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12 agosto 1996 - In aereo
Mudra. Gesto simbolico delle mani nell'arte buddista.
Siamo a metà volo. Il cibo che ci hanno servito è molto buono, almeno a confronto delle altre compagnie con cui abbiamo viaggiato fino ad ora. Una piacevole ed interessante novità è lo schermo su cui in tempo reale viene proiettata una cartina del mondo, la rotta che stiamo percorrendo, laltitudine e la temperatura. Basta dare unocchiata per sapere quale paese stiamo sorvolando, anche perché, occupando i posti centrali dellaereo, non è mai possibile guardare fuori dai finestrini. Ora dallo stesso schermo viene trasmesso un documentario sulla Tailandia, la popolazione, la cucina, i luoghi, lagricoltura. Lemozione cresce ogni momento e a differenza dei precedenti viaggi, questa volta ho la sensazione che vedrò posti e gente veramente nuovi. Forse perché lOriente è così lontano dalla nostra cultura e parole come buddismo, templi, bonzi, riso, hanno per noi un significato molto limitato. Chissà se ciò che vedremo sarà come lo avevo immaginato, leggendo libri e guide? Questo sarà un viaggio di scoperta, anche perché, con immenso piacere, siamo tornati a fare un tour non organizzato e, volutamente, ho preferito non stabilire esattamente luoghi e monumenti da visitare, proprio per avere un piacere più grande nella sorpresa e nella scoperta.
Ho dormito una mezzora sdraiata sul sedile che Alb ha lasciato vuoto per andare a fumare. E mezzanotte circa (ora italiana), Alb mi viene a chiamare per farmi affacciare dal finestrino ed io un po assonnata e un po reticente lo seguo. Non ho motivo di pentirmene: lo spettacolo è stupendo. E notte fonda, in cielo si vedono molte stelle e guardando giù, i villaggi e le case illuminate sembrano anch'esse una manciata di stelle. La terra sembra molto vicina, il cielo è tagliato in due dallala dellaereo: se guardo giù sono impressionata dalla bellezza, se guardo lala sono impressionata dalla paura.
13 agosto 1996 - Bangkok
Bhumisparsa - Mudra. Gesto dell'appello alla terra o vittoria su Mara. Il braccio destro è appoggiato sul ginocchio e la mano destra, tesa, sfiora il terreno con la punta delle dita.
Siamo arrivati allaeroporto dove ci attende il pullman della Tours Service che ci porterà in albergo e poi saremo liberi, per fortuna! Laccompagnatore mi ha già stancato con tutte le solite chiacchiere per gruppi in viaggio organizzato. Mentre Tamrong (questo è il suo nome) parla, ne approfitto per scrivere e osservare dal finestrino. Cè molto traffico (impieghiamo unora per arrivare in albergo), tutte le auto sono nuove, grandi, con vetri scuri e aria condizionata (lo deduco dal fatto che tutte hanno i vetri chiusi, cosa insopportabile con il caldo che fa, se non ci fosse limpianto di aria condizionata allinterno). Nei soli 20 metri di strada che abbiamo percorso, abbiamo già sentito il caldo afoso di Bangkok. Fra le auto sono molto diffuse le pick-up, che oltre a trasportare merce, nel bagagliaio ospitano ragazzi e donne che dormono o mangiano. Una di queste trasportava della carne: la parte polposa è contenuta nelle sacche, le ossa sono sparse sul fondo del camioncino e in alcune sacche di plastica è raccolto addirittura il sangue.
La guida è a destra con volante a destra; anche per salire sul pullman si sale dalla parte opposta a quella usuale (tutto insomma è "speculare" rispetto allItalia).
Il cielo è un po nuvoloso, la periferia è un alternarsi di palazzi moderni, grattacieli e catapecchie. Molti edifici sono ancora in costruzione; tutto è grigio e piuttosto squallido. Secondo lora italiana sono le 4 e mezzo del mattino, ma qui a Bangkok sono già le 9:30.
Sembra che non riesca a rendermi conto di essere in vacanza, tantomeno in Tailandia. Non so se comincia a farmi questeffetto una relativa abitudine ai viaggi, oppure sono ancora troppo scombussolata dal volo e dal fuso orario.
Dopo una doccia rigenerante, siamo corsi in strada entusiasti di vedere la città. Dopo i primi minuti di smarrimento, abbiamo preso un taxi-meter (cioè un taxi ufficiale a tassametro, anche se poi la tariffa viene stabilita a livello forfettario) fino al Palazzo Reale. Il tassista è un ragazzo giovane che non parla neanche una parola di inglese e che guida a piedi nudi. Laria allinterno della vettura è ghiacciata, mentre fuori lumidità crea come una condensa sulla nostra pelle. Il traffico è a dir poco caotico e poi non siamo proprio abituati alla guida a destra; anche quando da pedoni attraversiamo la strada; guardiamo sempre dalla parte sbagliata. Arrivati al Palazzo Reale e pagato lautista, entriamo dal portale principale di quella che è una piccola città allinterno di unaltra città. Subito però i nostri pantaloncini corti richiamano lattenzione di una guardia: un abbigliamento del genere è considerato offensivo (lo sarebbe stato addirittura, come precisa un cartello, un paio di sandali) e quindi veniamo indirizzati da una guardia verso una sorta di spogliatoio, dove lasciando un documento si possono prendere in affitto degli abiti per coprire le nudità": pantaloni lunghi per Ale e Alb e una gonna leggera, tipo pareo, per me. Questa cittadella fu labitazione dei primi quattro re della dinastia Chakri, ognuno dei quali fece aggiungere vari edifici, di stile diverso, durante il suo regno: allinterno ci sono palazzi con tetti spioventi e luminosi, strane figure dallaspetto mostruoso, chedi, guglie, portici. Tutto sembra finto tanto è perfetto. I colori sono molto vivaci: si passa dal verde alloro, dal bianco al giallo, dal blu al rosso. Tutte le pareti sono finemente decorate con minuscoli pezzi di piastrelle stuccati che danno un risultato nellinsieme di estrema precisione. Lungo i portici, le pareti sono affrescate con dipinti che raffigurano scene del Ramayana. Il vento agita mille piastrine a forma di cuore che penzolano tintinnando come campanelli lungo i bordi dei tetti: questo suono unito al canto dei bonzi e dei fedeli in preghiera, mi porta lontano, nel cuore dellAsia, quella più classica ma anche quella più incompresa e diversa. Peccato non aver portato il registratore con noi per immortalare questi canti, le voci allunisono ripetono cantilene che sembrano essere formate dalle stesse parole: leffetto è così metallico e tintinnante che sembra siano accompagnate da strumenti musicali. Il caldo è soffocante, è quasi luna e siamo ancora a digiuno: il sole che spunta qua e là fra le nuvole brucia. Entriamo nella cappella Wat Phra Keo, dove è custodita una statua fra le più venerate della Tailandia, il Budda di smeraldo (che in realtà è di diaspro). Si entra scalzi, ci si siede a terra facendo attenzione a rivolgere i talloni dalla parte opposta a quella del Budda (se inavvertitamente, come succede ad Alb, si puntano i piedi in direzione della statua, una guardia provvede severa a far cambiare posizione). Questa statua del Budda viene vestita tre volte lanno (compito che spetta al sovrano), in occasione delle tre diverse stagioni: ora indossa una veste dorata, quella relativa alla stagione umida. La statua è molto piccola (poco più di un metro di altezza), ma è posta su un piedistallo riccamente decorato in oro alto ben 11 metri. Fra i turisti, ci sono anche dei buddisti che pregano con devozione, sedendo sui talloni e inchinandosi ripetutamente in avanti con le mani unite. Sopraffatti dal caldo e dalla stanchezza, decidiamo di fare un break per il pranzo. Fuori del palazzo, venditori ambulanti espongono coroncine e bracciali di fiori, immaginette e statuine di Budda, monete e francobolli: sembra, a vederli, che questi oggetti siano una gran passione dei tailandesi. Vagando alla ricerca di cibo che sia adatto ai nostri palati, ci imbattiamo in un piccolo mercatino in riva al fiume Chao Phraya: tantissimi i tavolinetti (per lo più arrangiati) dove i Tailandesi (a qualsiasi ora del giorno) consumano i loro pasti allaperto. Le pietanze sono le più disparate: si va dalla frutta (tutta esotica) già sbucciata e tagliata e venduta in sacchetti di plastica, alle rane fritte o alla brace, da strane polpettine di verdura e carne alle uova sode, alla coque, con o senza albume, tutte rosa o arancioni. Lodore che esala dalle padelle e dalle griglie è molto penetrante e per noi anche stomachevole. Dopo esserci accontentati di una banana, riusciamo a farci indicare un fast-food, dove mangiamo un panino con pollo fritto e patatine. Siamo di fronte alluniversità e il locale è pieno di ragazze in divisa (camicia bianca e gonna nera sotto il ginocchio) che fanno uno spuntino. Molte hanno il telefonino e sembrano tutte di famiglia benestante. Riprendiamo il nostro tour, ma sempre per il caldo optiamo per un tuk-tuk (un taxi a tre ruote, da 4 posti legali, ma che ospita anche sei persone). Ne prendiamo uno per coppia e dopo la solita contrattazione, stabiliamo un giro fra qualche tempio e un bazar. Lautista ci dice infatti, che riceverà un buono di 2 litri di benzina se porta dei clienti al bazar, e se questi acquistano qualcosa, il buono diventa di cinque. Dopo aver scorrazzato fra strade e vicoli, curvando su due ruote e viaggiando contromano, arriviamo al Wat Indravihar, dominato da una statua di Budda in piedi, alta 32 metri. il tempo di scattare qualche foto e di regalare un pupazzetto a una bambina, e risaliti sul tuk-tuk, arriviamo al bazar. In vendita ci sono soprattutto oggetti e gioielli preziosi e noi non abbiamo nessuna intenzione di fare acquisti. Ci limitiamo a qualche cartolina: purtroppo lunico oggetto su cui avevamo posato gli occhi non è in vendita: è una grande tartaruga in plastica che funge da temperamatite. Alluscita però, il ragazzo, a causa dellingorgo causato da una manifestazione (e forse deluso perché non abbiamo acquistato nulla nel bazar) si rifiuta di accompagnarci con il suo mezzo ad un altro tempio. Ci incamminiamo perciò a piedi, attraversando uno schieramento di polizia che controlla dei dimostranti e riuscendo finalmente a raggiungere il Wat Benchamabophit, o Tempio di marmo, perché costruito appunto con marmo, proveniente da Carrara. E una costruzione recente (è stata terminata nel 1911) ed è circondata da alberi, vialetti e un canale con ponticelli. Anche qui i monaci sono in preghiera e perciò non possiamo entrare allinterno. Cè un albero di banano, considerato sacro dai tailandesi perché le liane che sviluppa cadono a terra generando nuove radici: un albero che non muore mai. Alle liane sono appesi fiori e nastri, come doni votivi.
Sempre più stanchi e con grandi giramenti di capo dovuti sicuramente alle pochissime ore di sonno, prendiamo di nuovo un tuk-tuk (questa volta uno solo per tutti e quattro) per tornare allalbergo poco distante. Poiché abbiamo deciso per l'indomani di andare al mercato galleggiante di Damnoen Saduak, ci accordiamo con un autista di un taxi-meter affinché ci porti fin là (circa 100 km fuori Bangkok), ci aspetti e ci riaccompagni in albergo: il tutto per 1.500 bath + pranzo pagato (cioè circa 100.000 lire). Comincia a piovigginare e laria è sempre più umida. Dopo una doccia e una mezzora di sonno, ceniamo al ristorante italiano dellalbergo per non essere costretti ad uscire di nuovo. La pizza non è male, ma il punto forte del ristorante è sicuramente il servizio di gran classe ed estrema cortesia. Domani ci aspetta unaltra lunga giornata, con sveglia alle 6.30, perciò andiamo a dormire tutti presto.
14 agosto 1996 - Bangkok
Samadhi - Mudra. Gesto di meditazione. Le due mani aperte riposano in grembo.
Alle 7.30, come aveva promesso, è ad attenderci fuori dellalbergo, To, lautista del taxi-meter con il quale avevamo concordato di andare al mercato galleggiante di Damnoen Saduak.
To dice di avere molto sonno perché ha fatto il turno di notte, e così si ferma per telefonare da una cabina ad un suo amico. Poco dopo, carichiamo anche lui in auto, che sostituisce To alla guida, il quale si mette dietro con noi e comincia a dormire tranquillo. Un viaggio di più di 100 km in 6 in auto (anche se con aria condizionata) non è certo come quello in limousine che ci aveva proposto lalbergo, ma è sicuramente più economico. Per via del traffico, arriviamo al mercato verso le dieci, molto più tardi di quanto avevamo previsto. Dopo la solita contrattazione, affittiamo una sampang, una barca bassa a 4 posti più rematore per 500 bath (35.000 lire circa) che per unora navigherà nei klong (canali) del mercato. A remare è una donna che, apparentemente senza fatica, spinge la barca con un solo remo. Indossa una gonna lunga, una camicia-giacca con dei pezzi aggiuntivi di stoffa che le coprono il dorso delle mani: credo che servano per non farla abbronzare, dato che le tiene costantemente coperte. In Oriente infatti, al contrario che da noi, l'abbronzatura è considerata un segno di povertà, perché solo chi lavora (specialmente nei campi) è esposto ai raggi del sole; probabilmente nei villaggi la pensano ancora così. E noi che invece ci abbronziamo anche artificialmente!
Lacqua dei canali è melmosa e sporca, di un colore marrone. Qua e là galleggiano rifiuti, rami spezzati, noci di cocco aperte e fiori. Nonostante le guide dicano che questo mercato sia meno turistico di quello di Bangkok, anche qui gli stranieri con le macchine fotografiche abbondano. La maggior parte ha affittato delle barche a motore che fanno un gran frastuono e agitano lacqua dei canali rendendo più difficile la navigazione sulla nostra esile barchetta. Lunico vantaggio rispetto a noi, è che hanno una tettoia che li ripara dal sole.
Ecco che si vedono le prime barche con la mercanzia: frutta, verdura, carne, pesce, generi alimentari confezionati, a fianco di quelle più turistiche che vendono cappelli, seta e altri oggettini. Su alcune, i tailandesi hanno organizzato dei punti di ristoro: con un fornelletto cuociono i cibi e li servono alle barche vicine, ai moli o direttamente nelle case. Quello del mangiare è un rito continuo fra i tailandesi: in ogni angolo e nei momenti più impensati, se ne trova sempre uno accovacciato, chino sulla sua scodella, che trangugia roba fritta e brodaglie di varia natura. Le imbarcazioni sono guidate quasi esclusivamente da donne, che comprano, vendono, barattano, mangiano, lavano le stoviglie nellacqua del canale, puliscono pesce e verdura, tagliuzzano, tritano, friggono, chiacchierano, sedute sulle loro barchette come fossero sul divano di casa loro. Lasciato il centro del mercato, navighiamo un po fra i canali, dove si susseguono le case in legno costruite su palafitte. Tutte hanno una veranda ma sono quasi tutte senza la parete che divide linterno con lesterno della casa. Fuori, panni stesi su stampelle ad asciugare, grosse pentole e bacinelle, qualche volta una barca. Allinterno si intravedono poche stoviglie, qualche materasso, un ventilatore al soffitto e in alcune un televisore. Le case sono tutte ad un piano, ma fra lacqua e le stanze vere e proprie cè una zona aperta dove gli uomini e le donne lavorano seduti a terra al fresco. Dal soffitto ondeggiano le culle e dai tetti delle verande penzolano dei vasi di piante. Le case sono povere, credo anche prive di mobilio, il legno è senza vernice e spesso marcio. Alcune donne lavano i panni nellacqua stessa del canale. Davanti o di fianco ad ogni casa non manca mai laltarino adorno di fiori e ceri per venerare Budda. Nonostante il sole vada e venga, il caldo umido ci fa sudare continuamente e la sete diventa quasi insopportabile.
Poco prima di ritornare al molo, la donna della barca ci chiede con due parole dinglese (probabilmente le uniche che conosce) di darle un po di mancia. Si accontenta di qualche moneta che Alberto tira fuori dalla tasca. Riprendiamo il taxi e facciamo sosta in unarea turistica per comprare qualcosa da bere, guardandoci bene dal fermarci a vedere gli artigiani e le loro botteghe, per non essere poi costretti a comprare per forza qualcosa. Facciamo sedere To a fianco del guidatore, per farlo dormire meglio, e noi ci arrangiamo come possibile in quattro nel sedile posteriore dellauto.
Facciamo una sosta in albergo per rifocillarci e partiamo di nuovo per una visita agli altri templi di Bangkok. Cominciamo dal Wat Po, il più antico monastero di Bangkok, (XVI sec.). Allinterno del tempio si trova limmensa statua del Budda sdraiato, lunga 46 metri ed alta 15. Tutta coperta doro, ad eccezione delle piante dei piedi dove sono raffigurate le 108 caratteristiche del Budda. Dopo le solite foto di routine, ci aggiriamo allinterno del monastero, che ospita anche una scuola di massaggi dove non solo i turisti, ma gli stessi tailandesi si recano ogni giorno, per curiosità i primi e per necessità i secondi. Ci imbattiamo anche in una scuola; tutti i bambini indossano una divisa: i maschi pantaloni corti, camicia, calzini e scarpe da tennis (il tutto può essere bianco e blu oppure marrone), le bambine una camicia bianca su una gonna nera lunga fin sotto il ginocchio. E il momento dello sport: alcuni ragazzi giocano a pallacanestro e non resisto alla tentazione di fare qualche tiro anchio. Loro mi passano il pallone e ridono sconcertati: la mia esibizione non è fra le migliori, sia perché sono più di cinque anni che non gioco, sia perché il caldo mi ha tolto ogni energia. Regalo poi un giochino ad una bimba che mi ringrazia con un grazioso inchino. Riprendiamo un tuk-tuk (ormai siamo espertissimi nel contrattare la tariffa, nellinfilarci in 4 in un sedile a tre posti e nel rimanere in equilibrio fra le gincane dellautista nel traffico) per andare al Wat Saket. Dopo una lunga scalinata ne raggiungiamo la cima, costituita da una chedi dorata in cui sono sepolte alcune reliquie del Budda. Il tempio sorge sullunica collina (tra laltro artificiale) di Bangkok, alta appena 78 metri e da cui si gode di un ottimo panorama della città. Ottimo inteso come completo, ma non certo bello. Bangkok è una città piuttosto squallida, che alterna grattacieli moderni a fatiscenti palazzi, catapecchie a templi dai tetti verdi e oro luccicanti. Con un altro tuk-tuk raggiungiamo lalbergo, dove per rinfrescarci e rilassarci facciamo una bella nuotata in piscina. Andiamo a cena in un McDonalds e poi andiamo a visitare il famoso Patpong, cioè il centro della vita notturna di Bangkok. Nella via Patpong cè un ricco mercatino che vende oggetti di tutti i tipi, quelli più ricercati dai turisti: capi di abbigliamento dalle firme false, orologi di grandi marche finti, suppellettili, video e audiocassette, scarpe, cinte e cianfrusaglie varie. Ai lati del mercato, i locali dalla musica alta e le luci forti invitano gli stranieri ad entrare. Alla porta uomini e donne mostrano cartelli con i nomi degli spettacoli che vengono proposti allinterno. E dentro, ragazzine che avranno al massimo quindici anni, in costume da bagno, ballano in piedi sopra i banconi, sorridendo agli avventori e tenendosi con le mani a tubi di metallo. E presto, sono appena le dieci e i locali non sono ancora molto affollati. Ciò di cui avevo tanto sentito parlare e di cui mi ero tanto stupita e amareggiata, è ora davanti ai miei occhi in tutta la sua cruda realtà: lo sfruttamento sessuale delle bambine tailandesi da parte dei turisti stranieri (soprattutto italiani), tanto denunciato da giornali e TV, è qui, proprio ad un passo da me. E un lato di Bangkok che non avrei neanche voluto vedere, ma che non posso fingere di non conoscere, limitando il mio viaggio ai templi e ai mercati.
Un altro tuk-tuk ci riporta freneticamente in albergo, lontano da luci, musica e caos, ma con dentro tanta amarezza.
15 agosto 1996 - Bangkok
Vayrasana. Posizione del diamante. Atteggiamento con le gambe incrociate e le piante dei piedi rivolte verso l'alto.
La Venezia dellEst. Questo è il nome che è stato dato a Bangkok per il fatto che era tutta costruita sui canali. Ma ora che la maggior parte dei canali sono stati cementati e che alle palafitte in legno si sono sostituiti i grattacieli e i palazzi moderni, non resta proprio niente di quel fascino. Prendiamo comunque una barca per girare fra i canali e conoscere un altro aspetto di Bangkok: a un passo dalla civiltà, dai grandi alberghi, dai luccicanti shopping centre e dai fastosi templi, cè ancora qualche casa in legno su palafitta, dove vive la gente più povera.
Il Chao Phraya, il fiume che attraversa la città, è molto agitato fangoso e melmoso. Sulla nostra leggera imbarcazione a motore soffro già il mal di mare e la povera Cati si è anche presa una bella ondata di acqua sporca. Ogni volta infatti, che ci affianca una barca più grande, le onde si fanno più alte ed inevitabilmente ci schizza acqua addosso. Lasciamo il fiume per navigare con più tranquillità lungo i canali interni. A destra e a sinistra casette con veranda, la maggior parte piuttosto malconce, solo alcune un po più nuove, ed anche carine, con lesterno ben verniciato, i vetri alle finestre, verande e gazebi. Tutte, dalle più brutte alle più belle, hanno laltarino riservato a Budda. Cè chi lava la verdura, chi i panni, chi spulcia un cane, chi si fa il bagno, tutto nellacqua putrida del canale! Qualche piccola barca svolge una specie di servizio di trasporto pubblico, un misto fra taxi e autobus. Ovunque, appesi agli appendiabiti, o agli stendipanni o a semplici fili, ci sono i panni stesi ad asciugare, sinonimo certamente di pulizia, ma forse non di igiene. Un ragazzo vicino ad un molo, immerso nellacqua fino alla cintola si insapona dalla testa ai piedi: che senso ha lavarsi con lacqua così sporca e soprattutto, perché non fa loro schifo? Eppure tutti hanno la TV in casa ed hanno quindi modo di vedere come vive la maggior parte della gente, non solo in tutto il mondo, ma nella stessa Tailandia. E allora, non si sentono completamente diversi, strani, forse sbagliati? Oppure lattaccamento alle loro radici e alle loro tradizioni li rende immuni a qualsiasi iniezione di civiltà? Come fa la stessa persona che si lava nel canale, a prendere lautobus e guardare la TV ed andare a lavorare in un mondo così diverso dal suo? Sono domande a cui non troverò mai una risposta e mi dispiace per questa mia ottusità: forse mi pongo queste domande perché sono occidentale, partendo (proprio come facevano i colonizzatori) dal fatto che noi siamo quelli giusti e loro gli incivili. Perché desidero tanto evadere dalla civiltà, e poi non riesco a comprendere forme e concezioni diverse del vivere?? Questi e molti altri pensieri mi attraversano la mente mentre navighiamo in silenzio, lentamente. Sarà un luogo comune ma Bangkok è veramente una città dalle tante contraddizioni. Possibile che il denaro, il miraggio del benessere, del lusso, del progresso riducano questi uomini non più a vivere per se stessi, secondo le loro esigenze e le loro tradizioni, ma solo recitando per il turista, lo straniero ricco, invadente, a volte insopportabile, certamente maleducato e privo di rispetto? Perché popoli come i Thai, trasformano il loro paese e la loro vita in un mercato dove poter comprare tutto quanto possa soddisfare lo straniero, dal souvenir ai prodotti di artigianato ottenuti con il duro lavoro sottopagato dei poveri operai, dal cibo alle danze, dal sesso alla religione. Niente viene preservato, salvato dallinvadenza. Forse sono semplicemente indifesi, disarmati, incapaci di reagire di fronte alla nostra cultura del lusso, del denaro, della civiltà.
Il barcaiolo ci riporta al molo di partenza, ma ci fa scendere su una chiatta galleggiante e per raggiungere la terraferma e la strada dobbiamo appenderci ad un'inferriata. Dopo diversi giri in tondo, raggiungiamo il National Museum. Purtroppo senza una persona che ci illustri le sale e senza conoscere molto della storia e dellarte tailandese è difficile non solo apprezzare ma addirittura capire il significato di ciò che vediamo. Si va dai reperti di scavi archeologici agli strumenti musicali antichi, dai carri per i riti funebri ai vasi in ceramica, dalle foto della Tailandia inizio secolo alle prime macchine da scrivere con lalfabeto thai, dai vestiti tipici alle statue di Budda.
Proseguiamo il nostro giro andando al Wat Arun, il tempio dellalba che sorge dallaltra parte del fiume, a Thai Buri. La torre centrale, più alta di un grattacielo di 20 piani, purtroppo non è molto visibile a causa delle impalcature per il restauro che la avvolgono.
Riprendiamo quindi il tuk-tuk verso il Wat Suthat, il tempio che conserva il grande Budda seduto dorato. Allesterno del tempio, sulla piazza, cè unimmensa costruzione in legno teak, di forma simile ad unaltalena. Da qui gli acrobati compivano delle prodezze in occasione della festa del raccolto bramanica che avveniva ogni anno.
Ancora con il tuk-tuk verso lultimo tempio interessante di Bangkok: è il Wat Traimit, che ospita un piccolo Budda doro famoso perché legato ad una storia curiosa. Questa statua era completamente ricoperta di stucco e solo casualmente nel 1953, durante un trasporto, si scoprì, a causa di una caduta, che lo stucco copriva ben cinque tonnellate di oro massiccio. Per 700/800 anni questa statua era sfuggita al furto da parte dei birmani proprio grazie a questa copertura.
A pochi passi dal tempio si trova Chinatown. Ci facciamo un salto per vedere se veramente sembra di stare in Cina, come dicono le guide. Be, è vero, a distanza di qualche metro si passa da scritte thai a scritte cinesi, insegne luminose e appariscenti come fossimo a New York, e ovunque cinesi che, immigrati un po alla volta e nonostante siano una piccola percentuale dellintera popolazione di Bangkok, hanno in mano il potere commerciale della città.
Mangiamo qualcosa in un McDonalds, dove laria condizionata ci fa quasi rimpiangere i 40° esterni, tanto fa freddo.
Vaghiamo un po fra i vicoli, dove la vita è frenetica: ovunque ci sono carretti da cui si alzano profumi e sapori più o meno gradevoli e la gente seduta ai tavoli di plastica, in terra, in piedi o camminando consuma il suo pasto.
La stanchezza comincia a farsi sentire: torniamo presto in albergo per rilassarci un po in piscina, anche se una pioggerellina ci costringe ad un andirivieni fra bordo piscina e bar.
Concludiamo la serata con una cena al Pizza Hut, dove gustiamo unenorme pizza regular ben condita.
Tirando un po le somme di questi 3 giorni a Bangkok, direi che non vedo lora di lasciare questa città caotica ed inquinata per respirare un po di aria buona. Dallaltra parte, sono così affascinata dalle tante contraddizioni che resterei volentieri un altro mese per girare fra i vicoli e vedere ogni angolo più intimo, per conoscere e soprattutto capire questa piccola grande metropoli asiatica.
16 agosto 1996 - Chiang Mai
Vitarka - Mudra. Gesto dell'argomentazione. La mano destra è alzata con indice e pollice che si congiungono formando un cerchio.
Partiamo presto da Bangkok (la sveglia è alle 5.30 e l'aereo alle 9.15) alla volta di Chiang Mai. Ad attenderci all'aeroporto cè Du-du, una guida thai che parla italiano. Pur di non far parte del numeroso gruppo di turisti italiani in cui ci hanno inserito (contrariamente a quanto avevamo prenotato dallItalia) chiediamo ed otteniamo la nostra guida individuale di lingua inglese. Prima di pranzo facciamo un giro lungo la strada principale, la stessa dove si trova il nostro albergo e il famoso mercato, ma comincia a piovigginare e allora ci ripariamo in un McDonalds proprio di fronte all'albergo, dove consumiamo uno spuntino. Alle 13.30 la guida ci attende con un pulmino per la visita alle fabbriche di artigianato locale; ci basta la prima, quella relativa alla giada, per dire di no a tutte le altre. E tornato il lato più turistico di questo paese: ci fanno accomodare in una saletta in cui è proiettata una videocassetta in italiano che ci spiega qualcosa per 10 minuti, poi ci fanno vedere le varie fasi della lavorazione ed infine la show-room, vale a dire una stanza di quasi 500 mq dove sono esposti oggetti e gioielli in giada, che noi dovremmo acquistare. Gentilmente, spieghiamo alla guida che non vogliamo passare tutto il pomeriggio in questo modo e quindi ci facciamo lasciare presso un centro di massaggi. Il massaggio dura unora e costa solo 200 bath (circa 13.000 lire). Ci fanno entrare in una stanza con 5 materassi a terra. Intuiamo che dobbiamo indossare gli abiti che sono piegati sul materassino. Si tratta di una camicia bianca a forma di giacca e di un paio di pantaloni di seta thai molto larghi in vita, tanto che dobbiamo tenerli su con le mani. Ci sdraiamo ed attendiamo, fra una risata e laltra. Arrivano 4 donne, due più giovani e due di mezza età. Ognuna si siede in fondo al materassino e comincia il massaggio dai piedi lungo le gambe, le braccia, poi, facendoci voltare, lungo la schiena e di nuovo le gambe, poi ancora la faccia, le tempie e il collo. Il massaggio consiste in una digitopressione piuttosto forte e in uno stiramento dei muscoli. Le massaggiatrici lo effettuano non solo con le mani, ma aiutandosi anche con le braccia, i gomiti, i piedi e le gambe. Mentre ci massaggiano, chiacchierano fitto tra di loro, ridendo quasi sempre. Poi ci dicono che un vero massaggio dovrebbe durare 2/3 ore e non solamente unora, perché è fatto troppo velocemente. Sicuramente hanno ragione, ma il vero motivo per cui lo affermano è che vogliono guadagnare più soldi. Lasciamo loro una buona mancia e chi indolenzito, chi come se nulla fosse, saliamo sul pulmino messo da loro a disposizione e andiamo al Central Shopping. Si tratta di un enorme complesso a più piani dove trovano posto negozi di ogni genere, ristoranti, sale giochi. Il centro è vuoto: solo qualche turista e qualche ragazzino thai. Non credo infatti, che nessuno a Chiang Mai abbia i soldi per comprarsi la merce qui esposta. Paragonati allItalia invece, i prezzi sono molto buoni: alcune cose costano addirittura la metà. Qui i tailandesi hanno la fisionomia del viso diversa rispetto agli abitanti di Bangkok, sembrano molto più vicini alle razze tibetane. Amano indossare ciabattine di gomma ai piedi, con le quali guidano tranquillamente sia le auto che le motociclette. Dopo un lungo giro in questo shopping centre, torniamo in albergo, dove la guida ci aspetta per la cena Khantoke. Si tratta di una tipica cena tailandese, con cucina di Chiang Mai. Scalzi, ci si siede a terra, dove cè un cuscino rigido addosso al quale si può poggiare la schiena, poi i camerieri portano un tavolino di teak rotondo, sul quale ci sono diverse scodelle di cibo. In un cestino viene servito il khao niao (riso "glutinoso") che va mangiato con le mani e viene usato come pane per accompagnare le altre pietanze. Poi cè un'altra ciotola di metallo in cui cè il riso come il nostro, in bianco, che va condito con le salse. Il riso "glutinoso" è piuttosto appiccicoso ma ha un buon sapore, anche se scondito. Nelle scodelline di ceramica cè del pollo fritto, del cavolo bollito, una salsa piccante (tipo ragù), banane fritte, carote fritte, manzo in agro dolce, lardo fritto. Man mano che le scodelline si vuotano, i camerieri passano con i vassoi per riempirle. Come dolce ci vengono serviti dei biscotti di riso soffiato. Dopo poco linizio della cena, cominciano anche le danze. Si tratta di danze tipiche delle tribù del nord. La maggior parte raccontano delle storie, sono eseguite tutte nei classici costumi tribali e si basano sui movimenti lenti e precisi delle mani e dei piedi. Alcune prevedono degli accessori come candele e spade. Il locale è al completo e cè molta confusione; a questo si aggiunge il piccolo complessino di suonatori con strumenti tipici e una cantante che accompagnano le danze. Tutto è molto turistico, ma sembra che lunico modo per conoscere i costumi del luogo sia questo.
Dopo la cena usciamo allaperto ed assistiamo ad altre danze tribali sotto una tettoia intorno a un fuoco finto. I danzatori hanno facce piuttosto annoiate, non capiamo se per il fatto che ogni sera devono ripetere la stessa esibizione o perché siano stati costretti a esibirsi di fronte a stranieri invadenti e soprattutto alloscuro delle loro tradizioni.
17 agosto 1996 - Chiang Mai
Varadha - Mudra. Gesto della compassione o della distribuzione di grazie. La mano destra ha la palma rivolta verso l'esterno.
Viene a prenderci la nostra guida e ci dirigiamo al Parco delle Orchidee. Si tratta di un piccolo appezzamento con qualche pianta di orchidea: ce ne sono di tutti i colori, porpora, viola, rosa, giallo, bianco, alcune coltivate nel terreno, altre in ceste di bambù appesi alle travi con le radici penzolanti. Sempre nello stesso parco cè un Butterfly Park, con qualche farfalla colorata. Non manca poi la show-room, con in vendita orchidee smaltate, farfalle imbalsamate ed altri oggettini. Proseguiamo il nostro tour arrivando al Maesa Elephant Park. Sorge dove una volta probabilmente gli animali venivano addestrati sul serio per lavorare: ora invece, vengono addestrati dai "mahout" solamente per eseguire dei ridicoli numeri da circo di fronte a un pubblico di soli turisti. Assistiamo al lavaggio degli animali da parte degli addestratori poi alle esibizioni. E triste vedere questi teneri bestioni fare inchini, drizzarsi sulle gambe anteriori o posteriori, dondolarsi su due gambe, sedersi sui tronchi o suonare l'armonica con la proboscide. Ma il pubblico applaude divertito e questa non è che la conferma per i tailandesi che lo spettacolo piace. Allentrata, oltre ai soliti banchetti con oggetti di artigianato, delle donne vendono dei caschi di banane o delle canne da zucchero da dare agli elefanti. Ci avviciniamo al punto di imbarco per fare una cavalcata a dorso di elefante. Gli animali sono provvisti di sedili in legno (dello stesso tipo usati dai tailandesi fino a qualche anno fa) su cui prendono posto due persone: il ragazzo che guida lelefante si siede invece sulla testa, conducendo con i piedi e con un bastone che termina con un uncino di ferro. Il dorso dellelefante, visto da vicino, presenta corti peli neri ed irsuti. Il retro delle orecchie è color rosa, in netto contrasto con il resto della pelle grigia. Saliamo e comincia la nostra cavalcata. Nonostante i sedili, ci sentiamo molto instabili ed ondeggiamo paurosamente in avanti ed indietro, anche perché il tragitto da percorrere è piuttosto accidentato. Seguiamo infatti, in fila luno dietro laltro, una pista fangosa, tra il fogliame, con salite e discese, dove un uomo non riuscirebbe a camminare a piedi. E la cosa più emozionante che abbiamo fatto fino ad ora. Provo ad immaginare i primi esploratori che si avventuravano nella giungla fitta, per giorni e giorni, a dorso di elefante, alla scoperta di meraviglie. Deve essere stato entusiasmante, anche se molto scomodo. Nonostante siamo seduti su morbidi sedili in pelle con altrettanti morbidi schienali, infatti, sobbalziamo ad ogni scossone e dobbiamo tenerci ben saldi per non scivolare giù anche se cè una corda ad assicurarci al sedile.
Con il pulmino arriviamo ad un villaggio Meo, una delle tante tribù che vivono in questa zona. Sono chiamate tribù delle colline, perché vivevano in luoghi al di sopra dei 1000 metri di altitudine, posizione ideale per la coltivazione delloppio, il papaver somniferum, coltura a cui si dedicavano fino a qualche anno fa, fino a quando cioè il sovrano non lha vietato, insegnando a questa gente a sfruttare la terra con altre colture, quali carote, insalata, mais ed altre verdure. In ogni villaggio ora cè un centro di addestramento e di informazione agricola che manovra la conversione della coltura delloppio in altre forme di coltivazione. La gente vende (la guida dice con ottimo profitto, ma da come vivono sembra esattamente il contrario) i prodotti del raccolto giù in città. Ma più che lagricoltura, la principale fonte di reddito di queste tribù è il turismo: oltre ai tanti oggetti di artigianato venduti sul luogo e al mercatino notturno di Chiang Mai, queste tribù si esibiscono nelle loro danze tipiche nei ristoranti, oppure chiedono dei compensi per posare davanti ad una macchina fotografica. Molti infatti, nonostante indossino ormai dei vestiti occidentali nella vita di tutti i giorni, mettono i loro costumi allarrivo dei turisti per essere fotografati e quindi pagati. Alcuni mandano i loro bambini vestiti con i costumi tradizionali giù allElephant Camp. Ce nera una mezza dozzina che si aggirava fra i turisti chiedendo qualche bath in cambio di una foto. Si sono dovuti accontentare di alcuni dei tanti giocattolini che ho portato con me dallItalia, appositamente per distribuirli. Il villaggio è piuttosto sporco e desolato. Alle poche case di fango con tetti di paglia e bambù, vanno ormai sostituendosi solide case in mattoni e cemento, con tanto di antenna e televisione. Le strade sono tutte fangose e a tratti melmose. Qua e là camminano cani rabbiosi e pulciosi e nelle stalle si vedono alcune galline e qualche maiale. I bambini ci guardano e ci dicono "hallo". Posano volentieri per le foto ma poi subito tendono la mano chiedendo ten bath. Un anziano siede sulla veranda di casa, fumando tabacco da un enorme tubo di canna di bambù. Una volta lo usavano per fumarci loppio, ora invece lo fanno per attirare lattenzione con la speranza di essere fotografati e ricevere un compenso. Un po delusa dallaspetto troppo turistico di quello che doveva invece essere un autentico villaggio Meo, risalgo sul pulmino per ritornare in città, dove ci aspetta un pranzo in un albergo. La scelta dei piatti è piuttosto ricca: cè la cucina italiana, quella vietnamita e quella tailandese. Mangiamo pasta, pollo fritto, cavolo bollito e assaggiamo tutti i dolci tailandesi: alcuni sono troppo caramellosi, ma altri sono veramente squisiti, fra cui le palline di fiori di papioca in latte di cocco. Di nuovo sul pulmino, alla volta del tempio Wat Phrathat Doi Suthep, costruito in cima ad una collina alta 1000 metri. Prima del 1934, non cera una strada accessibile che conducesse al santuario e il luogo si poteva raggiungere solo a piedi con almeno una giornata di viaggio. Il Doi Suthep è un tempio molto frequentato dai tailandesi stessi che vi si recano in pellegrinaggio. Al termine della strada ci sono 300 gradini ancora per raggiungere il santuario, ma oggi una cabinovia ci risparmia anche questa fatica. Nel chedi centrale sono contenute le reliquie del Budda, che secondo una leggenda, sarebbero arrivate fin qui sul dorso di un elefante bianco. Il tempio, molto simile agli altri già visti, ha un chiostro tuttintorno dove sono affrescate le scene principali della vita di Budda, che attraverso le parole della guida, diventano chiare anche per noi. Ovunque ci sono turisti, fedeli in preghiera e bonzi molto giovani che passeggiano. Da quassù inoltre si gode di una vista spettacolare su tutta Chiang Mai e sulle colline circostanti. Ridiscendiamo dalla lunga scalinata le cui balaustre laterali sono costituite dai corpi ricoperti di pietra colorata di due Naga, i serpenti a sette teste posti allinizio della scala come difesa dagli spiriti maligni. Ritornati in città, sempre con la guida visitiamo il tempio di Chedi Luang, che prende appunto il nome dallenorme chedi, di cui ora si vede solo il basamento. Una volta questa chedi raggiungeva la mirabile altezza di 90 metri ma andò distrutta con il terremoto che scosse Chiang Mai nel 1545. Questa è la prima chedi antica che vediamo senza la classica copertura doro; è coperta invece di mattoncini rossi, da cui sporgono delle teste di elefante.
Ceniamo come al solito al McDonalds di fronte allalbergo e poi facciamo un giro per il mercatino notturno in Changkhlan Road. Cè limbarazzo della scelta nellacquisto di oggetti: ci sono bancarelle che vendono vestiti e pelletteria di ottima qualità ma di marche finte, così pure gli orologi, il cui prezzo va dalle 10.000 alle 100.000 lire, ma la cui durata è una vera incognita. Ci sono poi gli oggetti di artigianato, molti dei quali hanno già raggiunto i nostri mercatini in Italia: ombrelli di carta, giochi di società in legno, borse di tela, camicie ricamate, magliette, oggetti in legno, vasellame, batik, oggetti in carta di foglie di palma. Insomma, non si sa dove posare gli occhi, ma per questa sera abbiamo deciso di dare solo uno sguardo.
18 agosto 1997 - Triangolo dOro
Dharmachakra - Mudra. Gesto della messa in moto della ruota. Simboleggia la prima predica di Buddha nel boschetto delle gazzelle di Sarnath, perciò definito anche "gesto della predica";
Siamo partiti presto con il pulmino e la guida per andare al Triangolo doro. Il viaggio è lungo (circa 4 ore) ed il paesaggio è molto bello. La prima tappa è alle sorgenti di acqua calda, dove i tailandesi cuociono le uova di gallina e quaglia. Piccoli cestini di vimini, con tre/quattro uova insieme, vengono messi direttamente nellacqua calda (100°) dove cuociono in cinque minuti. E una delle cose che subito le donne e i bambini cercano di venderci appena scesi dal pulmino. Attraversiamo delle zone dalla vegetazione rigogliosa: alberi, cespugli, prati, risaie. Peccato che da quando siamo partiti ci accompagna una pioggia leggera ma fitta. Impossibile quasi indossare i k-way per via del caldo, ma nello stesso tempo non possiamo neanche stare sotto lacqua. Arriviamo infine, in un villaggio degli Yao, unaltra tribù delle colline. Sguazziamo nel fango e nelle pozzanghere, inutile ogni tentativo di mantenere le scarpe e i pantaloni puliti. Incrociamo donne in costume, bambini e piccoli porcellini neri: sembra che neanche i tailandesi ne mangino la carne perché gli animali sono infetti. I bambini si aggirano scalzi o con delle misere ciabattine ai piedi, tutti sporchi di fango e con il mocciolo al naso. Ci ferma una bambina, con un fratellino sulle spalle avvolto in un pezzo di stoffa. Attraverso la guida che ci fa da interprete scopriamo che ha solo cinque anni e il fratellino 5 mesi. Si presta volentieri per una foto, ma poi subito tende la mano per avere ten bath. Tiro fuori qualcuno dei giochini e li distribuisco anche agli altri bambini che nel frattempo si sono avvicinati. Li accarezzo, anche se sono sudici, per stabilire un contatto che non sia solo a livello di baratto, ma Alberto mi rammenta noiosamente che posso prendermi qualche malattia e mi dice di pulirmi le mani. Non ho nessuna intenzione di farlo. Non posso prima accarezzarli e poi pulirmi le mani per togliere leventuale sporcizia che mi hanno lasciato addosso, non posso per rispetto nei loro confronti e per coerenza con me stessa. Riprendiamo il pulmino e ci fermiamo in un altro villaggio questa volta appartenente alla tribù degli Akha, che a dire della guida sono fra i più puliti di tutte le tribù delle colline. Il villaggio è simile agli altri, con case di fango e tetti di foglie, ma anche qualche casa in legno e muratura. La strada di accesso, fangosa come le altre, è fiancheggiata da banchetti che vendono oggetti di artigianato. La cosa strana che ho notato in ogni villaggio è che non ci sono uomini, ma solo donne, bambini e anziani. Forse sono al lavoro nei campi, ma anche questidea non mi convince, perché chi torna dal lavoro dei campi sono le donne, con grossi stivaloni in gomma tutti infangati. Mi viene il sospetto che tutti gli uomini siano quelli che vediamo lavorare negli alberghi, agli aeroporti e allElephant Camp. Altro che progetti reali per convertire le coltivazioni e rendere migliore la vita nei villaggi. Questa gente si vede ogni giorno portar via un pezzo di libertà e di cultura per essere integrata un po alla volta nella civiltà, nella strana società tailandese, un misto di oriente mistico e occidente tecnologico e super moderno. Una bambina si avvicina, le regalo una collanina. Subito allora ritorna con la sorella alla quale dono un anellino: non sa neanche come usarlo ed anche quando sono io ad infilarglielo al dito, mi guarda un po scettica. Unaltra bambina, zompettante e stranamente cicciottella ci dice si seguirla; altre donne ci indicano la stessa direzione per poter vedere la parte più vera del villaggio, quella con le case di fango. Ci raggiunge nel frattempo la bambina a cui ho regalato lanellino. Mi cerca la mano con la sua e una volta che la tiro fuori dalla tasca, me la prende: vuole camminare con me mano nella mano e la accontento volentieri. Poi cerca di vendermi un cappellino tipico per 100 bath, ma scioccamente non accetto. Le regalo invece un paio di occhiali da sole di plastica.
Risaliamo sul pulmino e ci fermiamo lungo il fiume Mekong, dove sotto un portico piuttosto squallido consumiamo il nostro pranzo al sacco. Nella scatolina bianca che qualcuno ha preparato per noi troviamo un coscio di pollo arrosto, un sandwich, due panini, un uovo sodo, una banana, un arancio e una fetta di plumcake. Dopo il pranzo decidiamo di arrivare a Chiang Rai navigando lungo il Mekong: si tratta di mezzora di tragitto lungo il fiume leggermente mosso e dal colore marrone. Di fronte a noi, sullaltra riva cè il Laos, poco più su, verso nord, la Birmania. I laotiani attraversano spesso il fiume per venire a vendere la loro mercanzia in Tailandia: sono poveri ma buoni, come dice Pupet (la nostra guida), mentre i Birmani sono ricchi e cattivi. Saliamo su unesile barchetta, avvolti nei nostri k-way e nei giubbetti salvagente che ci hanno dato al molo. Dopo pochi minuti che siamo in barca comincia a piovere e, tra lacqua che cade dallalto e quella che schizza dal fiume, in breve tempo siamo completamente zuppi. Cè una calma indescrivibile, nonostante il rumore del motore della barca e delle onde infrante. Incrociamo un paio di imbarcazioni e ci accostiamo sullaltra riva dove alcuni laotiani stanno caricando e scaricando merce sulle barche. Poi proseguiamo verso nord. Il barcaiolo si ferma ad un bivio: Birmania ci dice indicando di fronte a noi, sotto la pioggia scrosciante. Siamo più vicini alla Cina che a Chiang Mai in questo momento, come mi farà notare poco dopo Alberto che si è studiato una cartina.
Purtroppo a causa della pioggia, non possiamo visitare Chiang Rai, che comunque, salvo qualche banchetto di prodotti locali non presenta nulla di caratteristico. Ci sono delle graziosissime casette in legno e tanto, tantissimo verde. Sembra di essere in un paesino delle Alpi. Il famoso Triangolo dOro, formato da Laos, Birmania e Tailandia, deve questo nome alloro che veniva commercializzato nella zona. Poi questo crocevia divenne uno dei maggiori punti di smercio di oppio, ed ancora oggi, la cosa avviene clandestinamente. Risaliamo in pullman e ci asciughiamo come possiamo. Il viaggio di ritorno è lungo e lo passiamo quasi tutto dormendo e ascoltando musica thai che lautista ha messo a tutto volume. Ogni tanto dò unocchiata fuori: continua a piovere, ma la gente sembra non farci caso. Tutti girano indifferentemente in motorino, qualcuno più previdente si ripara con un ombrello, pur indossando delle ciabattine e schizzandosi ogni volta che viene sorpassato da unauto. La vegetazione mi ricorda quella dei film americani sul Vietnam e in effetti non credo sia molto diversa. Riesco a capire cosa possono aver passato quei poveri ragazzi americani venuti a far la guerra quaggiù, abituati al sole, alle terre aride, desolate, ai grandi spazi aperti, oppure alle metropoli con i grattacieli, di punto in bianco intrappolati in una vegetazione fittissima, mangiati dalle zanzare e inzuppati dalla pioggia e dallumidità.
Lautista, come del resto tutti i tailandesi al volante, guida in una maniera a dir poco paurosa, sorpassando in curva, anche 6/7 auto alla volta e percorrendo molti tratti contromano. Cè un segnale qui, per aiutarsi nei sorpassi: il veicolo che è avanti mette la freccia a destra per avvisare chi lo segue che non può sorpassare perché vengono delle auto nellaltro senso, oppure la freccia a sinistra per dare il via libera.
Con le gambe un po "anchilosate" arriviamo in albergo verso le sette di sera, salutiamo Pupet per lultima volta, facciamo la solita doccia e poi un giro al mercatino notturno. Alberto ormai ha preso gusto a contrattare e sta lì ore e ore a tirare sul prezzo, anche se si tratta di risparmiare qualche centinaio di lire. Acquistiamo magliette, orologi, collane e souvenir vari.
19 agosto 1996 - Chiang Mai
Abhaya-Mudra. Gesto del coraggio o della protezione; con una mano alzata, la palma aperta e rivolta in avanti.
Oggi abbiamo tutta la giornata a disposizione ed anche se piove decidiamo di fare lo stesso un giro nei dintorni. Prendiamo una corriera fino a Lamphun, una cittadina a 20 km da Chiang Mai, dove visitiamo il Wat Phrathat Haripunchai nel centro della città, con una chedi centrale alta 60 metri e coperto in cima da un ombrello doro. Poi affittiamo un risciò fino al tempio Wat Kukut (o Wat Chama Thevi). Saliamo in due su un risciò e il conducente ha la premura di coprirci le gambe con una incerata per ripararci dalla pioggia. Lui invece sale sul sellino e pedala sotto lacqua. Eppure la pioggia è la stessa, sia per lui che per noi. E noi in più siamo seduti sotto un tettino che comunque ci ripara. Ci ha chiesto 40 bath, circa 2.500 lire andata, ritorno e attesa durante la visita. Il tragitto è breve e per fortuna quasi tutto in pianura, ma comunque fra bici, carrettino e noi due, il peso da trascinare è notevole, per un uomo che tra laltro mi sembra anziano, anche se ha delle gambe dai muscoli vigorosi. Il tragitto in risciò mi diverte, perché originale e folcloristico, ma nello stesso tempo mi vergogno di stare comodamente seduta mentre un uomo più anziano di me fatica per trasportarmi. La stessa sensazione dobbiamo averla avuta tutti, visto che poi anche Ale e Cati propongono di lasciare 10 bath in più come mancia. Il tempio è diverso da tutti quelli che abbiamo visto sino ad ora, ma purtroppo in restauro. Non cè oro, né tegole colorate e lucide, ma una chedi principale in muratura e statue di Budda nelle nicchie, imbavagliate in canne di bambù che qui fungono da impalcature per i muratori.
Torniamo alla fermata dellautobus. Saliamo sulla corriera e come allandata, una donna passa per i biglietti. Ha uno strano cilindro di ferro che apre per dare il denaro in resto e i biglietti che sono di varia lunghezza a seconda del tragitto. La gente sale non solo alle fermate, ma lungo la strada, facendo un semplice cenno allautista; e lo stesso avviene per scendere, si avvisa lautista con una parola e se per caso questi non se ne accorge e continua dritto, lo si richiama, ma senza infuriarsi, senza offendersi. Cè silenzio. Ci sono studenti, donne con le sporte della spesa, bonzi, ragazze, pochi uomini. Una sosta fuori programma: la bigliettaia scende con il contenitore del ghiaccio che è posato a fianco del suo sedile e se lo fa riempire in un punto di ristoro con ghiaccio e acqua, poi beve da una tazza di plastica, risale e richiude il contenitore, avendo cura di asciugarlo.
Arriviamo a Chiang Mai e dopo lormai abitudinaria puntatina al McDonalds, facciamo un giro per la città a visitare i templi. Sono molto simili luno allaltro, tanto che spesso è difficile distinguerli, tutti sono ugualmente belli, fastosi, ricchi. Qui non cè la cultura del monumento antico; ogni uomo che si avvicenda al potere infatti, rinnova con stile moderno i templi già esistenti, aggiunge nuove costruzioni a fianco di quelle più antiche, oppure costruisce nuovi complessi riprendendo i vecchi stili o i moderni. In quasi tutti i templi cè un monastero e ovunque ragazzini dal capo rasato avvolti nei loro lenzuoli arancioni. Dobbiamo stare attente io e Cati a farci da parte quando passano per evitare di toccarli: per loro infatti, saremmo una tentazione in quanto la vita monacale prevede la castità. Ecco il perché anche del fatto che i thai non amano esternare i loro sentimenti in pubblico e non si abbandonano mai a gesti di affetto neanche tenendosi la mano: una scena così potrebbe essere una tentazione per i bonzi.
Dopo aver girovagato per la città ed esserci persi alcune volte, ritorniamo in albergo per chiudere le valigie e fare poi un altro giro al mercatino per gli ultimi acquisti.
Ceniamo in un ristorante italiano (ma tutti i camerieri sono thai), con pasta, pizza, beef e un piatto cinese che solo io ho il coraggio di provare e che si rivela buonissimo: pollo, ananas, peperoni, cipolle e pomodoro, tutto in salsa agrodolce.
20 agosto 1996 - Chiang Mai - Bangkok - Bali
I tetti: sempre dispari. Nove tetti per il dio del lago, sette per gli dei della prosperità e del riso, cinque per il dio del mare, tre per la Trimurti, cioè Brahma, Shiva e Vishnu, uno per gli antenati.
Ci svegliamo alle cinque perché il volo è alle 7:15. Piove ancora e il cielo è plumbeo. Ho proprio voglia di un po di sole e un po di mare, di fuggire dallo smog, dal caos, dalle luci, dai rumori. Arriviamo a Bangkok, dove ci aspetta dopo due ore il volo per Bali.
Sono talmente stanca che in aereo dormo di sasso per quasi tutto il tempo e quando mi sveglio ho tutto il corpo appesantito.
Quando stiamo per arrivare a Bali, vediamo il mare e il cielo azzurro. Allaccio le cinture, ci sarà un po di turbolenza ma è nulla a confronto di quella sperimentata sul volo per il Messico. Veniamo accolti in aeroporto da una guida mandata dal nostro tour operator che ci mette al collo una collana di fiori arancioni, stile hawaiano. Fa caldo, ma almeno non è umido come in Tailandia, sembra di stare in un paradiso tropicale: prati verdi, palme, aiuole, tutto ben tenuto, ordinato e pulito. Scoprirò poi, leggendo la guida, che Nusa Dua (Isola Due, in balinese), la località dove alloggeremo, è tutta un giardino artificiale costruito per i turisti. E comunque molto piacevole alla vista, soprattutto, finalmente, i colori, per rompere la monotonia grigiastra di Chiang Mai e Bangkok. Lalbergo è molto carino, sullo stile di quello di Oaxaca in Messico. Ogni stanza ha la sua entrata esterna che dà su bei viottoli selciati, circondati da prati, alberi, aiuole e fontane. Ovunque, a terra, allentrata, alla reception, davanti alle stanze, ai negozi, alla hall ci sono cestini quadrati in bambù con delle offerte di cibo. Servono per propiziarsi gli dei. Ad attenderci in stanza per il benvenuto, oltre a un bel cesto di frutta tropicale, ci sono un ramarro e una ranocchietta: quest'ultima finisce nel bicchiere che Alberto le ha prontamente messo di fronte, per poi essere immortalata e portata come trofeo ai nostri amici. La liberiamo nel giardino, ma rimaniamo convinti del fatto che la nostra stanza è e resterà uno zoo. Mangiamo in un pub nel centro della città: pesce a volontà e gelato per poche lire. Ci riaccompagnano anche in albergo gratuitamente. Cè molta calma e alle 10.00 già non cè più nessuno in strada; le insegne spente, i negozi chiusi, solo qualche automobile ancora gira. Fuori dalla stanza le rane gracidano per la mia prima notte balinese.
21 agosto 1996
La casa: nella zona esposta a nord dormono i figli, a ovest i genitori, a sud c'è la cucina e ad est la zona cerimoniale dove avvengono i riti come i preparativi di un matrimonio e la limatura dei denti.
E stata una giornata un po caotica, più che altro di orientamento. Ci abbiamo messo un po infatti per capire come funzionano le cose qui a Bali. Abbiamo preso lo shuttle bus (un bus navetta gratuito che parte dallalbergo) diretti al porto di Benoa, da dove abbiamo preso in affitto una barca a motore per andare allIsola delle tartarughe... o almeno questo è ciò che credevamo. Ci siamo subito resi conto infatti, di non aver raggiunto nessuna isola, ma solo di aver circumnavigato una lingua di terra. Siamo sbarcati su una costa fangosa (la sabbia qui non è fine e con lalta marea rimane bagnata fino a tarda mattinata). Una ragazza ci è venuta incontro dalla spiaggia e ci ha introdotto in un recinto fatto di canne di bambù, dove vengono tenute in cattività alcune tartarughe marine. Dopo aver fatto qualche foto classica con tartarughe bene in vista e aver dato unocchiata agli altri animali in gabbia (un pitone, un ramarro, due pipistrelli e unaquila) ce ne siamo andati piuttosto delusi e molto arrabbiati: se anche qui a Bali le cose funzionano come in Tailandia, non cè speranza di riuscire a visitare lisola per conto proprio. Riprendiamo la barca, dove il marinaio tailandese ci attende stoicamente e dopo aver avuto la conferma di non essere approdati su nessuna isola, andiamo ad esporre le nostre lamentele al ragazzo del molo che ci ha venduto il tour. Improvvisamente, sembra non capire più linglese e ripete sempre le stesse frasi imparate a memoria: Turtle Island, cheap prise. E pensare che credevamo di aver ottenuto un buon prezzo (solo 90.000 rupie - circa 60.000 lire - per tutti e quattro).
Fermiamo poi un pulmino e ci facciamo portare a Kuta, la famosa località per gli amanti del surf. Il mare è piuttosto agitato e le onde sono ideali per i surfisti, soprattutto australiani. Andiamo in spiaggia, ma il sole è ormai alto e non si resiste per il caldo. Lacqua è pulita ma non limpidissima e la sabbia molto appiccicosa. Facciamo un giro per la cittadina; le strade sono ricche di negozi che vendono ogni oggetto possibile immaginabile per tentare lacquirente straniero. Mangiamo in una specie di fast-food ed acquistiamo qualche fetta di cocomero da un carrettino ambulante. Poi, per 40.000 rupie (ottenute con 15 minuti buoni di trattativa) noleggiamo un pulmino con autista per andare alla foresta delle scimmie e a Tanah Lot, il famoso tempio da visitare al tramonto. Viaggiamo nella parte ovest della penisola di Nusa Dua, ma allontanandoci molto dalla costa. Attraversiamo piccoli villaggi e risaie a terrazza. Si intravedono i tetti delle case, i piccoli templi con le offerte, le mura che delimitano ogni edificio. I balinesi infatti credono che gli spiriti non sappiano girare ad angolo retto; di fronte ad ogni entrata del muro perimetrale costruiscono un altro muro trasversale per bloccarli. La vita si svolge tutta in un cortile interno, al riparo da occhi indiscreti. Le case sono basse, in mattoncini grigi e intonaco rosso. Qualche tetto ha la paglia al posto delle tegole. La vegetazione è rigogliosissima, lussureggiante: palme, alberi, prati, campi, risaie. Su ognuno sorge una piccola capanna di bambù (non so se serva per riporre gli attrezzi o per fare la siesta durante il lavoro).
Arriviamo alla foresta delle scimmie. Lautista parcheggia fuori il suo pulmino e ci consegna ad una ragazza che un po in inglese e un po in italiano ci indica gli animali: cè la scimmia incinta, quella anziana con i peli bianchi, quella che allatta, lultimo nato. Sono buffissime. Si avvicinano senza paura ai turisti che porgono loro patate essiccate e noccioline, divorandole in un attimo. Guardate lassù! ci grida la ragazza. Cè un gruppo di pipistrelli appesi a testa in giù dai rami dellalbero più alto. Dovrebbero dormire per poi tornare attivi la notte, ma le guide battono in continuazione le mani per farli volare e permettere ai turisti di fotografarli. Sono enormi, stretti e lunghi quando sono appesi, larghi e corti quando volano. La ragazza, al termine del giro ci invita a visitare il suo piccolo stand di abiti, ma quando ce ne andiamo senza nulla comprare, la sua cordialità sparisce.
Di nuovo sul pulmino verso Tanah Lot. Allentrata almeno un centinaio di negozietti di souvenir e ovunque il richiamo tipico: Hallo, mister! Cheap price! oppure Guarda, solo pipti baht., dove pipti sta per fifty, ma i balinesi non pronunciano la effe. Il tempio sorge su una roccia vulcanica sul mare e grazie alla bassa marea, possiamo raggiungerlo a piedi. Non è possibile entrarvi e forse è meglio così, almeno il luogo rimane protetto dallinvasione dei turisti, incolume da speculazione, business e finzione, conservando invece la sua natura spirituale. Facciamo un giro tuttintorno e poi ci allontaniamo verso destra e verso sinistra per godere della vista suggestiva. Sono le 17.30, ancora non è lora del tramonto, cioè il momento migliore per godere dello scenario, ma almeno ora non ci sono tantissimi turisti ed è possibile avere un po di quiete. Riprendiamo poi il pulmino per fare ritorno in albergo. Lautista guida peggio di quello tailandese, sorpassando in continuazione, mentre un fiume di motorini corre a destra e a sinistra. Per non dimenticare poi che le strade balinesi sono strettissime, appena sufficienti per il doppio senso di marcia e fiancheggiate da un fossato (forse fogne a cielo aperto). Tutti sudati, con il sale secco sulla pelle, uno strato di crema abbronzante e un altro di crema antizanzare, andiamo a cena al Round Pizza, dove mangiamo una gustosissima pizza e il garlic, dei piccoli sfilatini di pane da intingere in una salsa di aglio. Gelato e frutta per terminare e spengere la sete di una lunga giornata.
22 agosto 1996
Le caste: le tre superiori comprendono i sacerdoti brahmini, l'alta nobiltà, la bassa nobiltà e gli ex guerrieri, la quarta casta comprende gli artigiani, i contadini e i commercianti.
Dopo la solita abbondante colazione a buffet in hotel, ce ne stiamo comodamente in piscina per tutta la giornata. Nonostante le creme solari ad alto fattore di protezione, ci bruciamo un po tutti e quattro le spalle. Al sole non si resiste se non appena usciti dalla piscina. Neanche un breve ed improvviso scroscio dacqua nel primo pomeriggio attenua la calura. La zona della piscina è molto carina e ben curata: il prato è verdissimo e tagliato di fresco, lacqua della piscina pulitissima, i camerieri si aggirano fra gli ospiti portando milk-shakes e bibite fresche, qualcuno raccoglie pazientemente tutte le foglie che il vento fa cadere di continuo dai grandi alberi che ombreggiano larea. Verso le 18, prima che faccia completamente buio, ce ne andiamo a fare due passi allo shopping centre Keris Gallery, ormai tappa fissa delle nostre serate balinesi.
23 agosto 1996
La triade induista: Brahma, il Fuoco, il dio creatore; Vishnu, l'Acqua, il dio che preserva il Creato; Shiva, l'Aria, il dio che muta e distrugge l'universo.
Tutto il giorno in piscina.
Alle 19.30, allo Shopping Center Keris Gallery assistiamo ad uno spettacolo di danza Kecak. Si tratta di un ballo eseguito in costume e maschera da alcuni danzatori, in mezzo a un gruppo di uomini con il classico sarong a quadri bianco e nero fermato alla vita da una fusciacca rossa che si muovono ondeggiando e agitando le mani, ripetendo in continuazione ciak-ciak-ciak..., un sottofondo orecchiabile e musicale quanto lo sarebbe una vera orchestra con strumenti. Il nome delle danza kecak viene proprio dal suono che pronunciano i danzatori per imitare le scimmie. La danza narra la lotta del principe Rama per salvare sua moglie Sita dal malvagio Rawana re di Lamka, con laiuto di Hanuman, signore delle scimmie. Anche se la rappresentazione è fatta solo e proprio per i turisti, è comunque interessante e bella da guardare. Ceniamo poi al Round Pizza, sempre con pizza e gelato.
24 agosto 1996
I neonati: ogni neonato ha quattro fratelli. La placenta, il cordone ombelicale, il liquido amniotico e il sangue.
Puntuale ci viene a prendere il nostro amico Ketat per il nostro tour giornaliero. Labbiamo conosciuto allo shopping centre, la notte scorsa, quando cecavamo un taxi per tornare in albergo. Ha portato anche suo fratello, forse perché non si sente tanto sicuro al volante. La prima tappa è al villaggio Batubulan, dove a pagamento assistiamo ad uno spettacolo di danza Barong e danza del Kris. La danza Barong rappresenta la lotta fra il bene e il male: i ballerini indossano dei costumi tradizionali e quasi tutti delle maschere sul volto. Il personaggio più spettacolare è appunto il Barong, dallaspetto mostruoso, la cui figura è interpretata da due uomini sotto un manto di pelame. Luomo davanti è allinterno della testa del mostro ed agita le maschere per dare maggiore efficacia alle parole che pronuncia. La danza narra una storia (che apprendiamo da un foglietto che ci viene consegnato allentrata e che è scritto in un italiano pessimo) ed è suddivisa in vari atti. Nellintermezzo viene eseguita la danza Larong da quattro donne: si muovono in maniera sincronizzata con dei movimenti dei piedi, delle mani e degli occhi. In realtà questa danza dovrebbe essere eseguita da due ragazze sotto i dodici anni, ma all'apparenza, le quattro che sono di fronte a noi ne hanno almeno venti. Ad accompagnare la danza cè lorchestra del Gamelan, composta da vari strumenti a percussione, da un flauto e da una specie di violino. Non suonano una musica, ma un suono ossessivo e ripetitivo, per tutta la durata della rappresentazione ed il ritmo si fa più veloce e intenso nei momenti di maggior pathos, proprio per dare più incisione alla scena. Gli attori recitano in balinese e non capisco bene se parlino o cantino. Siamo in una specie di teatro allaperto, seduti sulle tipiche sedie balinesi fatte di bambù e paglia. Anche queste due danze come quelle del Kecak, inizialmente erano legate a dei riti, ma ora vengono eseguite a pagamento per il turista. E incredibile quanto il turismo abbia influito sulla vita di Bali. Lisola si è trasformata in un grande parco di attrazioni, in una specie di circo, dove acrobati, giocolieri e clown fanno di tutto per accattivarsi la simpatia e soprattutto il denaro del pubblico, cioè i turisti. Ovunque ci sia un tempio, fuori ci sono almeno venti banchetti che vendono cianfrusaglie e bibite fresche, ovunque ristoranti con i camerieri fuori espongono i menù ed invitano ad entrare; ovunque ci sia una bottega artigiana, a fianco è dobbligo il passaggio per le show-room, cioè la sala dove sono esposti i prodotti per la vendita. Di primo acchitto sembra non ci sia più niente di vero, di naturale, di quotidiano. Solo una donna anziana con un cesto stracolmo sulla testa, oppure una bambina in divisa con la cartella a tracolla che pedala in bicicletta, mi ricordano che qui ci sono anche dei balinesi che vivono la loro vita quotidiana a prescindere da noi turisti.
Una dopo laltra, visitiamo le botteghe di tre villaggi, famosi ognuno per la lavorazione artigianale: il primo è Batubulan, dove si lavora la pietra, poi Celuk dove si lavorano la filigrana e largento, e infine Mas, dove si lavora il legno. Ogni pezzo è eseguito singolarmente, non ci sono stampi, ma eventualmente modelli da copiare. Uomini, in prevalenza, lavorano a terra su miseri stoini, limando, scolpendo, intarsiando, generando dei veri capolavori che verranno poi venduti nei vari mercatini a prezzi irrisori. Sembra non ci sia possibilità di vedere il villaggio, ma solo le botteghe artigiane.
Tappa successiva è Goa Gajah, la caverna dellelefante. Si tratta di una grotta umidissima così chiamata perché fuori cè una statua di elefante che rappresenta Ganesh, il figlio del dio Shiva. Il tutto risale al XI secolo. Fuori dalla grotta cè una vasca con sei statue di ninfe ma la caverna è stata scoperta solo nel 1923. Poiché siamo in un luogo sacro, allentrata, per qualche rupia affittiamo un sarong da legare alla vita per coprire le gambe nude, come se non facesse già abbastanza caldo. Dalla caverna, chiediamo al ragazzo autista di portarci fino a Yeh-Pulu, un enorme bassorilievo antichissimo che dovrebbe distare un chilometro solamente dalla grotta. E invece, poiché Ketat si è confuso, finiamo prima fra le risaie, poi fino ad una vasca sacra per le abluzioni, infine in un piccolo villaggio. Camminiamo per almeno unora, ma non cè traccia di bassorilievi. Finalmente chiediamo ad una donna che ci indica la direzione. Siamo sudati, assetati e stanchi. Il sole picchia e filtra anche attraverso i vestiti sulla pelle già bruciata dal sole preso ieri in piscina.
Finalmente arriviamo a Yeh-Pulu. Allentrata, dopo aver pagato come al solito un biglietto d'ingresso, ci legano in vita anche un nastro, il selendang che serve per evitare che gli istinti impuri della parte inferiore salgano verso la parte superiore del corpo. Un cartello allentrata ammonisce le donne con mestruazioni a non accedere al luogo sacro. Scendiamo fra le risaie e dopo alcune centinaia di metri raggiungiamo la parete dove si trova il bassorilievo lungo ben 25 metri. Raffigura scene di vita quotidiana e risale al XIV secolo. E la cosa più antica che abbiamo visto sino ad ora. Una vecchia ci benedice con dellacqua sacra e poi ce ne versa un po nelle mani facendoci cenno di lavarci il viso e di bere. Ci rinfreschiamo la faccia sul serio ma fingiamo di bere. Anche questo rito è falso: la donna si affretta al termine a chiederci dei soldi, non accontentandosi neppure della cifra che le diamo. Poi ci mostra contenta la pozza da cui ha preso lacqua sacra. Non so se sarebbe stato meglio vederla prima: sarebbe stato difficile rifiutare la benedizione solo perché impartita con acqua sporca.
Riprendiamo il cammino verso il pulmino, ripercorrendo le stradine del villaggio ma prendendo per lultimo tratto la strada più breve. Anche se faticoso, questo inconveniente (laver cioè sbagliato strada) ci ha permesso di vedere finalmente comè un villaggio balinese. Le strade non sono asfaltate e quindi molto polverose; ai lati corrono due piccoli fossati senzacqua, al di là dei quali ci sono le mura perimetrali delle case, a cui si accede attraverso una semplice apertura. Le case sono tutte basse e si riesce a malapena ad intravederle al di sopra dei muri o tra le piccole aperture. Ogni entrata riporta una scritta: Purih....., che vuol dire, mi dice Ketat, casa pulita.
Incontriamo degli scolaretti in divisa, con cartella e secchiello di plastica in mano (sembra che usino anche questo a scuola!). Ci guardano stupiti (chissà cosa ci facciamo lì, si chiederanno) e ci salutano con un Hallo!. Tutti, uomini e donne, indossano un sarong con una camicia sopra e la cintura alla vita: solo i bambini hanno pantaloncini e maglietta della divisa scolastica. La sete diventa insopportabile e perciò acquistiamo del melone già tagliato e conservato in sacchetti di plastica e mezzo cocomero da tagliare. Finalmente nel pulmino con un po daria condizionata. Il fratello di Ketat ci avrà dato per dispersi. Abbiamo impiegato quasi due ore per una visita che di solito ne richiede solo mezza. In questi posti non ci sono gruppi di viaggi organizzati, ma solo turisti alternativi, come io chiamo quelli che vanno per proprio conto, vestendo un po da straccioni e alloggiando nelle guest-house. Girano tutti in bicicletta (credo che alloggino ad Ubud, una cittadina al centro di Bali) e non li invidio certo per questo con il caldo che fa. Li invidio invece per il senso di libertà e scoperta che avrà il loro viaggio al contrario del nostro dove tutto è programmato e curato.
Sempre con il pulmino, raggiungiamo unaltra località importante: è il tempio Gunung Kawi. E uno dei templi più antichi ed è costituito da 10 candi (cioè templi di origine giavanese). Si ergono allinterno di nicchie scavate nella roccia ed alte 7 metri. Fra i templi scorre un ruscello: è lacqua che sgorga da Tirta Empul, la sorgente che secondo la leggenda fu fatta sgorgare dal dio Indra, trafiggendo una pietra che rappresentava il suo nemico Mayadawa. In realtà lacqua viene dal fiume Pekerisan. Anche qui per entrare dobbiamo indossare il sarong (questa volta però ne abbiamo comprato uno ad una bancarella per poterlo conservare) e la cintura. Non è molto pratico per salire le scale e camminare nei viottoli stretti e fangosi delle risaie, e lontano dagli occhi dei guardiani, ce lo arrotoliamo intorno alla vita. Anche qui, appena un paio di turisti, naturalmente senza accompagnatore. Arriviamo fino alla sorgente e saltando di masso in masso, posiamo per una bella foto. Il cammino verso luscita è faticosissimo: tutto in salita e tutto gradini. Considerando che siamo anche a digiuno da più di 6 ore, è comprensibile che sia debolissima e mi senta la testa vuota.
Ci rifocilliamo con un gelato, prima di risalire in pullman verso il cratere del Monte Batur. Ancora una mezzora di cammino, tutto in salita, sempre fra piccoli villaggi e risaie a terrazza.
Arriviamo finalmente a Kintamani e, incredibile, anche qui dobbiamo pagare un biglietto per accedere allarea panoramica. Siamo sullorlo del cratere del vulcano Batur: che con le sue eruzioni ha distrutto interi villaggi e ucciso migliaia di persone. Al centro del cratere cè il lago Batur su cui si affacciano tre paesini, fra i quali Trunyan dove abita una comunità Bali Aga. Si tratta dei nativi dellisola di Bali che hanno conservato intatte le loro tradizioni.
Per raggiungere il villaggio, bisognerebbe scendere fino al lago e poi prendere una barca, ma ora è troppo tardi per farlo. Si sta bene quassù, il cielo è limpido e si gode di unottima vista. Laria è molto più fresca e quasi sentiamo freddo mentre passeggiamo in attesa che i due autisti mangino qualcosa a un banchetto ambulante.
Sulla via del ritorno, ci fermiamo a Ubud, la cittadina che è la patria della pittura naif balinese. Il viaggio di ritorno è piacevole e nonostante la stanchezza, non mi addormento. Preferisco guardare il paesaggio e i villaggi che attraversiamo per cogliere il lato meno turistico di Bali.
Ceniamo, dopo una bella doccia, in un fast-food (il KFC) nello shopping Centre el Tapia, molto più squallido, ma meno turistico, della Keris Gallery.
E ancora presto e al rientro in hotel ci fermiamo sulla spiaggia a guardare le stelle. Non riusciamo ad identificarne neanche una e inutili risultano le nostre richieste di aiuto ai vari camerieri dellalbergo: nessuno ha mai sentito parlare della Croce del Sud o della Costellazione del Sagittario.
I bambini: il giorno del primo compleanno, cioè 210 giorni dopo la nascita, il bambino può mettere i piedi a terra. Gli vengono rasati i capelli e dato un nome. I bambini godono di grande rispetto perché più una persona è giovane più il suo spirito è puro e la sua anima è vicina alla perfezione.
Per riposarci dal tour di ieri ce ne stiamo tutto il giorno in piscina. Non cè molta gente, e la maggior parte degli ospiti è italiana.
La sera facciamo un giro al mercatino notturno di Nusa Dua e ceniamo in un losmen lì vicino. Mangiamo pesce, ma non è un gran ché. Il conto è basso ma la cena non regge il paragone con quella del ristorante della prima sera.
25 agosto 1996
La limatura dei denti: al passaggio alla pubertà ai ragazzi vengono limati i denti in modo che la loro bocca non assomigli a quella dei demoni e degli animale che hanno i denti aguzzi.
Con i soliti due autisti, facciamo un giro lungo la costa orientale di Bali. La prima tappa è a Gianyar, una cittadina animata, dal glorioso passato, prima dellarrivo degli olandesi. Non ci fermiamo perché non abbiamo tempo sufficiente. Ci limitiamo ad attraversarla con il pulmino per andare verso Kutri, dove visitiamo il tempio Pura Durga, dedicato appunto a Durga, la dea della morte.
Proseguiamo poi per Klungkung, che fu la capitale del più importante regno indogiavanese di Majapahit. Il rajah di Klungkung dette vita ad un importante centro culturale da dove prese origine il Wayong, uno stile decorativo in cui le figure venivano dipinte di profilo. Anche qui non ci fermiamo, ma proseguiamo per Kusamba, un piccolo villaggio di pescatori. Finalmente siamo lontani dalla presenza turistica! In questo villaggio viene prodotto il sale marino ed un vecchio pescatore ci conduce alla sua capanna per illustrarcene il procedimento. Con dei secchi fatti di foglie secche intrecciate si raccoglie la sabbia intrisa di sale e la si filtra. Poi il sale viene messo ad asciugare al sole in vasche fatte di legno, sospese a un metro da terra. In un giorno il sale è pronto: nelle vasche infatti, quando lacqua sarà evaporata non rimarrà che una polvere granulosa bianca. Ne assaggio un pizzico: è, ovviamente, salatissima. Il pescatore ci chiede qualche spicciolo per le foto che abbiamo fatto e poi ci mostra delle pelli essiccate di iguana. Lì vicino, un'iguana con le zampe legate, agonizza in una cesta. La carne viene usata per curare delle malattie, fra cui lasma. E una morte crudele quella delliguana. Ha anche un amo in bocca e non capisco se è la sua carne che fungerà da esca per i pesci o se anche lei ha abboccato ad unesca. Camminiamo sulla spiaggia per tornare al pulmino: la sabbia è nerissima perché di origine lavica, e il bagnasciuga è prevalentemente sassoso, con pietre nere, grigie e bordeaux. Il mare è calmo e lacqua calda. Uomini e donne stanno caricando sacchi e ceste con mercanzia da vendere alla vicina isola di Nusa Penida. Le barche sono quelle tipiche di Bali, con due bilancieri ai lati e verniciate con colori sgargianti.
Passando per Candidasa, la località più famosa del turismo balneare nella zona est dellisola, raggiungiamo Amlapura e Tirtagangga, dove sorge il palazzo fatto costruire dal rajah Anak Agung Angulurah. Ci sono delle piscine, dove i bambini sguazzano allegramente; poi fontane con giochi dacqua e giardini. Alcuni turisti stranieri, appostati sotto lombra degli alberi, dipingono con acquerelli. La vista da quassù è immensa: ovunque risaie e canali, più giù le montagne, la vegetazione rigogliosa. La quiete non è interrotta da orde di turisti, perché oltre a noi e i pittori, ci sono coppie di viaggiatori che in silenzio leggono le loro guide tascabili e ammirano.
Facciamo una breve sosta appena fuori dei giardini per permettere ai due autisti di consumare il pranzo in un chioschetto molto pulito. Una donna trita qualcosa sfregando una pietra ovale contro unaltra pietra a forma di piatto, poi aggiunge delle verdure crude, del formaggio (almeno così sembra dallaspetto) che tira fuori da involucri di foglie intrecciate. Torniamo sul pulmino e sulla strada del ritorno ci fermiamo ad un villaggio della comunità Bali Aga, Tanganan. Qui abitano i primi abitanti dellisola di Bali, che hanno conservato le loro tradizioni e i culti animisti, senza gli influssi della religione indiana portata dai Majapahit di Giava. E possibile visitare il villaggio: allentrata numerosi banchetti espongono prodotti di artigianato. Molto particolari sono delle strisce di legno legate luna allaltra dove sono raffigurate le scene della vita di Ramayana: si incide prima il legno, poi vi si strofina sopra della pietra lavica nera e poi si pulisce con un panno. La polvere della pietra si infila così nelle zone incise e sembra che il legno sia stato dipinto con la china. Le tavolette vengono poi chiuse a mo di ventaglio in una fodera di legno che le protegge. Si possono poi appendere aperte come i nostri calendari. In unaltra bottega, una donna tesse i tipici tessuti della comunità, usando dei fili già colorati e aiutandosi con un osso per sistemare la trama.
Il villaggio è costituito da tre strade principali circondate da file di case: in quella centrale ci sono gli edifici pubblici, fra cui una specie di teatro, dove probabilmente hanno luogo le cerimonie di culto e le danze. Ai lati, numerosi cesti posati a terra imprigionano i galli da combattimento che non smettono di cantare il loro chicchirichì, richiamandosi lun altro. Gli uomini anziani indossano un sarong dai disegni vistosi legato alla vita e sono a petto nudo. Non è possibile passeggiare fra le case perché il passaggio è ostruito da cancelli in legno. Polli e buoi pascolano fra di noi, dei bambini giocano con le biglie e ci guardano curiosi.
Riprendiamo il pulmino verso lultima tappa del nostro tour, sempre lungo la strada del ritorno. E la caverna dei pipistrelli, Goa Lawah. Facile intuire il perché di questo nome: la grotta ha le pareti ricoperte di piccoli pipistrelli appesi a testa in giù. Si dice che sia così profonda da arrivare fino al vulcano Agung (centinaia di chilometri!) Il rumore prodotto da questi animali ha fatto nascere la leggenda che il luogo sia abitato dal serpente Naga Basuki.
Arrivano uomini e donne in abiti da cerimonia, con i piccoli cestini delle offerte che posano davanti allentrata della grotta: accendono i ceri di incenso, e pregano con le mani giunte davanti al volto, mettendosi dei fiori rossi dietro le orecchie. Saliamo sul pulmino e lungo la strada ci fermiamo per fare una foto a un enorme elefante sdraiato su una roccia, scolpito su pietra grigia. E buffissimo e originalissimo. Stanchi per il caldo e lafa, ci addormentiamo sui sedili scomodi del pulmino: il mio raffreddore mi tormenta e mi sento uno straccio: tra il naso chiuso e il caldo non riesco a respirare.
26 agosto 1996
Gli strumenti musicali: Gamelan, Bolang, Sientem, Gender, Gambag, Rebab.
Ci svegliamo presto per andare a fare un po di snorkeling alla barriera corallina, ad appena un paio di chilometri dalla riva. Noleggiamo una barca per 10 dollari a testa: ci vengono forniti anche il boccaglio, la maschera, le pinne e, a richiesta, il salvagente. I fondali sono bellissimi, molto ricchi, ed i coralli di tutti i colori: rossi, bianchi, marroni, azzurri, viola e verdi. Pesciolini neri, grigi e striati di vari colori ci nuotano intorno. In alcuni punti la barriera è appena un metro sotto il livello del mare. Cè un pesce che assomiglia ad unalga: è lungo e stretto, piatto e di colore verde e sembra galleggiare, invece di nuotare. Vediamo anche un paio di serpenti di mare: sono lunghi mezzo metro circa, di colore nero con macchie bianche e nuotano rasenti le rocce, infilandosi nelle cavità. Lo spettacolo è affascinante e mi ricorda molto i fondali della barriera corallina del Messico, anche se qui la varietà dei coralli è maggiore. La corrente è abbastanza forte ed anche i pesci vengono trascinati.
La sera, finalmente la tanto pregustata cena al Jansoon, tutta a base di pesce, anche per me: mangio un granchio, dei gamberi, una bistecca di tonno, dei calamari, il tutto accompagnato da verdure e patatine fritte. Ciò che valorizza di più il sapore di questo pesce alla griglia è il condimento, a base di aglio ma dal gusto leggero.
27 agosto 1996
Le danze: Legong, Baris, Kebyar, Janger, Topeng, Jauk, Pendet, Sanghyang, Barong, Kecak, Penyaembrana.
Ultimo tour di Bali.
Questa volta, sempre con uno dei due autisti (il maggiore, poiché laltro sta facendo training in un albergo per circa 3 mesi, probabilmente senza essere pagato), andiamo a vedere uno dei più bei templi di Bali: Besakih, chiamato dai locali il tempio della Madre, che sorge proprio sotto il vulcano Agung.
La prima tappa è a Klungkung, dove visitiamo il palazzo di giustizia di Kertha Gosa e il padiglione galleggiante di Bale Kambang. Si tratta di due edifici aperti circondati da un laghetto dove galleggiano i classici fiori di loto. Nel Kertha Gosa in passato tre sacerdoti emettevano il loro giudizio insindacabile sulle dispute non risolte allinterno dei membri della famiglia o del villaggio.
Mentre noi quattro visitiamo il padiglione, Puti (lautista) va a farsi fare un massaggio con il balsamo di tigre ad una mano dolorante in seguito ad una caduta.
In attesa del suo ritorno, girovaghiamo intorno al parcheggio, dove si affacciano alcuni negozietti che vendono un po di tutto. Passa un uomo con 4/5 galli legati per le zampe a testa in giù. Un altro uomo seduto stacca una piuma dal gallo (ancora vivo) e con molta naturalezza la fa roteare allinterno di un orecchio e poi nellaltro: insomma, ecco il "cotton fioc" del 2000!
Riprendiamo il pulmino verso Besakih. La strada è tutta in salita: ci fermiamo in uno spiazzale. E un bellissimo punto panoramico. Sotto di noi, risaie a terrazza, palme e lontano il mare. Dalla parte opposta invece, le risaie a terrazza si inerpicano lungo le pareti delle montagne. Arriviamo finalmente al tempio. Lasciamo il pulmino al parcheggio e camminiamo per almeno un chilometro lungo una strada in salita, fiancheggiata da bancarelle le cui venditrici ci assillano con continue offerte di bevande, sarong, magliette e altri oggetti. Abbiamo indosso il nostro sarong e il nastro alla vita preso a noleggio: per fortuna non fa caldissimo, il cielo infatti è nuvoloso e siamo perciò al riparo dai cocenti raggi solari. Il tempio è bellissimo, ma non è come ci si può comunemente immaginare un luogo di culto occidentale. E infatti, come del resto tutti i templi balinesi, costituito da più costruzioni, una centrale più grande, ed altre più piccole intorno. Il tutto risale a prima del XI secolo e originariamente era un luogo per la venerazione dello spirito della montagna da parte dei nativi balinesi. Divenne poi un luogo di culto buddista e poi tempio induista. E qui che si svolgono le cerimonie più importanti, alle quali i turisti non possono assistere. Del resto anche alcune zone del tempio sono interdette ai semplici turisti, ma riservate solo a coloro che vogliono pregare. In tutto, il complesso è formato da 30 templi disposti su 7 terrazze. Ovunque ci sono statue degli spiriti maligni, scale, altarini, cestini con le offerte, scale e maru, cioè i santuari a tetti multipli, sempre dispari: il numero dei tetti è relativo alla divinità alla quale il santuario è dedicato. Tuttintorno alla zona sorgono poi i templi di famiglia dei balinesi. Tutti gli abitanti dellisola infatti, hanno il proprio tempio a Besakih e Putu ci mostra fiero anche il suo. Inizialmente questo posto doveva infondere veramente un senso di pace e di comunione con Dio: ora invece sia la presenza dei turisti che quella dei venditori hanno trasformato il luogo in un mercato. Allentrata, ogni turista viene anche indirizzato da una guardia verso un casotto dove deve firmare su un registro e lasciare se vuole unofferta, scrivendone limporto. La colonna relativa alle donazioni riporta cifre a parecchi zeri, ma come abbiamo appreso dalla guida tascabile, sono cifre scritte dagli stessi custodi per indurre il visitatore a fare una cospicua offerta in denaro.
Scopriamo di non essere solo noi turisti a mercanteggiare per ogni acquisto. Putu compra qualche chilo di uno strano frutto marrone (dal sapore stoppaccioso e agre) contrattando sul prezzo con il venditore piuttosto accanitamente. Sulla strada del ritorno ci fermiamo a Samur, una delle spiagge più rinomate dellisola. Ma non so se si tratti di una bugia, oppure se Putu ci ha portato nel luogo meno indicato, la spiaggia non è un granché: la sabbia è bagnata dalla precedente marea, che ha depositato anche grossi ciuffi di alghe ovunque e il mare, almeno da dove lo vediamo noi, non è cristallino. Finora non siamo riusciti a vedere una bella spiaggia con la sabbia fine e trasparente e lacqua cristallina come ci si immagina debba essere su unisola tropicale. La sabbia invece è spesso scura, perché di origine vulcanica, piena di alghe, pezzi di corallo e conchiglie e piccoli granchi la attraversano in lungo e largo. Il mare, sempre piuttosto agitato, è sicuramente pulito, ma mai molto trasparente: in superficie poi galleggiano spesso ciuffi di alghe.
Ci fermiamo a un fast-food e offriamo il pranzo anche a Putu, che accetta con molto imbarazzo. Scambiamo quattro chiacchiere e scopriamo che Putu è il quinto di undici fratelli, mentre Ketat è l'ultimo. E sposato, ha due bambine e sua moglie lavora in un hotel, guadagnando più di lui. I periodi in cui lavora di più sono luglio e agosto e durante questi due mesi cerca di guadagnare quanto più possibile per mettere poi da parte il denaro per i mesi di bassa stagione. Fa lautista da 3 anni, mentre prima lavorava in un albergo: adesso ha sicuramente più tempo libero, ma allo stesso tempo si rende conto di non costituire una fonte economica sicura per la sua famiglia. I balinesi hanno in media 15 giorni di vacanza di cui possono godere solo dopo un intero anno di lavoro; lavorano in media 6 giorni su 7 e dubito che la giornata lavorativa sia inferiore alle 9/10 ore. Putu dice che noi siamo fortunati a poter viaggiare, ma allo stesso tempo si stupisce molto quando apprende che questo viaggio è costato a testa circa due stipendi. Lui, le sue ferie, le trascorre o nel nord di Bali, dove abita la sua famiglia, oppure a Giava, dove vive la famiglia di sua moglie. Ma non sempre ci tiene a precisare. Evidentemente il viaggio per lintera famiglia deve essere oneroso e la spesa non può essere affrontata ogni anno. Putu ci riaccompagna in hotel ed oltre alla tariffa di 100.000 rupie pattuita per il tour, gli lasciamo 20.000 rupie di mancia ed un sacchetto con qualche giochino per le bambine. Accetta tutto molto imbarazzato e con le lacrime agli occhi. Mi avete pagato il pranzo ed ora mi date anche la mancia. E' molto dignitoso nella sua povertà.
Oriente - magico Oriente... tradizioni e contraddizioni, costumi e postumi, chissà com'eri quand'eri veramente l'estremo Oriente!
Peccato non averti conosciuto prima, almeno un secolo prima, per scoprirti ancora nella tua essenza più pura. Io sono arrivata tardi ma tu stai correndo troppo avanti. Un'unica cosa quest'Occidente sfrenato e supersviluppato non è riuscito a strapparti: la tua tranquillità, la tua serenità, la lentezza con cui scorrono le tue acque e le tue giornate, con cui la tua gente si muove, sia sotto un grattacielo che dentro una capanna di fango. E questa è una cosa che l'Occidente ti invidierà per sempre.
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