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Domenica 28 marzo 2004

Malaga – Siviglia

I nostri viaggi primaverili sembrano essere ormai all’insegna della pioggia. Così come tre anni fa in Turchia e lo scorso anno a Malta, ci attende sempre un sacco di pioggia. La protezione civile spagnola ha dichiarato lo stato di allerta, mentre sulla Sierra Nevada è ripartita la stagione sciistica, tanta è la neve caduta.
Lasciamo Malaga, dove siamo arrivati ieri sera, quasi interamente allagata (sono caduti 6 litri d’acqua per metro quadrato, sei volte tanto quanto nelle altre città della Spagna dove imperversa il maltempo) e facciamo tappa nei pressi di Antequera, per visitare i dolmen, quello di Viera purtroppo chiuso per restauro, e quello di Menga, il più grande d’Europa, conservato benissimo se si pensa che risale al 2.500 a.C.
Varcata la soglia del dolmen, sulla destra, scolpite nella parete, si notano appena alcune figure antropomorfe, prima di accedere in un grande ambiente unico diviso solo da due grosse colonne. Molto interessante, soprattutto per il tipo di costruzione, è anche il vicino dolmen Romeral, con struttura a tholos, costituito da due camere con una finta volta, realizzata con tante pietre piatte sovrapposte che partono dal pavimento e arrivano fino al soffitto a volta, lasciando un’apertura circolare coperta da una grossa lastra di pietra. Dentro è buio pesto, utilissima la torcia che abbiamo con noi, soprattutto per vedere la seconda sala, molto più piccola della principale.
Il tempo è ancora incerto: le piogge di ieri hanno reso il terreno di argilla nei pressi dei dolmen molto fangoso. Decidiamo di recarci lo stesso al Parco Nazionale del Torcal, anche se a mano a mano che saliamo lungo i tornanti delle montagne la nebbia si fa più fitta. Quando arriviamo all’ingresso del parco, il temporale ci costringe a rimanere nel centro visite, dove ci accontentiamo di vedere le bellezze del Torcal attraverso un documentario proiettato nel buio di una sala, dispiaciuti di no poterlo vedere dal vero. Niente passeggiata lungo il sentiero allagato né panorama dal mirador per ammirare questa grande e bizzarra città pietrificata: riusciamo a scorgere solo alcuni dei blocchi di marmo rosso tagliati ed erosi da piogge e venti, dalle forme più singolari, che fanno capolino dalla fitta nebbia lungo la strada del ritorno. Ci fermiamo e abbassando i finestrini dell’auto completamente appannati scattiamo qualche foto per avere un misero ricordo.
Nonostante il tempo implacabile, non ci arrendiamo e puntiamo verso Antequera, grazioso paesino che con le sue tipiche case bianche, i doppi portoni e le piastrelle colorate ci introduce subito nell’atmosfera andalusa. Con l’ombrello spesso aperto a ripararci giriamo per le stradine in salita e discesa, fino ad inerpicarci all’Alcazaba, il castello, ripagati da una splendida vista della città che arriva fino al Torcal, le case bianche dai tetti rossi, che in una tregua della pioggia, si illuminano del sole timido che manda giù i suoi raggi fra le nuvole. Passeggiamo per il Caso Viejo, il quartiere antico con le tipiche finestre con le inferriate e i portoni con la doppia entrata, una porta esterna (quelle più antiche incorniciate da mattoni o pietre), quasi sempre aperta, che dà accesso ad un piccolo disimpegno, lastricato con vistose maioliche colorate, e una seconda porta, quella che introduce all’abitazione o, per i più fortunati, al patio interno.
Riprendiamo l’auto diretti a Siviglia: lungo la strada si estendono oliveti a perdita d’occhio. Non ne ho mai visti così tanti, eppure l’Italia è un paese dove la produzione d’olio d’oliva non manca di certo. Tante, tantissime piante, fitte o più distanziate, ci confermano che siamo in una zona dove l’olio extra vergine d’oliva è il fiore all’occhiello dell’agricoltura locale. In lontananza qualche casale e sulla sommità delle colline alcuni paesini (come Estempa e Osuna) in cui si distinguono campanili di chiese, alcazar e mura di fortificazione.
Arriviamo a Siviglia sotto il temporale e le previsioni non preannunciano niente di buono.
Intanto il bagaglio che si è perso durante il volo, sembra allo scalo di Milano, non è ancora arrivato (e a questo punto chissà se arriverà!). La situazione comincia a diventare problematica, perché il cambio di Alice comincia ad essere insufficiente, dato che è impossibile tenerle gli abiti puliti per più di un’ora e la pioggia le ha bagnato scarpe e giubbetto.
Ci armiamo di ombrello e k-way (che per fortuna erano nella valigia che non ci hanno perso) e affrontiamo il maltempo visitando i quartieri nord di Siviglia, che pullulano di chiese (costruite per cancellare ogni traccia delle precedenti moschee, durante il periodo della Reconquista) e di cafeterie, locali, ristoranti. C’è un sacco di gente in giro, la maggior parte va a visitare le chiese in cui sono esposti i carri che saranno portati in processione durante la settimana Santa (ovvero la prossima settimana) e per il rito del baciamano, in cui, in fila, ad uno ad uno i fedeli baciano le mani della statua di Cristo in segno di devozione.
L’atmosfera è quella dell’attesa dell’evento, della vigilia della festa: le radio locali che ascoltiamo in auto, i manifesti per le strade, le chiese addobbate e persino i carrelli della spesa ai supermercati svelano i preparativi per la Settimana Santa.
Ceniamo in un locale tipico, con tapas di vario genere e panes de la casa. Peccato che nei locali sia consentito fumare e che gli spagnoli fumino quasi tutti e tanto. L’aria dopo un po’ si fa irrespirabile e siamo costretti ad uscire prima del tempo.
Nonostante il disagio della pioggia, Alice si sta comportando benissimo. Sembra non pesarle che piova e che non possa sempre camminare. In giro sotto l’ombrello, non fa altro che ripete “agua, agua”, indicando la pioggia e le pozzanghere, con una parola storpiata dalla sua tenera età che solo casualmente corrisponde alla traduzione spagnola di acqua. In giro ci sono pochi turisti e moltissimi spagnoli, si respira l’aria del posto. Incantevole il Palacio de las Dueñas e inebriante il profumo dei numerosi alberi d’arancio in fiore.

Lunedì 29 marzo 2004

Siviglia

C’è un timido sole… speriamo che duri.
La visita di Siviglia comincia con la Casa de Pilatos, con un cortile decorato da una splendida, rigogliosa buganvillee fucsia che scende da una balaustra del piano superiore fino a terra. La visita del secondo piano è con la guida, che ci illustra le varie stanze ricche di mobilio e di quadri; purtroppo gli affreschi del XVI secolo sono molto rovinati perché durante la guerra civile spagnola furono coperti con la calce, dato che il palazzo fungeva da ospedale.
La mattinata trascorre nella visita del Barrio di Santa Cruz, grazioso e animato quartiere con viuzze tortuose, fra i locali con i banconi in legno poggiati su enormi barili e i jamon serrano appesi al soffitto con le coppette di carta per il grasso che cola, dove si servono cerveza, tapas y raciones, i cortili con azulejos, sia antichi che moderni, i tanti hostal ricavati nei palazzi antichi della città, balconi e finestre con inferriate e fiori, l’odore dolciastro dei fiori d’arancio, le zingare che offrono il rosmarino (per gli andalusi è un portafortuna) e in cambio di un’offerta vogliono leggere la mano.
Dal Barrio arriviamo all’imponente Catedral, maestosa, gigantesca e pranziamo nella piazza antistante in attesa che apra per le visite turistiche, mentre Alice si dà al suo passatempo preferito, quello di rincorrere i piccioni.
Una volta dentro la Catedral ci si sente schiacciati dalle misure gulliveriane delle volte e delle colonne e dalle pesanti decorazioni: soffitti altissimi, affreschi, stucchi, intarsi che culminano nell’esagerazione della cappella reale, guardando la quale è impossibile fissare un singolo elemento senza essere distratti da quelli vicini, con gli occhi che schizzano impazziti da un punto all’altro e il cervello non fa in tempo a recepire una simile quantità di informazioni, che creano alla fine un effetto di sfarzoso caos. L’unico elemento che mi piace è il monumento funebre a Cristoforo Colombo, un feretro trasportato da quattro imponenti statue. Sembra, infatti, che le spoglie del grande navigatore siano conservate in questa chiesa e, data l’importanza data al monumento, sia nella sua dimensione che nella sua collocazione, gli spagnoli non lo credono veramente italiano e considerano Cristobal Colon un loro compatriota.
Degli operai lavorano intorno all’altare principale per allestire il palco che questa sera ospiterà un concerto di un famoso organista, gratuito, che purtroppo perderemo per via della stanchezza e di Alice.
Saliamo sulla sommità della Giralda (il campanile che prima era un minareto) lungo una scalinata elicoidale che sembra non finire mai, soprattutto per Alberto che ha sulle spalle Alice, da cui si gode di una magnifica vista della città e soprattutto ci si rende conto ancor meglio della vastità del complesso della cattedrale. Usciamo attraversando il Patio de las Naranjas che, salvo gli alberi profumati, non ha nulla di speciale, e passando per il portone che dà accesso a questo cortile, che invece è spettacolare.
Ci dirigiamo verso Plaza de Toros de la Maestranza, la più grande di Spagna, non tralasciando la Torre del Oro, un torrione in riva al fiume. La visita all’arena si rivela molto emozionante. Pur non amando la corrida, anzi condannandola, visitare la Plaza mi ha dato una forte emozione pensando che in questo luogo così silenzioso e vuoto durante la visita, si consuma da tempo un pezzo di storia dell’Andalusia, in uno scenario di sangue, crudeltà, tifo infervorato, urla, incoraggiamenti.
Nel museo allestito nelle gallerie che corrono intorno all’arena, sono conservati diversi cimeli delle corride che hanno avuto luogo qui e altrove in Spagna. Fra questi la testa della mucca madre del toro che uccise il famoso torero Manolete e che il proprietario giustiziò perché non voleva “assassini” nella sua famiglia. Da allora, è diventata consuetudine uccidere il toro e la vacca che lo ha partorito se questo uccide il torero. Per fortuna il triplice eccidio ha avuto luogo solo due volte, con la morte di un torero negli anni ’70 e nel 1992. Al contrario, non credo esista una statistica così precisa dei tori morti durante le corride. Scopro, durante la visita, con un certo stupore, che la corrida è una tradizione piuttosto recente, che risale solo al XVIII secolo e sembra sia nata per far allenare i soldati che dovevano colpire con una lancia delle teste di uomo finte, appese ad una statua di Mercurio, poi sostituite da teste di toro e infine, da tori veri. Ma la Plaza de Toros la ricorderemo soprattutto per un piccolo volantino che decanta le gesta di un famoso torero di origini italiane, che porta il cognome di Alberto: un certo Luis Mazzantini entrato nella storia per la sua bravura.
Il tempo peggiora di nuovo e, dato che la valigia non è ancora stata ritrovata e sia io che Alice abbiamo bisogno di un cambio d’abiti, ce ne andiamo in un grande magazzino della catena El Cortés Ingles, molto nota in Spagna, tutt’altro che economica ma che ci consente di comprare il necessario senza dover girare troppo per negozi. Ci dedichiamo ad uno shopping sfrenato e devo dire che l’attività mi nausea come sempre e a niente mi serve sapere che la spesa ci sarà interamente rimborsata; forse questo sarebbe un motivo sufficiente per essere radiata dal genere femminile, ma andare in giro a fare acquisti, soprattutto di abbigliamento, non mi entusiasma proprio.
Torniamo al Barrio di Santa Cruz, non senza difficoltà nel ripararci dalla pioggia sotto lo striminzito ombrello che abbiamo a disposizione, mentre trasciniamo su e giù per i marciapiedi, guadando enormi pozzanghere, una valigia con ruote piena di vestiti. Ceniamo in un grazioso locale, La Sagrestia, con tortilla di patate, cannoli di prosciutto e formaggio e calamari fritti, mentre fuori continua inesorabilmente a piovere.

Martedì 30 marzo 2004

Siviglia-Cordoba

Dopo il solito lungo percorso a piedi dell’albergo al centro città, durante il quale passiamo davanti alla Fabrica de Tabacos (attualmente sede dell’Università), resa famosa dalla Carmen di Bizet, arriviamo all’Alcazar. Accediamo da una piccola porta che si apre sulle mura e dentro ci si svela un altro mondo, dove sale, cortili, portici, giardini, come una scatola cinese, vengono fuori uno dietro l’altro. Come al solito la struttura è molto articolata, ogni arco e colonna è decorato in stile mudejar, le pareti sono coperte di azulejos, i soffitti e le volte in stucco o in legno, sempre in stile mudejar, dorati o dipinti. Molto belli anche i giardini. La struttura delle case arabe suggerisce relax, quiete, intimità, così pure i giardini sembrano un’oasi nel deserto, con fontane, vasche, panchine in muratura rivestite di azulejos, alberi d’aranci e limoni, vialetti, scale.
Abbandonato l’Alcalzar, raggiungiamo l’imponente Plaza de España, dove Alice ancora una volta rincorre entusiasta i piccioni e accarezza i cavalli della Policia, mentre noi cerchiamo di sfuggire alle avances insistenti di una zingara che vuole rifilarci un rametto di rosmarino e tenta di afferrarci le mani per leggercele. Proprio qui vicino c’è il quartiere Trojana, quello dove vivono appunto i gitani.
Torniamo in albergo e preso il bagaglio saliamo in auto diretti ad Italica, un avamposto romano pochi chilometri fuori Siviglia. Probabilmente pochi italiani (come me, del resto) sanno della sua esistenza, del fatto che fu fondato da Scipione l’Africano e che qui nacquero personaggi famosi della storia romana come Adriano (il primo imperatore romano nato in una provincia dell’impero) e Traiano. Buona parte del sito è ancora interessato da scavi e studi, ma quello che è stato portato alla luce fino ad oggi è stupefacente: un bellissimo anfiteatro che conserva ancora parte dei corridoi che portavano alle tribune, il primo livello degli spalti e parte della scena, e poi tante abitazioni private i cui pavimenti sono ricoperti da mosaici che non hanno niente da invidiare, per esempio, a quelli di Piazza Armerina in Sicilia in quanto a conservazione, fattura e colori. Gli scavi, all’interno di un grande parco, sono tenuti molto bene, con pannelli esplicativi e ghiaia di diversi colori distribuita nei vari ambienti per dare un’idea di insieme dei vari locali che formavano gli edifici, soprattutto case private e negozi. Ci aggiriamo fra le rovine stupefatti, ed ho un déjà-vu: Volubilis, in Marocco, parecchi anni fa. Anche allora era marzo, anche allora ci ritrovammo con stupore fra rovine romane perfettamente conservate pur essendo a migliaia di chilometri da Roma, anche allora il cielo era azzurro, il sole splendente e l’aria profumata di fiori appena sbocciati, anche allora i turisti si contavano sulla punta delle dita.
Pranziamo in un’antica stazione di posta appena fuori il sito archeologico, dove gustando panini con tortilla di patate e jamon serrano, il cameriere ci mostra alcune foto in bianconero (una addirittura del 1874) che ritraggono la stazione di posta negli anni addietro e la famiglia dei proprietari orgogliosa in posa.
Purtroppo un forte e improvviso acquazzone non ci permette di ammirare con la calma che vorremmo il teatro che, pur facendo sempre parte di Italica, è situato nel paese moderno lontano dagli scavi. Ci accontentiamo di uno sguardo veloce dalle trame della rete di recinzione che circonda il sito (che è chiuso al pubblico) che comunque ci permette di cogliere i resti in tutta la loro interezza: gli spalti adagiati sul fianco di una collinetta, la scena con alcune colonne di marmo rimesse in piedi e le quinte.
Risaliti in auto, puntiamo verso Cordoba, abbandonando solo una volta la strada principale per visitare con un giro in auto il piccolo villaggio di Carmon.
L’albergo di Cordoba è appena fuori il quartiere ebraico della città, quindi, dopo aver posato i bagagli e nutrito Alice, ne approfittiamo per girare un po’ a piedi fra i vicoletti del ghetto e cenare in un locale tipico, nel patio interno con pozzo e con i tavolini che si affacciano dalle finestre del piano superiore: il menù è a base di formaggio pecorino, paella, carciofi al vino.

Mercoledì 31 marzo 2004

Cordoba

Oggi era l’ultimo giorno utile per partecipare ad un concorso letterario con un racconto ambientato in uno dei siti patrimonio dell’Unesco, al quale avrei voluto inviare qualcosa di mio se avessi avuto più tempo a disposizione, proprio oggi che abbiamo girato il centro storico di Cordoba, dichiarato appunto patrimonio dell’Unesco nel 1994. Ma del resto l’Andalusia ne ha molti di luoghi che hanno avuto questo riconoscimento.
Attraversiamo il ponte Romano che scavalca il Guadalquivir, che mi ricorda, in miniatura, quello di Praga, anche se meno spettacolare, più semplice, senza statue ma solo una Madonna ai cui piedi i devoti lasciano lumini rossi, la cui cera colata si è depositata nel corso del tempo sul piccolo marciapiede formando delle stalattiti. Sotto scorre il Guadalquivir che, molto più piccolo di quanto immaginassi, ha il colore marrone del fango. Lungo il fiume, all’altezza del ponte, si scorgono fra la vegetazione qualche casa abbandonata e un’enorme pala di un mulino ad acqua. Sulla riva opposta a quella dove sorge la Puerta del Puente, si trova la Torre di Calahorra, una fortezza araba ricostruita dai cristiani. Visitiamo l’Alcazar; il palazzo in sé non è grandissimo, mentre molto vasti sono i giardini, a cui i giardinieri stanno lavorando, come dimostra la terra annaffiata e smossa di recente: gerani, ninfee, rose, garofani, viole colorano le piccole aiuole che ornano le vasche con i loro delicati giochi d’acqua. I cipressi sono “scolpiti” fino ad assumere le forme perfette di cilindri, di diversa grandezza e altezza. Negli spazi lasciati liberi dalle aiuole, sempre presente la terra dorata bagnata dalla pioggia recente.
Quando, qualche ora dopo, entriamo nella Mezquita-Catedral, la nostra sorpresa è immensa: si tratta di uno dei più suggestivi luoghi di culto che abbia mai visto. Le colonne che sorreggono piccole arcate con pietre colorate bianche e rosse si perdono a vista d’occhio dando la sensazione che lo spazio sia illimitato. Ci metto poco a perdere il senso dell’orientamento in questo vasto ambiente costruito sopra una basilica e più volte ampliato nel corso dei secoli e deturpato dalla presenza al centro del Crocero, la cattedrale cristiana, che con il suo sfarzo annienta la semplicità e il rigore dello stile arabo. Le cappelle che corrono lungo le pareti ospitano statue di santi, enormi dipinti, altari, a manifestazione dell’intento dei cristiani della Reconquista di cancellare ogni traccia del culto dell’Islam. Solo l’arroganza può aver fatto venir in mente agli architetti dell’epoca l’idea di costruire una cattedrale all’interno di una moschea, anche se l’atto nasconde un chiaro significato politico, un’invasione, un’imposizione della religione. E con quale sfarzo: basterebbe il coro in legno da solo, tutto intarsiato, a bilanciare il resto della moschea. Secondo alcuni storici, il Crocero in realtà è stata la chiave di salvezza della moschea poiché le ha permesso di non essere distrutta e di arrivare pressoché intatta fino a noi: solo la presenza del luogo sacro alla cristianità, infatti, ha fatto sì che non fosse devastata nel corso dei secoli.
L’unico fasto da parte degli arabi è nella Qibla, il muro orientato verso la Mecca in cui si apre il Mihrab, la cappella sacra a pianta ottagonale: stucchi colorati abbelliscono le arcate e la volta.
Percorriamo tutto il perimetro almeno quattro volte, girando in tondo, riuscendo ogni volta a perdere di vista l’uscita, tanto l’ambiente risulta vasto; neanche la divisione in navate aiuta e dare un po’ d’orientamento e di senso dello spazio, perché le colonne sembrano moltiplicarsi e moltiplicare di conseguenza le navate all’infinito.
Nel pomeriggio ce ne andiamo a spasso per la Juderia, il ghetto ebraico, con visita alla sinagoga, allo Zoco (l’antico suk, ora un quartiere molto ben tenuto su cui si affacciano botteghe di artigianato), la Puerta Almodovar, e poi ci spostiamo verso il tempio Romano (in buona parte ricostruito), Plaza de las Tendillas, nei pressi del nostro albergo, e Plaza de la Carredera (i cui mosaici ritrovati sotto la pavimentazione abbiamo ammirato nelle stanze dell’Alcazar adibite a museo), circondata sui quattro lati da palazzi, tre dei quali con portici e ballatoi. Scegliamo questo luogo per una meritata sosta di riposo, anche se poi ci ritroviamo a rincorrere Alice che corre ancora una volta dietro i piccioni o che si è messa in testa di trascinare una sedia del bar per tutta la piazza. Terminiamo la giornata con una visita al Museo Archeologico, che conserva mosaici e statue romane ritrovate nella zona di Cordoba, resti provenienti dalla Medina Az-Zahara che visiteremo domani mattina, e una bella collezione di pozzi, ovvero le parti esterne dei pozzi a forma di grossi barili, che venivano sistemati sull’apertura nel terreno, presenti in quasi tutte le case, per non rischiare di caderci dentro. Nonostante la loro funzione pratica, molti di questi brocales sono finemente decorati e pitturati, e su alcuni si nota ancora il solco lasciato dallo scorrere delle corde usate per attingere l’acqua.
Nel frattempo ha ricominciato a piovere e il nostro ombrello, dopo averci servito con onore in questi giorni, ci abbandona proprio all’uscita del museo. Per fortuna i k-way svolgono bene il loro dovere e Alice se la dorme al riparo nel suo zaino fin quasi all’arrivo in una caffetteria vicina all’albergo dove ceniamo a base di snack e dolci.

Giovedì 1° aprile 2004

Cordoba-Granada

Piove a dirotto e sotto questa pioggia inclemente visitiamo le rovine di Medina Az-Zahara di cui in realtà solo il 10% della città originaria è stato riportato alla luce. Migliaia di frammenti di fregi e decorazioni, la maggior parte dei quali adagiati a terra, sono in attesa di essere catalogati e ricollocati al loro posto, mentre alcuni sono già stati riattaccati alle pareti o sugli archi. La vista d’insieme del sito è affascinante: le rovine occupano una superficie molto vasta e non oso immaginare quanto fosse grande l’antica città che, si dice, fosse sorta per far concorrenza alla vicina Cordoba, almeno questi erano gli intenti del sultano che la fondò e che per avviarne il popolamento, offriva degli incentivi in denaro ai cittadini di Cordoba. Non si tratta quindi di una residenza di un sultano, ma di una città vera e propria, con tanto di negozi, magazzini, quartiere per i soldati, impianti idrici e fognature, strade pavimentate, moschea e naturalmente il grandioso palazzo reale.
Proseguiamo il viaggio in auto fermandoci lungo la strada a Montilla e per il pranzo ad Alcalà la Real, non riuscendo però a visitarli come vorremmo per via della pioggia, e arrivando infine a Granada.
Facciamo un primo giro nella zona della Cattedrale, con relativa visita della chiesa (bello e imponente l’esterno, un po’ squallido l’interno, tutto bianco) e della Capilla Real, con due imponenti sarcofagi dei Reali di Spagna e un’altissima cancellata, oltre ad un magnifico retablo con statue in rilievo che raffigurano alcuni episodi della storia di Cristo. Fuori della Capilla Real, interessante è la facciata della Casa del Cabildo antiguo, l’antico palazzo municipale edificato sui resti della Madraza, l’università araba.
C’è molta animazione per le strade, già si sente l’aria di festa, sta per iniziare la settimana santa: la gente parte per le vacanze oppure si affanna per i preparativi che precedono ogni festa e che qui sembrano essere molto impegnativi, viste le imponenti processioni che la prossima settimana affolleranno le strade delle città.
Si è fatto tardi, Alice è un po’ stanca: ci arrangiamo mangiando un po’ di pizza in albergo e ce ne andiamo a letto presto.

Venerdì 2 aprile 2004

Granada

Facciamo un giro intorno alla Piazza di Isabel la Catolica, con un originalissimo monumento in bronzo e marmo rappresentante la Regina e Cristoforo Colombo. Da lì andiamo a piedi fino al Corral del Carbon, vecchio caravanserraglio, e poi la Casa de los Tiros, un palazzo nel tipico stile mudejar.
Avendo sentito alla TV spagnola di una visita guidata del centro storico della città, ci rechiamo a piazza del Carmen, dove con 10 euro a testa seguiamo una guida spagnola nel quartiere Albaicin e nella zona intorno alla cattedrale. La donna ci illustra la storia della città da quando era musulmana fino a dopo la Reconquista quando ogni moschea veniva rimpiazzata da una chiesa, i musulmani obbligati a convertirsi e gli ebrei cacciati via. Visitiamo di nuovo il Corral del Carbon, il caravanserraglio che ospitava i mercanti provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente che arrivavano a Granada per acquistare i prodotti del mercato locale; l’edificio divenne poi una pesa pubblica del carbone (da cui il nome attuale), fino a diventare ai giorni nostri un mercato di prodotti artigianali, attualmente in ristrutturazione, poiché l’intenzione è quella di adibirlo a una sorta di albergo/ostello in una delle tappe degli itinerari andalusi proposti dall’ente del turismo. Completamente diverso da quelli visti in Turchia, ha balconate e ballatoi in legno e un fontanile al centro che serviva per abbeverare i cavalli. Ci spostiamo poi verso l’Alcaiceria, il bazar costruito nell’Ottocento che ha la struttura di una medina, con strade strette e tortuose e con numerose botteghe di artigianato etnico ma anche di souvenir kitsch. Lasciati i vicoli della medina, saliamo verso la collina addentrandoci nell’Albaicin, l’antico quartiere arabo dove la popolazione musulmana si rifugiò durante la Reconquista cristiana prima di essere definitivamente espulsa e che oggi è di nuovo popolato dai musulmani (soprattutto nordafricani) che si sono trasferiti qui negli anni recenti, poiché gli alloggi, un po’ vecchi e abbandonati, senza tanti comfort, era quanto di più economico potessero trovare gli immigrati. Pian piano però con il ripopolamento il quartiere sta vivendo un nuovo splendore e gli appartamenti vengono mano a mano ristrutturati; alcuni hanno ancora la pianta araba, con magnifici cortili interni che riusciamo a malapena ad intravedere. Improvvisamente Granada assume l’aspetto di un paesino, con strade strette, case un po’ “sgarrupate”, molte chiese che hanno sostituito nel tempo le moschee preesistenti. Arriviamo alle pendici della collina Albaicin che dà il nome al quartiere. Sui viottoli si affacciano le carmen, case dalle pareti bianche con cortile interno, costruite dagli spagnoli quando arrivarono a Granada ispirandosi nel nome e nell’edificazione alle case che gli arabi avevano nelle campagne. Il nome è una storpiatura della parola araba “carme” e non ha niente a che vedere con il nome spagnolo “carmen” che invece ha un’altra origine.
Volendo proseguire lungo la collina, si arriverebbe fino alle cuevas, delle case gitane scavate nella roccia, oggi ristrutturate e dotate di ogni comfort e di nuovo abitate.
Il giro, molto interessante e ben condotto, termina a Carrera del Dono, una strada molto stretta che corre a fianco del torrente omonimo, proprio sotto la collina su cui sorge la Alhambra: visitiamo i bagni arabi (El Bañuelo) dell’undicesimo secolo, dove sono ancora visibili gli impianti di riscaldamento delle acque e le esili colonne con capitelli romani e visigoti.
Lasciata la guida spagnola a Plaza Nueva, delimitata da diversi edifici storici fra cui la Casa de las Pinedas e il palazzo rinascimentale dell’Audencia (anche detto Chancilleria, cancelleria), facciamo uno spuntino in uno dei locali di questa piazza animata e poi prendiamo l’autobus che ci porta fino all’Alhambra.
Il sole splendente e il cielo terso rendono la visita molto piacevole e ci riscaldano dal freddo preso durante tutta la mattinata. Ci inebriamo per quasi quattro ore passeggiando fra parchi, giardini illuminati da fontane zampillanti e aiuole fiorite, sale di palazzi riccamente decorate, mura di recinzione, torri con splendidi panorami. Devo dire che le fortezze-palazzo arabe hanno un punto in più rispetto alle costruzioni analoghe di stile occidentale: sono molto movimentate, articolate, offrendo ad ogni passo uno scorcio suggestivo, un angolo nascosto, un punto dove fermarsi a riposare oppure ad ammirare le bellezze dell’uomo e della natura o un panorama incantevole. Si passa lungo viottoli incorniciati da siepi per ritrovarsi all’improvviso in un giardino fiorito, si esce da una sala poco illuminata per rimanere abbagliati dalla luce riflessa dall’acqua di una vasca, si percorrono una dopo l’altra sale dalle pareti decoratissime, sulle quali si aprono finestre ad arco da cui godere di immensi panorami di Granada e dei dintorni.
Questa, in maniera molto riduttiva, è l’impressione che si ha camminando nell’Alhambra. I nomi si confondono con i luoghi e i Palacios Nazaries e il quarto de Cameres diventano nel ricordo le sale dalle splendide volte decorate, i patios de Los Arrayones (dei mirti) e de Los Leones diventano i giardini con fontana. E così passeggiamo, dando ogni tanto un’occhiata distratta alla piantina e uno sguardo molto più attento ai palazzi, alle sale e all’Alhambra tutta. Anche Alice sembra godere di questo piccolo paradiso e, appena la facciamo scendere dallo zainetto, trotterella lungo i viali tutta contenta.
Dopo aver goduto dell’ultimo panorama della città da una delle torri più alte, panorama che si estende fino alla Sierra Nevada, ridiscendiamo a piedi in città e a piedi proseguiamo fino all’albergo, in una città animata più dagli spagnoli che dai turisti. E’ il venerdì che precede la domenica delle Palme, e per molti spagnoli le vacanze pasquali sono già iniziate.
Tanti guardano incuriositi lo zainetto con cui trasportiamo Alice come se non ne avessero mai visto uno prima, mentre io guardo stupita le mamme e le famiglie coraggiose che se ne vanno in giro con tre-quattro bambini cadauna, passeggini gemellari, bimbi in braccio, altri che trotterellano dietro, i più piccoli nei marsupi. A vederli così, gli spagnoli fanno concorrenza ai tedeschi o agli scandinavi in quanto a tasso demografico. I bambini sono vestiti un po’ all’antica, le bimbe tutte fiocchi e merletti e con gli orecchini già da piccolissime, motivo per cui Alice, che non li ha, viene scambiata per un maschietto. Anche i passeggini sono rivestiti di fodere con merletti, rigorosamente rosa per le bimbe e azzurro (ma sempre con i merletti) per i bimbi. E che gli spagnoli siano particolarmente prolifici lo si vede anche dai pannolini: al posto delle nostre striminzite confezioni da 32 pezzi che, noi mamme lo sappiamo bene, non bastano neanche per una settimana, nei supermercati si vendono confezioni da 100 pezzi in su!

Sabato 3 aprile 2004

Granada – Malaga

Dalla neve al mare in un solo giorno: ecco una delle tante possibilità che offre Granada. Oggi, complice la soleggiata giornata, passeremo quasi tutto il tempo all’aperto.
Radunato per l’ennesima volta il bagaglio, puntiamo dritti verso la cima innevata che luccica sotto i raggi del sole mattutino, inerpicandoci lungo una strada di montagna molto ben tenuta, la strada più alta d’Europa, per arrivare al comune di Solynieve (ovvero sole e neve, mai nome fu più azzeccato!), tipica località sciistica deturpata da alberghi dormitorio, e poi spingerci fin dove finisce la strada asfaltata, ai limiti degli impianti di risalita. Siamo in piena stagione sciistica: il luogo è affollato dagli andalusi che, anche loro approfittando della bella giornata prefestiva, sono venuti in gita con la famiglia. Affittiamo uno slittino presso uno dei numerosi chioschi che delimitano il parcheggio e sperimentiamo la novità con Alice, senza molto successo, perché lei preferisce camminare nella neve, anche se vi sprofonda completamente. Al contrario di ieri, che avevamo addosso tutti i maglioni e le giacche a disposizione, oggi, a 3.000 metri di altezza, indossiamo solo una maglietta
Passeggiamo un po’ cercando di individuare i vari picchi (fra cui il Pico Veleta, altro 3398 metri), prima di ridiscendere a valle diretti verso il mare. In poco meno di un’ora abbiamo raggiunto la costa, dove puntiamo verso ovest, diretti a Nerja, dove ho letto che c’è una grotta con enormi stalattiti. Speravo di poter vedere anche le pitture rupestri, ma per motivi di conservazione, il luogo non è aperto al pubblico. Ci accontentiamo quindi di visitare un’interessante mostra allestita nei pressi della Cueva di Nerja che illustra l’arte rupestre dell’arco mediterraneo e della penisola iberica, scoprendo che ci sono tantissimi luoghi sparsi su questo territorio in cui sono conservati graffiti, pitture e disegni di vario genere sulle rocce. Sono ben 757 i luoghi archeologici localizzati in questa zona che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità.
Visitiamo poi la Cueva, la grotta, scendendo nel sottosuolo lungo scale e rampe appositamente posizionate per il passaggio dei visitatori. Il luogo è incantevole. Al contrario di come ci aspettavamo, non fa freddo, la temperatura è di circa 20°: la grotta è un’immensa raccolta di stalattiti e stalagmiti di ogni forma e misura, fra cui il più grande esemplare del mondo, entrato nel Guinness dei Primati, una stalattite alta 62 metri. Per fotografarla abbiamo composto diverse foto che una volta tornati a casa monteremo in verticale per avere il soggetto intero. Le forme sono fra le più bizzarre: grandi drappi pendono dal soffitto, altri, caduti per il peso e frantumatisi, giacciono al suolo come antiche colonne di templi romani, concentrati in particolare in quella che è stata chiamata la “Sala del cataclisma”, dove sono molte le formazioni calcaree cadute in enormi blocchi. Fantastici anche “l’organo” e la sala della “cascata”, i cui nomi richiamano appunto le forme strabilianti di queste stalattiti. Purtroppo, come detto, la zona con le pitture rupestri non è visitabile: tra il 20.000 e il 12.000 a.C. questa grotta era abitata e la dimostrazione sono non solo le tracce di pitture rupestri ma anche il ritrovamento di armi, gioielli e ossa. Il luogo è molto ben illuminato e la luce mette in risalto sia le forme che i colori delle stalattiti: inoltre, la sala della cascata (anche chiamata del “ballet”), grazie alla buonissima acustica, viene usata per concerti e balletti, con tanto di gradinata in ferro che, però, guasta un po’ l’ambiente.
Visto che siamo in anticipo sui tempi di marcia, decidiamo su due piedi di fare una sosta sulla spiaggia di Nerja. Il mare è bellissimo, così pure la costa, ma la presenza dell’uomo ha deturpato l’ambiente. Come Nerja, anche le altre cittadine che si susseguono lungo la strada verso Malaga, non sono altro che agglomerati di villette a schiera, condomini e alberghi venuti su come funghi nel periodo del boom turistico che ha coinvolto questa zona negli ultimi anni.
Arrivati a Malaga, rimaniamo intrappolati con l’auto in una delle prime processioni della settimana Santa. Vediamo sfilare enormi statue seguite da uomini e donne a piedi. Le donne indossano costumi tipici, con il velo in testa, gonne ampie, tacchi altissimi, gli uomini e i bambini hanno cappucci sulla testa con due fori all’altezza degli occhi. Incedono lentamente, fieri nel loro sfilare, mentre ai lati della processione si stipa il pubblico, in un atteggiamo festaiolo in netto contrasto con l’aspetto compito e penitente dei figuranti.

Domenica 4 aprile 2004

Malaga - Roma

Il nostro proposito di tornare a visitare il Parco del Torcal fallisce di fronte al sonno e alla stanchezza dovuti alla nottataccia trascorsa a vegliare Alice, preda di un’inspiegabile irrequietezza. Quindi, optiamo per un più tranquillo giro della città, concedendoci il lusso di una carrozza che entusiasmerà sia noi che nostra figlia.
La città è affollata, c’è aria di festa. Percorriamo il Paseo de la Alameda, un grande viale di tigli che porta fino al ponte che unisce la città nuova (dove si trova il nostro albergo) alla città vecchia e al porto, fino ad arrivare al paseo del Parque, dove sono pronti i palchi e le sedie per il pubblico che assisterà alla processione, e numerosi chioschi vendono succo di limone e canna da zucchero, tamburi per i bambini e dolci di ogni tipo. Sembra che tutti gli abitanti di Malaga si siano riversati nelle strade.
Affidandoci al vetturino, ci facciamo condurre per la città dal dolce dondolio della carrozza e il ritmato pestare degli zoccoli del cavallo: passiamo nei pressi della cattedrale, della Plaza de Toros, della Casa di Picasso e di altri edifici storici della città, di cui il simpatico e affabile vetturino ci fornisce qualche informazione, per arrivare poi fino al porto, uno dei più importanti della costa. Malaga si rivela molto più carina di quanto mi aspettassi: ben tenuta, ordinata e pulita, sembra la classica città di provincia ancora a dimensione umana, vivibile per gli abitanti e godibile per i turisti.
Finito il tour in carrozza, visitiamo l’Alcazaba, nei pressi del cui accesso si trova il teatro romano visibile solo attraverso una rete che circonda interamente il sito. Il più importante monumento arabo di Malaga rappresenta l’ultimo baluardo della resistenza dei mori contro i re cristiani. Iniziato nel IX secolo su resti di costruzioni fenicie e romane, fu rafforzato ancora nel Trecento. Passeggiamo tra le sale che ospitano il museo dedicato all’archeologia greco-romana, lungo il cammino di ronda, i giardini, affacciandoci spesso da mura e finestre per godere di una magnifica vista del porto, della città e della cattedrale, chiamata anche Manquita, per via della torre di destra mancante, mai costruita a causa dei lavori mai conclusi e infine definitivamente abbandonati nell’Ottocento, dopo circa 300 anni dal loro inizio.
Ci piacerebbe andare anche al Gibralfaro, la montagna del faro, la grande opera fenicia costruita per motivi di difesa e collegata all’Alcazaba da un lungo cammino di ronda, da cui si dice la vista della città sia magnifica, ma il nostro tempo a disposizione è scaduto. Abbiamo l’aereo che ci attende a meno di tre ore ed è giunto il momento di prendere i bagagli e congedarci da Malaga e dall’Andalusia tutta.

Con questo viaggio ho riscoperto il piacere dell’itinerare, del viaggio on the road, che da tempo, per la gravidanza prima e la nascita di Alice poi, avevamo abbandonato, limitandoci a soggiorni fissi.
L’ideale sarebbe potersi spostare a piedi, o magari in treno, ma il compromesso dell’auto non è da scartare del tutto, anche perché veloce, pratico ed economico. Adoro vedere il paesaggio mutare in continuazione, arrivare la sera sempre in un posto diverso, vedere la città con le sue attività che volgono al termine con le prime luci della sera, per poi riscoprirla in tutto il suo fermento il mattino successivo.

Carolina