio, la guida, confrontando modi di vita americani, italiani e messicani. Per fortuna arrivati a Cancùn, ci accompagnano con l’autobus ognuno al proprio albergo, siamo stanchissimi ed anche pochi metri a piedi sarebbero troppi. Dopo la solita doccia, ceniamo alla Steak House, con una bella bisteccona ai ferri e contorno. La notte non passa tranquilla, perché a causa della Fiesta Mexicana, organizzata all’interno dell’albergo, qualcuno beve più del solito. Un gruppo di americane a fianco alla nostra camera urla e sghignazza, aprendo e sbattendo la porta non so più quante volte. Come se non bastasse, i due ragazzi italiani che stanno nella stanza accanto alla nostra hanno adescato due americane e chiacchierano a tutto volume, nella loro camera con la porta spalancata. Ci vuole Alberto che si alza dal letto ed esce dalla stanza per urlare loro contro per farli finalmente azzittire.


17 maggio 1994 - CANCUN

UO: cruz, magneto, energia positiva
ZOTZ: vampiro, dominaciòn, supervision

La giornata scorre tranquilla. Dopo colazione facciamo una bella passeggiata lungo la battigia. Poi ce ne stiamo tutto il giorno sul lettino a leggere, facendo un bagno in piscina ogni tanto. La sera prendiamo l’autobus e andiamo a visitare un altro centro commerciale di Cancùn: è molto più misero però di quello vicino all’albergo, c’è poca gente ed è anche più caro. La cosa pìù interessante sono delle sculture in pietra, fatte a mano e riproducenti figure dei templi aztechi e maya. Compro un ciondolo che rappresenta il mese in cui sono nata, Zotz: l’uomo che li lavora mi spiega che il dio raffigurato è il vampiro, è positivo, demasiado positivo; mi dice anche che sono la guida di Alberto e dopo essersi informato da quanto tempo siamo insieme, assicura Alberto che il meglio di me deve ancora venire. Che strano messaggio. Mi faccio regalare anche il fogliettino dove ci sono i nomi degli altri mesi.
Ceniamo con lasagne (niente a che vedere con quelle italiane, ma buone lo stesso) e torniamo in albergo.


18 maggio 1994 - CANCUN - COZUMEL

“Tlaloc mandava grandine, fulmini, tempeste e pericoli sui fiumi e sui mari.”

Ci svegliamo presto per andare all’isola di Cozumel. Prendiamo prima un bus fino alla stazione dei pullman, poi da lì ne prendiamo un’altro e dopo un’ora circa arriviamo a Playa del Carmen, un piccolo paesino di mare. Per evitare di soffrire di nuovo il mal di mare, comincio a masticare una Travel Gum prima di prendere il traghetto veloce che in soli 25 minuti ci porta fino all’isola. Purtroppo, appena attraccato, ha cominciato a piovere e prima che si scateni un forte acquazzone riusciamo a ripararci sotto una tettoia di un ristorante. In pochi minuti il cielo diventa grigio e comincia a piovere come in Italia d’inverno, non ha affatto l’aria di uno dei nostri temporali estivi, ricorda l’acquazzone che abbiamo preso a Città del Messico. Subito le strade si allagano, si vede la gente camminare scalza o con le scarpe con l’acqua fino alle caviglie, che cerca di ripararsi con gli asciugamani e i più previdenti con un ombrello. I taxi procedono lentamente, le ruote sommerse dall’acqua che scorre a fiumi e che le fogne non riescono a raccogliere. Ci sono anche delle piccole jeep cabriolet, i cui occupanti, per la maggior parte turisti, sono completamente fradici. Chiediamo ad alcune persone del posto quanto dura un temporale del genere; non lo sanno, guardano il cielo e senza scomporsi dicono che potrebbe durare solo un’ora come tutto il giorno. Un uomo ci propone di affittare un motorino o un’auto per fare il giro dell’isola, cosa che ci sembra assurda visto che continua a piovere fortissimo. Siamo bloccati per più di un’ora sotto questa tettoia da cui scolano dei freddi goccioloni, poi il temporale diventa una leggera pioggerellina e compaiono i primi raggi di sole. Cerchiamo un posto dove far colazione, ma qui dopo le 11 nessuno prepara più il desayuno. Non ci restano perciò che i miseri biscotti farciti e salati che abbiamo comprato la mattina.
Decidiamo di affittare uno scooter, anche perché sembra l’unico mezzo per visitare l’isola. Inutile dire che, per il contratto di noleggio, con la lentezza propria dei messicani, perdiamo un’altra mezz’ora. Ci propongono di visitare il parco naturale di Chankanaab, a pochi chilometri dal centro città; ci sono poi delle rovine maya e se si ha tempo, si può percorrere l’unica strada che corre intorno all’isola. Partiamo con il nostro motorino e con in testa dei caschi (di plastica) qui obbligatori; alcuni tratti di strada sono ancora allagati e bisogna procedere lentamente e spesso con i piedi nell’acqua. Arriviamo nel parco: è simile a quello di Xcaret, anche se non così bello. Subito affittiamo l’equipaggiamento per fare snorkeling: ci tuffiamo in acqua e siamo completamente circondati dai pesci, di mille varietà e colori, tutti abbastanza grandi. C’è chi getta delle briciole di pane e perciò vicino alle rocce della riva sono ancora più numerosi. Allontanandosi dalla riva, l’acqua diventa subito profonda, credo fino a 15 metri. Oltre a rocce, corallo e alghe di ogni tipo, c’è il relitto di una barca, un cannone (forse spagnolo, non so se messo lì per scenografia) coperto di sabbia e alghe, qualche ancora impigliata a un masso e una Madonnina su un basamento a piramide. Vorremmo arrivare fino ad una zattera di legno, al di là della quale c’è una statua di un Cristo in acqua, oltre ai barracuda. Decido però di prendere un salvagente, per evitare di affogare per lo spavento nel caso ne vedessi uno. Non fosse per questo infatti, non ne sentirei affatto il bisogno, con le pinne si sta a galla benissimo e senza faticare perché non c’è molta corrente. Arriviamo fino alla zattera, Alb va oltre ma non riesce a vedere il Cristo. La corrente diventa abbastanza forte allontanandosi da riva e al largo è più faticoso nuotare. Ho anche un po’ di mal di mare, il semplice stare a galla, con la faccia all’ingiù a guardare i pesci, mi dà un po’ di nausea. Usciamo perciò e ci sentiamo tutti e due molto stanchi; indubbiamente fare snorkeling ci rimane faticoso perché bisogna nuotare, respirare con la bocca molto velocemente per il poco apporto di ossigeno, stare immersi in un’acqua che è molto salata, sotto un sole cocente appena si viene fuori! E poi, la stessa emozione di uno spettacolo così bello... Andiamo negli spogliatoi, facciamo una doccia e nell’attesa che si asciughino i costumi che indossiamo, passeggiamo per il giardino botanico, dove ci sono tantissime specie di piante, alberi, cespugli e fiori. Qua e là si vede camminare tranquillo o sostare sotto il sole qualche iguana: ce ne sono di grandi e piccoli, a strisce, verdi o grigi, ben mimetizzati nella vegetazione; ne approfittiamo per scattare delle foto. Anche qui il mare è bellissimo, di un azzurro intenso o di un verde chiaro, con una ricca schiuma bianca quando si infrange sulle rocce. Nel parco ci sono anche delle costruzioni e degli affreschi maya, anche se non originali.
Riprendiamo lo scooter e imbocchiamo la strada che fa il giro dell’isola. Ci fermiamo in un piccolo ristorante sulla spiaggia: siamo affamati e pranziamo con i soliti hamburger, insalata, ketch-up e patatine fritte. Ripartiamo più in forza con lo stomaco pieno e ci godiamo il fresco del vento, in un silenzio interrotto solo dal nostro motorino e dal grido di qualche uccello. Sulla nostra sinistra c’è una lunga vallata fatta di cespugli fittissimi, sulla destra il mare, con una spiaggia rocciosa. Non c’è traccia di civiltà, sembra di stare su un’isola deserta, se non fosse per qualche persona che fa il bagno o che corre in motorino come noi. Dopo circa un’ora di cammino arriviamo alle rovine, ma poiché l’entrata costa troppo e siamo abbastanza stanchi, decidiamo di non visitarle. Proseguiamo fino alla città dove riconsegnamo il motorino. Siamo quasi senza forze e ci prendiamo un’ora di relax in attesa che parta il traghetto del ritorno, gustandoci una specie di frappé (il primo che troviamo qui in Messico) seduti a un tavolo all’aperto nello zocalo.
Una volta sul battello, ce ne stiamo in coda, all’aperto, perché all’interno l’aria condizionata ha reso gelido l’ambiente. Le nuvole della mattina non ci sono più, solo qualcuna, bianchissima, attraversa ancora il cielo. Il mare è sempre limpidissimo, si vede il fondo dall’aliscafo e mi chiedo come non si incagli! Scesi dal traghetto, prendiamo il pullman di ritorno: per quanto fa freddo, dobbiamo chiedere all’autista di abbassare l’aria condizionata. Arrivati a Cancùn, ci accorgiamo che anche qui deve aver piovuto, perché le strade sono ancora bagnate. Dopo la doccia in albergo, non ho la forza di uscire per cenare. Alle dieci e mezzo dormiamo già.

19 maggio 1994 - CANCUN

“Finalmente gli dei scoprirono di che cosa doveva essere fatta la carne dell’uomo.
Quando il gatto, la volpe, il pappagallo e il corvo dissero che le pannocchie erano mature,
lo modellarono con pasta di mais.”

Ci restano ormai solo due giorni da trascorrere in questa terra bellissima e solo due giorni alla scadenza del nostro viaggio di nozze, sicuramente indimenticabile.
Dopo la giornata intensa di ieri, dedichiamo quella di oggi al riposo.
Trascorriamo buona parte del tempo in piscina, al fresco e al riparo dal caldo. Per festeggiare l’ormai prossima fine del viaggio, abbiamo deciso di concederci una cena tutta messicana, in un ristorantino che ad un prezzo fisso, propone degli ottimi menu, nonché uno spettacolo in costume, rievocante danze e rituali degli antichi maya. La cosa più curiosa è il modo di presentare il menù e di procacciarsi clienti: fuori del ristorante ci sono diversi vassoi posati su un tavolo, contenenti varie pietanze, ancora crude, coperte con pellicola trasparente e su cui è poggiato un cartellino con il prezzo in dollari. Si può scegliere perciò il proprio menu in base alle esigenze di gusto e di denaro, guardando direttamente quello che poi sarà servito al tavolo. A svolgere il lavoro di “accalappiamento clienti” ci sono due camerieri, sicuramente pagati a percentuale, che ti trascinano quasi verso il tavolino e ti bombardano di chiacchiere pur di farti decidere di cenare lì. Dopo una lunga trattativa, abbiamo finalmente trovato il nostro vassoio e devo dire che non ci siamo affatto pentiti della scelta, sia per quanto riguarda il prezzo che per la quantità e la qualità del cibo (pesce compreso!).
Buona notte.

20 maggio 1994 - CANCUN

“Partire è un po’ morire.”

Abbiamo dedicato la giornata di oggi all’abbronzatura, per la vergogna di dover tornare pallidi pallidi... come spiegare che il sole scotta, che non si resiste al caldo afoso, se non stando in acqua, che è molto più bello visitare musei, chiese e rovine e fare snorkeling, piuttosto che crogiolarsi sulla spiaggia? Forse solo venendo qui lo si può credere.
E poi c’è anche un po’ di tristezza e di nostalgia allo stesso tempo che ci rende un po’ pigri e apatici, come fossimo gli ultimi di una lunga fila e sapessimo di dover aspettare ancora molto prima del nostro turno. Ammazziamo il tempo, in pratica.
Dopo il pranzo al fast-food, ceniamo alla Steck-House e con molta confusione e anche un po’ di “magone”, prepariamo le valigie. E’ una vera impresa riuscire a far entrare di nuovo tutto nelle borse, considerando che abbiamo anche comprato molte cose qui in Messico. Previdenti comunque, fra i nostri acquisti abbiamo previsto anche quello di una borsa, che abbiamo riempito con tutti gli oggetti fragili e che porteremo in aereo come bagaglio a mano. La stanza dell’albergo è un vero campo di battaglia e noi, terminata la lotta, sembriamo due reduci. Un’unica domanda martella le nostre tempie: come faremo a portare tutte queste cose fino all’aeroporto?!
Ci addormentiamo per la stanchezza abbastanza presto, scambiandoci le nostre ultime impressioni prima di chiudere gli occhi.


1 maggio 1994 - CANCUN - ROMA

“Dal Messico si torna più ricchi.”

Si parte!
Alberto si gode l’ultimo bagno in piscina, mentre io lo guardo dal bordo vasca con un po’ di invidia; nonostante mille calcoli ed espedienti, le mestruazioni non hanno tardato molto a comparire (solo una settimana!) e mi faranno compagnia per tutto il viaggio di ritorno, che gioia!
Mettiamo via le ultime cose, saldiamo il conto con l’albergo e saliamo sul taxi: partono anche quei due ragazzi italiani, autori di tutto il chiasso dell’altra notte; speriamo di non ritrovarceli sull’aereo!
Ormai sul taxi, ci accorgiamo di esserci scordati di prendere un po’ di sabbia e di oceano del Messico, da aggiungere alla nostra collezione (che per ora è composta da un unico prezioso campione, quello preso in Bretagna). Pazienza, è tardi e non possiamo chiedere all’autista di fermarsi perché dobbiamo raccogliere un po’ di sabbia. Assecondando i desideri di Alberto siamo arrivati in aeroporto molto, ma molto prima della partenza del nostro volo.
In aereo la situazione è tranquilla, anche se il viaggio, forse perché privo dell’entusiasmo di quello di andata, risulta lungo e stancante. Sono le due e ancora non riesco a dormire, mentre Alberto russa sotto il plaid sdraiato su tre sedili.
Mentre cerco di prender sonno, sdraiata per metà sui sedili e per metà sopra a Alberto, guardo il soffitto e mi chiedo che cosa potrebbe succedere se l’aereo precipitasse... pensieri tristi, ma anche banali...fino a che non arriva la nebbia del sonno. Ma non dormo molto, anche perché passano spesso i carrelli con le bevande e il cibo e un po’ per il rumore e un po’ per l’odore mi svegliano in continuazione. Memorabile: alle 4 di mattina (ora messicana credo) abbiamo mangiato lasagne verdi servite per colazione!!!


Le riflessioni finali sono d’obbligo al termine di una viaggio del genere. Che dire? Durante questi venti giorni abbiamo avuto modo di scoprire una terra e una civiltà a noi sconosciute fino ad ora, se non per quelle poche nozioni che si apprendono a scuola. La nostra mente tornerà spesso a questo periodo, i nostri occhi rivedranno le rovine, la natura selvaggia, le affollatissime città, i volti dai tratti antichi della gente che abbiamo incontrato, il sole caldo e lontano nel cielo, gli alberghi lussuosi, le automobili “sgangherate”, la sabbia finissima, l’arcobaleno dei fondali marini, gli animali esotici, i banchi di frutta e verdura e quant’altro ci ha circondato e accompagnato durante il nostro soggiorno in questo paese.
Questo soggiorno in Messico rimarrà unico, fra tutti i viaggi che abbiamo fatto e faremo; è entrato a far parte della nostra vita come il “viaggio in Messico”, e queste parole rievocheranno sempre in noi un sapore di avventura, di continua scoperta, di felicità.... quella dei primi tempi, quella che sarà solo di quel periodo e che neanche una felicità più grande potrà mai cancellare.