Torna all'home-page
Torna all'indice dei diari
Guarda le foto di Vienna

Se vuoi, puoi fare il download del diario in formato Word!
Un breve viaggio tranquillo, senza forti emozioni, fatto di piacevoli passeggiate, un po’ d’arte e di storia.
Un’occasione per staccare dalla routine piuttosto che una nuova avventura.
Sabato 30 ottobre 1999

Dopo otto anni eccomi di nuovo in Austria, a Vienna. Non avevo ancora mai avuto la fortuna e la possibilità di tornare per la seconda volta in uno stesso luogo all’estero. E’ un lusso che non mi sono mai potuta permettere. Per una questione non solo economica, ma anche di tempo. Se già conto che non mi basterà una vita per visitare tutti i luoghi che ho in mente, figuriamoci se poi cominciassi a tornare anche due volte nello stesso posto.
La casa di Birgit, la nostra amica di cui siamo ospiti, si trova in periferia in una zona residenziale, moderna, anche se poco caratteristica e tipica. Le case sono basse, con 3/4 piani al massimo, le linee semplici e diritte, doppi vetri per il freddo invernale e niente persiane alle finestre. Ma ciò che colpisce sono gli alberi dai classici colori autunnali che coprono la gamma dal giallo al bruno; mucchi di foglie ricoprono le strade dando una nota di colore molto caratteristica e che rende calda l’atmosfera anche di questa periferia.
La mamma di Birgit ci attende per la colazione: tavola imbandita con gusto e ampia scelta di cibarie, quello che ci voleva dopo la semplice cena di ieri sera in treno. Poi con la metro ci dirigiamo in centro, facendo prima una sosta al mercato delle pulci, Flohmarket. Si tratta di una piccola “Porta Portese” in cui si può trovare di tutto, soprattutto chincaglierie, abiti, stoviglie antiche e degli anni ‘70. Gli oggetti sono simili a quelli italiani, anche se alcune antichità sono tipiche austriache e tirolesi, come i contenitori in metallo per il latte, le forme per le torte, gli enormi timbri ricavati da pezzi di legno.
Adiacente al mercato delle pulci si trova quello di frutta e verdura e di vari generi alimentari. E’ affollatissimo e in coda (disciplinatamente) camminiamo fra enormi zucche arancioni, pronte per la festa di Halloween, banchetti con pane e dolci di tutti i tipi, spezie e sementi vari e molti piatti di cucina turca o cinese, qui molto diffusa, soprattutto la prima, data l’alta percentuale di turchi che vivono in Austria. Questa immigrazione di massa fu incentivata negli anni 70-80 dallo stesso governo austriaco (così come avvenne in Germania) per sopperire alla carenza di manodopera. Ora pero, un po’ per la crescente disoccupazione, un po’ per l’aumentare degli immigrati che si trasferiscono qui con tutta la famiglia, sta nascendo un po’ di xenofobia e si vorrebbe rispedire indietro gli scomodi ospiti. Il popolo turco comunque, anche se ben integrato, mantiene vive le proprie tradizioni, almeno quelle culinarie, a giudicare dai numerosi banchetti che vendono pane, dolci, formaggi e piatti già pronti tipicamente turchi. Tutto è molto pulito e ordinato, persino il mercato del pesce non manda nessun cattivo odore. Donne e uomini vanno in giro con un cesto sotto il braccio che riempiono con la verdura di stagione, bella, quasi finta per la perfezione, e “l’uva Italia”, qui molto apprezzata. Si possono poi degustare vini, aceti e succhi di frutta, spremute e frullati, in un’orgia di colori, odori e sapori. Se non avessimo lo stomaco ancora sazio della colazione, ci saremmo già gettati nella mischia. Abbandoniamo ogni altra tentazione per dedicarci al nutrimento della mente. Imbocchiamo, sempre guidati da Birgit, una delle strade principali di Vienna, la Kärtnerstrasse, all’interno del Ring, l’anello immaginario che circoscrive il centro storico. La strada pedonale è ricca di negozi ed è piacevole da percorrere passeggiando, sbirciando nelle vetrine che per fortuna non sono solo di souvenir. Alla fine della strada, raggiungiamo il Duomo di Santo Stefano, una grandissima chiesa in stile gotico, il più bell’esemplare in tutta l’Austria. Le guglie si slanciano in un cielo di un tenue color celeste ed anche gli archi rampanti ai lati della chiesa sembrano voler slanciare l’intera costruzione che domina imponente la piazza. Entriamo per ammirare il pulpito, la tomba di Federico III e l’organo (di cui la guida dice avere 10.000 canne); poi saliamo sul campanile che i viennesi chiamano stiffl da dove, raggiunti i 96 metri, ci godiamo il panorama della città.
Di nuovo in strada, ben coperti dai nostri giubbotti (non fa molto freddo, ma il vento abbassa notevolmente la temperatura rispetto a Roma), ci incamminiamo per la seconda strada pedonale di Vienna, altrettanto famosa quanto la Kärtner: la Graben, dove sorge la celebre colonna della peste, purtroppo in restauro e per cui visibile solo in parte. All’angolo fra le due strade pedonali, riparato da una vetrina, c’è lo Stock im Eisen (bastone di ferro), un tronco di pino dove sono conficcati tanti grossi chiodi, a rappresentare l’opera dell’apprendista artigiano.
Dalla Graben raggiungiamo la Michaeler Platz su cui si affaccia una delle entrate dell’Hofburg, un complesso di edifici sede dei sovrani d’Austria. Palazzi, cortili, giardini e statue in bronzo ne caratterizzano lo stile austriaco e mitteleuropeo. Il prato del giardino di Hofburg è coperto da un tappeto di foglie color ocra e questi colori così caldi danno un aspetto molto intimo, romantico e vivace alla città. Niente a che vedere con il grigiore e i toni spenti che ricordavo io dalla mia precedente visita avvenuta durante il mese di agosto.
C’è un senso di ordine, disciplina, organizzazione e pulizia che rinfranca l’animo: certe volte invidio la semiperfezione e la quiete di queste città, che non conoscono il caos, lo smog, i rumori di metropoli come Roma.
La gente passeggia tranquilla, facendo compere o chiacchierando. Sì, si vede che caratterialmente gli austriaci sono più freddi di noi italiani, ma allo stesso tempo sono cortesi e mai esagerati nei modi e nelle parole.
Dopo aver tanto decantato ad Alb il Museo di Storia Naturale, non posso non concedergli un po’ di tempo per la visita, anche perché all’interno c’è una mostra sul cervello, la sua attività e le sue funzioni. Dopo aver visto migliaia di pezzi di minerali di ogni genere (rocce di luna e meteoriti compresi), guardiamo affascinati le ricostruzioni degli scheletri di vari animali, fra cui enormi dinosauri. Passiamo poi nella sala dei primi resti degli uomini primitivi, in cui sepolture si alternano a vasi e oggetti di vita quotidiana, già così perfetti nelle fattezze da dubitare che risalgano a migliaia di anni fa. Infine, ci divertiamo un po’ con gli esperimenti praticabili nella mostra dedicata al cervello, mettendo alla prova abitudini, sensazioni e reazioni della nostra mente. Tutto è perfettamente organizzato affinché i bambini imparino divertendosi, senza la noia che in genere la visita a un museo suscita, ma anche i grandi sembrano perfettamente a loro agio nell’ambiente, anzi sembrano ritornati all’infanzia mentre giocano e provano attrezzi e macchine varie.
Usciamo dal museo che è ormai buio e andiamo alla ricerca di un localino per cenare. Su consiglio di Birgit, ci dirigiamo al Triangolo delle Bermuda, una zona del centro così chiamata perché è talmente ricca di locali e pub per giovani, che la gente sembra sparirvi all’interno, inghiottita proprio come sembra accada nel vero Triangolo delle Bermuda. Troviamo un pub dove mangiamo pasta e una mega omelette. Non sazi, ma soprattutto desiderosi di provare l’atmosfera di un cafè viennese, vaghiamo per più di un’ora alla ricerca di un locale tipico ma economico.
Nonostante tutti i negozi siano chiusi da due ore buone c’è ancora molta gente che passeggia chiusa nei giubbotti invernali, spesso spingendo carrozzine con bambini, oppure ferma ad ascoltare artisti di strada che cantano arie d’opera, suonano l’arpa o si esibiscono in numeri da giocolieri. Finalmente, quando ormai stavamo per prendere la metro e tornare a casa, vediamo un piccolo cafè e ci gustiamo il nostro meritato dolce.

Domenica 31 ottobre 1999

Pioviggina... sigh.
Alle 9.00 siamo in chiesa per assistere al battesimo dell’ultimo nipotino di Birgit e di un altro bimbo. Tutta la comunità è riunita festosamente e la partecipazione alla messa è molto sentita. Cantano, quasi ballano, in una moltitudine di cappotti, carrozzine e bambini di ogni età, nonché di un gran numero di chierichetti, maschi e femmine, grandi e piccoli. La celebrazione dura più di un’ora e dopo la festa prosegue nella canonica con un buffet ricco di dolci fatti in casa, caffè, tè, succhi di frutta. Assaggiamo di tutto, mangiando fino ad esplodere.
Liberi poi dagli impegni sociali, andiamo a Schonbrunn, sempre muovendoci con la metropolitana, efficientissima, puntuale e perfetta perché raggiunge quasi ogni posto.
Schonbrunnn, l’ex-residenza estiva degli imperatori, era uno dei luoghi che mi era rimasto più impresso di Vienna. L’imponenza degli edifici, l’estensione del parco e dei giardini, la silhouette della Gloriette che si staglia sulla collina, creavano insieme un’immagine davvero suggestiva. Ora il paesaggio è reso ancora più bello da un immenso cielo azzurro, che il vento forte, alzatosi questa mattina, ha pulito dalle nuvole grigie di pioggia; un tocco speciale è dato soprattutto dagli alberi, le cui foglie sono di mille colori, sia quelle che ancora oppongono una debole resistenza alle folate di vento, sia quelle che a terra formano un immenso pot-pourri piacevole da calpestare. Non fa neanche molto freddo, anche perché la salita fino alla Gloriette ci fa sudare un po’. Ma, come qualche anno fa, ne è valsa la pena: da quassù la vista su Vienna è incantevole: tetti rossi e neri, case basse, solo qualche edificio moderno rovina l’insieme. E poi c’è il palazzo imperiale, lungo tutta l’ampiezza dei giardini che lo separano dalla Gloriette. Nonostante le imponenti dimensioni, è perfettamente integrato nell’insieme, come se la natura non subisse la sua supremazia. I giardini, ma soprattutto il bosco e il parco ne smorzano la grandezza, come a voler sottolineare che la natura non si lascia assoggettare facilmente da qualche mattone ben messo. Anche il colore giallo della facciata e il marrone del tetto sembrano adattarsi pienamente alla giornata solare e ai colori autunnali.
A causa della caduta delle foglie, non si può ammirare tutto il lavoro di architettura con cui i giardinieri modellano siepi e chiome secondo precise forme. Gli archi che in estate sono formati dalle chiome potate ora sembrano solo dei buchi in cui si infilano i rami dritti e spogli degli alberi. Non si vedono le “gallerie” perfette che attraversano il bosco, ma solo rami che trattengono a stento le poche foglie rimaste e ondeggiano al vento.
Approfittando sempre della bella giornata, decidiamo di trascorrere ancora del tempo all’aria aperta andando a visitare il Belvedere, altra imponente residenza privata, poi diventata proprietà dei sovrani. Il complesso è costituito da due edifici, le cui facciate sono una di fronte all’altra, separati da giardini e vasche d’acqua. All’interno del Belvedere superiore visitiamo il museo d’arte che conserva, tra gli altri, molti quadri di Schiele e Klimt, fra i maggiori pittori austriaci del primo ‘900. Entrambi si distinguono per le forme e i colori con cui plasmano volti e corpi; Klimt anche per i bei paesaggi viennesi, tanti piccoli colpi di pennello colorati.
Dal Belvedere camminiamo un po’ a piedi e raggiungiamo con il tram la zona dove sorgono le case popolari più tipiche del mondo, quelle fatte costruire dall’architetto Hundertwasser, e appunto chiamate “hundertwasserhaus”. Sono state costruite tenendo conto dell’ambiente naturale in cui venivano erette, pertanto cercando di non sconvolgere il terreno. All’esterno sono colorate, con motivi ornamentali realizzati con piastrelle. A diversi livelli si trovano dei giardini pensili, sistemati in balconi e grandi terrazze. Le colonne sono a forma di cipolla, sempre molto colorate. Anche gli interni (ovviamente non visitabili, perché abitati) rispecchiano lo stesso stile. Tutto sembra ottenuto mettendo insieme un po’ di materiali a casaccio e lasciando che alberi e cespugli vengano su liberamente senza l’intervento dell’uomo. Queste case danno sicuramente un tono allegro a quest’angolo di strada, ma soprattutto costituiscono un’attrazione turistica che sicuramente rende poco “intima” la vita degli inquilini che vi abitano.
Con l’ora legale fa buio presto, per cui non riusciamo a vedere bene i colori delle case: ci fermiamo in un cafè nel village proponendoci di tornare domani.
E’ la notte di Halloween e la città si è animata. Le vetrine dei negozi sono guarnite con zucche vuote illuminate mentre i locali invitano a trascorrere la serata in allegra compagnia, tra streghe a cavallo di scope, zucche, spaventapasseri e mostri vari. I ragazzi sono mascherati con lunghe palandrane nere ed enormi cappelli a punta; molti hanno le facce dipinte di bianco o con strani disegni. L’atmosfera è ancora più sentita nel Triangolo delle Bermuda, in cui ogni locale propone cene, bevute e musica. Scegliamo il Ma Pitom, dove mangiamo spaghetti, non tanto perché attirati dalla cucina italiana, quanto perché sono le poche parole del menu che ci suonano familiari.
La pasta è scotta, ma il condimento buono. Il locale è pienissimo, soprattutto giovani ed anche alcuni turisti. Persino i camerieri sono vestiti a tema sfoggiando abiti in plastica e nastro adesivo, e acconciature a dir poco singolari.
Fuori del locale, le strade sono gremite, anche se la maggior parte dei ragazzi sono già mezzo ubriachi. La birra e le altre bevande alcoliche sono molto gradite dai viennesi, che ne fanno largo consumo anche senza raggiungere necessariamente lo stato di ebbrezza.
Facciamo ancora due passi per esplorare l’atmosfera di Halloween e poi andiamo a dormire.
Sarà il tanto camminare della giornata, o il dolce tepore della camera nell’appartamentino sotto il tetto, ma appena ci infiliamo sotto i morbidi piumini cadiamo immediatamente nelle braccia di Morfeo.

Lunedì 1° novembre 1999

Dopo un’abbondante colazione con Birgit, andiamo a vedere il quartiere Uno-City, la parte moderna di Vienna, un complesso di edifici che ospita gli uffici austriaci dell’ONU, situato al di là del Danubio. E’ un giorno festivo e gli uffici sono vuoti e questo non fa che accentuare la desolazione del luogo. Tanto inutile grigio, una nota stonata fra il verde del Parco del Danubio e i colori del luna-park, dove si erge la grandissima Ruota di Vienna. Questo simbolo della città fu distrutto dai bombardamenti nel 1945 ma, subito ricostruito, riprese la sua attività in meno di un anno. Nel luna-park si aggirano famiglie con bambini. Anche se ricco di tante attrattive, il parco è piuttosto triste. Oggi questo tipo di divertimenti non è più in voga e tutte le cabine, le carrozze delle giostre, le macchinine, i castelli incantati e i pony sono lì fermi o chiusi, come in un villaggio abbandonato; si animano stancamente ogni tanto, per un solo bambino, accendendo le luci e la musica, per poi ripiombare nel silenzio e nell’immobilità. Ora vanno di moda i grandi parchi dei divertimenti, soprattutto quelli a tema, pieni di scenografie spettacolari e giochi da mozzafiato, dove facendo file lunghissime si trascorrono giornate intere, lasciandosi sballottare, catapultare o precipitare a velocità spaventose.
Saliamo sulla Torre con il ristorante panoramico girevole. Ad una velocità supersonica, l’ascensore ci porta a più di 150 metri di altezza. Dalle vetrate si gode di un magnifico panorama sul Danubio e l’intera città. Il sole fa scintillare l’acqua del fiume e il cielo terso offre una visibilità completa. C’è tanto verde sotto di noi; parchi con percorsi ginnici, spazi per bambini, piste ciclabili e per pattinaggio, prati immensi e tante, tantissime panchine. La vita all’aria aperta viene incentivata al massimo e i viennesi se la godono come possono.
La città è grande ma della misura giusta, a dimensione umana, come si usa dire oggi; i quartieri sono ben collegati, il centro è quasi tutta un’area pedonale, c’è poco inquinamento ambientale e acustico. Ma soprattutto ci sono prati, parchi pubblici, alberi per vivere a contatto con la natura. All’ora di pranzo siamo di nuovo alla Hundertwasserhaus; ora che c’è la luce del giorno possiamo ammirare meglio i colori accessi delle facciate e le piastrelle bianche e nere che corrono come serpenti lungo i muri.
Mangiamo un classico hot-dog e ci incamminiamo verso Karlsplatz per vedere la Karlskirche, una chiesa dall’evidente stile barocco, dedicata a S. Carlo Borromeo, la cui storia è raccontata su alcuni bassorilievi scolpiti su due colonne ai lati della facciata, che richiamano la Colonna Traiana a Roma.
Passeggiando quasi senza meta arriviamo all’imponente edificio del municipio, il Rathaus. Sulla piazzetta antistante stanno già allestendo le bancarelle per il Natale. Il parco del Municipio è un piccolo giardino tenuto benissimo; il prato verde è in netto contrasto con le chiome arancio e gialle degli alberi. Vicino al municipio c’è l’università con la caratteristica facciata dipinta con figure monocromatiche marroni e nere.
Andando verso il Triangolo delle Bermuda, attraversiamo prima il Freiung e poi l’Am Hof. La prima è una piazza su cui si affaccia una chiesa scozzese; in passato il clero, appunto di nazionalità scozzese, offriva asilo e ospitalità a tutti. Ci infiliamo in qualche vicolo e sembra di tornare indietro negli anni, nel 1800, nella Vienna dei 2000 lampioni, dei cafè storici, delle carrozze, dei vestiti lunghi delle donne e dei bastoni dei signori. Ci infiliamo in un piccolo caffè per riposarci un po’ degustando dolci di ottima pasticceria. Non ancora stanchi, facciamo due passi nella Grabengasse fino a Santo Stefano e al Neuer Markt dove c’è l’orologio da cui a mezzogiorno e alle 18 escono le statuine dei vari imperatori.
Ceniamo presto in un antico locale viennese, una specie di cantina, nelle cui salette ci sono tavoli in legno, panche, tendine fiorate, un banco per la mescita di vino e birra e un altro con carne e verdura da pagare in base alla porzione e al peso.
L’ambiente è familiare, alcuni arzilli vecchietti, evidentemente ospiti abituali del locale, bevono boccali di birra, intonando vecchie canzoni austriache o brani d’opera; quando poi scoprono che siamo italiani, non possono fare a meno di dedicarci “Il barbiere di Siviglia”, “O sole mio” e “Torna a Surriento”.

Martedì 2 novembre1999

Giornata interamente dedicata alo shopping.
Percorriamo la lunghissima Mariahilferstrasse che dalla periferia sud-ovest arriva fino a Karlsplatz. Da lì prendiamo la metro per fare ancora un giro in centro, ormai carichi di buste: abbiamo acquistato soprattutto pane (di tanti tipi diversi), cioccolata e candele.
Ancora due passi nel parco del Rathaus per goderci un po’ di verde e poi a casa per preparare i bagagli.

Un breve viaggio tranquillo, senza forti emozioni, fatto di piacevoli passeggiate, un po’ d’arte e di storia.
Un’occasione per staccare dalla routine piuttosto che una nuova avventura.