|
Giovedì, 11 marzo 1999
Sui passi dei re boemi
Anche Praga da sogno è diventata realtà: un sogno nel cassetto, un progetto che aspettava di essere realizzato. Quante volte leggendo il nome di questa città su un libro o su un giornale ho pensato che un giorno lavrei visitata... ma sembrava un progetto lontano. Invece, eccoci qua!
Nonostante avessi sentito dire che Praga fosse una città moderna, forse la più occidentale dellEuropa orientale, giovane e piena di vita, mi aspettavo comunque di trovare quella atmosfera tipica delle città oltre cortina, con autobus vecchi, gente vestita sobriamente, palazzi grigi. Ma Praga non è niente di tutto questo. Solo la periferia, che abbiamo attraversato velocemente a bordo di uno shuttle bus che dallaeroporto ci ha portato al centro, ricordava vagamente una città dellEst, come le pensiamo ormai secondo un immaginario collettivo basato sui documentari televisivi girati quando qui cera ancora il comunismo. Avevo anche letto che fosse una città romantica, ma abbiamo dovuto attendere il tramonto che (nonostante unintenzione iniziale poi dimenticata) ci ha colto allimprovviso proprio sul Ponte Carlo, per ammirare il fascino che da centinaia di anni ammalia i visitatori che arrivano fin qui.
Il piccolo shuttle bus ci ha lasciato a Piazza della Repubblica, proprio dietro lalbergo, che abbiamo raggiunto a piedi, spingendo il nostro valigione con ruote, malfermo sui piccoli sampietrini con cui sono lastricate la maggior parte delle strade della città. Limpatto con limpiegata alla reception non sarà che un prologo alla scortesia diffusa della maggior parte dei praghesi, dai negozianti agli impiegati dei musei. Non ci è chiaro se è semplicemente un loro modo di fare oppure se si tratta di un atteggiamento che riservano solo ai turisti (o addirittura solo agli italiani).
Ci viene assegnata la stanza più lontana dallascensore del terzo piano (almeno 200/300 metri di cammino da quando si aprono le porte automatiche del lift) ma almeno siamo certi che sia tranquilla. I letti sono completamente bianchi ed hanno enormi cuscini di piume e morbidi piumoni ripiegati. Le finestre si affacciano su un delizioso cortile con sedie e tavoli di ferro dove destate si consuma la colazione. Come al solito, il tempo di posare i bagagli e partiamo per il nostro tour della città che si interromperà solo allora di cena. Appena fuori lalbergo, si erge imponente la Torre delle Polveri, una torre quadrata, in mattoni e con una guglia piramidale, tutta nero fumo, colore tipico della maggior parte dei monumenti della città. Il suo nome deriva dal fatto che in passato vi erano conservate le polveri da sparo dellesercito cittadino.
Da questo punto partivano i re boemi nella loro sfilata verso la cattedrale di San Vito, dentro al Castello, per essere incoronati. Dove oggi sorge la casa municipale (attaccata alla Torre delle Polveri) prima si trovava la corte reale; imboccando via Celetnà, attraversando Staromestske Namesti (Piazza della Città Vecchia), poi proseguendo per la via Karlova, si arriva al celebre Ponte Carlo, che attraversa la Moldava.
E poi ancora la Nerudova, quasi tutta in salita, fino al Castello. La Piazza della Città Vecchia è piena di turisti, soprattutto gruppi, nonché scolaresche, la maggior parte italiani. Da una parte svettano le guglie della chiesa di Tyn, la cui facciata è nascosta dietro quella di un palazzo: di lato, ledificio che una volta era il liceo nelle cui aule studiò Franz Kafka; di fronte, la Torre dellOrologio, con appunto un orologio astronomico costruito con la vecchia concezione del sistema solare, che metteva la terra al centro e il sole che le ruotava intorno. Ad ogni scoccare di ora, una statuina raffigurante la morte tira la catenella che apre due porticine da cui si affacciano in sequenza i dodici apostoli e Cristo e poi, quando la cerimonia è terminata, suonano le campane. Puntuali più dello stesso orologio, frotte di turisti si assiepano sotto la torre, pronti con le macchine fotografiche ad immortalare un evento che si ripete da anni.
Al centro della piazza ci sono alcuni stand in legno in corso di allestimento, mentre gli operai arrampicati su una gru appendono palline e nastri colorati ai rami spogli degli alberi. Stanno allestendo per la festa di Pasqua che inizierà domani. In mezzo a tanto colore, due note tristi. La prima, 27 croci bianche e una data, sul selciato della piazza, in ricordo dei 27 rivoltosi che vennero giustiziati nel 1621 dopo che fallì la loro insurrezione contro gli Asburgo. Di fronte al Palazzo Kinsky, invece, si erge nero e maestoso il monumento che ricorda Jan Hus, il primo riformatore religioso dEuropa, bruciato sul rogo come eretico.
Poiché la chiesa di Tyn è chiusa e lorologio ha già suonato lora, non ci resta che salire sulla torre del Municipio da cui ci godiamo una vista globale della città, anche se non proprio nitida a causa della foschia. Vediamo il tanto noto e temuto Castello kafkiano, che più che un castello è una piccola cittadella, seguiamo con gli occhi il corso del fiume Moldava e le linee dei tetti rossi inframmezzati da guglie e torri quadrate che spuntano qua e là. E poi le bellissime facciate dei palazzi, dei veri capolavori. Dipinti con fregi di fantasia o con scene varie, finti bugnati, forme che richiamano il cubismo, stemmi di famiglie e corporazioni, ogni palazzo è diverso dallaltro e originalissimo.
Riprendiamo la Karlova e ci lasciamo ammaliare dai vicoletti e dai negozi (tanti, troppi) di souvenir: oltre alle solite magliette, i pezzi forti sono le marionette, le matriosche, i cristalli, gli oggetti in legno e ceramica.
Svicolando fra orde di turisti presi dalla frenesia dello shopping, raggiungiamo finalmente il ponte Carlo, la cui estremità occidentale termina fra due torri quadrate. Il ponte è considerato il simbolo di Praga (dopo il Castello, se si vuole stabilire un ordine di importanza); fatto costruire da Carlo IV nel 1537, dopo la distruzione del precedente ponte di Giuditta, è lungo ben 520 metri, si poggia su 16 pilastri su unaltezza di 10 metri, ed è coronato da numerose statue. Al contrario dei classici ponti di Roma, simili nello stile a questo, le statue che ne arricchiscono le balaustre non sono statiche, ma tutte come in movimento, rappresentanti scene ed episodi vari. In passato sul ponte si organizzavano tornei oppure vi si giustiziavano i condannati calandoli nel fiume chiusi dentro ceste. Inutile dire che spunta sempre un lato macabro nella storia di questa città, un qualche episodio nero che si nasconde dietro a tanta bellezza e romanticismo. Il ponte è una piccola piazza Navona, dove artisti espongono le loro opere, soprattutto acquerelli, oggetti in ceramica e cuoio, oppure dei trasandati personaggi si esibiscono in piccoli spettacoli musicali. Cè chi suona pezzi di musica classica strofinando il bordo di bicchieri pieni dacqua e chi intona canzoni ceche dal sapore antico, alternando la voce al suono di chitarra e flauti di ogni forma e dimensione.
La nostra brama di vedere ci spinge ancora oltre, anche se la strada si fa in salita. Siamo sulla via di Neruda, nome del poeta ceco da cui laltrettanto celebre poeta cileno prese il suo nome. La strada è famosa per i suoi palazzi, la maggior parte dei quali oggi ospita uffici e ambasciate, mentre le cantine sono diventate delle apprezzate vinarna, dove si degustano vini e cibi della cucina ceca. Ci sono dei menù invitanti sia per le pietanze che per i prezzi, tutti oscillanti fra le 8.000 e le 15.000 lire. Passiamo sotto le case che delimitano il perimetro del castello e proseguiamo diritti verso la chiesa Panny Marie (chiusa), costeggiando uno dei numerosi parchi della città, lo Strahovska Zahrada, che purtroppo non ha un gran fascino durante linverno, per la quasi totale assenza di verde.
Ridiscendiamo verso il Ponte Carlo, quando ormai la luce del crepuscolo e i lampioncini creano un gioco di chiaroscuri veramente deffetto. Ora sì che il Castello sembra dominare la città e che il Ponte Carlo sembra sospeso sul fiume. Cerchiamo di immortalare la suggestione della scena con la videocamera e la macchina fotografica, poi stanchi, ce ne torniamo in albergo per riposare un po.
Ceniamo in uno dei tanti pub con menù fisso, tavoli di legno e camerieri scorbutici. Poi concludiamo con strudel e cioccolato caldo, entrambi con panna, in un caffè di Stare Mesto.
I piedi dolgono e il sonno è tanto, dopo la sveglia suonata alle 4.00 di questa mattina. La camera dalbergo ora è diventata il posto più attraente della città.
Venerdì 12 marzo 1999
Il castello kafkiano
A causa dellora ormai tarda (abbiamo dormito a lungo e fatto colazione con comodo), decidiamo di prendere metro e autobus per raggiungere il Castello, invece di arrivarci a piedi, nel tentativo di guadagnare tempo.
Viaggiando con i mezzi pubblici ci siamo trovati nella routine praghese, come dei pendolari che vanno in ufficio. I vagoni della metropolitana sono un po antichi rispetto ai nostri mentre i tram sono molto simili a quelli che circolano ancora a Roma. La cosa che fa veramente la differenza è il biglietto, appena 600 lire, meno della metà del nostro. Ed i controllori (ne abbiamo trovato uno sul tram), vanno in giro in borghese, tre alla volta, per un perfetto ed efficace placcaggio dei portoghesi.
Finalmente al Castello, che sorge su una piccola collina che domina Praga, entriamo da un cortile laterale, arrivando giusto in tempo per assistere al cambio della guardia. Mi sento veramente una turista giapponese quando ci fermiamo a filmare la scena...
Giungiamo poi al cortile principale, con una bella porta in ferro battuto, dorata, con sopra due enormi statue rappresentanti una gigantomachia. Molti degli edifici compresi nellarea del castello sono stati aperti solamente ora al pubblico, dopo la rivoluzione del 1989. Attualmente infatti, il Castello è la residenza del Capo dello Stato, Havel, eletto a furor di popolo.
Sorpassato il secondo cortile, ci si trova di fronte allimmensa cattedrale di San Vito, che forse per il fatto di essere racchiusa in uno spazio ristretto, risulta ancora più imponente di Notre Dame a Parigi, di cui richiama comunque le forme esteriori. Costruita in puro stile gotico, con altissime guglie, rosoni, doccioni, archi gotici, pilastri, cordonature ed archi rampanti, incute più paura questa che il Castello intero.
Allinterno, le volte altissime, gli stucchi, i sepolcri, tutto richiama fasto e ricchezza. In particolare, la cappella di San Venceslao, limperatore santo, rasenta quasi il kitsch con le sue 1000 (o 3.000, a seconda delle fonti) pietre dure incastonate alle pareti.
Più sobria, almeno allesterno, è la basilica di San Giorgio. In realtà, la facciata barocca nasconde quella romanica. Questa è infatti la chiesa romanica più antica e meglio conservata di tutta la Boemia.
Sarà perché è una giornata di sole, oppure perché il luogo è tuttaltro che silenzioso, o ancora perché le facciate delle casette e dei palazzi sono di colore acceso, ma il castello non ha nulla di tetro, minaccioso o misterioso. Lunica minaccia è costituita dai turisti, che occupano ogni metro quadro libero, irrispettosi, chiassosi, la maggior parte completamente ignara del perché esista questo castello, temo. Non cè verso di trovare un angolo tranquillo per scattare una foto o rimanere a contemplare qualche secondo in più ledificio.
Ci affacciamo dalla cinta muraria e la vista della città è superba; i tetti rossi si alternano alle cupole verde rame o alle guglie dei campanili e delle torri nero fumo.
Visito da sola una delle tante collezioni del Museo Nazionale che qui a Praga sono sparpagliate in edifici diversi: questa è dedicata allarte romanica e gotica locale; mirabile sì, ma io era in cerca di Rubens, Goya e Picasso.
Ci incamminiamo verso la cosiddetta via degli alchimisti: si tratta di un vicolo in cui piccole e strette casette dalle facciate colorate sono addossate alle mura che circondano il Castello. La via è così chiamata perché si diceva che un tempo qui si trovassero i laboratori degli alchimisti che cercavano il sistema per fabbricare loro per il Re Rodolfo II. In realtà, nella via sorgevano dei piccoli laboratori di oreficeria, che oggi hanno lasciato il posto a negozi di artigianato locale e souvenir. Una delle case ospitò anche per qualche tempo limpiegato-scrittore più famoso del mondo, Franz Kafka; lui che tanto temeva il Castello, vi ha abitato proprio allinterno.
Da una porticina, salendo lungo la scaletta, si può accedere ai piani superiori delle case, dove erano le prigioni. Lungo i corridoi sui quali si affacciano le celle e i bagni dei prigionieri, cè unesposizione di vestiti e armature dellepoca.
Dopo una sosta nel cortile della cattedrale (dove Alberto, sdraiato su un basamento, ne approfitta per schiacciare un pisolino), visitiamo la torre delle polveri, dove oltre ai soliti oggetti del corredo reale, sono state ricostruite le cucine degli alchimisti, con alambicchi, vasi, recipienti di vetro e camini.
Lasciato il castello, scendiamo lungo la Nerudova e pranziamo al ponte Carlo con qualcosa di tipicamente ceco. In un chiosco a Malostranske Namesti, acquistiamo due bramboral (specie di frittata di patate molto fritta, dallaspetto simile a una fettina panata) e due palacinky, cioè crêpes ripiene di marmellata di fragola.
Il ponte Carlo è sempre molto animato e pieno di artisti che vendono quadri e cianfrusaglie. Ci lasciamo tentare e facciamo degli ottimi affari pagando con i marchi tedeschi.
Un piccolo belvedere circolare attira la nostra curiosità. E situato dallaltra parte del ponte, altezza fiume. Ed in effetti la vista del ponte da questo punto è magnifica. Le statue nere, rese ancora più scure dal sole in controluce, gli conferiscono un aspetto più tetro, mentre il Castello, con i suoi colori chiari sembra una residenza reale estiva.
Siamo quasi pronti per lappuntamento delle cinque con lorologio astronomico, ma qualche palazzo e qualche guglia ci fanno deviare il percorso principale, portandoci in luoghi sconosciuti, vicoli e piazzette che spuntano appena svoltati gli angoli. Già, non bisogna farsi prendere dalla fretta, perché non si può passeggiare per Praga seguendo un itinerario prestabilito. Bisognerebbe avere dei paraocchi per non fermarsi a guardare le facciate dei palazzi dipinte, affrescate, con preziosi balconcini in muratura e ferro battuto, con stemmi, insegne colorate o statue sporgenti. E poi, appena lasciate le vie principali, spariscono come dincanto anche i turisti!
Ma lorologio astronomico ci chiama e quindi ci ritroviamo anche noi stretti nella folla che aspetta, con il naso allinsù, lo scoccare dellora. Lo spettacolo è simpatico, con le statuine che si affacciano; mi ricorda qualcosa che ho già visto a Vienna, credo.
Ed ora, dritti (si fa per dire) al Museo Nazionale, dove assisteremo ad un concerto: un violino solista che esegue le Quattro Stagioni di Vivaldi.
Il Museo Nazionale si trova in fondo alla piazza più lunga di Praga, Vaclavske Namesti, in realtà più simile, con i suoi 370 metri di lunghezza, a un largo viale.
Siamo nel cuore della zona economica. Sulla piazza si affacciano banche, uffici, ristoranti, alberghi e grandi magazzini; una zona moderna, così diversa dalla Staromestske Namesti. Non ci sono facciate da ammirare, se non specchi e vetrine, né guglie o tetti rossi. Solo la statua di San Venceslao e il Museo Nazionale in fondo alla piazza ricordano che siamo in una città darte.
Linterno del museo è molto elegante; la piccola orchestra, composta da un violino solista accompagnato da altri sei violini, un cembalo, una viola e un contrabbasso, è sistemata nel piccolo pianerottolo a metà fra il primo e il secondo piano, dove si incrociano le due scale. Ed è proprio sulle scale che ci fanno accomodare, seduti su morbidi cuscini di seta. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Qui non si guarda alla forma, ma alla sostanza. Tutto è molto elegante, ma non ci sono donne impellicciate o uomini in abito elegante. La maggior parte degli spettatori sono turisti come noi, che accettano di buon grado di sedersi sulle scale per ascoltare un po di buona musica. Mi sento molto più a mio agio così che se fossimo stati sistemati su comode poltrone.
E il mio primo concerto di musica classica e mi chiedo perché ho aspettato di avere trentanni per provare unesperienza simile. Il primo movimento degli archetti sulle corde dei violini mi fa venire i brividi. E la musica inizia e mi travolge, avrei quasi voglia di muovermi anchio a tempo. Ecco perché i musicisti seguono sempre con il corpo la musica mentre la suonano. E ascolto dal vivo quello che da poco ho imparato a gustare attraverso le registrazioni dei compact disc, ma è unemozione completamente diversa. Quegli strumenti e quelle persone che ho davanti suonano solo per me in quel momento. Suoneranno ancora e avranno già suonato lo stesso pezzo chissà quante volte, ma in questo momento è solo per me che premono le corde, le pizzicano, le strusciano per farne uscire note incantevoli.
Il concerto dura appena unora, un lasso di tempo che è volato ma credo che sia la misura giusta per avere un primo assaggio e per non far cadere lattenzione. La musica mi è entrata dentro e la canticchio per tutto il tempo che ci vuole a tornare in albergo. Imboccando strade diverse ci imbattiamo in unaltra chiesa e in due torri sconosciute ma sapientemente illuminate (è ormai buio) in modo da conferir loro un aspetto romantico, prezioso.
Dopo un breve riposo, ceniamo in una vinarna di Stare Mesto, la vinarna Puskin, stessa gestione del Caffè Puskin dove abbiamo gradito i dolci ieri sera.
Si tratta di un locale ricavato in una cantina, con le pareti in muratura e con una perfetta ricreazione dambiente. Latmosfera vagamente medievale la danno i camerieri in costume, i tavoli e le sedie in legno rustico, ma soprattutto il servizio dei piatti, tutto in ceramica marrone. Anche la cena è ottima: Alberto ha preso una zuppa di funghi e poi una bistecca di maiale con contorno di funghi e patate al forno; io invece, una specie di roastbeef dal delizioso sapore affumicato con contorno di patate e insalata.
Per stuzzicarci lappetito ci hanno offerto una specie di paté di salsiccia e aglio da spalmare su pane bianco e di segale. Il tutto (compreso il boccale che Alberto si è fatto regalare) per la modica cifra di 40.000 lire circa.
Sabato 13 marzo 1999
Fra romanticismo, arte e luna-park
La stanchezza della giornata di ieri si è fatta sentire: abbiamo dormito fino alle nove!
Con una super colazione sullo stomaco, ci siamo diretti al ghetto ebraico, Josefov, ma sinagoghe e cimitero sono chiusi, probabilmente perché è sabato, giorno festivo per i giudei. Abbandoniamo perciò il quartiere ebraico con lintenzione di tornarci domani e ce ne andiamo allisola di Kampa.
La minuscola isola sorge sulla riva occidentale del fiume Moldava ed è separata dalla terraferma da un piccolo canale, detto il canale del Diavolo. Si tratta della zona di Praga più giovanile, nel senso che qui Praga diventa una metropoli occidentale. Solo la piazzetta principale dove si affacciano le case in stile barocco e neoclassico, dalle facciate dipinte con delicati colori pastello, rievoca il fascino della città. Poco più oltre, un piccolo parco ci conduce in una zona più moderna; le mura sono tutte piene di scritte e dipinti, come la moda nata negli USA e oggi diffusa ormai (ahimè) in tutta Europa. Scritte inneggianti allamore, alla pace, allerba da fumare (alcune molto banali, pensate nel delirio di onniscienza giovanile) si sovrappongono ai disegni più strambi, creando nellinsieme un effetto coloratissimo e forse anche gradevole. Non manchiamo di cercare il noto ritratto di John Lennon, come lo abbiamo visto in una foto di una rivista: quello che troviamo è di color seppia ed anche se non si hanno dubbi sul soggetto, è completamente diverso da quello della foto. Probabilmente si era rovinato ed è stato rifatto. Pochi metri oltre, una parte in cemento inserita nel muro è diventata la lapide del celebre cantante dei Beatles, con tanto di lumino e fiori.
Approfittiamo della bella giornata per fare una gita in battello sulla Moldava, che si rivelerà molto piacevole e a tratti esilarante. Dal fiume ci godiamo bellissimi panorami e scorci della città, con i suoi eleganti palazzi, i parchi sulle colline, limponente castello e i numerosi ponti. Ci allieta la gita un nastro con una voce di donna registrata che alternando quattro lingue descrive i monumenti che vediamo lungo il tragitto. Quando è il momento della versione italiana (di cui usufruiamo solamente noi fra i turisti a bordo) è un vero spasso, per la pronuncia stile russo che storpia le parole e la traduzione improbabile dei termini, alcuni così assurdi da risultare incomprensibili (meno male che la versione in inglese è quasi perfetta).
Terminato il giro in battello, vaghiamo un po senza meta per Malà Strana, cioè la città piccola, senza però riuscire a trovare le chiese indicate sulla cartina e a forza di camminare ci ritroviamo in uno dei luoghi verdi più celebri di Praga, i giardini Kinsky, che sorgono su una collina che domina lintera città. E una specie di Villa Borghese senza velleità artistiche che linverno non contribuisce certo a renderle migliore: i rami sono spogli, i cespugli ridotti a intrecci ispidi e la terra non ha un briciolo di erba. Con questo aspetto non sembra né un parco né un bosco selvaggio. Lo attraversa una cinta muraria voluta da Carlo IV, chiamata il Muro della fame, perché nel 1360 i poveri abitanti della città che lavorarono alla sua costruzione riuscirono a guadagnarsi il pane per sopravvivere alla carestia. Abbandoniamo le nostre ricerche di una chiesa in legno proveniente dallUcraina (di cui neanche quei pochi praghesi a cui ci rivolgiamo sembrano conoscere lesistenza) ed anche lidea di prendere la cabinovia che porta fin sopra la collina, dato che cè da aspettare una buona mezzora.
Torniamo a piedi alla Staromestske Namesti dove con una baguette in tasca, saliamo sul tram 12 diretti al Museo Nazionale, che ospita varie esposizioni di arti figurative nonché una galleria dedicata alla pittura moderna. Ed è il visibilio dei sensi: da Degas a Mirò, da Picasso a Klimt, da Pizzarro a Van Gogh, cè di che rimanere incantati. La visita al museo è una specie di continuazione virtuale della visita al museo di Copenaghen. In ognuna delle città europee che ho visitato ho avuto modo di vedere i quadri che per la prima volta mi erano apparsi dalle pagine dei libri di storia dellarte. Ed ogni volta lemozione di stare di fronte alla tela dal vivo si rinnova. Questa è una delle emozioni di quando viaggio che non si è ancora affievolita, che si ripete ogni volta con la stessa intensità. Mentre monumenti, aeroporti, alberghi più o meno lussuosi, strade cittadine, sono in parte entrati nella routine, i quadri, i bambini e i paesaggi naturali mi fanno ancora vibrare. Spero di non abituarmi anche a questo. Il fatto di poter ora viaggiare con una relativa facilità, ha fatto sì che lemozione che provavo per la prima volta, per il desiderio finalmente realizzato, si sia affievolità con il tempo. Quando i desideri si realizzano, terminato il piacere immediato dellappagamento, svanisce a poco a poco anche la capacità di sognare ancora. Il sogno ha il suo fascino nel fatto che sembra fino allultimo (o a volte lo rimane per sempre) qualcosa di irrealizzabile; se però si realizzano molti sogni, si è sì molto felici, ma si smette di provare il piacere puro di sognare. Vorrei non perdere mai completamente questa capacità.
Terminata la visita al museo, ci avventuriamo, attirati da luci e suoni, verso una costruzione fra lantico e il moderno, dove tutto intorno è allestito un grande luna park. Finalmente entriamo nella quotidianità di Praga, nella vita normale dei praghesi, quale può essere un sabato trascorso con la famiglia al parco dei divertimenti. Le giostre obsolete finalmente ci parlano di un paese ex-comunista. Per rendere lidea, le strutture che oggi fanno divertire i praghesi sono le stesse che divertivano i bambini della mia generazione. Otto volanti, tagatà, tiri a segno, labirinti, altalene, lotterie e pesche, e tanta, tantissima gente.
Allentrata alcune bancarelle vendono dolci di marzapane a forma di bastoncino o di cuore; insieme a qualche lecca-lecca e ai pop-corn costituiscono i dolciumi preferiti dai praghesi. La gente si diverte; ci sono adolescenti, fidanzati, famiglie, ma anche scapoli o coppie mature, tutte con un dolce, un palloncino o un peluche vinto come premio nelle mani. E nella baraonda ne approfittiamo per pescare anche noi un bigliettino e vincere un labelec (cioè un portachiavi), mangiare pop-corn tricolori dolci e un bastoncino di marzapane.
Riprendiamo il tram (a bordo del quale le fermate sono annunciate da un nastro registrato) e scendiamo a Staromestske Namesti. Poi a piedi, ripercorrendo per lennesima volta la via dellincoronazione, raggiungiamo esausti lalbergo. Abbiamo i visi arrossati per il freddo e il sole, le gambe e i piedi dolenti e con grande fatica ci alziamo dopo due ore per andare a cenare. La scelta cade su una pizzeria-ristorante italiana (vergogna!), perché non abbiamo voglia di mangiare anche stasera la carne (che qui è il piatto forte). Alberto ordina una pizza quattro stagioni (anche qui la sua scelta classica non subisce variazioni se non quella della cucina praghese che ha sostituito luovo sodo con il salame) ed io un buonissimo piatto di fusilli con i broccoli.
Domenica 14 marzo 1999
Nel ghetto
Ci incamminiamo di nuovo verso il ghetto di Praga, Josefov, (cioè città di Giuseppe), così chiamato dal nome dellimperatore Giuseppe II. La Sinagoga Vecchionuova è chiusa (forse per restauro) mentre si possono visitare le altre cinque sinagoghe e il vecchio cimitero.
Con un biglietto cumulativo che ha un prezzo esorbitante paragonato a quello medio degli altri musei della città, abbiamo laccesso a tutti i luoghi del ghetto. Attualmente qui vivono circa 1000 ebrei, i discendenti dei circa 13.000 che scamparono alle deportazioni e ai campi di sterminio, dove morirono invece più di 70.000 persone di religione ebraica, sia cittadini cechi che profughi di altre nazioni che si erano rifugiati a Praga quando ancora non erano entrate in vigore le leggi razziali, sperando di salvarsi. Come apprendiamo da un cartello fuori della Sinagoga, gli ebrei boemi e quelli moldavi, insieme a quelli baltici e slovacchi sono gli unici che non sono stati risarciti dai tedeschi. E dato che ormai gli scampati alla soluzione finale sono quasi tutti morti o anziani, ci sono poche speranze che possano ricevere qualche risarcimento. Si vede in giro qualche ebreo, soprattutto ragazzi; rigorosamente vestiti di nero, alcuni anche con un cappello e i classici riccioli sopra le orecchie.
La sinagoga Pinkas è lunica delle sei del ghetto a non essere diventata una specie di museo. Nelle altre infatti, ironia della storia, sono conservati tutti quegli oggetti di culto e i documenti della cultura ebraica che gli stessi tedeschi avevano raccolto qui a Praga dopo aver saccheggiato le sinagoghe e i ghetti di tutta Europa. Volevano infatti conservare una testimonianza della razza che si accingevano a eliminare. Oggi tutti questi oggetti sono in bella mostra nelle sinagoghe e nel museo ebraico e costituiscono una delle raccolte più preziose della cultura ebraica.
Ma la Pinkasova conserva qualcosa che è molto più prezioso e che forse colma ancora di più lo spazio interno di quanto potrebbe farlo qualsiasi quadro, paramento o mobile. Su tutte le pareti interne del tempio sono stati trascritti il nome, la località di provenienza, la data di nascita di tutti gli ebrei moldavi e boemi vittime dei nazisti. Nel 1968 il monumento venne chiuso per una falda acquifera che ne minacciava la stabilità e il regime comunista ritardava volontariamente i lavori affinché le scritte sulle pareti poco a poco si rimuovessero. E per questo che tra il 1992 e il 1996 tutti i nomi dei 77.297 ebrei sono stati riscritti a mano. Leffetto è sconvolgente. Le nazioni sono scritte in rosso mentre i nomi sono in nero e lelenco è talmente fitto da sembrare una carta da parati. Dallalto al basso, rigo per rigo, uno di seguito allaltro, i nomi di migliaia di persone vittime della follia umana, hanno in qualche modo trovato il loro posto nella storia e nel ricordo dellumanità. Si entra in silenzio, si parla sottovoce e ci si muove lentamente, guardando stupefatti le pareti, leggendo qualche nome e qualche data: è come se tutti quei morti fossero lì a parlarci, a ricordarci, a impedirci di dimenticare. Forse delle foto non avrebbero avuto lo stesso effetto drammatico. Le testimonianze degli scampati, i film e i documentari visti in TV, pur in tutta la loro durezza e la loro crudeltà, non sono così inquietanti. Sembra quasi di non aver saputo nulla di questa tragedia, di non essersi resi conto veramente di quello che è successo fino a quando non si vede questo elenco infinito di nomi. Una sensazione analoga lho provata a Bassano del Grappa dove in un edificio cera un elenco simile dei soldati italiani morti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Cè il divieto di fare fotografie o filmini, ma in tutta buona fede, per poter mostrare a chi ci aspetta a casa ciò che noi stiamo vedendo, riprendiamo di nascosto per un paio di secondi qualche tratto di parete, anche se non si proverà la stessa emozione che si ha stando fra queste mura, come osservati da mille occhi che ci dicono: non dimenticare, anche tu devi sapere.
Forse Alberto in parte ha ragione quando dice che gli ebrei non la smetteranno mai di parlare del loro genocidio e che spesso lo hanno usato in campo politico ed economico per ottenere dei privilegi, ma è anche vero che forse nessun popolo ha mai subìto una persecuzione tanto efferata quanto immotivata come è successo a quello ebraico. E poiché la memoria degli ultimi sopravvissuti si perderà dopo la loro morte, e anche perché molti tentano di dimostrare che tutto questo non è mai accaduto, è giusto che rimanga qualcosa di eterno a testimonianza della shoah.
Al piano superiore ci aspetta una visita ancora più sconvolgente. Nelle vetrine sono conservati i disegni dei bambini deportati a Terezìn, una specie di anticamera dei campi di sterminio. La comunità ebraica tentò in tutti i modi di proteggere i bambini dallangoscia dei campi di stermino, e dalle conseguenze delle leggi razziali, cercando di far loro condurre una vita il più normale possibile. Non potendo più andare a scuola e ritrovandosi internati nel campo, dove i bambini dormivano in grandi camerate, si cercava comunque di far trascorre loro il tempo con lezioni, studio, giochi e ginnastica. Lopera fu svolta con particolare dedizione da una maestra che faceva realizzare ai bambini dei disegni a tema, in modo che questi potessero in qualche maniera sfogare le loro paure rappresentandole sulla carta. La scarsità dei mezzi a disposizione ha fatto sì che, quando non cerano matite colorate o penne, si realizzassero dei collage. Linsegnante poi, come del resto la maggior parte dei bambini (degli 8000 deportati ne sopravvissero solo 242 e qui le cifre non servono per statistica o pura informazione ma per dare unidea delle proporzioni di questo sterminio di massa), linsegnante dicevo, fu deportata in uno dei tanti campi di sterminio dal quale non tornò mai; fu ritrovata invece la sua valigia piena di questi disegni, circa 4.000, diligentemente catalogati per genere ed età. Molti rappresentano lambiente in cui questi bambini vivevano in quel momento, altri rievocano invece le situazioni felici prima della deportazione, altri ancora raffigurano soldati o scene di guerra. E poi ci sono le loro foto, con sotto il nome e la data di morte che si alterna alla parola survived, sopravvissuto. Saranno anche sopravvissuti ai campi di sterminio, ma saranno riusciti a sopravvivere ai ricordi, alle sofferenze, alle paure che si sono portati dietro per tutta la vita?
Ammutoliti, usciamo ed entriamo direttamente nel vecchio cimitero ebraico. Gli uomini sono invitati ad indossare il copricapo, in carta-stoffa di colore blu messo a disposizione dal museo stesso.
Il cimitero sembra lambientazione ideale per un film dellorrore sul genere dei morti viventi. Sorto verso la fine del 1300 ha svolto la sua funzione fin quasi alla fine del 1800. Poiché lo spazio però non era sufficiente a contenere tutte le tombe, si copriva con uno strato di terra la superficie e vi si mettevano nuove lapidi, con lattuale effetto di lapidi sovrapposte e ammucchiate luna sullaltra. Guardando linsieme, mi fa venire in mente linterno di una bocca i cui denti avrebbero avuto bisogno di un apparecchio ortodontico. Oggi vi sono 12.000 lapidi, tutte molto austere, blocchi di pietra con iscrizioni in ebraico che riportano le generalità dei defunti e il loro mestiere rappresentato con simboli. Su alcune lapidi sono posati dei sassi che tengono fermi dei fogliettini: sono le preghiere che i visitatori lasciano. La tomba più celebre di tutto il cimitero è quella del rabbino Löw (morto nel 1609), luomo che secondo la leggenda aveva creato il Golem, un essere artificiale.
Linsieme del cimitero è inquietante ma curioso allo stesso tempo: un ulteriore tocco macabro viene conferito dai rami secchi dei lunghi tronchi dalbero, sui quali si posano cornacchie che a brevi intervalli lanciano le loro tremende urla. Adiacente al cimitero si trova la Klausova, il cui nome deriva dalla parola tedesca klaus cioè piccolo, nel senso di piccolo edificio, ma nonostante il nome, era la sinagoga più grande della città di Praga.
Proseguiamo la visita del ghetto, entrando nella Casa delle Cerimonie, dove lesposizione interna è dedicata alle tradizioni ebraiche riguardo la malattia, la morte, la sepoltura; poi ancora, la sinagoga Maisel, molto bella allinterno, con numerosi oggetti di culto e unesposizione che illustra la storia degli ebrei dai primi insediamenti risalenti al decimo secolo fino al Settecento, ed infine la sinagoga Spanelska (cioè spagnola), la cui esposizione interna narra la storia degli ebrei dallIlluminismo ai giorni nostri. Calici, urne funerarie, libri, foto, vestiti e molto altro documentano lintera storia del popolo ebraico nelle terre ceche.
Abbiamo ancora un po di tempo prima di dover prender laereo e così con la metro raggiungiamo Nove Mesto, cioè la città nuova, anche se il nome non deve indurci ad errore, in quanto questa zona della città a sud di Stare Mesto fu fatta costruire da Carlo IV nel lontano 1348. E una zona in cui grandi piazze (una volta destinate al mercato) si alternano a lunghi viali, ma si sente e si vede che stiamo andando verso la periferia: non cè quasi più un turista in giro, ci sono molti palazzi moderni e molti altri fatiscenti, e salvo qualche chiesa e giardino, non cè molto di interessante o piacevole da vedere.
Ci incamminiamo perciò di nuovo verso Vaclavske Namesti (cioè Piazza San Venceslao) dove una volta cera il mercato dei cavalli . Mangiamo un gigantesco hot-dog e diciamo addio alla città con un bel cioccolato caldo con crêpe in un caffè. Di nuovo a piedi, facciamo gli ultimi acquisti di souvenir, ce ne torniamo in albergo per ritirare il bagaglio e andiamo a prendere la navetta che ci porterà allaeroporto.
Praga è sicuramente una città ricca, che ha tanto da offrire al turista, sia dal punto di vista artistico che storico, anche se credo però che sia lo stesso turista ad averne rovinato il fascino. Linvasione costante di gruppi e scolaresche provenienti da tutto il mondo (ma soprattutto dallItalia) ha snaturalizzato il carattere della città, come del resto è avvenuto e continuerà ad avvenire in molte parti del mondo, soprattutto quelle più povere che come prima fonte di entrata hanno proprio il turismo. Per fortuna, la presenza dei 40.000 americani che abitano la città non si sente molto. Ciò che invece si sente a pelle è la cultura: librerie, edicole, musei, concerti e spettacoli teatrali infondono nellaria unatmosfera bellissima, giovanile, aperta, sensibile. Anche se il carattere dei praghesi si è dimostrato al contrario tanto ostile e freddo da raggiungere punte di maleducazione e razzismo.
Mi sarebbe piaciuto visitare la città allalba, quando le strade non sono affollate e i corpi dei turisti non coprono panorami, facciate e selciati, quando gli schiamazzi non soffocano i suoni dei violini degli artisti di strada o delle campane delle chiese, quando per riuscire a scattare una foto decente, non è necessario fare lo slalom fra le teste della folla. E mi sarebbe piaciuta vederla con la neve: questo periodo dellanno invece è un po atipico. Non cè più la neve ma gli alberi si stanno ancora preparando alla primavera. Fra due settimane le gemme e i fiori avrebbero riempito di colore il grigio e il marrone sbiadito di parchi e giardini, illuminando come lanterne strade e piazze.
Forse, infine, dovrei essere meno severa con la città e con me stessa, e portare dentro di me il ricordo di Praga al tramonto, quando la luce crepuscolare, aiutata dai lampioni che si vanno accendendo, crea giochi di chiaroscuri incantevoli, dando forma ed aspetto diverso ad architetture e sculture. |
|