Mercoledì 4 agosto 2004
Roma San Francisco
Appena prendiamo posto a bordo dellaereo, il pensiero va alle quindici ore di volo che ci aspettano, soprattutto perché non so come reagirà Alice, che affronta per la prima volta un volo così lungo, ma anche perché temo che, come al solito, avrò qualche problema di jet lag. E pensare che una volta lo stato danimo che caratterizzava la partenza era legato solo allentusiasmo del viaggio
Devo dire anche che il personale di bordo americano non fa assolutamente nulla per rendere più piacevole il viaggio. Come gli immigrati che nei primi anni del Novecento, dopo giorni di traversata atlantica, venivano sottoposti a controlli medici, ispezioni bagagli e lunghi interrogatori, il tutto spesso con metodi umilianti, anche noi, viaggiatori di piacere del nuovo millennio, non possiamo sottrarci ai metodi di controllo dellimmigrazione stabiliti dal governo USA.
Dopo una lunga coda per accedere al pre-chek-in, siamo pronti per dichiarare di aver preparato personalmente il bagaglio, di non trasportare nulla per conto di terzi e che il bagaglio è stato sempre con noi fino al momento dellarrivo in aeroporto. Sono parecchi i viaggiatori che, come me, trattengono a stento le risate di fronte alle domande serie e perentorie dellimpiegato di turno. In realtà, nella mia dichiarazione ci sono diverse bugie. Mentre io preparavo i bagagli, Alice puntualmente svuotava le valigie per gioco, e la sera prima della partenza, mia madre, nostra ospite in quei giorni, si aggirava intorno alle valigie lasciate incustodite sulla porta di ingresso, con una certa ansia e chissà che il cuore di mamma e nonna non le abbia fatto infilare qualcosa dentro a nostra insaputa secondo lantica saggezza del non si sa mai, potrebbe servire?
Il check-in vero e proprio è altrettanto lungo e laborioso, idem per il controllo passaporti, con il risultato che, nonostante siamo arrivati allaeroporto prima delle 8, riusciamo a prendere laereo delle 11 al volo, senza neanche il tempo della colazione.
La prima parte del viaggio la trascorriamo vegliando Alice, che si concede appena unora di sonno su undici ore di volo. Di nuovo, compilando i moduli del visto, ci troviamo a rispondere a domande assurde che, per chi non lo sapesse, non sono frutto della fobia attentati post 11 settembre, ma intrinseche del modello di controllo immigrazione americano. Quindi dichiariamo sotto nostra responsabilità che non solo noi, classe anni 60, ma neanche Alice, nata nel 2002, non ha preso parte alle persecuzioni razziali durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra laltro, lunico crimine di cui potremmo incolpare la nostra piccola apertamente è quello di non lasciar dormire i suoi genitori.
Ma il bello deve ancora venire. Come dannati in un girone dantesco, trascorriamo quasi unora in fila al controllo passaporti in transito a Cincinnati, sotto lo sguardo severo di un ragazzotto corpulento con capelli alla marine, che fulmina prima con lo sguardo e poi con le parole chiunque tenti di abbandonare la fila per rivolgergli una domanda. Siamo, infatti, tutti in ansia perché stiamo per perdere la nostra coincidenza. La mia esasperazione sale di minuto in minuto, da quando faccio da interprete ad una signora italiana che non riesce a spiegare alladdetto che lindirizzo indicato sul modulo è quello del figlio che vive in America, del quale sarà ospite per due mesi, fino a quando mi vedo sequestrare la carne omogeneizzata e liofilizzata di Alice, perché di vitello. Allufficiale, che ci tiene a ribadire in tono solenne che lui sta facendo rispettare le leggi degli Stati Uniti, non importa nulla del fatto che Alice non avrà la sua cena quando arriveremo in albergo stanotte e che soprattutto potrò avere difficoltà a reperire subito della carne adatta a lei, che è allergica a diversi alimenti. Il motivo del sequestro è il pericolo della mucca pazza, come se io mi mettessi a distribuire fra i bambini americani tre/quattro vasetti di manzo omogeneizzato! La legge è legge senza dubbio, e va rispettata, ma questi sembrano già pazzi senza bisogno della mucca!
Quindi, allennesimo controllo del bagaglio, con un pizzico di rivalsa, spero vivamente che le mie scarpe, dopo quasi 24 ore di viaggio, puzzino in maniera pestilenziale quando sono costretta a togliermele per farle scorrere sul nastro sotto il metal detector ed entrare ufficialmente in America scalza!
La seconda tratta in aereo mi riconcilia per fortuna con questo paese: Alice dorme di fila le quattro ore e mezzo di durata del volo, complice la gentilezza di unhostess che ci ha messo a disposizione una fila di tre sedili vuota, mentre io, fra un sonnellino e laltro, mi godo una splendida vista dagli oblò. Sotto di noi, un incredibile strato di nuvole spumeggianti, diverse da quelle che mi era capitato di vedere in occasione di altri voli: soffici montagne bianche che sembrano schiuma da barba o, meglio ancora, panna montata in cui avrei la tentazione di affondare le dita per saggiarne la consistenza e magari portarmele poi in bocca per sentirne il gusto.
Il servizio della Delta nel frattempo si è fatto ancora più spartano: oltre alle bevande alcoliche, ora anche i pasti e le cuffie sono a pagamento.
Laeroporto di San Francisco è grandissimo e lunga è la fila per prendere lauto a noleggio, ma per fortuna le indicazioni per arrivare in albergo trovate su Internet sono chiare e precise e riusciamo a raggiungerlo in meno tempo del previsto, nonostante sia ormai buio e noi siamo svegli da più di 24 ore.
Leuforia del viaggio comincia finalmente a farsi sentire e prevale sulla stanchezza e sul sonno: stiamo guidando una mitica Buick sulle altrettanto mitiche strade in salita e discesa di San Francisco, dove verrebbe voglia di affondare il piede e far scintille facendo strusciare la marmitta sullasfalto, come si vede nei telefilm anni 70!
Lalbergo è molto carino, il personale cordiale e gentile e per essere un due stelle è ben fornito, ammobiliato e pulito. La nostra stanza ha un bel salottino, un enorme letto matrimoniale queen size, due televisori mega schermo e un bagno fornito di tutto (phon e asse da stiro compresi!). La parte alta delle pareti è affrescata con varie vedute della baia di San Francisco, le cui pennellate di cielo violaceo arrivano fino al soffitto, mentre le pareti del bagno sono allietate da giganteschi pesci colorati alla cui vista Alice subito si entusiasma.
Allapertura del bagaglio, lennesima sorpresa: lonnipresente controllo statunitense ci avvisa con un foglio stampato che la nostra valigia rigida è stata ispezionata, scelta a caso fra le altre. Lintelligence americana ha dato sfoggio di sé nellaprire la serratura a chiave e a combinazione.
Giovedì 5 agosto 2004
San Francisco
Il jet lag mi fa aprire gli occhi alle 4.30 ora locale (le 20 italiane) e Alice si unisce a me poco dopo, più vispa che mai, chiedendo alternativamente il biberon per il latte e la pappa, e finendo, nella confusione del fuso orario, per mangiare entrambi. Alle cinque siamo tutti e tre svegli a giocare nel lettone, con la speranza ormai persa di far riaddormentare la nostra piccola peste e preparandoci ad affrontare la lunga giornata.
Decidiamo di sfruttare la situazione e quindi di buonora lasciamo lalbergo diretti al Fishermans Wharf, con lobiettivo di trovare un biglietto per Alcatraz.
Sapevo che San Francisco è famosa per le sue salite e discese ma non credevo fino a questo punto: le salite sono così ripide che lungo i marciapiedi sono anche inseriti dei gradini per facilitare lascesa ai pedoni e le discese così in pendenza che siamo costretti a tenere in due il passeggino per paura che ci sfugga di mano. Nonostante siano le 7 e mezzo, la città è ancora addormentata, in strada circolano solo poche auto e gli unici pedoni che incrociamo sono i padroni che portano a spasso i loro cani per il bisognino mattutino. Così, in un continuo saliscendi, che almeno ha il vantaggio di scaldarci dal freddo, attraversiamo la città avvolta da una fitta nebbia e raggiungiamo la baia. Quando ci mettiamo in fila al Pier 39, il botteghino ha già aperto i battenti e lattesa è veloce, ma purtroppo quando arriva il nostro turno, limpiegata dietro lo sportello mi dice che i biglietti giornalieri sono ormai esauriti. Un ragazzo della biglietteria mi dice che ogni giorno vengono messi in vendita circa 200 biglietti ma che ci conviene metterci in fila almeno alle 7. Non riesco a credere che Alcatraz susciti tanto interesse, ma del resto cera da immaginarselo, visto che sul sito dellIsola (che ora è un parco nazionale) i biglietti risultavano sold out fino al 10 agosto già una decina di giorni prima della nostra partenza.
Ce ne torniamo sconsolati nel Downtown, ma subito il nostro morale si solleva attraversando i quartieri più caratteristici della città. Larchitettura è veramente sorprendente: piccoli villini in legno si alternano ad anonimi condomini in cemento con limmancabile scala antincendio esterna, altissimi grattacieli svettano deformando lo skyline della città a fianco di chiese e santuari dallo stile neogotico. Visitiamo la St. Peter and Pauls Church e poi ci inerpichiamo su per la Telegraph Hill per raggiungere la Coit Tower: la salita è talmente ripida che siamo costretti a far scendere Alice dal passeggino e portarla sulle spalle. La torre è piuttosto originale per la sua forma circolare, con finestre che ricordano quelle del Groviera a Roma. La vista da qui è magnifica e si estende su tutta la città e la baia di San Francisco, fino al Golden Gate parzialmente coperto dalla nebbia. Ridiscendiamo fino al Santuario di San Francesco, le cui foto antiche testimoniano il suo primato di prima chiesa cristiana (dopo le missioni) costruita in America. Di fronte alla chiesa, in un piccolo parco, cinesi di tutte le età eseguono la loro ginnastica mattutina.
Le bandiere tricolore dipinte su ogni palo della luce ci annunciano che siamo entrati nel quartiere italiano, che attraversiamo percorrendo la Columbus Street (Corso Cristoforo Colombo). IL North Beach è la residenza adottiva di Jack Kerouac ed è qui che negli anni 50 è nato il movimento della beat generation. Alberto si gusta un espresso al Caffè Trieste, pieno di foto di personaggi famosi e della famiglia dei proprietari, con una stanza dedicata alla torrefazione con tanto di macchinario antico e ormai in disuso, e uno splendido jukebox depoca. Peccato che la musica diffusa dallaltoparlante del locale, come in ogni locale italiano allestero, proponga musica degli anni 30, 40 e 50, come se il tempo si fosse fermato e lItalia di Tiziano Ferro, Ligabue o semplicemente Baglioni e Celentano, non esistesse.
Le bandiere tricolore lasciano presto il posto alle lanterne rosse e alle insegne con gli ideogrammi del quartiere cinese, caotico come tutte le chinatown del mondo. Lungo le strade tante persone affaccendate, negozi e bazar che vendono chincaglierie a cui il nostro viaggio in Cina e nelle varie Chinatown del mondo ci hanno ormai abituato. Facciamo un salto alla Fabbrica dei Fortune Cookie, dove mani veloci ed esperte fabbricano dei dolcetti semplicissimi che racchiudono biglietti con frasi portafortuna. In realtà, credo che la fortuna sia tutta dei proprietari che con questa piccola invenzione hanno trovato il modo di sbarcare il lunario ormai da diversi decenni. Per un dollaro e mezzo ne acquistiamo un sacchetto e scattiamo qualche foto.
Visitiamo infine il Chow Temple, un tempio cinese dallinebriante odore di incenso, in un appartamento al quarto piano di uno stabile, con statue, bruciatori dincenso e lanterne. Ne approfittiamo per goderci la vista del quartiere dal balcone, che da quassù appare ancora più caotico e variopinto, con i suoi tetti a pagoda, i balconi colorati e decorati con draghi, i panni stesi alle finestre (i cinesi non si sono convertiti ancora alle asciugatrici).
Arriviamo puntuali agli Yerba Buena Gardens per assistere ad un concerto pop di cui avevo avuto notizia guardando il calendario proposto dal sito internet del parco.
Finalmente è uscito il sole e i giardini dellEsplanade si riempiono a poco a poco di impiegati in pausa pranzo, di famiglie con bambini e di giovani, tutti seduti sullerba con il loro pranzo al sacco, a godere del sole e ad ascoltare musica. Gli Yerba Buena Gardens sono uno spicchio di verde molto ben concepito. LEsplanade è circondata da una fontana a cascata, un centro commerciale, una passeggiata, il tutto immerso negli alti e moderni grattacieli fra cui stona solo una chiesa di mattoni rossi in stile neogotico.
Alice corre dalla fontana ai piccioni, balla al ritmo della musica, prende confidenza con gli altri bambini, si rotola sul prato felice. Torniamo in albergo alla fine del concerto con lintenzione di schiacciare un pisolino, ma il jet lag ci gioca un brutto scherzo, perché, senza volerlo, dormiamo più di tre ore di fila e ci svegliamo ormai a pomeriggio inoltrato.
Torniamo al più presto in strada: la città si anima a mano a mano che ci dirigiamo verso la bella Union Square. Purtroppo non riusciamo a trovare un supermarket che abbia del cibo per Alice tipo omogeneizzati e quindi ci rassegniamo a prepararle la solita pastina con il fornelletto in stanza.
Noi invece ceniamo in un locale proprio di fronte allalbergo, che vanta hamburger secondo la ricetta originale e una buona cucina cino-americana.
Le strade sono ormai piene di barboni, ubriachi, senza fissa dimora e sbandati; sarà per il fatto che non abito più a Roma da due anni ormai, ma il numero di questi disadattati mi sembra impressionante!
Venerdì 6 agosto 2004
San Francisco
Lorologio biologico ci fa di nuovo svegliare prestissimo e visto che alle 6 siamo già pronti con il bagaglio chiuso per lasciare la stanza, decidiamo di tentare di nuovo con i biglietti di Alcatraz. Questa volta però, per raggiungere il Pier 39, ci affidiamo al mitico Cable Car, il tram a cremagliera che si inerpica per le salite di San Francisco. Alice è entusiasta quanto noi delloriginale mezzo di trasporto.
La zona dei moli sembra molto più animata questa mattina: oltre ai cuochi che preparano il pesce negli stand attrezzati di fronte ai ristoranti (con un puzzo di pesce per me nauseabondo a questora del mattino), si aggirano per le strade molti turisti. Sono appena le 7.10 quando arriviamo al Pier 39, ma la fila è lunga il doppio rispetto a ieri. Nonostante il vento freddo, rimaniamo pazienti tutti in coda per quasi unora fino allapertura della biglietteria e la nostra tenacia viene premiata, perché riusciamo ad acquistare 2 biglietti per il traghetto che parte alle 12.45.
Decidiamo di trascorrere le quattro ore che ci separano dalla visita di Alcatraz affittando le biciclette per arrivare al Golden Gate.
Sistemata Alice nel carrozzino agganciato alla bici, partiamo per la nostra pedalata di più di 10 miglia. Il vento contrario, il peso del carrozzino (agganciato alla mia bici, dopo che Alberto ha dato forfait alla prima salita) e lo scarso allenamento rendono limpresa piuttosto faticosa, anche se entusiasmante. Mentre Alice dorme il sonno dei giusti nel tepore confortevole del carrozzino, noi percorriamo la pista ciclabile lungo la baia fino ad arrivare al Golden Gate, immerso in una fitta coltre nebbiosa. Sono molti i ciclisti e i joggers che si allenano lungo il percorso pedonale (gratuito, al contrario di quello per le auto), anche se la scelta di fare sport su un ponte così trafficato è piuttosto opinabile, considerando il tasso di inquinamento nellaria.
Mentre pedaliamo, improvvisamente la baia sparisce avvolta dalla nebbia, e la visibilità si riduce a pochi metri, tanto che non riusciamo a vedere mai il ponte in tutta la sua lunghezza, né quando ci siamo sopra né quando ci siamo sotto, dalla costa. Finalmente il cielo si apre quando arriviamo sulla riva opposta, regalandoci il tepore del sole e unincantevole vista di questo tratto di costa e di parte della baia.
Con le gambe sempre più dolenti, torniamo verso il Pier 39. Tutta la zona del molo è ora affollatissima, tanto che si cammina a fatica. Alice si è svegliata nel frattempo e si gode la città dal suo carrozzino, indicando ogni cosa al suo passaggio. Acquistiamo della frutta biologica presso il banco di una piccola fiera locale, molto chic e dai prezzi esosi, e restituiamo, stanchi ma soddisfatti e contenti, le biciclette.
Dopo aver mangiato un hamburger sotto il caldo sole Californiano, ci mettiamo in fila al molo da dove ogni mezzora partono le navi traghetto per lisola di Alcatraz. Inutile dire che gli americani ne hanno saputo trarre un bel business e non riesco a capacitarmi dellentusiasmo e della curiosità che una prigione del genere possa suscitare. Forse si tratta del mito legato ai suoi illustri ospiti, aumentato dal celebre film Fuga da Alcatraz.
In meno di un quarto dora raggiungiamo lisola e iniziamo la visita con lausilio dellaudio-guida, tanto consigliata quanto inutile; serve, infatti, a far concentrare tutti i visitatori in un unico punto e in momenti ben scanditi, rendendo la visita più scomoda; i pannelli esplicativi, infatti, sono più che sufficienti per scoprire i segreti della prigione. Mettendomi nei panni dei criminali qui detenuti, capisco perfettamente la loro voglia di evadere. Le celle sono talmente piccole da non consentire neanche tre passi di fila e i carcerati vi trascorrevano dalle 16 alle 23 ore reclusi. Non hanno ovviamente finestre e lunica vista è quella delle sbarre delle altre celle. Il corridoio chiamato Broadway è quello in cui i nuovi detenuti venivano fatti sfilare davanti agli altri prigionieri, prassi umiliante per i neo arrivati che dovevano sottostare agli scherni dei veterani. Ogni cella aveva una brandina, un minuscolo lavandino, un water, un tavolino e uno sgabello ribaltabili agganciati alle pareti e un paio di mensole. La visita include anche il parlatorio (i detenuti e i loro famigliari si parlavano attraverso un vetro una sola volta al mese e non potevano far riferimento, durante i colloqui, né alla vita allinterno del carcere né a quella fuori di che diamine parlavano, è un mistero! -), il refettorio, le cucine e le celle di alcuni detenuti famosi, come quella di Al Capone, nonché il cortile in cui i carcerati godevano della loro ora daria, prendendo il sole o giocando a baseball. Il penitenziario è pieno affollatissimo, forse più di quanto lo sia stato durante i suoi 27 anni di servizio.
Tornati al molo, sempre più gremito di turisti, non riusciamo a credere ai nostri occhi quando vediamo lincredibile, lunghissima fila che si snoda dalla stazione di partenza del cable car e quindi optiamo di tornare con il tram fino a Market Street contando poi di proseguire a piedi fino allalbergo. Abbiamo deciso di rimanere ancora una notte a San Francisco, prendendo una stanza in un altro hotel a pochi metri dal nostro che è al completo.
Alice, che si è addormentata in tram fra le mie braccia, continua indisturbata il suo sonno sul passeggino e in albergo, per altre due ore, concedendoci il tempo per una doccia e un po di riposo. Al suo risveglio, facciamo un po di bucato alla laundromat sotto lhotel e andiamo a fare scorta di cibarie in un vicino supermercato. Approfittando della presenza del forno microonde nella stanza, acquistiamo un paio di pasti pronti, scegliendo fra le tante confezioni che riempiono i frigoriferi a sportello di due intere corsie del supermercato e così ceniamo in albergo con una lasagna precotta e tacchino con purè e verdure, molto appetitosi entrambi, nonostante i miei pregiudizi sul cibo confezionato.
La stanza, molto piccola, ha però una grande finestra a bovindo che dà sulla strada e che ci rende partecipi di tutti i rumori della città. Al contrario della camera dellaltro albergo, che dava su uno cortile squallido ma tranquillo, la camera attuale è molto rumorosa: rumore di traffico, grida, sirene e altri suoni si susseguono per tutta la notte, anche se il nostro sonno profondo ha la meglio su tutto, per nostra fortuna.
Sabato 7 agosto 2004
San Francisco Yosemite National Park
Ancora una volta ci siamo svegliati prestissimo e quindi alle 7 siamo già pronti per partire verso Yosemite. Il viaggio si rivela più lungo del previsto; un paio di volte abbiamo sbagliato strada, poi abbiamo trovato un incidente ed infine diverse code, sia appena usciti da San Francisco sia in prossimità del parco. Daltronde cera da aspettarselo, è iniziato il weekend e gli americani fuggono dalla città. La temperatura si fa sempre più alta a mano a mano che lasciamo la città anche noi; attraversiamo lande sconfinate bruciate dal sole incontrando pochissime case. Abbandonando la Highway per una sosta e ci ritroviamo nella squallida America dei piccoli paesini fuori delle grandi metropoli: niente più città affascinanti, ma solo case in legno, baracche, case mobili su ruote, qualche supermarket. Anche la gente è quella classica di periferia povera dellAmerica che tanti film doltreoceano ben illustrano: uomini, ma soprattutto donne, obesi e vestiti in maniera sciatta. Approfittiamo della sosta per visitare una yard sale dove ci sono un sacco di articoli per neonato e bambino: con un dollaro ci portiamo via uno sgabello, un giochino musicale per Alice, un dosamedicine per neonati e un sacchetto per raccogliere la spazzatura da appendere al sedile dellauto. Le yard o garage sale esercitano sempre un certo fascino su di me: brandelli di vita vissuta messi in vendita quasi senza pudore. Peccato in Italia non ci sia niente del genere e mi stupisce anche che in un paese così consumistico come lAmerica ci sia ancora qualcuno che acquisti oggetti usati.
Risaliti in auto, dal finestrino vedo i terreni aridi lasciare il posto a coltivazioni di frutta: pesche, mele, fragole sono vendute direttamente dagli agricoltori con stand allestiti sulla strada.
Arriviamo allo Yosemite che è quasi ora di pranzo e lunica sistemazione che riusciamo a trovare, che non sia una tenda da campeggio, è una cabin (una sorta di bungalow) senza bagno, 6 miglia fuori dellentrata del parco, allinterno di un grande campeggio affollato di tende, roulotte e camper. La cabin è molto carina, tutta in legno grezzo, in stile rustico, peccato i bagni lascino un po a desiderare in quanto a pulizia.
Lasciato il bagaglio, cerchiamo di districarci nei caotici percorsi del parco: una lunga strada quasi tutta a senso unico e la presenza di tantissimi turisti rende la visita più complicata del previsto, in più il caldo è soffocante. La prima tappa è ovviamente dobbligo: la Yosemite Valley, con i suoi campeggi, lodge, market e lo shuttle bus gratuito che gira per tutta larea scaricando e caricando orde di turisti. Visitiamo le Yosemite Falls, le cascate a tre salti più alte dAmerica, di cui però non possiamo apprezzarne limponenza perché la portata dellacqua è ridotta ad un misero rivolo.
Il fascino del parco purtroppo è in parte rovinato del suo affollamento, riusciamo a godere della sua bellezza solo quando percorriamo la strada che dallaccesso alla Yosemite Valley attraversa un paesaggio mozzafiato, che riassume in pochi chilometri laspetto caratteristico di questo parco: altissimi abeti che si stagliano verso il cielo e sul fondo le montagne erose durante lera glaciale, veri e propri picchi rocciosi dalle forme spesso arrotondate.
Dopo aver acquistato ghiaccio e viveri, ceniamo in uno dei locali della Valley con una buona pizza e ce ne torniamo alla nostra cabin quando è ormai buio. Alice si è addormentata in auto e non si sveglia neanche quando le cambio il pannolino prima di metterla a letto. E sporca di terra quasi ovunque, ma non me la sento di svegliarla per lavarla: questa notte dormirà come la maggior parte dei bambini americani che si aggirano per il campeggio, tutti con la loro buona dose di sporcizia su corpo e vestiti che farebbe drizzare i capelli a molte mamme italiane, me compresa. Il silenzio, finalmente, avvolge lo Yosemite, si sente solo il frinire delle cicale. Alzo gli occhi al cielo e rivedo con piacere la vita Lattea in tutto il suo luccichio, ormai quasi invisibile in molte parti dItalia. Sprofondiamo in un sonno profondo, ma il mio senso materno mi fa svegliare in piena notte per controllare che Alice non cada dal letto ed in effetti intervengo giusto in tempo, prima che questo accada, sistemandola meglio fra i due cuscini, lei così piccola nel suo letto da adulti.
Domenica 8 agosto 2004
Yosemite National Park
Cambio di programma: dopo aver studiato cartine e percorsi, scegliamo di non dormire una seconda notte nello Yosemite, come avevamo deciso, ma di dirigerci verso Wavona, nella parte sud del parco, e cercare poi una sistemazione per la notte fuori del parco, già sulla strada per Kings Canyon, prossima tappa del nostro itinerario.
Già un po più esperti di ieri, entriamo di nuovo nel parco, mostrando la nostra card che dà diritto allaccesso a tutti i parchi nazionali americani per un anno intero, per visitare le Bridalveil Falls, anche queste purtroppo quasi asciutte. Prendiamo poi la strada che conduce fino a Glacier Point, che prevede il passaggio del Tunnelview, un punto panoramico proprio prima di un tunnel, da cui si ammirano i picchi rocciosi conosciuti come El Capitan, Half Dome (così chiamato perché sembra una cupola tagliata a metà in senso verticale) e Bridalveil Falls. Arrivati a Glacier Point, una parete rocciosa di 975 metri, sostiamo per un po nellarea da cui si gode di una magnifica vista sulla valle, vista che arriva a coprire fino a due/terzi dellintero parco. Davanti a noi di nuovo picchi rocciosi mentre sotto, incorniciata da magnifici pini, si estende la Yosemite Valley.
Di nuovo in auto, attraversiamo il parco diretti verso sud, lungo una strada a tratti tortuosa che però offre dei panorami mozzafiato. Abeti, abeti e ancora abeti: snelli, alti, eleganti. Impressionante vedere le aree che hanno subìto i danni di incendi più o meno recenti. Gli abeti sono spogli, grigi o neri, senza più chioma ma solo con rami secchi che si allungano verso il cielo, la maggior parte ancora in piedi, mentre sul terreno ai loro piedi la vegetazione ha cominciato a ricrescere.
Arriviamo finalmente a Wavona, dove in attesa di prendere lo shuttle bus che ci dovrebbe portare alla Mariposa Grove, ci fermiamo nei pressi dellalbergo per un veloce picnic e concediamo ad Alice un giro su una carrozza depoca trainata da cavalli. Il Wavona hotel è una delle costruzioni più antiche del posto, risale, infatti, al 1870 circa e allepoca era una stazione di posta. Ora è un albergo con unatmosfera particolare, circondato da campi da golf e un museo allaperto che ricostruisce le abitazioni e la vita dei pionieri. Quando finalmente andiamo a prendere lo shuttle bus, lautista ci consiglia di andare in auto, poiché non avremo tempo sufficiente per la visita dato che lultima partenza della navetta per il ritorno è prevista tra meno di un paio dore. Optiamo quindi per lauto, ma scopriamo con delusione, una volta arrivati a destinazione, che la strada è ancora chiusa ai veicoli privati a causa della troppa affluenza. Si è fatto tardi e, stanchi di tutta questa trafila e della folla, decidiamo di lasciare lo Yosemite rinunciando alla visita di Mariposa Grove, con la consolazione che avremo modo di vedere le sequoie al parco che per eccellenza ne conserva i migliori e più grandi esemplari.
Poiché siamo comunque in discreto anticipo sui tempi di marcia, tiriamo dritti fin quasi a Kings Canyon, ritrovandoci catapultati in una parte di America veramente squallida e quasi completamente disabitata. Lasciata, infatti, la Highway 180, entriamo dapprima in un sobborgo di emigrati latinoamericani, poi in una zona povera e triste, fatta di abitazioni di legno malconce, molte case mobili, ogni tanto qualche rivendita di generi alimentari e nullaltro. Ci fermiamo per pochi minuti per sgranchirci le gambe e veniamo avvolti da unondata di caldo soffocante. In strada non cè nessuno, solo qualche auto sfreccia veloce percorrendo una lunga striscia dasfalto che si inserisce in terreni aridi o campi coltivati a frutta che si estendono ai lati a perdita docchio. Che paesaggio desolato!
Sostiamo per la notte in un modestissimo motel a 30 minuti dallentrata del parco, che ha come unico pregio quello di offrirci un letto per la nostra stanchezza e uno spaccato di vita di provincia americana. Quello che presumo essere il marito della proprietaria del motel sta giocando a biliardo nel bar, mentre la proprietaria, visibilmente in desabillé, ci accoglie dandoci qualche spiegazione spicciola e, dopo aver incassato il pagamento, ci consegna la chiave. Ceniamo in un altrettanto locale tipico a due miglia dal motel, dove gli avventori sono pensionati, famigliole di basso reddito e bikers con tanto di pizzetto sul mento, bandana sulla testa con stampata la bandiera americana e giubbotto in pelle. Il cibo è discreto, ma anche qui il bello non sta nel mangiare, anche se è tutto molto gustoso, ma nel guardarsi intorno. Il locale è anche un negozio e vende cianfrusaglie di ogni genere, e un luogo che incoraggia alla fede in Dio come può: sulle pareti trovano spazio frasi di benedizioni e mascelle di mucca dipinte, una collezione di cesti antichi e foto ricordo della famiglia proprietaria del locale. Alberto, curiosando fra gli oggetti in vendita, trova una piccola palla gonfiabile per Alice, con su scritto Smile, Jesus loves You!, che rende nostra figlia talmente felice al punto da indurre noi scettici genitori a pensare che il messaggio abbia raggiunto il suo cuore.
Piuttosto stanchi, ce ne torniamo al motel, ma scopriamo, con molto disappunto, che la proprietaria ha dimenticato (o volutamente evitato) di dirci che lacqua calda non cè. Il caldo afoso ha lasciato il posto a un po di fresco, ma lacqua è gelata ed è impossibile lavare Alice (noi adulti ci arrangiamo in qualche modo) e così per la seconda notte consecutiva la piccola se ne va a letto con una lavata a base di salviette umidificate. Vano ogni tentativo di rintracciare la proprietaria: il locale è chiuso e le luci sono spente, ormai sono ritornati nella roulotte che fa loro da casa a cui fanno la guardia due cani.
Del resto, non cè altro da fare nei paraggi, se non guardare la TV o dormire, e noi optiamo per la seconda possibilità.
Lunedì 9 agosto 2004
Kings Canyon Sequoia National Park
Finalmente il jet lag comincia a passare: mi sveglio che sono quasi le sei e mezza! Chiusi i bagagli, lasciamo il motel alle 8, quando già il sole è alto e fa caldissimo, ma fortunatamente il Kings Canyon ci offre un po di fresco. Altrettanto bello dello Yosemite, ha il vantaggio di offrire ai visitatori che hanno la caparbietà di raggiungerlo (è, infatti, fuori mano rispetto alle altre mete turistiche della California) il piacere della solitudine.
Cominciamo la visita con un breve giro della General Giant Grove, dove si trovano alcuni esemplari di altissime sequoie, fra cui la grandissima General Giant Tree. Stupefacente anche una sequoia caduta più di 100 anni fa (la Fallen Monarch Tree) che giace sdraiata, completamente cava allinterno e in parte bruciata. In passato, prima della nascita del parco, la sua cavità ha ospitato pionieri, ranger, stalle per cavalli e punti di ristoro. Scoiattoli di ogni specie si aggirano ovunque, rincorrendosi fin sulle cime degli alberi e scappando spaventati alle grida di Alice, che a volte li scaccia e a volte li richiama.
Di nuovo con lauto ci addentriamo nel parco lungo la Highway 180 che scende nel Kings Canyon, percorrendola per le sue 36 miglia di tornanti, superando Cedar Grove, un campeggio, e arrivando fino al parcheggio in prossimità di Roads End. La strada offre dei paesaggi magnifici, con pareti di roccia, fitte foreste di abeti, cascate (anche se quasi asciutte) e il fiume che scorre in fondo al Canyon più profondo degli Stati Uniti, con i suoi 2500 metri. Ma il bello deve ancora venire; lasciata lauto, prendiamo il sentiero che conduce a Roads End, che parte da una splendida e verdeggiante pianura, la Zumwalt Meadow, costeggiando un lato del fiume per inerpicarsi lungo massi enormi portati giù da una frana chissà quanto tempo fa. Il sentiero non è molto lungo, ma faticoso sia per il caldo sia per il peso di Alice nello zaino (ora che ha finalmente raggiunto il traguardo dei dieci chili comincia a diventare un bel bagaglio); la fatica però è presto premiata non solo dallo splendido panorama ma dallincontro inaspettato con un cervo seminascosto dai cespugli. Riusciamo ad avvicinarlo fin quasi a 3 metri, ci osserva circospetto e poi lentamente si allontana. Arrivati alla fine del sentiero, ci concediamo un po di refrigerio lungo il fiume. Spogliamo Alice che entusiasta si bagna nellacqua del fiume gelida e talmente limpida che verrebbe voglia di berla. Intorno a noi pareti rocciose a picco, abeti e sequoie altissime. Lungo il sentiero di ritorno, avvistiamo fra lerba 2 serpi, una piccola con due strisce bianche sottili e laltra più grande, sempre di colore scuro. Accorciamo poi il tragitto di ritorno guadando il fiume in un punto in cui lacqua ci arriva ai polpacci e la corrente è meno forte e poi, ripresa lauto al parcheggio, proseguiamo per il Sequoia N.P.
Per non allontanarci troppo dal parco e anche per rifarci dei due precedenti pernottamenti spartani, ci concediamo il lusso di una notte in un lodge nel parco, il Wuksachi Village; il prezzo non è altissimo, ma comunque supera il nostro budget piuttosto limitato. Ne vale la pena però, perché la camera è bellissima, la doccia calda, dormiamo in mezzo alla foresta e non abbiamo dovuto percorrere troppa strada per uscire e poi rientrare nel parco. Ovunque cartelli avvisano i visitatori di fare attenzione agli orsi (Be bear aware!) e soprattutto di non lasciare del cibo in auto per evitare che gli orsi tentino di aprirla con i facilmente prevedibili danni. A noi sembra comunque molto remota la possibilità di incontrare un orso da queste parti, vista la presenza di tanti turisti, ma il futuro ci riserverà una piacevole sorpresa.
Decisamente il Kings Canyon mi è piaciuto più dello Yosemite: stessi paesaggi incantevoli, splendido fiume, sequoie gigantesche e soprattutto molta più quiete e tranquillità.
E poi cosa cè di meglio che andare a dormire in un comodo letto, dopo una doccia calda, immersi nel buio e nel silenzio della foresta?
Martedì 10 agosto 2004
Kings Canyon Sequoia N.P.
Abbiamo visto lorso! Ma andiamo per ordine
Dopo una notte riposante trascorsa nel lodge, ci svegliamo come al solito di buonora e cominciamo la visita del Sequoia N.P. La prima tappa è al famosissimo General Sherman Tree, una sequoia gigantesca che detiene il primato dellalbero più grande del mondo. Le sequoie hanno alcune caratteristiche che ne fanno veramente degli alberi unici: la loro corteccia resistente e ricca di tannino le rende pressoché immuni dallattacco di batteri, funghi e fuoco. Molte sequoie, infatti, mostrano evidenti segni dincendio, soprattutto alla loro base, dove il tronco annerito si spacca, ma basta che la linfa vitale arrivi dalle radici alle foglie, affinché la sequoia sopravviva. Ma la loro peculiarità principale, che fa sì che raggiungano dimensioni tanto eccezionali, è la loro crescita eccezionale, particolarmente rapida; le sequoie, infatti, non sono alberi molto antichi, ma sono così grandi perché in pochi anni crescono moltissimo. Dal General Sherman Tree parte il percorso a piedi denominato Congress Trail, che si snoda per un paio di miglia allinterno della foresta di sequoie, percorrendo il quale possiamo ammirare alcuni degli esemplari più belli di sequoia, come il maestoso gruppo chiamato The Senate o il gigantesco The president, passare sotto una sequoia sdraiata ormai morta e guardare le sue radici divelte che sembrano una testa di medusa. Ma lincontro più sensazionale si rivela quello inaspettato con un cucciolo di orso. Mentre seguo con gli occhi Alice che cammina lungo il sentiero sento un rumore di foglie poco distante; guardo verso la direzione da cui lo sento provenire aspettandomi di vedere il solito scoiattolo. Invece vedo unombra nera. Penso si tratti di un cinghiale, anche se il pelo è troppo scuro, e soprattutto chiedendomi se ci siano cinghiali da queste parti, oppure di un grosso uccello, ma appena lanimale mettere fuori il muso dai cespugli, non ho più dubbi: è un orso! Listinto materno ha il sopravvento ed invece di rimanere immobile ad osservare in silenzio lanimale come avrei fatto un paio di anni fa, raggiungo di corsa Alice, la prendo in braccio e scappo via, temendo che la piccola diventi preda del goloso plantigrado, dato che lei oltretutto sta sgranocchiando dei cereali al miele. Faccio un cenno ad Alberto, che si avvicina per vedere lorso e tentare di fargli una foto. Era a meno di dieci metri da noi, un piccolo cucciolo (piccolo si fa per dire, perché la sua altezza sulle quattro zampe avrà raggiunto ad occhio e croce il metro), che si aggira sicuro annusando laria e il terreno. Tenendo Alice a debita distanza, guardo lorsacchiotto arrampicarsi lungo la collina, spaventato dal battere di mani di una coppia di turisti che tentano di allontanarlo dal sentiero dove sembra diretto. Accipicchia, un orso, ancora non riesco a credere di averne visto uno così vicino e in libertà! Pensavo che in questi parchi gli animali se ne stessero ben lontani dalle orde di turisti che invadono il loro territorio. E invece questo magnifico incontro fa il paio con la famiglia di cervi che questa mattina attraversava placidamente la strada davanti la nostra auto. Anche per questo il Kings Canyon/Sequoia N.P. guadagna punti rispetto allo Yosemite; di prima mattina, i principali luoghi di attrazione sono ancora deserti e ci si può godere in santa pace la natura, il paesaggio e i suoni. Le sequoie poi, sono alberi che per la loro bellezza sono paragonabili ad esseri viventi in carne ed ossa, sono il corrispettivo dei cavalli nel mondo vegetale: slanciate, eleganti, possenti, con le loro folte chiome e i tronchi con profonde venature che scavano la corteccia.
Abbiamo ancora un po di tempo prima della visita alla Crystal Cave prenotata questa mattina, quindi facciamo una sosta alla Morro Rock. Lascio il marito febbricitante (laria condizionata ha colpito ancora) e la figlia addormentata in auto, per arrampicarmi in cima ad una roccia di granito gigantesca, a forma di cupola, salendo 400 scalini costruiti dalluomo in cemento. La salita è faticosa ma come spesso avviene lo sforzo è ricompensato da una magnifica vista: da una parte si estende per tutta la lunghezza del Canyon scavato dal Kaweah River, dove fu costruita la General Highway agli inizi del 1900, e dallaltra sul Great Western Divide, una catena montuosa dalle cime rocciose che separa il Sequoia N.P. in due aree. Dalla parte del Canyon la vista arriverebbe fino al mare se non fosse offuscata da un evidente strato marroncino-grigiastro di smog, che per un particolare movimento di correnti si concentra tutto sui monti che delimitano limmensa vallata, smog prodotto dai milioni di abitanti che popolano la cosiddetta area di St. Joaquin, tra la Sierra Madre e la Costa del Pacifico. Ridiscendo dal cupolone di granito, raggiungo il resto della famiglia e, dopo un veloce spuntino, ci apprestiamo alla visita della grotta, che richiede un altro faticoso percorso a piedi, questa volta ancora più arduo perché Alice deve stare per forza sulle nostre spalle fino allentrata della grotta e poi, non essendo permesso introdurre lo zaino, in braccio, per impedirle di toccare le stalattiti, una tentazione forte per gli adulti, figuriamoci per i bimbi. La grotta, seppur affascinante con le sue stalattiti e stalagmiti, non ha niente di particolare, sarà anche perché ne abbiamo viste tante e di migliori in Italia e nel mondo, come la splendida recente Cueva de Nerja in Andalusia.
Lasciamo la grotta ed anche il Sequoia N.P., fermandoci per la notte a Three Rivers, in un motel con piscina in cui Alice può fare il bagno felice. In un locale che fa della buona pizza, almeno per gli standard americani, incontriamo una coppia di Milano con la quale cerchiamo di studiare la strada più breve o meno tortuosa per raggiungere la Death Valley. Domani, infatti, ci attende la tappa più lunga in assoluto del viaggio, ed anche la più calda.
Mercoledì 11 agosto 2004
Kings Canyon/Sequoia N.P. Death Valley
Dopo labbondante continental breakfast al Motel, fatto scorta di acqua, ghiaccio e stivato tutto nel contenitore termico di polistirolo (utilissimo, anzi indispensabile) acquistato qualche giorno fa, partiamo alla volta della Death Valley.
Tiriamo il più possibile, fintanto che Alice dorme; appena lasciata la highway, attraversiamo lande sconfinate, al limite della desertificazione, superando un paio di valichi di montagna. Per le prime due ore incrociamo solo un paio di auto, qualche scoiattolo, mucche al pascolo e un coyote. Dopo una breve sosta a Glenville, paesino costituito da cinque case in tutto e un market/bazar, proseguiamo fino a Lake Isabella, stupendo ed immenso specchio dacqua, fermandoci per uno spuntino. Il caldo comincia ad essere soffocante; dopo aver percorso altre miglia in un paesaggio che si fa sempre più arido e desolato, ci fermiamo in un tipico locale prima di imboccare la hwy 395, dove mangiamo hamburger e pane fritto indiano. Approfittando ancora del sonnellino pomeridiano di Alice, percorriamo in ununica tappa il tratto di strada che ci separa dalla Valle della Morte, arrivando al Motel di Stove Pipe Wells. Uniche fermate consentite sono quelle per le foto; il caldo è infernale fuori dallauto, in cui laria condizionata è al massimo.
Lhighway non è altro che una fettuccia nera nel deserto, allorizzonte il nulla. Da un momento allaltro mi aspetto di avere un miraggio. Ma niente è comunque paragonabile al caldo e al paesaggio della Valle della Morte; in lontananza avvistiamo le distese di sale che poco dopo attraverseremo, mentre le montagne si tingono di splendidi colori della tonalità del rosso. Le dune di Stove Pipe ricordano quelle del deserto della Namibia, in Africa, con le loro morbide ondulazioni.
Immaginare o descrivere il caldo della Death Valley è impossibile: solo lesperienza diretta può rendere lidea. Appena fatto il chek-in al motel, ci infiliamo nella nostra fresca camera del motel dove rimaniamo per un paio dore con laria condizionata al massimo. Non abbiamo neanche il coraggio di andare a fare un bagno in piscina per paura di finire arrostiti sotto il sole. E il timore è soprattutto per Alice; oggi è stata bravissima, ha sopportato un viaggio lungo e niente affatto facile senza lamentarsi, seppur tutta sudata nel suo seggiolino. Quindi, il tempo è tutto per lei, ora, e per i suoi giochi, fino a quando fuori diventa buio e la temperatura appena più sopportabile, almeno per riuscire ad arrivare al market o al giftshop, passando da un ambiente refrigerato allaltro, tanto per fare due passi e mettere il naso fuori dalla stanza.
Verso le 7 facciamo un bagno in piscina, la cui acqua è riscaldata (!) per il comfort degli ospiti, come precisa il motel, e poi dopo cena ci concediamo una bibita in un locale arredato stile saloon, per finire con una passeggiata al chiaro delle stelle. Ci allontaniamo dalle luci del motel e del negozio con lintenzione di vedere qualche stella cadente; è la notte successiva a quella di San Lorenzo e la speranza è quella di vedere una stella cadente. Dopo aver evitato un paio di coyote che si aggirano nei paraggi, probabilmente in cerca di cibo, alziamo finalmente gli occhi al cielo: miriadi di stelle illuminano con la via lattea la Death Valley e allimprovviso, quasi allaltezza dellorizzonte, una meteora sfreccia veloce. A differenza delle stelle cadenti che ho finora visto in Italia, qui dove il buio è quasi completo, il fascio di luce della coda della stella è evidentissimo.
Non resistendo oltre al caldo soffocante, rientriamo però presto in stanza: il termometro segna 46 gradi (sono le 9.30 di sera) appena 2 gradi in meno rispetto alla temperatura allombra di oggi alle 4, quando siamo arrivati!
Giovedì 12 agosto 2004
Death Valley Las Vegas
Sveglia alle cinque, lintenzione è quella di essere a Zabriskie Point per vedere sorgere il sole. Messi i bagagli in auto e vestita Alice che continua a dormire imperterrita passando dal letto al seggiolino dellauto, andiamo verso Furnace Creek e, fatto il pieno di benzina, proseguiamo verso il famoso Zabriskie Point, arrivando giusto in tempo per ammirare la valle cambiare colore sotto i raggi del sole. Cè un silenzio e una pace inquietante. Salvo qualche eccezione (come al solito, purtroppo, italiana), tutti i visitatori sono in silenzio a guardare verso la valle dalla parte opposta in cui sorge il sole; le rocce rosse, rossastre, grigie si illuminano e allo stesso tempo appiattiscono le loro tonalità.
Tornati indietro verso Furnace Creek, percorriamo la strada asfaltata verso Badwater, passando lungo la Artist Drive, così chiamata perché le rocce che la delimitano sembrano dipinte da artisti: rosse, gialle, grigie, bianche e nere, in un susseguirsi di colori e tonalità che è difficile credere siano opera della natura e non delluomo. Nel posto, si aggirano pochissime auto, del resto fa già caldo ed agosto non è certo il mese ideale per visitare questa valle infernale.
Veramente stupefacente è il Devils Golf Course (ovvero, il campo da golf del diavolo), un fondovalle completamente ricoperto di sale cristallizzato che forma piccole conche grigie e bianche. Il sale, per effetto del vento e dellacqua che a volte bagna questarea, cambia continuamente forma dando vita a nuove conformazioni. Se si rimane in silenzio, si sente anche lo scricchiolio del sale che si espande e si contrae.
Procediamo oltre fino ad arrivare a Badwater, il punto più basso della valle e di tutto lemisfero occidentale (86 metri sotto il livello del mare). Anche qui siamo soli, noi e il silenzio di questa distesa di acqua mineralizzata evaporata. Si tratta di acqua salata (da qui il nome Badwater, perché non può essere bevuta), ma tuttaltro che velenosa, dato che vi abitano alcuni piccoli animaletti, come una lumaca endemica. Solo un paio di pozze vicino al punto di osservazione sopravvivono alla siccità estiva; a volte, in seguito a forti piogge, si forma un lago temporaneo. Il paesaggio è ancora più incredibile. A volte sembra di non essere sulla terra ma su un altro pianeta. Tornati a Furnace Creek, ci dirigiamo verso lultima tappa del nostro giro nella Death Valley, e non potevamo scegliere conclusione migliore: Dantes Peak, una montagna da cui si gode una vista meravigliosa della valle, dalle Badwater, il punto più basso, al Monte Whitney, quello più alto, ma soprattutto da cui ci si rende conto della vastità del luogo. Laltitudine rende inoltre questo punto panoramico piacevole: vi spira una gradevole brezza che mi spinge a percorrere il breve sentiero che parte dal parcheggio per arrivare ad un altro picco da cui godere così di diverse vedute. Tornando a valle, mentre marito e figlia sonnecchiano, sfreccia davanti allauto un uccello che attraversa la strada correndo: mi aspetto di sentire il mitico beep-beep, che ovviamente non arriva, ma non ci sono dubbi, si tratta del Road Runner, luccello che non vola ma corre, immortalato dai cartoon della Warner Bros!
Lasciamo la Death Valley che sono appena le dieci e trenta del mattino, diretti verso Las Vegas, dove arriviamo dopo circa un paio dore, attraversando una bellissima parte del Nevada.
Il contrasto della città con la desolazione e il silenzio della Valle della Morte, non poteva essere più marcato. Las Vegas è scintillante, chiassosa, kitsch, caotica; in mezzo al nulla sorge questo concentrato del divertimento proibito, quello legato al gioco dazzardo e al sesso, con i suoi alberghi-casinò giganteschi quanto assurdi. Pur credendo di sapere cosa ci aspettasse, né io né Alberto riusciamo a credere ai nostri occhi: New York, con tanto di statua della Libertà e Chrysler Building, lEgitto con piramide e obelisco, Venezia con il Campanile, piazza San Marco e il Ponte di Rialto, Caesar Palace con i Fori Romani, Colosseo e Fontana di Trevi sono stati riprodotti in miniatura (ma comunque a grandezze gigantesche) e si affacciano lungo il Las Vegas Boulevard (anche chiamato Strip), alternandosi a inverosimili isole del tesoro, Parigi con Torre Eiffel, Castelli di Excalibur, Circus Circus, Aladdin, nomi e luoghi che rievocano posti reali o immaginari. Dopo aver percorso lo Strip in auto quasi a passo duomo, prendiamo una stanza allo Stardust, il più normale e banale fra tutti gli alberghi, almeno allesterno, con il suo aspetto da palazzone in vetro. In realtà linterno è identico agli altri alberghi-casinò: appena entrata vengo risucchiata dai suoni e dalle luci della slot machine e fatico non poco per trovare il check-in dellhotel, situato strategicamente in un punto accessibile solo dopo aver attraversato il casinò. Tutti i casinò, infatti, non hanno finestre, né orologi alle pareti né cartelli che indichino luscita, in modo da intrappolare il visitatore in una dimensione senza spazio e senza tempo, seduto ai tavoli da gioco o alle slot machine, come se non fosse sufficiente la passione del gioco dazzardo da sola.
Cè però un vantaggio da non sottovalutare in tutto ciò: una stanza in un albergo di lusso costa la metà di quanto abbiamo speso per una sistemazione in un motel mediocre. Ed anche il buffet All you can eat è strepitoso per il prezzo basso, la quantità e la qualità del cibo, nonché il servizio. Dopo esserci riposati un po, usciamo nel tardo pomeriggio per passeggiare lungo lo Strip e rimanere intrappolati nella folla che si aggira smarrita (costituita principalmente da turisti, i giocatori dazzardo sono già tutti impegnati nei casinò) oppure nei percorsi obbligati che ti fanno entrare negli alberghi. Sazi dopo poche centinaia di metri di passeggiata, ci concediamo lo strepitoso buffet di cui sopra, anche se alluscita del ristorante ci attende una sorpresa: piove, tira un vento fortissimo e sembra che stia arrivando un ciclone. Mentre Alberto afferra Alice fra le braccia per proteggerla e tornare in albergo più in fretta correndo per le strade allagate, io lotto contro il vento che tenta di strapparmi il passeggino. Fine del divertimento per i turisti, contenti i proprietari dei casinò dove ora si rifugeranno ancora più clienti!
Venerdì 13 agosto 2004
Las Vegas Zion N.P.
Lasciamo il caos di Las Vegas e ci dirigiamo con calma verso lo Zion National Park. Ci fermiamo nella piccola cittadina di St. George, appena passato il confine con lo Utah, per mangiare e fare il bucato in una laundromat. Mentre laviamo ed asciughiamo i vestiti, scambiamo quattro chiacchiere con una coppia di ragazzi, lei vistosamente obesa, lui con lo sguardo da ragazzino. Non hanno ancora ventanni, ma già le idee chiare sul futuro: lei lavoro come cassiera al Wall-Mart, lui in unacciaieria. Dovevano sposarsi domani, ma il sacerdote aveva un impegno e hanno dovuto rimandare. Nel frattempo stanno cercando un appartamento in affitto in cui andare a vivere, sperando di poter mettere da parte i soldi il prima possibile per acquistarsi una casa. Credo che appartengano alla classe medio-bassa americana, lei ha origini irlandesi, mentre lui è nato in Alaska (e se vi tornasse a vivere riceverebbe degli incentivi dal governo). Hanno lavato una montagna di panni, che non stireranno, stirano solo gli abiti della domenica, quelli che indossano per andare in chiesa. Qui usa ancora mettersi il vestito buono per il giorno di festa. St. George è una città mormonica, ma non vedo nessun rappresentante di questa comunità; è il luogo prediletto di molti pensionati che si rifugiano a vivere qui dove il clima è buono tutto lanno. In effetti, il caldo non è più soffocante come in California o Nevada, ma soprattutto noto una maggiore cura della città e delle strade. E evidente che siamo entrati in uno stato più ricco, ci sono belle villette in legno e man mano che ci addentriamo verso linterno si vedono molti ranch.
Arriviamo allo Zion nel pomeriggio e non avendo quindi molto tempo a disposizione, lasciata lauto al parcheggio nei pressi del Visitor Center, ci concediamo il tour con lo shuttle bus, che non è unalternativa al mezzo privato, ma una scelta obbligata, perché il parco è per gran parte chiuso ai veicoli privati. E appena ci addentriamo capisco anche il perché: la strada che corre nel Canyon scavato dal fiume Virgin è stretta e mal sopporterebbe il traffico di molte auto. Del resto, la navetta è comodissima e passa ogni sei minuti, facendo sosta in diversi punti della Zion Canyon Scenic Drive. Scegliamo un paio di fermate a cui scendere durante il tragitto, giusto il tempo di guardarsi un po intorno e scattare delle foto. Lo Zion è meraviglioso e ogni tappa della navetta meriterebbe una sosta. Il canyon assume colori insoliti e il paesaggio è spettacolare. Le pareti del canyon scavate dal fiume, composte soprattutto da calcio e rame, oltre ad avere delle splendide tonalità di rosso e bianco, hanno assunto delle forme incredibili: alcune sembrano una crema densa che scivola verso il fondovalle, altre sono perfettamente piatte e levigate.
La tappa dei cosiddetti giardini pensili (Weeping Rock) è particolarmente interessante: lacqua, preziosa in un luogo arido durante lestate, cade dalla sommità di una roccia come una pioggia fine, creando un microambiente particolarmente florido e lussureggiante. Alice si diverte a saltellare nelle pozzanghere e a bagnarsi le mani lungo il muretto su cui si deposita lacqua, mentre noi adulti, ci rifocilliamo con una doccia improvvisata. Lultima tappa, quella al Temple of Sinawava, conduce ad un sentiero piuttosto lungo allinterno del Canyon, che in alcuni punti diventa talmente stretto che ci si passa appena. Purtroppo è tardi e il tempo sta cambiando, per cui dopo una breve passeggiata fino al fiume, riprendiamo la navetta sulla via del ritorno.
Recuperata lauto, percorriamo la strada che porta alluscita orientale del parco, la Mount Carmel hwy, attraversando uno stretto tunnel. Qui il paesaggio è ancora più impressionante, con picchi di roccia levigata dallacqua ed erosa dal vento, pareti scanalate, il rosso in varie tonalità che colora lintera vallata (anche lasfalto, per un tratto, è rosso e non nero). La strada è molto tortuosa ma suggestiva, soprattutto perché è lora del tramonto e la luce tenue del crepuscolo profonde una luce particolare.
Stanchi della lunga giornata, facciamo tappa in un motel prima di Orderville, nei pressi di una junction, una congiunzione di strade dove in genere ci sono un motel, un fast food, una pompa di benzina e un negozio di prima necessità. Il motel è semplice, ceniamo al ristorante gestito dagli stessi proprietari con dellottimo e abbondante cibo (che in America non è cosa da poco, dato che qui sono pochi i locali dove i cuochi cucinano, limitandosi a cuocere sulla piastra, a bollire un po di patate e a tagliuzzare le verdure crude). Provo quello che è il corrispettivo americano della cotoletta alla milanese, ricoperta da una salsa cremosa, accompagnata, come ogni piatto principale, da minestra o zuppa, insalata e pane dolce fritto. Cè una gradevole quiete intorno, in questo incrocio formato da un paio di motel, una stazione di benzina, un giftshop e un minimarket, un ottimo posto dove concludere la giornata.
Sabato 14 agosto 2004
Zion N.P. Bryce Canyon N.P.
Ci svegliamo con tutta calma, dato che per raggiungere il Bryce Canyon, la prossima tappa, ci vuole meno di unora.
Non appena arrivati al parco e affacciatici al primo belvedere, ho un groppo alla gola e lo stomaco chiuso, sintomi che solo alcuni luoghi nel mondo sono in grado di provocarmi. I parchi visti finora erano tutti spettacolari, ma la vista dellimmenso anfiteatro del Bryce è qualcosa di straordinario. Abbiamo programmato di trascorrere qui lintera giornata, per cui decidiamo di seguire qualche percorso a piedi che ci permetta di addentrarci allinterno dellanfiteatro. Partendo quindi dal belvedere del Survive Point, percorriamo un sentiero che discende nella valle, dove si ergono pinnacoli (i caratteristici hoodoo), picchi e guglie dai bellissimi colori bianchi, rossi e rosa: lo scenario è veramente mozzafiato e se non dovessimo stare attenti a dove mettiamo i piedi lungo il sentiero scosceso, non staccheremmo mai gli occhi dalle bellezze che ci circondano. La temperatura, nonostante sia mezzogiorno, è gradevole, tira un bel venticello e il caldo è molto più sopportabile della California. Percorriamo il trail del Queens Garden e poi il Navajo Loop che si addentra in un canyon in cui luomo ha ricavato un faticoso e ripido passaggio. Ovunque ci si giri si è circondati da queste magnifiche guglie che ricordano quelle delle cattedrali gotiche; oltre lo spettacolare anfiteatro, la vista si estende lungo tutta la Staircase, una grande scalinata geologica che arriva fino al Grand Canyon, di cui è possibile vedere il lato settentrionale, il North Rim. Decine di milioni di anni fa, la compressione orizzontale causata dalla formazione delle Montagne Rocciose ha provocato la deformazione di quello che era un immenso plateau, formando una sorta di scalinata che comprende fra gli altri, le aree dello Zion National Park e delle Vermillion Cliffs. Con il tempo poi, le rocce venute allo scoperto, formate da ferro e magnesio, sono state erose dallacqua ed ora ogni pinnacolo mostra i vari strati di sedimentazione rocciosa avvenuta in milioni di anni.
Terminato il sentiero ci dirigiamo al punto più estremo della strada che attraversa il parco in tutta la sua lunghezza e, prendendo un altro sentiero, ci addentriamo in una foresta di abeti calandoci in un ambiente completamente diverso.
Il cielo si è fatto nero e da lontano sentiamo il rumore dei fulmini che squarciano laria; evidentemente verso nord è in corso un forte temporale, segnalato come frequente in questa zona durante lestate. E lora del tramonto, ripercorriamo a ritroso tutta la strada panoramica fermandoci con lauto in ogni punto panoramico, mai sazi di ammirare i colori dellanfiteatro allora del crepuscolo e la vista che spazia lontano miglia e miglia. Tra laltro, abbiamo anche la fortuna di avvistare un cervo e tre antilocapre lungo il percorso.
Quando usciamo dal parco ho la certezza di lasciare uno di quei posti in cui mi piacerebbe tornare spesso per le forti emozioni che è in grado di suscitare. Ci dirigiamo a Panguitch, già sulla strada verso Salt Lake City, dove troviamo un piccolo motel ad un prezzo veramente buono. Nello Utah, i motel indipendenti (cioè non appartenenti a nessuna grande catena) hanno dei prezzi decisamente convenienti, spesso inferiori della metà rispetto a quelli dei motel più mediocri della California: non cè poi paragone con i prezzi della benzina e dei lodge allinterno dei parchi rispetto, per esempio, allo Yosemite o al Sequoia, nonostante i parchi dello Utah, non abbiamo nulla da invidiare a quelli della California, tuttaltro.
Panguitch è una piacevole piccola cittadina e il motel, che sorge sulla Main Street, è vicino ad alcuni edifici storici che ricordano nellarchitettura il Far West. Tanto per rimanere in tema, ceniamo in un locale con cucina dei cowboy, ovvero con carne al BBQ e affumicata, un locale singolare che ha una parete completamente tappezzata di biglietti da visita. La cena, discreta, è animata da un cantante di musica country che, avvalendosi dellaccompagnamento di basi musicali, con tanto di cappello e camicia a scacchi, canta seduto con un tono di voce bassissimo.
Alla nove, quando usciamo dal locale, le strade sono deserte (del resto lo erano già al nostro arrivo in città). Le uniche persone che incontriamo sono quelle che, come noi, fanno la spesa al vicino supermercato.
Domenica 15 agosto 2004
Bryce Canyon N. P. Salt Lake City
La decisione è presa: si va a Salt Lake City, che in termini pratici si concretizza in più di 400 km per un totale di circa 4 ore di viaggio. Approfittando sempre del fatto che Alice se la dorme, facciamo tutta una tirata fino a Provo, a poche miglia da SLC, dove ci è stato detto da alcuni americani incontrati al Bryce Canyon, che è possibile incontrare i mormoni che studiano alluniversità locale. La città, invece, è deserta, complice il fatto che è domenica ed è quasi lora di pranzo, quindi, consumato uno spuntino e fatta una breve passeggiata in quello che viene orgogliosamente definito lhistorical Downtown, risaliamo in auto per arrivare a Salt Lake City. Sistemato il bagaglio in un piccolo motel a pochi passi dalla piazza del tempio, andiamo a visitare il centro della città che in realtà corrisponde al vasto luogo di culto della comunità mormonica. Secondo la storia, infatti, il secondo profeta, Brigham Young, guidando la lunga carovana di mormoni verso la terra promessa per sfuggire alle persecuzioni, scelse questo posto con la frase This is the place, su indicazione diretta di Dio. E qui i mormoni si fermarono, costruirono il loro tempio per la cui edificazione occorsero 30 anni e fondarono la città il 24 luglio 1847. Curiosa di conoscere i rappresentanti di questa religione, motivo per cui il nostro itinerario in America prevede anche SLC, andiamo subito alla Piazza del Tempio. Ogni mezzora circa delle guide locali, che non sono altro che dei volontari provenienti da tutto il mondo, compiono delle visite guidate a beneficio dei turisti, a titolo gratuito. Grazie alla presenza di numerosi missionari, abbiamo la possibilità di seguire il percorso condotto da una ragazza italiana di Vercelli, che è qui a Salt Lake City per il suo periodo di volontariato e missione della durata di 18 mesi. La visita guidata è interessante, anche se infarcita di inevitabile dottrina della Chiesa di Cristo dei Santi dellUltimo Giorno (i mormoni sono, infatti, anche chiamati LDS, Letter-Day Saints), e ci illustra non solo le caratteristiche del luogo ma anche la storia del popolo dei mormoni. Impressionante è ledificio a cupola denominato tabernacolo, in grado di ospitare 6.500 persone sedute, dove si trova il dodicesimo organo più grande del mondo. Qui si esibisce ogni domenica mattina e giovedì pomeriggio il famoso coro dei mormoni. Il luogo è usato per conferenze oppure discorsi del profeta e dei dodici apostoli, mentre le cerimonie pubbliche vengono celebrate nella vicina cappella. Ora ledificio è spesso sostituito nel suo compito da una nuova costruzione in grado di ospitare più di 20.000 persone, tanti sono i partecipanti alle manifestazioni religiose e agli incontri importanti.
Cè poi il tempio vero e proprio, dove hanno luogo le promesse a livello personale, fatte direttamente dai fedeli a Dio, che comprende tante stanze distribuite su tre piani, che però non sono accessibili ai visitatori proprio per questo carattere privato.
Lintera zona è affollata di visitatori, soprattutto fedeli, famiglie con un impressionante numero di bambini al seguito: le donne che non ne hanno uno in braccio ne hanno di certo uno nella pancia! La visita al luogo si rivela fondamentale soprattutto grazie allincontro con due sister (così si fanno chiamare tra di loro le donne, mentre elders è il nome dato agli uomini): al contrario di quello che arriva fino a noi in Italia, tramite libri e giornali, i mormoni non sono le stravaganti persone vestite con abiti del 1800 che se ne vanno in giro in carrozza e usano i lumi ad olio o le candele al posto della corrente elettrica! Questo almeno è quello che fino ad oggi credevo io, male informata a riguardo. I veri mormoni, come ci tiene a sottolineare una delle sister, sono quelli che ho visto oggi a Temple Square. Quelli che invece appartengono al mio sbagliato immaginario, non sono che una piccola setta molto conservatrice che si è distaccata dai veri mormoni quando questi hanno deciso di abbandonare la pratica della poligamia che non era accettata dalla legge degli Stati Uniti dAmerica, per far sì che il loro stato, lo Utah, potesse entrare a far parte della confederazione. Alcuni rappresentanti di quella che, a dire dei veri mormoni, è solo una minoranza, vive soprattutto in alcune cittadine del Sud-ovest dello Utah, proprio quella parte di stato che abbiamo attraversato questa mattina! Questo è un tipico caso in cui bisogna verificare sul posto e di persona fatti e situazioni. E io che nella mia ingenuità pensavo di vedere donne in abiti lunghi e uomini con la barba attraversare la città in carrozza a fianco delle moderne automobili.
Terminata quindi la visita e soddisfatta solo in parte la mia curiosità, ceniamo nellunico locale che troviamo aperto e torniamo presto al motel, dato che Alice mostra evidenti segni di stanchezza.
Lunedì 16 agosto 2004
Salt Lake City
Il tempo è un po incerto, scegliamo comunque di fare una breve gita al Great Salt Lake, arrivando fino al parco di Antelope Island, una delle otto isole del lago, dove la casa cinematografica Disney sta girando un film. Il grande lago salato è degno del suo nome: grande e salato, talmente grande che in alcuni punti non si riesce a vedere la sponda opposta, talmente salato che in acqua si sta a galla senza sforzo.
Ci rechiamo fino ad un vecchio Ranch, nato nel 1848 e rimasto in uso fino al 1981: si possono visitare le stalle, il fienile, il capanno con gli attrezzi, le vecchie case ancora arredate (dove ci sono vecchie riviste e addirittura una delle prime lavatrici, una cucina componibile, tutte cose che in Italia ce le sognavamo allepoca!); proprio nei pressi della proprietà, il Fielding Garr Ranch, la troupe cinematografica ha stabilito la sua base con decine di roulotte, auto e due elicotteri. Naturalmente cè il top secret sia sul titolo del film che sullarea delle riprese: vediamo solo uno dei due elicotteri e un furgone con attori e cameramen dirigersi ai piedi di una collina dove pascola una mandria di bisonti. Già, perché lisola è famosa perché ospita uno dei più grandi branchi di bisonti del paese. Ne vediamo un esemplare piuttosto vicino lungo la strada; pascola placidamente con la testa affondata nellerba alta e quando tira su il muso, disturbato dal rumore della nostra auto, mostra un aspetto che anche Alice, giustamente, non esita a definire brutto, con una lunga e folta barba arricciata che gli copre quasi tutto il volto.
Terminato il giro del ranch, di cui ciò che mi rimarrà più impresso è un primo e rudimentale modello di roulotte (ovvero un carro trainato da cavalli, una struttura rigida equipaggiata con letto, stufa a legna, cassetti per riporre utensili ed abiti, panca per sedersi), utilizzato dai mandriani per i lunghi periodi in cui portavano al pascolo gli animali, ce ne andiamo in spiaggia. Dal parcheggio dellauto dobbiamo percorrere un bel pezzo a piedi, attraversando prima un tratto sabbioso, poi una pianura di sale, la cui superficie dura e quasi tagliente, si sgretola sotto il peso dei nostri piedi, prima di arrivare finalmente allacqua, che rimane poco profonda per qualche centinaio di metri dalla riva. Lacqua è talmente salata che si sta a galla con estrema facilità, anzi, non si riesce ad andare a fondo. E una sensazione che non avevo mai provato prima, ma che mi era stata riferita da chi aveva fatto il bagno per esempio nel Mar Morto. Il Great Salt Lake, infatti, è più salato delloceano ed ha unestensione di più di 800 metri quadrati. La sua profondità massima è di soli 10 metri e la sua forte salinità è dovuta al fatto che, pur ricevendo lacqua da 4 fiumi, non ha un emissario e quindi lacqua esce solo per levaporazione, lasciando una grande quantità di sali minerali. Sulla superficie dellacqua ed anche sul tratto di pianura salata si depositano migliaia di piccoli moscerini che evidentemente si nutrono del sale che trovano sulla superficie e che si sollevano in sciami al nostro passaggio. Appena usciti dallacqua, la nostra pelle diventa bianca mano a mano che si asciuga. Alice, poverina, ha anche provato la spiacevole, se non dolorosa, sensazione del sale negli occhi, a causa di uno schizzo dacqua finito accidentalmente sul suo viso e piange disperata per il bruciore, non riuscendo a capire cosa le succede.
Dopo una bella doccia calda (bisogna ammettere che questi americani non si fanno mancare nulla quando si tratta di trascorrere del tempo allaria aperta, fra campeggi più o meno attrezzati, griglie per il barbecue, tavoli e panche per picnic, distributori automatici di ghiaccio, bagni, percorsi asfaltati e docce), ci fermiamo nei pressi della spiaggia per il pranzo e poi torniamo con calma in città, dove nel frattempo ha ricominciato a piovere.
Dopo unaltra breve doccia, la nostra pelle è incredibilmente liscia al tatto, come dopo un bagno in acqua termale. Ceniamo al solito locale poco distante dal nostro motel, al quale ci siamo affezionati e poi ci godiamo la città di notte, illuminata e apparentemente disabitata, passeggiando nella zona intorno a Temple Square e arrivando fino allimmenso edificio recentemente costruito, che i mormoni usano per i congressi e le conferenze che radunano più persone di quante ne possa ospitare il Tabernacle. La città è tranquilla, non ci sono tipi loschi per le strade, anche se i barboni non mancano neanche qui. Solo che Salt Lake City sembra come unoasi in questo immenso e variegato paese, unoasi di pace, ordine, pulizia.
Martedì 17 agosto 2004
Salt Lake City Canyonlands N.P.
Siamo dei pazzi scatenati! Abbiamo percorso in unintera giornata 500 miglia, vale a dire 800 km! E tutto questo nel tentativo, vano, di trovare un villaggio con mormoni poligami, quelli cioè rimasti fermi allo stile di vita del 1800. Abbiamo attraversato lo Utah orientale, meridionale ed occidentale senza però nessun risultato. Ci siamo consolati ammirando graziosi villini di alcune cittadine fondate un centinaio di anni fa dai primi mormoni, ma soprattutto i meravigliosi paesaggi, ricchi di canyon, rocce erose dal vento, dalle dolci forme arrotondate o dalle aspre forme spigolose, dai colori bellissimi che cambiavano con lintensità della luce del sole.
Mentre nello Utah occidentale pioveva a dirotto, in quello orientale il sole splendeva, seppur attraverso candide nuvole. Solo una volta arrivati in prossimità di Canyonlands è ricominciato a piovere. Per fortuna però, le nuvole avevano già rovesciato i loro carichi di pioggia sul parco, lasciando il posto al sole durante la visita. Prima di arrivare a Canyonlands, abbiamo fatto tappa al Dead Horse State Park, un minuscolo parco statale che sorge a metà strada fra lArches National Park e il Canyonlands National Park. Deve il suo nome al fatto che, in passato, i cowboy radunarono dei cavalli selvaggi della zona in un recinto che dava su uno strapiombo, sotto cui scorreva il Colorado; una volta scelti gli esemplari migliori, non si sa bene per quale motivo, abbandonarono gli altri cavalli allinterno del recinto, lasciandoli morire di sete senza che avessero possibilità di fuga. Quindi il nome evoca purtroppo un episodio crudele a cui solo luomo, con la sua perfidia, poteva dar vita e che stona completamente con la bellezza e la pace di questo posto. Il tristemente noto Dead Horse Point, infatti, è oggi diventato un punto panoramico, il più conosciuto del parco, da cui si gode di una vista unica su tutta la zona del canyon scavato dal fiume Colorado, del vicino Canyonlands e delle più distanti La Sal Mountains. Lasciato questo piccolo gioiello, ci dirigiamo al vicino Canyonlands, uno dei più grandi e selvaggi parchi dello Utah. E lunico, infatti, a non avere alloggi al suo interno, se non un campeggio, né punti di ristoro o stazioni di rifornimento di benzina. Meglio così, finalmente un parco selvaggio che gli americani non sono riusciti a domare. Ci dirigiamo nella zona più facilmente accessibile, denominata Island in the Sky, dove, percorrendo un brevissimo sentiero, arriviamo fino al grandissimo Mesa Arch, un arco attaccato alla parete del dirupo che incornicia orizzontalmente tutto il paesaggio. Island in the Sky è praticamente un plateau (un altopiano) circondato dal fiume Colorado e dal Green River. Ci rendiamo meglio conto della posizione in cui ci troviamo quando arriviamo al punto più esterno, dove conduce la strada asfaltata, ovvero al Grand View Point Overlook, dove sotto di noi è evidente il lavoro svolto dai due fiumi nel corso degli anni, scavando la roccia, conferendo al paesaggio, almeno visto dallalto, laspetto di un intricato labirinto. Nel frattempo, abbiamo fatto conoscenza con una coppia di italiani, anche loro con una bambina piccola, che viaggiano a bordo di un camper a noleggio, percorrendo grosso modo lo stesso nostro itinerario. Mentre loro si fermano a dormire nel parco (questo è il vantaggio di un camper, anche se la spesa per laffitto e tutto il resto è molto alta), noi ci sciroppiamo altre 50 miglia per raggiungere il nostro motel a Moab. Mentre usciamo dal parco, assistiamo ad un altro incredibile spettacolo della natura: allorizzonte, enormi nuvole blu e nere stanno scaricando enormi quantità di pioggia in qualche zona dello Utah non molto distante da noi e sono ben visibili le cataratte di pioggia che partono dalle nuvole e arrivano fino a terra, illuminate a tratti dai lampi dei fulmini.
A Moab troviamo un grazioso motel in una strada laterale, dove alcune foto di set cinematografici testimoniano che qui soggiornò il celebre attore John Wayne mentre girava alcuni dei suoi film Western.
Mercoledì 18 agosto 2004
Canyonlands N.P. Mesa Verde N.P.
Ancora non completamente smaltita la stanchezza di ieri, raggiungiamo Arches National Park. Gli itinerari da percorrere a piedi sono molti e non cè che limbarazzo della scelta, anche se grosse nuvole non promettono nulla di buono. Decidiamo di partire con uno abbastanza faticoso, quello che conduce al Delicate Arch, alto 13 metri e mezzo e largo 10. E il più noto fra gli altri 250 archi distribuiti allinterno del Parco Nazionale e nella zona meridionale dello Utah, denominata Canyonlands, quello che più frequentemente viene rappresentato dalle cartoline e che è raffigurato anche sulla targa automobilistica dello stato. Per raggiungerlo occorre percorrere un sentiero piuttosto faticoso; la prima parte, a causa di alcuni lavori di sistemazione, è stata deviata per un tratto su un terreno sabbioso nel quale si affonda, perché reso argilloso dalla pioggia. Dopodiché si sale per un lungo tratto su una collina di arenaria quasi completamente levigata. La fatica, come al solito, è premiata allarrivo. Dopo aver aggirato un grosso blocco di pietra, vediamo di fronte a noi, ad una cinquantina di metri il bellissimo arco. Per fortuna, cè ancora poca gente e quindi possiamo goderci il posto in relativa tranquillità. Immancabile la foto sotto laltissimo arco che ci rende minuscoli e poi di nuovo giù al parcheggio, perché ha cominciato a piovere e abbiamo paura che il terreno diventi scivoloso. Al punto di partenza del percorso cè un vecchio edificio, il Walf Ranch, costruito nel 1888 da un veterano della guerra civile. E una piccola casa realizzata con tronchi di legno inframmezzati da una pasta simile ad argilla. Linterno è spartano, con il pavimento di tavolacci e il soffitto di travi. Ci sono ancora il tavolo e un paio di sedie.
Incontrata di nuovo la famiglia di Mestre, ci accordiamo per seguire insieme un altro sentiero, quello che porta ai Landscape Arch e Double O Arch. Il primo arco è anche questo molto famoso: sottile e dalla forma allungata, incornicia il paesaggio. Per raggiungere invece il secondo arco dobbiamo camminare un bel po, lungo un sentiero che a tratti si fa veramente difficile, perché si costringe a camminare lungo la cresta levigata di rocce darenaria, oppure ad arrampicarci con laiuto delle mani. Nel frattempo, è anche uscito il sole, forte e caldo, che picchia inclemente sulle nostre teste. Alice nello zaino è un po irrequieta, ha sonno ma non riesce ad addormentarsi. La prendo in braccio e cammino per un po con lei appollaiata sui miei fianchi.
Finalmente, dopo quasi due ore di cammino, raggiungiamo il Double O Arch, ovvero 2 archi uno sopra laltro. La cosa più entusiasmante di tutto il percorso non sono tanto gli archi in sé, quanto il paesaggio meraviglioso. Ben 150 milioni di anni fa, sul deserto che ricopriva la zona, si depositarono delle rocce di arenaria, ma il sale che copriva il fondo del deserto determinò la frattura delle rocce, facendo loro assumere laspetto di strette formazioni verticali, che a loro volta, erose dai ghiacci, sono diventate i celebri archi. Queste formazioni verticali sono ben visibili ancora oggi e danno alla zona un aspetto veramente singolare. Contorni morbidi e smussati, superfici levigate, queste enormi rocce sembrano essere state messe in fila da una mano ordinata, tutte separate verticalmente da una distanza simile.
Sulla via del ritorno, un cervo con il suo cucciolo si nascondono dietro alcuni cespugli, ma non riescono a sfuggire ai nostri sguardi e a quelli ancor più implacabili delle nostre macchine fotografiche. Terminato il giro e congedatici dai nostri compagni di avventura, percorriamo la panoramica strada del ritorno verso luscita del parco, immortalando paesaggi che ad ogni curva cambiano aspetto, non dimenticandoci ovviamente, di ammirare la nota Balanced Rock, una roccia rimasta apparentemente in bilico sulla punta di un pinnacolo altissimo. Dopo aver fatto un po di provviste a Moab, percorriamo ancora un centinaio di chilometri per avvicinarci alla destinazione di domani, ovvero il Mesa Verde National Park.
Pernottiamo a Monticello, un paesino di poche anime lungo la strada, scegliendo lennesimo motel. E la sistemazione che preferiamo, anche rispetto ai lodge e agli hotel. Costruiti tutti con lo stesso criterio (molti non sono altro che dei prefabbricati ben rifiniti), hanno in genere degli arredamenti stereotipati, ma confortevoli, sono puliti, alcuni offrono anche bevande calde al mattino ma soprattutto sono pratici. Il check-in, con carta di credito alla mano, dura un paio di minuti, il check-out ancora meno. Si parcheggia lauto davanti alla porta e per noi non è un dettaglio poco importante, dato che dobbiamo scaricare molti bagagli, fra borse, provviste di cibo, box termico, zaino e passeggino e tutti i giochi di Alice, i pacchetti di patatine semivuoti, le felpe, i cappelli, le scarpe da trekking, i giornali e le cartine sparse nellauto nel corso della giornata. Molti motel hanno anche il frigo e il forno microonde, due letti king size sono sempre presenti e qualcuno ha anche la macchina per il caffè.
Ceniamo in un vicino ristorante (Alberto non rinuncia alla sua solita t-bone) e poi doccia rigenerante e nanna.
Giovedì 19 agosto 2004
Mesa Verde National Park - Bluff
Raggiunto Mesa Verde National Park in poco più di unora ed entrati quindi nel Colorado (è il quarto stato del viaggio), ci ritroviamo sotto un temporale scrosciante e in fila lungo la strada per dei lavori in corso.
Per fortuna però, dove aver acquistato i biglietti al Visitor Center per la visita del Cliff Palace e della Balcony House, il tempo si rimette e, quando iniziamo il tour, il sole splende di nuovo. Il Mesa Verde è il parco che conserva i più bei resti dei villaggi degli Anazasi, gli antichi pueblos che abitavano la zona e antenati degli indiani dAmerica (Anazasi, in lingua navajo, vuol dire appunto antichi popoli). I loro villaggi hanno la peculiarità di essere costruiti addossati alle pareti rocciose dei canyon; gli Anazasi costruivano le case con la pietra arenaria, dando loro delle forme squadrate ed ogni casa aveva più stanze collegate fra loro. Caratteristiche sono le kiva, delle stanze circolari con un focolare al centro e delle piccole finestre per la ventilazione, in cui sembra che gli Anazasi svolgessero le loro cerimonie. Questi ed altri edifici furono costruiti tutti fra il 1100 e il 1300 quando, improvvisamente, per ragioni ancora non molto chiare, il popolo abbandonò i villaggi. Addossate alle pareti, a strapiombo sul fondovalle del canyon, collegate da scale in legno a pioli e da strettissimi cunicoli, queste costruzioni sono dei veri capolavori. Il Cliff Palace, il primo che visitiamo, è uno dei complessi più grandi, che ospitava fino a 200 persone ed ha 23 kiva. Non è facile con Alice nello zaino inerpicarsi lungo le scale a pioli oppure passare per stretti cunicoli e sottili fenditure nella roccia, ma la visita è davvero emozionante. Lunico aspetto negativo è il fatto che va effettuata in gruppi troppo numerosi affidati ad un ranger che parla troppo e che, come capitato a noi, pretende anche che tu lo stia a sentire in religioso silenzio, anche se si riesce ad afferrare una parola su cinque per il suo incomprensibile accento! Dopo pranzo, scendiamo alla Balcony House, molto simile alla prima, con lunica differenza che davanti alle case correva un balcone scoperto di collegamento fra le varie abitazioni, con vista sul Canyon. Qui il percorso è ancora più difficile è siamo costretti a far scendere Alice dallo zaino e farla camminare gattoni con noi in uno strettissimo cunicolo. La cosa che mi lascia perplessa sono le scale in legno, addirittura a pioli: gli americani, che tutto asfaltano e pavimentano, non hanno pensato di mettere una più sicura scala in ferro, magari a chiocciola, per superare la pendenza? Certo avrebbe stonato con il resto, mentre le scale in legno, anche se non originali dellepoca, sono effettivamente molto simili a quelle usate dagli Anazasi
ma come mai tanti scrupoli in questo caso nel lasciare il sito intatto?
Mentre Alberto ed Alice consumano il loro sonnellino pomeridiano in auto, io visito il museo, al riparo da un altro temporale improvviso, scoprendo molte informazioni interessanti sugli Anazasi, i loro predecessori (i Basketmakers) e le loro case sulle pareti. I Basketmakers, così chiamati per la loro eccezionale abilità nella fabbricazione di cesti di yucca (che sostituiva il comune vasellame, dato che larte della ceramica non era ancora conosciuta), impiegavano non solo fibre vegetali ma anche capelli umani per realizzare corde, cinghie e reti portaoggetti. Dal museo si accede anche alla Spruce Tree House, ma mi limito solo ad uno sguardo da lontano, poiché si è fatto tardi ed è ora di andare.
Direzione Bluff, e la vicina Monument Valley, facciamo tappa al Parco Statale Four Corners, che sorge sul punto (unico caso negli USA) in cui confinano quattro stati: lo Utah, il Colorado, lArizona e il New Mexico. Il parco in realtà è solo un luogo commerciale, dove una grossa lapide rotonda segna il punto di incrocio e indica la direzione dei quattro stati (con tanto di pedana per agevolare la foto dallalto), mentre tutto intorno ci sono le bancarelle degli indiani Navajo che vendono i loro prodotti artigianali (vasi e monili, soprattutto, e i loro cibi). Ci dedichiamo al primo acquisto del viaggio, comprando qualche oggetto veramente particolare, a prezzi molto contenuti. Di nuovo in auto, percorriamo una lunga strada dritta come un fuso, incrociando in tutto una decina di auto nellarco di unora e attraversando un paesaggio arido e roccioso, dove ogni tanto spuntano le pompe per lestrazione del petrolio. Arrivati a Bluff e presa una camera in un motel, andiamo a cenare nella nota Cow Canyon Trading Post, unantica stazione di posta oggi trasformata in ristorante-libreria-negozio di manufatti indiani. Mangiamo una gustosissima lasagna vegetariana (non è rimasto altro, vista lora tarda) in un ambiente molto originale. Alluscita, è notte fonda, il cielo stellatissimo illumina appena la sagoma di unenorme roccia di fronte a noi, creando uno splendido colpo docchio. A stomaco pieno e a quota 4570 km percorsi dallinizio del viaggio, ce ne andiamo a dormire in un motel gestito da una famiglia Navajo.
Venerdì 20 agosto 2004
Bluff Monument Valley Navajo Tribal Park
Dopo colazione facciamo una visita allHistorical Site of Bluff, che conserva alcune testimonianze del primo insediamento dei mormoni che arrivarono qui dopo 6 mesi di cammino in carovana. Bluff, infatti, è la prima città anglofona del sud dello Utah. Qui i mormoni costruirono una sorta di Fort, formato dalle loro case in legno (cabin) messe a cerchio una attaccata allaltra con le finestre e le porte rivolte verso linterno. Del piccolo villaggio facevano parte anche un edificio comune, dove avvenivano le cerimonie religiose, le lezioni scolastiche e altri incontri della comunità, e un negozio. Mentre ledificio comune è stato ricostruito fedelmente, è rimasta una sola cabin originale, recentemente restaurata. Spartana ed essenziale, comprende diverse stanze ed è tutta realizzata con i tronchi di pioppo nero americano (cottonwood) amalgamati con terra e argilla. Il pavimento è in tavolacci e il tetto sempre in tronchi e terra. Per capire lo spirito di questa parte di America, bisogna comprendere fino in fondo la storia dei mormoni e i loro viaggi da pionieri verso lOvest, dettati sia dallimportanza data alla missione nel senso di evangelizzazione, sia dalla fuga dalle persecuzioni. Erano uomini che si avventuravano per terre aspre, percorrendo marce estenuanti e faticose, affrontando intemperie, inondazioni, freddo, caldo, fame e fatica, e soprattutto non sapendo cosa ci fosse ad attenderli, né dove avrebbero finalmente deciso di fermarsi.
Lasciata Bluff, entriamo dopo poche miglia nella riserva dei Navajo (la più grande degli USA con i suoi 67.000 kmq) e sia il paesaggio sia limpronta delluomo cambiano. Il primo preannuncia quello tipico della Monument Valley, con enormi monoliti rossi che si ergono da una terra piatta ed arida, il secondo è fortemente influenzato dalla presenza degli indiani. Anche in Canada, ricordo, le riserve indiane mi avevano ispirato un senso di desolazione e di squallore. I nativi americani abitano per lo più in case prefabbricate oppure in casette allinterno di grandi complessi residenziali, come quelli che sorgono appena fuori dalle città italiane. Molti di loro si dedicano allallevamento di mucche, cavalli, capre e pecore e gli animali pascolano fin sul ciglio della strada e la attraversano incuranti del traffico automobilistico. La presenza dei bianchi è minima, i pochi che si vedono in giro sono quasi tutti turisti. La piaga dellobesità sembra affliggere anche i nativi americani, che abbandonando la loro cucina tradizionale, si ingozzano di hamburger, panini e Coca-Cola. Non mancano, infatti, anche nella riserva, i fast food appartenenti alle note catene americane.
Entriamo nel parco tribale della Monument Valley e compiamo il classico giro turistico su una strada sterrata a bordo della nostra auto, rinunciando al tour in jeep perché troppo caro (40$ a persona) e perché vogliamo approfittare del fatto che Alice dorme profondamente per girare in tranquillità. Il tour si snoda fra gli enormi monoliti (chiamati butte) che a seconda della forma o del loro legame con qualche evento, sono stati fantasiosamente battezzati. Così ci sono le Three Sisters (le Tre Sorelle), tre pinnacoli slanciati e sottili, uno vicino allaltro, il Thumb, il butte che assomiglia ad un pollice, il Camel, perché sembra avere due gobbe e il famosissimo John Fords Point, intitolato al noto regista che scelse questo luogo come set per alcuni suoi film, portandolo di conseguenza alla ribalta. Oltre ai butte, molto suggestive sono anche le mesa, piccoli altopiani rocciosi dalle forme tonde oppure frastagliate. Il rosso è il colore predominante, interrotto solo qua e là dal verde acceso di qualche albero.
Dopo tutte le meraviglie naturali ammirate nei giorni scorsi, la Monument Valley non suscita in me lemozione che mi aspettavo. Forse è solo il mito del luogo a destare tanto interesse, anche se le formazioni rocciose di colore rosso sono obiettivamente uniche e affascinanti. E stato un bene che non abbiamo affittato la jeep, poiché 2/3 ore a bordo sarebbero diventate noiose, oltre al fatto che ci saremmo mangiati quintali di polvere rossa e sarebbe stato difficile tenere buona la nostra esagitata figliola, tra un sobbalzo e laltro.
Dopo aver pranzato a Kayenta, cittadina piuttosto squallida e senza nessuna importanza se non quella di essere vicina alla Monument Valley, dove cediamo alla tentazione di un fast food solo per avere un luogo fresco che ci ripari dal sole di mezzogiorno, decidiamo di puntare verso sud, per poter visitare lindomani un villaggio Hopi, ma i nostri programmi cambiano strada facendo. Visto che passiamo proprio a pochi chilometri dal Parco Nazionale Canyon de Chelly, decidiamo di dedicargli una breve visita.
Fra i due percorsi possibili che attraversano il parco, scegliamo quello più panoramico, che va verso sud e che ci permette di ammirare da vicino le profonde scanalature del Canyon e da lontano alcune case degli Anazasi costruite sulle pareti del canyon. Lasciato il canyon, la monotonia della strada fa il paio con la canzone dello Zecchino doro che Alice mi costringe a riascoltare in continuazione nel lettore CD: potrei inserire il cruise control, ma a questo punto il rischio di addormentarsi al volante sarebbe troppo alto. Il tempo si sta facendo di nuovo brutto ed infatti, lungo la strada, che dovrebbe avvicinarci alla riserva Hopi, siamo sorpresi da un forte temporale. Non trovando un posto dove dormire nelle due cittadine che attraversiamo, siamo costretti a proseguire per molte miglia verso sud, cambiando quindi ancora una volta la tappa successiva del nostro itinerario, che diventerà il Petrified Forest N.P. e rimandando la visita alla riserva Hopi ai giorni seguenti.
Dopo un breve tratto in cui splende il sole, di nuovo finiamo nellocchio del ciclone, nel senso che finiamo proprio nel mezzo dei temporali che vedevamo allorizzonte davanti a noi.
Per fortuna la strada è dritta come un fuso, altrimenti con questa pioggia scrosciante che rende invisibile lasfalto ogni volta che un camion viene dal senso opposto, sarebbe stato difficile procedere a una velocità superiore alle dieci miglia allora.
Lasciate le terre bagnate e le pozzanghere, finiamo in una piccola tempesta di sabbia. Insomma, oggi non ci siamo fatti mancare nulla, neanche un gruppo di indiani a cavallo che corre lungo la banchina, uno dei quali stringe fra le mani una grande bambola katchina.
Arriviamo finalmente alla congiunzione con la strada interstatale e prendiamo una stanza in un motel apparentemente di categoria superiore, ma in realtà piuttosto anonimo. Grazie ai lavori in corso per la ristrutturazione, usufruiamo di uno sconto sulla tariffa ordinaria, anche se il prezzo rimane piuttosto alto. Ma non abbiamo scelta: non ci sono altri posti dove dormire nellarco di 50 miglia e dato che anche oggi ci siamo sciroppati più di 500 km, abbiamo bisogno di riposare. Non sappiamo che ora del pomeriggio sia esattamente, perché sembra che la riserva indiana non adotti lora legale come nel resto dellArizona (oppure il contrario
), e la receptionist dellalbergo sembra non essere in grado di risolvere il nostro dubbio, ma ne approfittiamo per rilassarci un po in stanza, anche perché fuori non cè proprio nulla da fare. Annesso al motel cè un ristorante, anche questo anonimo e caro, mentre dallaltra parte dellinterstatale cè un altro piccolo ristorante, un negozio di generi alimentari e una galleria di oggetti dartigianato locale. Il posto sembra veramente fuori dal mondo, ma vi regna tuttaltro che pace e tranquillità: sembra che lintera America si sia riversata sullinterstatale che corre ad appena trenta metri dalla nostra stanza, nonostante la pioggia (che per qualche minuto è diventata grandine, in Arizona, uno stato dove non piove quasi mai!) e il buio.
Dopo aver preso confidenza con lennesimo rubinetto del bagno (finora, con tutti i motel, lodge e alberghi che abbiamo cambiato non ne abbiamo trovato uno uguale allaltro alcuni hanno una manopola tonda che si gira, altri ne hanno due, altri ne hanno una che si solleva, altri ancora hanno un miscelatore che si gira e si solleva, altri infine, una leva che si sposta da destra a sinistra, qui gli idraulici hanno bisogno di una laurea, altrimenti non riescono a riparare i bagni!) e sistemato i bagagli, ci compriamo qualcosa da mangiare e ci consumiamo la nostra cenetta in stanza. Fuori continua a piovere e continuano a correre autotreni e automobili. Speriamo che almeno la pioggia cessi per domattina, sul traffico non cè da sperarci.
E devo ancora annotare qualcosa sui treni, ma questo è un argomento che ha bisogno di altro tempo e altre pagine e stasera sono stanca di scrivere. Visto che Alice finalmente è sprofondata nel sonno, al mio fianco, ne approfitto anchio per dormire.
Sabato 21 agosto 2004
Petrified Forest N.P. Holbrook
Al risveglio una piacevole sorpresa: ha smesso di piovere, finalmente. Mentre non è affatto cessato il traffico automobilistico, al quale si aggiunge quello dei treni. Il motel, infatti, è stretto fra linterstatale e la ferrovia. I treni americani sono sorprendenti: finora non ne abbiamo mai visto uno passeggeri, ma solo merci, enormi vagoni di ferro colorati e vecchi. Ma la cosa più sorprendente è la lunghezza del convoglio: a volte la locomotiva trascina a passo di lumaca quasi cento vagoni e unaltra locomotiva allestremità opposta.
Oggi dedicheremo lintera giornata alla visita del Petrified Forest N.P., che comprende anche il Painted Desert. Entriamo nel parco e percorriamo la strada che lo attraversa da nord a sud. Nella parte iniziale si trova subito il Painted Desert, un deserto dai colori straordinari, con tonalità che vanno dal porpora al bianco, dal nero al rosso, dal viola al grigio, strati verticali di colori che tingono le rocce di arenaria levigate in forme morbide dagli agenti atmosferici. Dai vari punti panoramici disseminati lungo la strada, si gode di una vista sempre diversa ed anche i colori cambiano leggermente, fino ad assumere tonalità azzurrognole nella Blue Mesa. Con grande sorpresa, scopro sulla cartina del parco dei punti in cui è possibile vedere dei petroglifi: uno dei due corrisponde ad un insediamento dei pueblos antichi, i predecessori degli indiani. Le rovine sono costituite da qualche pietra sovrapposta che lascia intuire il perimetro di unabitazione, mentre le pitture rupestri sono numerosissime e ben conservate. Sui lati di alcuni enormi massi, anneriti dal manganese, sono disegnate scene di caccia, animali, uomini, disegni geometrici, mani. Niente a confronto del secondo sito che, anche se visibile solo da una certa distanza grazie ai binocoli in dotazione, conserva incisioni più varie.
Raggiungiamo poi il tratto della Foresta Pietrificata dove, su un territorio vastissimo, sono sparsi i tronchi di alberi che oggi non esistono più e che sono considerati i parenti dellattuale araucaria.
Nel Triassico, vale a dire 250 milioni di anni fa (prima del Giurassico, il periodo dei grandi dinosauri), grandi inondazioni hanno abbattuto le foreste, trascinando e sommergendo i tronchi. In seguito, i terremoti hanno seppellito la vegetazione coprendola con sabbia e ceneri vulcaniche ricche di silicio che è penetrata allinterno dei tronchi, trasformando le parti organiche in minerali (quarzi), pietrificando il legno. A causa dei movimenti della crosta terrestre, i tronchi si sono spezzati, alcuni in grossi blocchi, altri in parti più piccole fino a ridursi in piccoli sassi. Avevamo già visto una foresta pietrificata, in Africa, ma niente a che vedere con questa, sia per la quantità dei tronchi che per la loro grandezza. Nella Crystal Forest ci sono addirittura dei tronchi che al loro interno si sono cristallizzati; purtroppo molti dei cristalli sono stati staccati dagli uomini nel corso degli anni, fino a che la foresta non è diventata Parco Nazionale e ciò che rimane ora sono dei tristi buchi o delle bellissime superfici colorate.
Dopo il breve percorso della Crystal Forest, durato molto più del previsto perché Alice è impazzita di gioia alla vista dei tanti sassolini che ricoprivano il terreno e non finiva di raccoglierli e gettarli via, facciamo unaltra breve passeggiata nel Long Logs Trail, ovvero la zona in cui cè la più vasta concentrazione di tronchi (log). Ed in effetti ce ne sono tantissimi, alcuni in parte sepolti, altri che, seppur spezzati, hanno mantenuto la loro posizione originale di quando erano caduti e quindi lasciano intuire perfettamente la loro lunghezza. Di altri restano visibili anche le radici pietrificate, mentre alcuni esemplari hanno mantenuto intatta persino la corteccia, tanto da far dubitare di essere ormai diventati di pietra. Terminiamo la visita del parco nel Museo, dove sono conservati numerosi fossili ritrovati nella zona ed anche alcune ossa degli enormi animali che abitavano la terra durante il Triassico, una sorta di dinosauri più piccoli.
Nuvoloni scuri si stanno di nuovo addensando allorizzonte, anche se il vento forte che si è alzato sembra scongiurare per il momento il loro avvicinamento e il temporale.
Ci rimettiamo sulla strada decisi a bruciare altre miglia per avvicinarci il più possibile allentrata della riserva Hopi e risparmiarci un po di viaggio domani. Invece, arrivati nella piccola cittadina di Holbrook, sulla mitica Route 66, ci lasciamo tentare da una piccola fiera locale che ha luogo nei giardini di fronte al Visitor Center. Si tratta di una fiera dedicata allOld West: ci sono stand che vendono cibo americano e messicano, oppure oggetti di artigianato. E così che veniamo a sapere che la sera stessa avrà luogo un rodeo. Come mancare? Cambiamo quindi i programmi e presa una camera al motel, andiamo verso lo stadio (o forse dovrebbe chiamarsi arena). Dopo aver acquistato il biglietto per 7 dollari, compriamo qualcosa da mangiare presso i numerosi banchetti che affollano la zona. Latmosfera è elettrizzante, in giro ci sono bianchi, messicani e nativi americani, quasi tutti vestiti da cowboy, soprattutto i bambini e le donne, con tanto di jeans, cinturoni, stivali, cappello e laccetto al collo. Ci hanno detto che si tratta di un buon rodeo, perché i cowboy monteranno sia i cavalli che i tori. Sono eccitata quanto se non di più del pubblico americano. Prendiamo posto sulla spartana gradinata di legno e assistiamo allinizio del Rodeo, che prevede lesecuzione dellinno americano, un tributo agli americani che combattono in Iraq, una preghiera a Dio affinché nessuno si faccia male durante il rodeo, e, infine, la sfilata dei vari partecipanti. Il pubblico è in piedi, canta linno con la mano posata sul petto guardando verso la bandiera americana che svetta al centro dellarena, in una di quelle scene tipiche che spesso capita di vedere nei film americani.
E poi lo spettacolo ha inizio: i cowboy entrano in pista, montando cavalli imbizzarriti che lanciano feroci calci con le zampe posteriori. Cè chi riesce a resistere di più, chi di meno, ma nessuno comunque sta in groppa per più di un paio di minuti. Il pubblico incita ed incoraggia il cowboy di turno e molto sportivamente lo applaude quando cade. Cè adrenalina pura nellaria, perché le cadute sono piuttosto violente e spesso il cowboy è colpito o calpestato dal cavallo, anche se Dio sembra aver ascoltato la preghiera, e nessuno si ferisce seriamente. Anche in questo caso però, come per altre competizioni che prevedono la presenza di animali, come nella corrida o nella lotta fra galli in Indonesia, cè il trucco: si tratta di una cintura che viene legata sulla groppa del cavallo (o del toro) allaltezza dellinguine, che deve dare un fastidio tremendo alla povera bestia che, di conseguenza, non fa altro che scalciare. Non si tratta, quindi, come era una volta di cavalli selvaggi che andavano domati. Non appena il cavaliere viene disarcionato, altri due cowboy a cavallo che sono sempre presenti nellarena, slacciano la cintura in questione e presto lanimale ridiventa mansueto, trotterellando tranquillo verso il cancello aperto che conduce al recinto degli animali. Facendo qualche domanda, vengo a sapere che il punteggio massimo è di cento punti, cinquanta per il cavallo e cinquanta per il cavaliere, che vengono assegnati in base alla bravura del cowboy, che fra i suoi meriti non ha solo quello di rimanere in sella il più a lungo possibile, ma anche di imprimere allanimale un marchio sul fianco con lo sperone dello stivale. Ogni cinque/sei prove di rodeo, cè unesibizione di clown, per la gioia dei numerosi bambini che affollano il parterre attaccati alla rete di recinzione, ma anche degli adulti, che scaricano la tensione con grosse risate. Molti, infatti, fra il pubblico, sono familiari e amici dei concorrenti. Il tutto è abilmente diretto dallo speaker e accompagnato dalla musica diffusa a tutto volume dagli altoparlanti. Ad un certo punto, vengono anche lanciati dei cappelli e delle magliette fra il pubblico: riesco ad accaparrarmi, tra il febbricitante gruppo di ragazzini a braccia alzate, un berretto sponsorizzato da una nota marca di birra, che sistemo sulla testa troppo piccola di Alice.
Per capire lAmerica, o meglio questi stati dellAmerica, bisogna assistere anche ad uno spettacolo del genere, al quale prendono parte intere famiglie con bambini di ogni età, che si rimpinzano di patatine, hamburger, birra e Coca-Cola durante tutta la manifestazione. Si tratta ovviamente di unAmerica di provincia, in cui uno spettacolo del genere costituisce uneccezionale variazione alla routine della TV. Le ragazze hanno tutti i capelli lunghi, tanto da poter affermare con certezza di essere lunica donna sotto i quaranta ad avere i capelli corti (oltre alla mia piccola Alice), e molte sono visibilmente grasse ed obese già a 15/16 anni.
Proclamato il vincitore, latmosfera si raffredda e piano piano tutti abbandonano le gradinate. Per chi vuole, la festa continua in un locale al chiuso, con musica e danze per unaltra ora, ma sono pochi quelli che si fermano, trattandosi per la maggior parte di genitori con figli piccoli.
Soddisfatti dellesperienza vissuta (eravamo gli unici stranieri, se non gli unici non abitanti di Holbrook) compriamo un po di cibo al supermercato ancora aperto (anche sui supermercati ci sarebbe da fare una lunga disquisizione) e ce ne torniamo al nostro motel, mentre in lontananza lennesimo treno fischia al suo passaggio sulla linea che porta a Santa Fe.
Domenica 22 agosto 2004
Holbrook Grand Canyoh N.P.
Come programmato ci addentriamo nel cuore della riserva Navajo, allinterno della quale si trova quella più piccola degli Hopi. Attraversiamo un paesaggio arido, senza alberi e senza quasi neanche piante, fatta eccezione per qualche cespuglio, dove gruppi di poche baracche e roulotte costituiscono quelle che sulla nostra cartina sono segnate come cittadine.
E un paesaggio monotono, desolante, dove non cè un tratto di ombra che ripari dal sole infuocato. Ogni tanto la monotonia è interrotta da animali che pascolano lungo il ciglio della strada o da qualche anziano indiano che fa lautostop. Dopo più di 50 miglia di questa desolazione, raggiungiamo Walpi, un piccolo villaggio Hopi arroccato sulla lunga e sottile cresta della Seconda Mesa, uno dei tre altipiani della Riserva Navajo. Ci prenotiamo al Visitor Center per una visita guidata del villaggio che inizierà da lì ad un quarto dora. Siamo a conoscenza del fatto che non possiamo scattare fotografie, né al paesaggio né al villaggio e ai suoi abitanti, ma del resto non cè niente che valga la pena di essere immortalato. Nonostante Walpi abbia una grossa importanza dal punto di vista storico, in quanto è il più antico villaggio Hopi (risale al 1200) ininterrottamente abitato dalla sua fondazione fino ad oggi, quello che appare ai nostri occhi non è altro che qualche casa costruita con fango e arenaria, strade in terra battuta rese polverose dalla siccità e dal vento, cani randagi e tanta, tanta immondizia: ovunque, fuori dalle case o alla fine di una strada, ci sono vecchi oggetti, ferraglia arrugginita, legna bruciata e cartacce varie. Mentre attendiamo linizio della visita, da molte case escono o si affacciano diversi anziani che ci invitano a vedere i loro lavori dartigianato, soprattutto le famose bambole katchina che, belle e uniche, sono anche molto costose. Qui è tutto vero, dagli indiani (che parlano fra loro la lingua hopi) alla povertà, dalla storia del luogo che risale a 800 anni fa alle case rimaste quelle di un tempo e solo in parte restaurate e rimodernate, tanto che alcune non hanno acqua corrente, luce e gas e i loro abitanti usano dei gabinetti con il buco che dà direttamente sui due versanti della Mesa, giù nel dirupo, lo stesso dirupo che è trasformato in una discarica, tanti sono i rifiuti che vi sono stati gettati.
Il villaggio ospita tre diverse etnie di Hopi, tutte con le stesse tradizioni, anche se una di questa parla una lingua diversa. Durante la visita guidata abbiamo modo di vedere dallesterno alcune kiva (le sale delle cerimonie con lapertura sul tetto da cui si accede con una scala di legno a pioli), le piazze dove si svolgono le varie cerimonie che scandiscono la vita del villaggio, i forni in cui viene cotto il caratteristico pane, una specie di sfoglia sottilissima che si sgretola al tatto e dallinsolito colore bluastro, perché ricavato dal mais blu (blue corn), un tipo di granturco che cresce da queste parti. Ogni tanto veniamo invitati da alcuni abitanti ad entrare nelle loro case, dove ci vengono mostrate le bambole katchina, i gioielli e le terrecotte. Mi piacerebbe acquistare le katchina che, se ho ben capito, sono gli intermediari che gli Hopi usano per comunicare con i vari spiriti, ma seppure molto belle, come detto sono anche molto care.
Terminato il giro, durante il quale Alice ha fatto del tutto per attirare lattenzione, sfogando tutta la sua irrequietezza, risaliamo in auto alla ricerca di un luogo dove fermarci per mangiare. Superata la Seconda Mesa e poi anche la Terza, dobbiamo arrivare fino ad una piccola città che non è neanche sulla cartina per trovare un MacDonald dove infilarci al riparo dal caldo. Salvo, infatti, un albergo-ristorante alla Second Mesa, per oltre 60 miglia non cera altro lungo la strada se non qualche piccolo insediamento di baracche. Anche la minuscola cittadina dove abbiamo fatto tappa non ha nulla da offrire, quindi dopo aver mangiato proseguiamo verso il Grand Canyon.
Dopo parecchie miglia, arriviamo a Cameron che, come al solito, pur essendo indicata sulla carta come cittadina, in realtà ha una decina di baracche e una grande struttura ricettiva, con camere fra il lodge e il motel e un grandissimo negozio di souvenir. Comincio ad avere allergia del posto non appena entro nel negozio di souvenir con laria condizionata al massimo e quindi decidiamo di proseguire ed entrare nel parco del Grand Canyon, visto che è ancora presto. Passata quindi lentrata di Desert View, procediamo spediti verso il Village e fortunatamente troviamo una stanza ad un prezzo tutto sommato accessibile, considerato che dormiamo allinterno del Parco Nazionale più visitato degli Stati Uniti.
Sistemato il bagaglio in stanza, giochiamo un po con Alice e poi andiamo a vedere il tramonto a Yovupai, uno dei punti panoramici proprio vicino al lodge. Cè una gran folla, come era prevedibile, ma del resto lo spettacolo merita: nonostante il sole sia nascosto da qualche nube allorizzonte, i suoi raggi tingono le pareti del Canyon di rosso, mentre una foschia azzurrognola sembra depositarsi nellimmensa fenditura scavata dal Colorado.
Ceniamo discretamente nel vicino ristorante-self service e poi lasciamo Alice giocare con una bambina indio-americana sua coetanea. Solo quando Alice mi dice che avrebbe voluto giocare con altri bambini, realizzo che finora non abbiamo mai incontrato un parco giochi con altalena e scivoli. Gli unici che ho visto erano allinterno dei cortili della scuola, fatta eccezione per le altalene nei giardini delle abitazioni private. Eppure di bambini ce ne sono tanti, ogni coppia ha una media di tre figli. Possibile che non ci sia un punto di aggregazione oltre la scuola? In fondo non ci vorrebbe molto a mettere un paio di altalene e uno scivolo nelle tante aree da picnic allinterno dei parchi o lungo le strade. Unaltra cosa che ho notato è che i bambini americani sono molto seri: senza voler generalizzare, ne ho visti pochi piangere ma altrettanti pochi ridere, come accade di frequente ad Alice, che, infatti, attira in entrambi i casi linteresse degli americani, come se non avessero mai visto un bimbo piangere o ridere in pubblico.
Torniamo in stanza con la luce delle stelle e quella della torcia, presenza fissa nel nostro zaino. Cè un gradevole silenzio e un buonissimo odore di bosco.
Non immaginavo il Grand Canyon così verde, invece ci sono fitti boschi di pini lungo tutto il rim. Anche la temperatura è più fredda (del resto siamo a 2100 metri di altezza), tanto che indossiamo felpe e k-way e la scelta della stanza senza aria condizionata perché più economica si è rivelata azzeccata.
Lunedì 23 agosto 2004
Grand Canyon - Flagstaff
Ci svegliamo con calma e dopo colazione iniziamo la visita del Parco, prendendo uno dei tre shuttle bus, quello che effettua il giro verso la zona ovest del Village, e che percorre la strada che è chiusa alle auto private. Del resto, come gli shuttle bus disponibili negli altri parchi, è un mezzo comodo per effettuare la visita, anche se alla fine, soprattutto per la struttura del Village, che sembra un grosso centro commerciale, ci sentiamo un po condizionati nella visita o come turisti dei viaggi organizzati, costretti a fermarci dove stabilito e a comprare nei giftshop, che con le loro cianfrusaglie rappresentano una tentazione anche per i più refrattari allo shopping turistico.
In compenso, lo spettacolo che il Canyon offre è sublime: la profondità, il Colorado dalle acque marroni di fango così piccolo in fondo al Canyon, i vari strati orizzontali visibili sulle pareti che testimoniano le diverse sedimentazioni avvenute nel corso dei millenni, la folta vegetazione, i grandissimi corvi sui bordi del canyon e i piccolissimi scoiattoli che saltano da un sasso allaltro, il labirinto allinterno del Canyon formato dalle rocce erose dai fenomeni atmosferici e dellacqua, il senso di vertigini allaffacciarsi da alcuni punti e quello di infinito quando la vista spazia a 180° e più sul Canyon.
Terminato il giro con questa navetta, ne prendiamo unaltra per fare un secondo giro più breve e godere di altre viste panoramiche, anche se alla fine, seppur con nomi diversi, sono tutte molto simili.
Dopo pranzo lasciamo il Parco Nazionale diretti a Flagstaff, una cittadina veramente carina, ordinata, pulita, senza grattacieli e circondata da foreste di pini ponderosi che sono una benedizione per gli occhi dopo giorni e giorni di deserto e di panorami piatti e aridi.
Scegliamo un motel un po distante dalla ferrovia per non essere disturbati durante la notte dal fischio dei treni e prima di cena passiamo unoretta nella grandissima libreria della catena Barnes & Noble. Mentre Alice gioca nellarea bambini, le scelgo dei libri pop-up che le piacciono tanto. Di librerie così ne sento veramente la mancanza in Italia; nonostante alcune grandi catene con le loro sedi nelle grandi città le stiano imitando velocemente, la libreria americana rimane per me un posto speciale, perché non è solo un negozio che vende libri, ma un luogo in cui poterli sfogliare, scegliere, leggere, il tutto comodamente seduti oppure prendendo qualcosa al bar, vicino al quale sono anche disponibili le riviste.
Martedì 23 agosto 2004
Flagstaff Phoenix
Oggi è lultimo giorno in America e lo stato danimo è quello solito della fine del viaggio, un misto di stanchezza, appagamento, tristezza e un vago desiderio di tornare a casa.
Ci separano un giorno e circa 300 km dallaeroporto di Phoenix da cui domattina decollerà il nostro aereo, e per non rassegnarci alla fine del viaggio, visiteremo ancora un paio di parchi lungo la strada.
Il primo, a ovest di Flagstaff, è in realtà un National Monument che ospita un immenso cratere creato 50.000 anni fa da un meteorite. Il cratere scavato è di dimensioni gigantesche; attraverso un breve percorso si arriva fino ad una piattaforma sulla cima, da cui si abbraccia con gli occhi il cratere in tutta la sua interezza. Sul bordo sono sparsi gli enormi massi che limpatto ha sgretolato e fatto schizzare fin quassù. Il cratere è il primo di cui si sia accertata lorigine non vulcanica ma per impatto di un meteorite ed anche il meglio conservato, poiché lerosione ha ridotto di poco la sua profondità. Per le sue caratteristiche, è stato usato in passato addirittura come campo di addestramento per gli astronauti dellApollo.
Altrettanto interessante e ben fatto (come del resto tutti i musei americani finora visitati) è il vicino museo che non solo spiega lorigine del cratere attraverso filmati e simulazioni, ma permette di capire meglio la composizione dei vari tipi di roccia, la differenza fra la roccia terrestre e quella di un meteorite attraverso computer, microscopi, calamite e materiali vari. Come ieri al Grand Canyon, il vento è fortissimo, soprattutto in cima e temo che Alice se ne voli via alla prima raffica più forte, soprattutto perché, animata dal suo solito spirito di indipendenza, se ne vuole andare in giro da sola, nonostante il vento la faccia sbandare visibilmente.
Non ancora completamente sazi di visite, ci fermiamo sulla strada del ritorno al Walnut National Park, così chiamato per le Black Walnut dellArizona che crescono nei pressi. In realtà il parco è noto per le case costruite lungo le pareti del Canyon dai Sinagua, molto probabilmente gli antenati degli attuali Hopi, popolazione che si era stabilita nel Canyon circa 800 anni fa e che ha lasciato come testimonianza più tangibile della sua esistenza le case costruite appunto sulle pareti del canyon.
Diverse da quelle di Mesa Verde N.P. che erano costruite su più piani, queste sono tutte su uno stesso livello e nel canyon se ne contano più di 400. Purtroppo non sono ben conservate, poiché nel 1800 furono molto danneggiate dalle esplosioni causate dalle persone che andavano nel canyon a fare dei picnic e che, sfruttando le stanze costruite dai Sinagua, ne distrussero in parte le mura per far entrare più luce. Il nome Sinagua deriva dallespressione usata dai primi spagnoli che visitarono questo canyon: pueblos sin agua, cioè senza acqua, poiché dovevano faticare molto per andare a prendersi lacqua fino al fondo del canyon e poi portarla su nelle abitazioni.
Ripartiamo il primo pomeriggio verso Phoenix e lungo la strada le belle foreste di pini e il fresco clima di Flagstaff lasciano pian piano il passo a un terreno sempre più arido, fino a quando, a pochi chilometri dalla città compaiono i caratteristici cactus del Coccobill di Jacovitti, quelli verdi e spinosi con due o più bracci che partono dal grosso tronco: ho da poco scoperto che il loro nome è saguaro e che in Arizona cè addirittura un parco nazionale con questo nome proprio perché ne ospita una quantità sorprendente. Percorriamo la circonvallazione di Phoenix, senza addentrarci nel centro, ma rimanendo molto in periferia e attraversando una distesa anonima di case, e proseguiamo lungo linterstate fino ad arrivare in prossimità dellaeroporto.
Prendiamo una stanza in un motel e non appena mettiamo il naso fuori dallauto veniamo aggrediti da un caldo infernale che gli ultimi giorni al fresco ci avevano fatto dimenticare. Ci diamo da fare nel sistemare i bagagli e raccogliere nelle due valigie quello che in 20 giorni abbiamo sparso nellauto, con il condizionatore accesso e il sottofondo rumoroso delle auto che corrono sullinterstate e quello degli aerei che atterrano e decollano dalle vicine piste.
Dopo aver vagato nella desolata e semideserta periferia della città alla ricerca di un pacco di pannolini per Alice e aver consumato lultimo hamburger con fries in uno squallido fast food, lunico locale aperto dopo le 8 e trenta, ce ne torniamo in stanza.
Tutto è pronto, non resta che restituire lauto lindomani mattina e poi raggiungere il terminal.
Dal letto, dove Alice dorme il suo sonno innocente, guardo i bagagli chiusi e scorro nella mente tutti gli avvenimenti di questi ultimi giorni: mi sembra di aver viaggiato in questo paese per mesi, tanti e così vari sono i luoghi che abbiamo visitato, i motel che abbiamo cambiato, i chilometri che abbiamo percorso. Mi accorgo che sto pensando in inglese, come sempre mi succede quando passo tanto tempo allestero e uso questa lingua più spesso.
Alla fine le parole in inglese, i paesaggi, gli odori della stanza e il lontano rumore degli aerei si confondono nella mia mente che ha cominciato a sognare, nonostante i miei tentativi di tenermi ancora sveglia. Buonanotte America.